Iscrizioni, fregi, cippi, lapidi e graffiti della Grande Guerra : appassionanti testimonianze di stagioni e avvenimenti che appartengono ormai soltanto alla storia *

Di Roberto Belvedere

Da ragazzino, negli anni sessanta, accompagnavo spesso mio padre nel suo andar per funghi. Ci si alzava prima dell'alba e in Vespa si risaliva il Costo e la sempre fresca e umida Val Canaglia fino a giungere al Ghertele e al Passo Vezzena; chiedevo spiegazione di nomi strani letti lungo la strada come "Osteria alla Tagliata" o "all'Antico Termine" : erano i primi incontri con i luoghi della Grande Guerra. Cercando nelle faggete e sotto gli abeti l'agognato boletus edulis spesso mi imbattevo in lunghi avvallamenti del terreno, in caverne e cunicoli scavati nella roccia; mio padre esaudiva le mie richieste parlandomi di trincee e opere costruite durante la Prima Guerra Mondiale. Lì dentro di esse, mi diceva, vissero e combatterono, cercando di uccidersi a vicenda, migliaia di soldati italiani da una parte, e austriaci dall'altra: mi veniva in mente il bambino tedesco con il quale avevo giocato a calcio in spiaggia l'anno prima e a me era simpatico. Incuriosito ed anche un po' impressionato dalla vastità dei manufatti cominciai a perlustrare con attenz ione queste opere trovandovi spesso oggetti arrugginiti come bossoli, cartucce, gavette, scatolette vuote e pezzi di stufette di lamiera ondulata (già in quegli anni era diventato difficile trovare in superficie baionette o elmetti). Ma quello che mi turbava maggiormente erano le lapidi isolate dedicate a soldati caduti, in quanto stavano lì a testimoniare il luogo esatto ove successe il fatto e che spesso riportano la causa della morte ("....cadde colpito in fronte mentre ritto sulla trincea contesa guardava con amore alla sua casa posta ai piedi dello Spitz in territorio occupato dal nemico"); con l'immaginazione dei miei dieci anni vedevo (in bianco e nero) l'alpino stramazzare al suolo con un foro al centro della fronte proprio dove ero io, in quel pezzetto di terra inondato di luce e coperto di fiori profumati.

Verso la fine degli anni ottanta toccò a mia volta dare spiegazioni a mio figlio durante le numerose escursioni sulle nostre montagne; però non si andava per boschi a raccogliere funghi, ma si saliva sulle cime utilizzando spesso i percorsi ideati e realizzati dai soldati di quel periodo (la strada delle 52 gallerie sul Pasubio, la galleria di mina del Castelletto di Tofana o in Ortigara). Sentii il bisogno di documentarmi, cominciai a leggere la bibliografia specifica: Gianni Pieropan mi catturò per primo, seguito dagli scrittori testimoni del tempo come Ardengo Soffici, Carlo Salsa, Paolo Monelli, Attilio Frescura da una parte e Fritz Weber, Viktor Schemfl dall'altra. Nacque così per caso l'idea, diventata poi passione, di fotografare sistematicamente tutte le testimonianze in cui mi imbattevo e che personalmente ritenevo interessanti; poi cominciai ad effettuare escursioni mirate : M.Novegno, Pasubio, Altipiani, Grappa, ecc. Immortalavo soprattutto i monumenti commemorativi tronfi di retorica del periodo del regime ("Al cospetto d'Italia tutta il Battaglione Lombardo V.C.A. nel MCMXV su questi secolari graniti la sua breve luminosa storia scriveva - Comitato MonteBaldo 12.VI.1931-IX ) e talvolta trascuravo invece certi "segni" incisi sulla parete di roccia di una galleria che riportavano il nome di un reparto o il cognome e il grado di un soldato. Durante un'escursione sulle Alpi Giulie conobbi Antonio Scrimali, scrittore e ricercatore di testimonianze della Grande Guerra già famoso nell'ambiente; mi faceva da guida nella visita al M.Vodice e al M.Santo. Fu lui a farmi capire la grande importanza di certi "segni" da privilegiare nella ricerca anche con finalità di censimento e catalogazione perchè gli agenti atmosferici, con la loro opera disgregatrice e talvolta l'inciviltà e l'ignoranza di taluni, li avrebbero resi sempre più rari a vedersi.

Da allora la mia attenzione si è rivolta quasi esclusivamente a trovare e fotografare le cosiddette "Iscrizioni" che possono essere costituite da artistici fregi "ufficiali" di reggimenti e battaglioni cementati nelle trincee o sui ricoveri o anche da semplici "graffiti" fatti da umili soldati che nel cemento fresco della postazione hanno inciso il loro nome o lasciato qualche massaggio per essere ricordati. Si tratta di una ricerca appassionante, ma non sempre facile: spesso il sentiero che portava ad una postazione in caverna è franato e bisogna scalare una parete con difficoltà alpinistiche o il manufatto che si cerca risulta di difficile individuazione a causa della vegetazione che è tornata ad essere fitta e rigogliosa dopo la devastazione di quegli anni e l'abbandono dei residenti; a volte, sono necessarie due o più "spedizioni". Quando, però, finalmente si riesce a rintracciare e a raggiungere un nuova testimonianza da tempo immaginata, si viene colti da un'emozione stupenda che ripaga di tutti gli sforzi fatti: il posto, quasi sempre silenzioso e solitario, sembra emanare ancora l'atmosfera che vi regnava ; nell'appoggiare le mani, nel cercare di leggere, di interpretare, nel ripassare con il carboncino le lettere dell'iscrizione mi sembra di percepire gli stessi gesti fatti dalle mani dell'autore, i suoi pensieri creativi e i commenti dei compagni attorno, ragazzi costretti a vivere e a combattere in quei luoghi impervi, in ogni stagione e con qualsiasi tempo. E' un momento d'incanto, meglio se lo posso assaporare da solo, senza che alcuna voce rompa il silenzio, senza alcuna fretta, ascoltando solo il vento e i rumori della natura. Negli ultimi anni ho scoperto altri come me, che in modo spontaneo, hanno coltivato la stessa passione; entrare in contatto con loro è stato come quando si è all'estero e si incontrano persone che parlano la tua stessa lingua; una miniera di scambi informazioni utili a nuovi ritrovamenti. Ci si confronta anche sulla tecnica fotografica utilizzata: io preferisco le stampe a colori come Massimo da Cornedo; Antonio da Rovereto le diapositive; Valter e Luca da Zugliano hanno raggiunto livelli professionali utilizzando pellicole in bianco e nero, grandangoli spinti e poi sviluppando e stampando le foto di grandi dimensioni in proprio con risultati eccezionali. E come spesso accade, quando una passione accomuna, possono nascere delle belle amicizie e condividere dei momenti emozionanti in luoghi carichi di Storia.

TIPOLOGIE DI ISCRIZIONI ITALIANE E AUSTROUNGARICHE

Questo tipo di opere può essere suddiviso nelle seguenti categorie :

A)Lapidi e cippi dedicati ai soldati caduti
B) Iscrizioni a testimonianza dell'esecuzione di importanti opere belliche.
C)Fregi, targhe e cippi.
D)Graffiti di singoli soldati.

A) La prima tipologia è facile a vedersi per la presenza sui nostri altipiani di alcuni cimiteri militari, specialmente inglesi (Magnaboschi, Cavalletto, ecc.) e austroungarici (Mosciagh, Folgaria, ecc), ma soprattutto di lapidi singole sparse; purtroppo i numerosissimi e commoventi cimiteri di guerra italiani sono stati soppressi negli anni venti/trenta e sostituiti dai giganteschi Sacrari Militari (Grappa, Laiten, ecc.). Oltre al nome del caduto spesso riportano la causa della morte o la dedica dei commilitoni che, ne ricordano il sacrificio. Molto significativa la scritta presente nel Cimitero degli Arditi sul M.Zugna che recita "Caduti per la loro Patria qui giacciono Italiani e Austriaci fratelli nella morte" Da parte austriaca sono ancora ben visibili monumenti di grandi dimensioni che celebrano con tono di maggior ufficialità la memoria dei loro caduti (es. Campo Gallina); anche le singole lapidi, al confronto con quelle italiane, rivelano una maggior enfasi nel commemorare i caduti "treu bis in den Tod" (fedeli fino alla morte) o "hier ruhen die Helden" (qui riposano gli eroi).

B) Al completamento di un'opera militare (gallerie, osservatori in caverna, strade, acquedotti, ecc.) molto spesso veniva apposta una targa ricordo dai reparti che contribuirono alla sua esecuzione; sono note le iscrizioni "ufficiali" per imponenti opere come il monumentale portale della prima galleria della Strada delle 52 gallerie del Pasubio che oltre alle centurie di lavoratori territoriali che contribuirono alla realizzazione reca il motto : "Ex arduis perpetuum nomen" (da ardue imprese fama eterna) o sopra l'ingresso della cannoniera di Cima Grappa : "Gruppo Lavoratori Gavotti - GALLERIA VITTORIO EMANUELE III -1916"

C) Questo tipo di testimonianza è molto diffusa anche se non sempre facile da trovare; spesso i vari reparti segnalavano l'esistenza sul luogo di un particolare servizio (deposito esplosivi, telegrafo, ospedale, sorgente d'acqua, ecc.) o la loro presenza in quel punto del fronte. Reperti interessanti sono stati lasciati anche da reparti combattenti di nazionalità diversa da quella italiana e austriaca. Nell'esercito austriaco prestavano servizio unità di lingua italiana, ungheresi, cecoslovacche, slovene, croate, ecc. Al Passo della Borcola in una caverna una lapide riporta la seguente scritta : "K.u.K. 4 R. di TKJ - MG Komp. III - Ricordo dei lavoratori Pvogher Huoz/Gennaio 1917" (probabilmente si trattava di trentini). Nelle file dell'Italia, oltre agli inglesi e ai francesi, combattè con spirito irredentistico, anche la Legione Cecoslovacca che ha lasciato, ad esempio nella zona del monte Baldo, lapidi in lingua ceca. Reparti croati (interessante lo stemma con i colori della Croazia e la parola Stato: siamo nel 1918 e anche da questi particolari si intuisce che l'esercito austroungarico non è più lo stesso) e sloveni presenti sull'Altopiano di Asiago hanno lasciato messaggi nella loro lingua.

D) L'ultima tipologia, quella dei "graffiti", nasceva dall'iniziativa del singolo soldato che voleva testimoniare la propria presenza in quel punto del fronte. Di solito si tratta di "firme" sul cemento fresco della postazione o sulle rocce fatte con la baionetta o altri strumenti appuntiti riportanti il nome e cognome, la classe, il reparto di appartenenza; altre volte viene lasciato un accorato messaggio di speranza : M.Zugna "E morrà a casa sua" , M.Pal Piccolo "Negli anni più belli la vita più triste", "Mamma tornerò". Sono i meno appariscenti, i meno "artistici", ma senza dubbio i più emotivamente coinvolgenti.

 

Altre e numerose informazioni su questo argomento si possono trovare nell'articolo di Antonio Zandonati apparso sul n. 78 degli "Annali del Museo Storico Italiano della Guerra" di Rovereto.

(*) Articolo pubblicato sul N° 4 anno 2003 del numero unico della Rivista dell'Associazione Ricercatori Storici IV Novembre di Schio "Forte Rivon"

 

Vedi anche Fregi ed iscrizioni nei luoghi della Grande Guerra

 

 

 

 


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