di Francesco Armogida
con introduzione di Mario Sacca'
INTRODUZIONE
Il documento che leggerete è una rarita' per la Calabria, Regione dove la memoria, specie quella legata agli eventi della Grande Guerra, è stata occultata, ignorata o gettata. E' un atteggiamento diffuso che ho dovuto registrare non solo nel comportamento indifferente delle persone i cui familiari combatterono, morendo o sopravvivendo, in quel sanguinoso conflitto ma in quello, prevalente, delle istituzioni dove regnano indifferenza, disorganizzazione, pigrizie immense nel rispondere ai sacrosanti diritti dei cittadini. Lo scarto con le altre parti del Paese sul modo di rapportarsi con chi, come me, chiede la visione o l' invio di documenti, rivendica il recupero di forti radici collettive, è stratosferico e questo fa la differenza. L'incuria è il nostro male maggiore e nessuna difesa retorica di un inesistente senso civico, tranne qualche rarissima eccezione, puo' farvi fronte ed è un segno di sottosviluppo il cui recupero richiedera' tanto tempo. Ecco perche' queste pagine sono un salto fra chi attribuisce alla propria vita la dignita' di una storia vissuta, densa di valori da tramandare e chi, invece, direttamente o per colpa dei propri eredi ha dimenticato ogni cosa accontentandosi di un carpe diem senza alcuna radice.
Le memorie del fante della 6a compagnia del 141° Reggimento Fanteria Francesco Armogida sono venute alla mia conoscenza attraverso la lettera scritta dal figlio Remigio al senatore catanzarese Donato Veraldi dopo avere visto le immagini della cerimonia di collocazione del cippo in memoria della Brigata Catanzaro, avvenuta sul Monte Mosciagh nel Settembre 2005 e trasmesse sinteticamente dal TG calabrese della RAI. Erano pagine che l'autore aveva iniziato a scrivere nel 1977, quando aveva gia' 86 anni, con la voglia di raccontare l'intera sua vita. Ebbe ancora dieci anni di tempo per completare l'autobiografia che consta di 10 quaderni oggi custoditi dai suoi familiari. Come avveniva nelle grandi famiglie patriarcali la narrazione del capo famiglia ha il senso etico di chi vuole essere ricordato per trasmettere memorie dense di valori fra i quali, fondamentale, quello della identificazione del vissuto quotidiano come espressione della volonta' divina cui viene affidata l'intera esistenza. Facevano cosi' gli antichi abitanti di queste terre, come si puo' leggere nei libri che ricordano le molte benedizioni che, specie nel periodo bizantino, erano associate ad ogni momento della vita quotidiana degli uomini, fino all'ultimo, quello della morte.
Il nipote prof Enrico Armogida ha curato la translitterazione del testo nella parte che riguarda la partecipazione di Francesco alla Grande Guerra, autorizzandone la pubblicazione a nome dell'intera famiglia. L'inizio ricorda molto quello che Umberto Eco attribuisce ad Adso di Melk nel prologo del suo best seller Il Nome della Rosa: ''Giunto al finire della mia vita di peccatore, mentre canuto senesco come il mondo, nell-attesa di perdermi nell'abisso senza fondo della divinita' silenziosa e deserta mi accingo a lasciare su questo vello testimonianza degli eventi mirabili e tremendi a cui in gioventu', mi accadde di assistere, ripetendo verbatim quanto vidi e udii, senza azzardarmi a trarne un disegno, come a lasciare a coloro che verranno segni di segni''. La distanza temporale dagli eventi bellici consente al protagonista di guardare indietro con spirito sereno e, a volte, anche con ironia, l'intero arco della sua esperienza di richiamato prima e di combattente molto accorto fino a quando a causa dell'ultima ferita riportata torna nella sua Calabria. Francesco Armogida fu un uomo amante della pace e di profonda religiosità. Inizialmente cercò di scampare la guerra, come i lettori potranno apprendere scorrendo le pagine piacevoli dei suoi ricordi ( non tratti unicamente dalla sua memoria ma anche dagli appunti che scrisse in quel tempo), nei quali la descrizione dei diversi sotterfugi allora in uso per evitare di essere inviati al combattimento e, forse, alla morte, mostra un'umanita' lontana dal coinvolgimento emotivo su interventismo o non interventismo ma piu' vicina al sentimento degli affetti prossimi e del paese. Non quindi una scelta politica ma la lucida coscienza dei suoi doveri primari di sostegno alla famiglia che, diversamente, avrebbe attraversato periodi di seria diffcicolta'. Le famiglie contadine contavano sul proprio lavoro e la perdita di un paio di braccia volenterose creava molti problemi a chi restava ma anche a chi partiva sentendo tutta intera la responsabilita' di essere il riferimento piu' importante, a volte unico, per i propri cari. La conquista di Trento e Trieste o di Gorizia era lontana dai loro pensieri e, percio', ogni mezzo per non lasciare ad un futuro improbabile i propri cari era buono, magari con l'aiuto di qualche conoscenza utile allo scopo. Tuttavia erano uomini con alto senso di responsabilita' ed una volta che giungevano al Reggimento ed al posto di combattimento facevano il loro dovere, sia pure, come ampiamente dimostra la testimonianza del nostro caro memorialista, con estrema prudenza, che derivava dalla loro stessa esperienza di vita. Ma questa non bastava: c'era il senso del divino che sovrastava la volonta' degli uomini al quale bisognava sempre riferirsi con il pensiero o la preghiera. Armogida si voto' alla Madonna del Carmine, fin dalla sua prima sera di arruolato, nella omonima Chiesa di Catanzaro. Quel voto, come piu' volte scrive, lo protesse ripetutamente da una morte la cui casualita' è ben narrata nei vari episodi dei suoi ferimenti o nei casi in cui viene sfiorato dai proietti avversari che, sembrerebbero deviati da una volonta' superiore, sempre invocata e benevolmente vicina. La descrizione delle battaglie è nitida come altrettanto lo è la sottolineatura della differenza di status fra ufficiali e soldati di truppa i cui meriti,come nel caso del mitragliere del Mosciagh non vengono riconosciuti,al contrario di quanto avviene per il Generale comandante la Brigata o per altri ufficiali. Qualche spiraglio si apre anche sulla violenza che, ingiustamente,si esercitava sui soldati in cerca di munizioni: rischiavano l'esecuzione sommaria da parte di Ufficiali o carabinieri senza alcun giusto motivo. Il tempo trascorso permette ad Armogida di farci leggere cio' che in tempi di guerra o vicini agli eventi non avrebbe potuto. Senza trascendere ma con la sobrieta' e la saggezza contadina egli tratteggia tutti gli aspetti della permanenza in trincea, dai rapporti con i propri paesani, al rispetto dell'avversario,come nel caso del padre e figlio austriaci che vengono sottratti alla morte per un puro sentimento di umanita'. Nel racconto si incontrano persone, morte sul campo di battaglia, che ho potuto rintracciare consultando il libro dei caduti pubblicato dal Ministero della Guerra o leggendone il nome sui monumenti dei loro comuni di provenienza. Questo consente ulteriori ricerche per ampliare il quadro della presenza di tanti conterranei alla Grande Guerra e nella Brigata Catanzaro. Alcuni furono parenti lontani di persone che conosco ed alle quali è pervenuta la notizia delle memorie che sto commentando, ma è accaduto dopo 90 anni ! Non è mai tardi, tuttavia. Devo ringraziare la famiglia di Francesco Armogida, in particolare suo figlio Remigio per avere permesso la pubblicazione di queste pagine che, allo stato, sono le uniche emerse in Calabria riguardanti una Brigata eroica e controversa, protagonista di eventi ripresi dagli storici della Grande Guerra di ogni parte del mondo. Di essa mi occupo da due anni e dovrei raccontare,a mia volta, il corso degli eventi che hanno fiancheggiato la ricerca, a volte in maniera incredibile. Le memorie di Francesco Armogida sono importanti e, per alcuni versi,contribuiscono a chiarire aspetti sconosciuti di alcune battaglie fra le quali, certamente, quella di Monte Mosciagh e della presa di Gorizia. Di entrambe ricorrono,quest'anno, il 90°anniversario. In quei contesti furono molti i calabresi protagonisti ma ignorati dalla storia fin qui nota. E' un documento importante la cui lettura provochera' emozioni diverse da questa breve e certo insufficiente introduzione. Credo, infine,che ringrazieremo tutti quell'antico soldato per averci lasciato questa emozionante eredita' che è contemporaneamente storica e profondamente umana. A me che ho avuto modo di approfondire molti temi legati alle vicende di quel conflitto fa dire un grande grazie perche' ha conservato, come raramente accade dalle nostre parti, il senso e il significato di una vita vissuta i cui valori apprendiamo, sentendoci parte della sua e nostra famiglia umana.
NOTE BIOGRAFICHE DI FRANCESCO ARMOGIDA
Francesco Armogida nacque a S.Andrea Jonio il 20-11-1891 ed era figlio di Giuseppe Armogida (1863-1951) e di Marianna Samà (1865-1945). Era il secondo genito (I° maschio) di una famiglia di ben 9 figli: 5 femmine, Caterina, Vittoria, Rosaria, Massimilla e Annina, e 4 maschi Francesco, Luigi, Giacomo e Giuseppe. Dopo aver ottenuto il diploma di III° elementare, per liberarsi dall'assillo paterno che lo avrebbe voluto agricoltore come lui ed aiutare insieme la famiglia numerosa, imparò il mestiere di muratore, ma l'esercitò poco perché presto dovette partire per il servizio di leva (giugno-dicembre 1912) e, poco dopo, essendo l'Italia entrata in guerra contro l'Austria, al Nord per la grande guerra , incorporato al 48° Reggimento Fanteria, di stanza a Catanzaro, ed assegnato alla 5a Compagnia. Congedato il 20 gennaio 1920, un anno dopo sposava Concetta De Rosi, nativa di Badolato, e da lei ebbe 5 figli: Giuseppe, Annina, Remigio, Rosa e Carmela. Continuò a lungo il mestiere di muratore e poi l'attività di\par commerciante di agrumi, olio e sansa insieme agli altri 3 fratelli e al cognato Francesco Varano, coi quali formò la Ditta F.lli Armogida, che rimase in vita sino alla fine degli anni 50 del secolo scorso. Comunque, in lui rimase sempre vivo l;amore per la campagna, alla quale esclusivamente si dedicò nel periodo successivo. Morì il 20 dicembre1987.
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