L'ospedale militare da campo (prima italiano poi austriaco) sito in Villa Biaggini-Ivancich a S.Michele al tagliamento durante la Grande Guerra

di Galasso Massimiliano

Dall’inizio della Grande Guerra e fino all'autunno 1917 il fronte orientale italiano si stabilizzò presso la linea del fiume Isonzo, e cioè a circa 40 km dal Tagliamento. La zona d'operazioni del Basso Friuli era affidata alla IIIa Armata (comandata dal duca D'Aosta, cugino del Re), il quale, oltre che a far operare i suoi uomini a ridosso delle linee, usufruì subito dell’accogliente pianura veneta installando opere militari di supporto nelle retrovie, zone distanti dai combattimenti ma comunque “territori dichiarati in istato di guerra” (come da R. Decreto emanato d’urgenza il 22 maggio '15) : cioè tutti i comuni costieri e tutte le province della Venezia- Giulia. A San Michele al Tagliamento, presso la barchessa della villa padronale dei Biaggini- Mocenigo (requisita già dal 1915 come servitù militare) trovò sede uno dei 46 grandi ospedali d'Armata (cioè con oltre 100 posti letto) della retrovia isontina.

Fu scelta la villa Biaggini- Mocenigo perché si trovava in una zona rapidamente raggiungibile dal fronte, grazie alla vicinanza con la ferrovia (come l'edificio della scuola “De Amicis” e il palazzo della C.R.I. di Latisana, in cui sorsero rispettivamente l'ospedale da campo n. 047 e il Posto di Ristoro ed infermeria per i feriti in transito, gestito dalle “dame” del comitato della Croce Rossa) e con l’agevole strada della “Triestina Bassa”. Da segnalare poi anche la vicinanza di San Michele alla Litoranea Veneta, canale artificiale passante per Bevazzana che fu largamente utilizzato durante le grandi offensive carsiche per lo sgombero dei feriti, i quali di notte venivano caricati su delle chiatte militari rimorchiate poi da dei traghetti (ed opportunamente dotate di segnalazioni luminose crucifomi, affinchè non venissero mitragliate dagli aerei nemici in sorvolo) lungo questo canale e trasportati rapidamente dalle sudicie trincee del Basso Carso fino alle capienti strutture ospedaliere del Veneziano.

Nel tragitto, in chiesette o edifici posti presso le rive del Canale Navigabile, sorsero anche dei piccoli posti di accoglienza per i feriti in sosta o per quelli che, troppo gravi, dovevano essere fatti scendere ed operati d’urgenza (come a S.Antonio del Turgnano, Caorle, Jesolo).

L’Ospedale da Campo d’Armata n. 232, di villa Biaggini, era capiente di circa 200 posti letto (sicuramente in certi momenti, come durante le offensive dell'estate del '17, quando si riversarono in retrovia oltre 100.000 feriti in pochi giorni, di degenti si trovò a ospitare anche il doppio); venne gestito dalla Croce Rossa Italiana e da personale medico del Regio Corpo di Sanità Militare coadiuvato da medici civili e infermiere del luogo, come il dott. Dante Ambrosio, e da un nutrito gruppo di cappellani militari alloggiati in canonica a S. Giorgio. Trovandosi abbastanza distante dalla zona dei combattimenti, venne utilizzato per ricoverare malati, feriti già medicati e in via di guarigione, militari in convalescenza post-operatoria e per sottoporre ad interventi chirurgici i feriti meno urgenti, allontanati dalle prime linee tramite le Sezioni di Sanità o le autoambulanze. Restò in attività per 2 anni, dall'ottobre 1915 al settembre 1917 e vi vennero ricoverati, oltre a migliaia di soldati della IIIa Armata messi fuori combattimento durante le ultime grandi “Battaglie dell’Isonzo”, anche un notevole numero di militari dell'esercito austroungarico (moltissimi ungheresi, moravi, cechi, croati, perché sul Carso furono utilizzati perlopiù reparti slavi) feriti in azione e catturati.

Addirittura fino alla prima metà dell'anno 1916 furono proprio i prigionieri a prevalere: in quel periodo infatti si ha notizia di 200 soldati austroungarici catturati sul Carso e ricoverati in villa Biaggini, tra cui spiccava un alfiere a cui furono amputate entrambe le gambe (4 ottobre '16).

Eccezionalmente vi furono ricoverati, e più spesso medicati dopo infortuni sul lavoro o in seguito ad esplosioni di materiale bellico abbandonato, anche i civili del luogo, come Melania Zoccolan (1899-1998) di Alvisopoli, portata a Villa Biaggini nella primavera 1918 in seguito al ferimento di un piede durante dei lavori di mietitura. Durante l'intervista da me effettuata ricordò l'ospedale militare come un edifico bianco, dove c'erano un nutrito numero di soldati fasciati, a cui mancavano braccia e gambe; distesi o seduti sulla prima sala dopo la porta e anche sul cortile. Parlò anche di un fortissimo odore di iodio misto a sangue (probabilmente generato dalla bollitura, praticata a scopo sterilizzatore, delle bende imbrattate di sangue e tintura di iodio appena levate dai feriti) e doveva essere stato davvero nauseante, visto che fu il primo ricordo a balzarle fuori dalla memoria quando le domandai di descrivermi la struttura ospedaliera. Il medico militare la fasciò, le fece un'iniezione e fu rispedita a casa.

In seguito alla ritirata del Regio Esercito dal fronte carsico fino al Piave, dopo la rotta di Caporetto (primi di novembre dell'anno 1917), la struttura venne abbandonata; i degenti trasportabili furono trasferiti con dei carri verso Treviso dagli addetti della Sanità Militare italiana, ma non furono sgomberate le brande e i letti a castello che riemipivano gli stanzoni della villa Biaggini, alcuni dei quali ancora occupati dai feriti più gravi.

Così vi si stabilì già dal novembre '17 il personale medico austroungarico, proveniente dal Carso, dell'Isonzo Armèe, e vi installò il K.u.K (Kaiserlich und Königlich, imperiale e regio, sigla riservata a reparti della “vecchia Austria” a dipendenza del Ministero della Guerra) FELDSPITAL n. 1602, un ospedale da campo di retrovia, dipendente dal Distretto di Sanità Militare Austroungarico di Portogruaro (sede del grande Felspital n. 1004).

L'ospedale da campo austroungarico si trovò a curare, oltre che alle centinaia di feriti delle battaglie dell'inverno '17 e dell'estate '18 sul Piave, anche la fiumana di soldati che quotidianamente venivano allontanati dal proprio reparto perché colpiti dalla malaria, dalla “febbre spagnola”, o perché abbattuti dal deperimento organico causato dalla mancanza di cibo e medicinali.

Scrive don Trobetta, parroco di Ronchis, nella data 30 giugno 1918 (cioè subito dopo la Battaglia del Solstizio, scontro che arrise decisamente alle Armate italiane), sul suo diario Alla Mercè dei Barbari: “A S.Michele sono ritornati nella proporzione del 10% i pontieri disfatti ischeletriti: raccontano che sono stati cinque giorni senza veder cibo: un sergente di tutta la sua Compagnia ha riportato 10 uomini……” e in data 5 settembre '18: “Horak mi riferisce che all’ospedale di San Michele è smontata una colluvie di malarici.”

C'è testimonianza anche di alcuni prigionieri italiani, ufficiali e soldati, catturati sul fronte del Piave e ricoverati in villa Biaggini, a cui andò la solidarietà dei sanmichelini e del parroco, don Nicola Nadin, che li riforniva di alimenti e a cui spesso faceva visita: “…Don Nadin […] mi racconta mirabilia degli abboccamenti avuti più volte con due Ufficiali prigionieri italiani degenti al Feldspital 1602. Questo bello, bellissimo tipo d’anima squisitamente italiana ha fatto in paese una colletta per i 2 Ufficiali derubati di tutto il loro avere ed ha raccolto per loro e per i soldati prigionieri feriti oltre 100 uova!....” scrisse sempre don Trombetta nel suo diario dell’occupazione austroungarica in data 20 giugno '18.

A metà dell'anno 1918, mentre il chinino (medicinale indispensabile nella cura della malaria) stava definitivamente finendo, ebbe il culmine la violenta epidemia di “febbre spagnola” scoppiata nell'Italia settentrionale all'inizio del 1918 (e che verrà debellata solo dopo oltre un anno). Nella zona costiera tra Caorle e Grado il picco d'infettività tra la popolazione fu del 55% e del 47% nelle zone limitrofe a Latisana; causò, nelle zone invase, la morte di 210.000 civili (nella Bassa il picco di mortalità fu del 50‰) e decimò intere divisioni austroungariche di stanza in Italia. Tra le truppe Asburgiche operanti sul basso Piave l'infettività toccò picchi dell'80- 90%, e la grande maggioranza dei degenti del 1602° Feldspital, come quelli degli altri ospedali militari contumaciali e lazzaretti sparsi nel Veneto, di quell'estate '18 fu ricoverata per i sintomi della spagnola o della malaria. Come detto poco sopra dal don Tite Trobetta, il 5 settembre 1918 fu dirottato in villa Biaggini un nutrito convoglio di malarici provenienti dal Piave (abbandonati a loro stessi in mezzo allo sfacelo dell’Impero Asburgico e all'odio nascente tra le etnie che lo componevano) e da quella data fino al 31 ottobre dentro le stanze di villa Biaggini morirono per il sopraccitato morbo oltre 200 militari austroungarici tutti frettolosamente sepolti in una fossa comune presso il camposanto di San Michele.

L’apparato sanitario del 1602° Feldspital fu evacuato dal personale medico austroungarico in tutta fretta il giorno 2 novembre 1918; i degenti autosufficienti riuscirono ad issarsi su carri e cavalli e fuggire, mentre i malati che non riuscirono a scappare con le loro gambe furono abbandonati dal loro esercito, incalzato dalle avanguardie italiane, a loro stessi, tanto che toccò al parroco di S. Michele, don Nicola Nadin, dare conforto e poi sepoltura agli ultimi morenti. Lo stesso parroco, nei Registri degli Atti di Nascita della Parrocchia di San Michele Arcangelo, scrisse: “Feci da sacerdote, da medico, da infermiere. […] 2 novembre (del 1918, n.d.a.): Oggi ho seppellito tre soldati austro-ungarici (uno dei quali forse era un italiano prigioniero) lasciati dal Comando dell’ospedale 1602, perché dovette scappare precipitosamente, per non essere fatto prigioniero dai nostri.”

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1) Stefan Bauer, fante austriaco morto in prigionia nell’Ospedale da Campo 232 nel 1915.
2)Dal muro dell’edificio adibito originariamente a cantina della Villa Biaggini- Ivancich sono apparsi, dopo la scomparsa dell’edera e lo scrostamento della vernice porpora superficiale consistenti tracce della scritta “OSPEDALE DA CAMPO”, rossa su fondo bianco, sicuramente opera del periodo bellico.

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