Tenente del 141° Reggimento Fanteria - Brigata Catanzaro
Vi è anche per il combattente un'ora di pace e di raccoglimento: quella che accompagna il tramonto. Durante l'interminabile giornata, nei periodi di sosta o di preparazione, il fante lavorava a scavar la roccia, a costruir camminamenti, ad approfondir trincee. La notte era veglia: chi montava di vedetta, chi scendeva a prender il rancio, chi usciva a fortificare il reticolato; ma nell'ora che accompagnava il tramonto, quando nella Patria che sembrava così lontana le mille campane suonavano l'Ave Maria, allora il combattente si raccoglieva in se stesso e pensava e pregava.
Pensava ai cari lontani e nel suo animo si ridestavano i ricordi soavi; si dimenticava le tribolazioni, il lungo calvario, e si lasciava cullare da vaghe speranze. Talora, percorrendo le trincee avanzate, si assisteva a uno spettacolo commovente: a gruppi, i soldati erano riuniti, in ques'ora di dolce ristoro, e recitavano il rosario. Ognuno di loro aveva in mano un sacro ricordo: chi percorreva con la mano rossa di fango la lunga fila della corona, chi contemplava una immagine santa ricevuta con un bacio dalla madre prima della partenza, chi mirava, con gli occhi bagnati di lacrime, il ritratto di qualche persona cara. E tutti insieme recitavano sommessamente l'Ave Maria; i più lontani raccoglievano la voce o ripetevano le ultime parole della preghiera.
Così in quei rozzi petti, abituati alla lotta con l'uomo, trovava luogo la pietà; in quegli occhi, abituati a veder scorrere quasi con indifferenza il sangue, brillavan le lagrime, appena il pensiero della famiglia si ridestava più intenso nella pace della sera, appena il sentimento della religione li trasportava lungi dal campo della lotta, in un mondo dove domina la pace e la fratellanza. Il sole, tramontando, tingeva di rosso il mare lontano, laggiù verso Grado, dove va a trovar riposo il rapido Isonzo; dietro si stende l'ampia pianura friulana coi suoi ridenti paeselli: ma di fronte stava la morte: le colline del Carso, quando calava la tenebra, apparivano nella loro tetra sterilità e di tanto in tanto s'illuminavano sinistramente ai bagliori delle vampate dei cannoni.
LA CHIESETTA DI DOBERDO (pag. 51)
Le strade che, partendo da Sagrado, da Redipuglia e Selz, salgono tortuose lungo le pendici della muraglia carsica, s'incontrano, convergendo, sul pianoro nel punto in cui sorge il villaggio di Doberdò. Centro di questa sterile e sassosa regione, offrì ospitalità a poche decine di famiglie, rappresentanti di quella razza slava che - pian piano - veniva migrando verso il nostro bel Paese. Esse fuggirono all'inizio della guerra lasciando i pochi arredi e trascinando con sè gli scarsi armenti. La furia bellica ridusse presto il villaggio di Doberdò un cumulo di macerie; chè le artiglierie, fin dall'epoca in cui le nostre truppe lottavano sanguinosamente e strenuamente al di là dell'Isonzo sui baluardi del S. Michele, del Sei Busi e sulle colline di Selz, Vermegliano e Monfalcone, presero di mira quella località, quale punto strategico e logistico del nemico. Quando, dopo le epiche giornate dell'agosto 1916, i nostri soldati, con magnifico slancio, si spinsero fino al vallone di Doberdò, trovarono il paese distrutto dal nostro fuoco. Da allora anche l'ira nemica infuriò sul disgraziato villaggio. Come tutti gli edifici, anche la povera chiesetta fu ridotta in rovine; solo un muro rimaneva intatto; gli altri erano diruti o screpolati; il tetto, squarciato, lasciava vedere il cielo. I nostri fecero del luogo pio, alla meglio riattato, una sezione di sanità, alla quale ben presto affluirono i numerosi feriti delle battaglie sanguinose. Nell'interno della Chiesa non più arredi, non più sacre immagini: solo erano rimaste, nella furia distruttrice, un S. Francesco sui gradini dell'altare maggiore e l'immagine della sesta stazione, il Cristo che porta la croce. E il luogo senza preghiere si convertì in luogo di dolore; sulla paglia venivano adagiati i feriti scendenti dal triste ma glorioso calvario; erano essi gli umili fantaccini che col 13° Corpo d'Armata si coprirono di gloria a q.208 Nord, Nova Vas, q.208 Sud; erano i fanti delle Brigate Salerno (89° - 90°), Chieti (123° - 124°), Padova (117° - 118°), Catanzaro (141° - 142°) e di altre non meno gloriose. Verso la metà di settembre 1916 incominciarono le azioni sanguinose che - interrotte spesso dal mal tempo - portarono in quel mese e nel successivo, alla conquista di munitissime posizioni avversarie. I sacrifici di vite eroiche furono ingenti: dietro le linee di combattimento, nelle doline, lungo i camminamenti, nel vallone si moltiplicarono in breve i rustici cimiteri, che danno a quei luoghi un senso mesto di religiosità. I meno sfortunati fra i combattenti lasciarono, per gloriose ferite, le linee di fuoco e - con triste calvario - a tappe dolorose, popolarono gli ospedali; guarirono e ritornarono, fatti più gagliardi per la superata prova. Di notte, provenienti dalle retrovie nelle quali aveano atteso riposando e preparandosi, affluivano i fantaccini diretti alle linee di combattimento dove li aspettavano i fratelli stanchi ed esausti dalle battaglie. E tutti, in religioso silenzio, sfilavano, curvi sotto il peso delle armi e degli arnesi di trincea, lungo le strade petrose che menavano al luogo della lotta. E passavano, mesti ma non avviliti, come persone che sanno d'andare al glorioso sacrificio, ma pensano ai genitori, alle mogli, ai figli che avevan lasciati nel pianto; passavano attraverso il paesello diruto, davanti alla chiesa dove si gemeva. Una fioca luce rischiarava, là dentro, le tenebre; le barelle entravano e deponevano i gloriosi feriti della notte. E il fantaccino che moveva alla pugna, sostava davanti a quel sacro luogo di dolore e, compreso di pietà, sussurrava una prece; taluno si faceva il segno della croce e piegava il ginocchio, pur sotto il peso del grave fardello. E continuavano il triste viaggio e incontravano altre barelle, portate a braccia e raccoglievano il gemito di altri sofferenti. Talvolta si sentiva fare, da chi precedeva al compagno che seguiva, un commosso invito: "Fa largo: passa un ferito". Talvolta il gemente, reduce dalla fiera lotta, chiedeva al fratello che andava a sostituirlo: "Per carità, un sorso d'acqua". E il fante si fermava, s'accostava alla barella e, con l'atto amoroso di una madre che solleva il capo al figliolo infermo, porgeva alle labbra aride del ferito le ultime gocce d'acqua serbate nella sua borraccia.
- meminisse iuvat -