CARLO DELCROIX (1896- 1977)

di Galasso Massimiliano

Nato a Firenze il 22 agosto 1896, fu convinto interventista e dopo aver frequentato nell'ottobre del 1915 la scuola di modena per allievi ufficiali ne uscì nel febbrario del '16 come aspirante ufficiale . Le esperienze militari per Carlo Delcroix iniziarono nella primavera 1916, quando raggiunse il 3° reggimento bersaglieri, in forza alla 18a Divisione, di stanza sul settore alpino. Il destino volle che il Delcroix rimanesse tra la Marmolada e il Col di Lana per tutto il servizio al fronte, e che parte di lui ci rimanesse addirittura per sempre. Il 17 aprile Delcroix partecipò col suo reggimento alle sanguinose azioni per la conquista del Col di Lana, monte la cui vetta fu fatta brillare tramite una mina e ripetutamente attaccata dai fanti italiani. Promosso sottotenente in maggio dello stesso anno fu trasferito presso la 17a Divisione, e partecipò alle battaglie per la conquista del monte Sief e della Mesolina, durante la quale si distinse per il coraggio con cui guidò il suo plotone all’ assalto dei bastioni del Sasso di Mezzodì. In quei luoghi la battaglia divampò violenta per mesi, con migliaia di morti. Il 15 agosto prese provvisoriamente il comando di una sezione lanciatorpedini “Bettica” di stanza presso il forte La Corte, e in settembre passò a comandare una sezione lanciabombe, incarico che ricoprì però per soli due mesi perché c'era bisogno di ufficiali in linea. Infatti nel novembre 1916 fu posto al comando di una neocostituita sezione speciale di mitragliatrici reggimentale: questa unità del 3° bersaglieri era dotata di armi austroungariche Schwarzlose catturate al nemico nei mesi precedenti. Il sottotenente Delcroix e i suoi uomini furono da subito mandati a presidiare le trincee del Serauta, in zona Marmolada, a circa 3.000 metri di altitudine, in una parete perennemente innevata ed aspra, e ci restarono per tutto l’ inverno. L’ inverno ’16 -’17 fu rigidissimo, di giorno, sotto il sole, c’erano sempre alcuni gradi sotto zero, di notte e durante le forti nevicate dicembrine si toccarono anche i –30°. Delcroix e i suoi bersaglieri dovettero farsi in quattro per riuscire a posizionare le mitragliatrici, che col freddo non sparavano, presidiare sotto la bufera le trincee, scavarsi dei ricoveri nella neve e gestire le corvee per i rifornimenti di viveri e munizioni, visto che il tragitto fino al deposito era lungo e di inaudita difficoltà. I cadaveri dovevano restare insepolti e venir portati giù a spalla, seppellirli nella neve era vietato per non correre il rischio di infettare la neve che veniva sciolta e bevuta in gran quantità.

Ai primi di gennaio 1917 venne nuovamente trasferito, lasciò i suoi bersaglieri e passò alle dipendenze del Comando di Reggimento che lo incaricò di dirigere gli urgentissimi lavori di sgombero dei cumuli di neve riversatisi sulle mulattiere della Marmolada in seguito alle valanghe che funestarono l’ultima metà del dicembre ‘16, (giorni in cui gli enormi ammassi di neve appena caduta scivolarono a valle sotto l’ effetto del vento di Föhn che improvvisamente si mise a soffiare, seppellendo centinaia di alpini che dormivano nelle loro baracche), lavoro che compì con scrupolo tale da terminarlo in brevissimo tempo tanto che a febbraio già fu rimandato a comandare una sezione di pistole mitragliatrici Villar Perosa nelle trincee del monte Mesola.

Promosso tenente, nel febbraio 1917 lasciò definitivamente incarichi di comando e passò alle dipendenze della Divisione, stabilendosi sotto il bastione della Marmolada, a Malga Ciapela, presso il comando del Battaglione alpini Val Cordevole, con l’incarico di istruire i neocostituiti reparti di arditi “Fiamme verdi” al lancio delle bombe a mano. E proprio qui avvenne il tragico incidente che mutilò Carlo Delcroix. L’ 11 marzo, mentre stava eseguendo con un gruppetto di arditi un’esercitazione presso la vallata che fungeva da poligono, iniziò una forte nevicata che lo costrinse a sospendere l’addestramento e a ritirarsi nel rifugio. Causa la neve che copriva abbondantemente il terreno, la squadra di artificieri deputata alla rimozione degli ordigni inesplosi restati sul terreno non uscì a bonificare la zona. Nevicò tutta la notte e il giorno 12, mentre il Delcroix era in mensa con gli altri ufficiali della 206a compagnia del “Val Cordevole”, da fuori si udì una forte esplosione: un bersagliere che scendeva dalle prime linee, passando attraverso il poligono per il lancio di bombe a mano, che comunque non era delimitato da alcun cartello di pericolo, aveva calpestato un ordigno inesploso sotto la neve che gli scoppiò tra le gambe; il ferito restò insanguinato ed agonizzante a terra per molti minuti perché i barrellieri avevano paura di attraversare la zona disseminata di bombe e morì subito dopo. Delcroix  si sentì direttamente responsabile dell’ accaduto, e per evitare altre disgrazie, visto che quella notte da là sarebbero passate alcune squadre di corvee provenienti dalle trincee, decise di agire immediatamente. Rintracciò il caporale Capezzali, comandante della squadra artificieri, e gli intimò di mettersi al lavoro. Le bombe a mano inesplose giacevano nascoste sotto alcuni centimetri di neve, e rastrellare un poligono in quelle condizioni era pericolosissimo. Il caporale Capezzali si irrigidì tremante e con gli occhi sbarrati dalla paura, allora Delcroix non se la sentì più di dargli un simile ordine, decise di far allontanare tutti e si mise a bonificare egli stesso il poligono, anche se i colleghi glielo sconsigliarono vivacemente. Per tutto il pomeriggio, coi vestiti bagnati, intirizzito dal freddo e dalla neve che continuava a cadere, il tenente Delcroix setacciò con le mani il terreno innevato palmo a mano, facendo brillare gli ordigni inesplosi in condizioni di sicurezza. A sera trovò un petardo offensivo che era stato lanciato senza che la fettuccia di sicurezza venisse tolta. Lo prese per lanciarlo in mezzo al sottostante torrente Pettorina, ma in quell’ istante la bomba gli scoppiò in mano.

Il tenente Minghetti, accorso fuori tra i primi, descrisse così l’ orrenda scena del ferimento dell’ amico Carlo: “Delcroix era sulla neve, in una pozza di sangue. Aveva perduto le mani e gli occhi ed appariva ferito in molte altre parti del corpo. […] Gli occhi afflosciati e senza vita erano imbevuti di sangue nero, il viso e le labbra gonfie erano come bruciati dalla vampa dell’ esplosione. Centinaia di schegge gli si erano conficcate in tutto il corpo, specialmente nell’ addome e nel torace, con ferite profonde[…] I moncherini delle braccia mostravano un impasto sanguinolento di muscoli, tendini, nervi e ossa violentemente spezzate.” Il medico di Malga Ciapela, il tenente Ravazzoni, raccolse subito il corpo di Delcroix e si prodigò immediatamente per suturare il grave squarcio che aveva sul petto e sulle braccia e per liberare la gola del ferito dal mucchio di pezzi di denti, di gengive e di terra che non gli permettevano di respirare. Lo dettero per spacciato, ma in quel corpo martoriato c’era ancora l’ animo avido di vita di un ventunenne e riuscì a sopravvivere alle prime critiche ore passate a Malga Ciapela e al successivo trasporto in autoambulanza presso l’ ospedaletto n. 057 di Caprile. Il ferito, benchè febbricitante e quasi dissanguato, restò sveglio per tutta la notte, e si rivolse al medico Ravazzoni dicendogli di non perdere tempo con lui, che si sentiva di dover morire ma non aveva paura." mi spiace di non essere rimasto sotto i cavalli di frisia del Sasso di Mezzodì!" diceva.

Per l’ abnegazione al dovere che dimostrò quel 12 marzo nello sminare personalmente il poligono fu decorato Medaglia d’ Argento al Valor Militare. Ricoverato a Milano e Torino, riuscì a superare con notevole forza d’ animo il fatto di aver perso le mani e la vista e dunque di aver finito di vivere la sua giovinezza come avrebbe sognato di fare, e si prodigò per tenere infuocati comizi inneggiando allo spirito guerriero italico. Tra il settembre 1917 e il novembre 1918 tenne 35 discorsi in tutta Italia, davanti a folle di militari e anche di civili, sviluppando una notevole abilità oratoria. Fu tra i fondatori dell’ Associazioni Mutilati ed Invalidi di Guerra e nel 1924 ne divenne il presidente. Delcroix si spense il 25 ottobre 1977.

FOTO
1. Carlo Delcroix
2. I mitraglieri di Delcroix sul Serauta
3. Spilla mutilati di guerra, anni '20

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Pagina del libro " I canti delle Trincee" di Cesare Caravaglios, dove è stato trovato che la famosa frase, che è presente anche nella Homepage del sito : " Tutti avevano la faccia del Cristo.....(...) " è da attribursi non ad autore ignoto, come si è sempre creduto, ma bensì a Carlo Delcroix, grande invalido di guerra.

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Carlo Delcroix per Gubbio

a cura di Fabrizio Cece

 In occasione della costruzione del monumento ai caduti eugubini nella Grande Guerra, inaugurato alla presenza del Re il 16 maggio 1924, Carlo Delcroix (1886-1977), grande mutilato e cieco di guerra, in risposta all’invito fattogli dall’eugubino Francesco Matteucci, mutilato pure lui e presidente del patronato del locale Istituto per orfani di guerra, così ebbe a scrivere:

Mio caro Matteucci

tu sai come tutte le vocazioni del mio spirito mi avvicinino alla Gente e alla tera del Santo Francesco e come tutti i ricordi e le speranze della mia vita mi avvincano ai miei compagni di sacrificio; puoi quindi misurare il mio rammarico di non potere accettare l’invito tuo che è quello di tutta la tua gente. Tu sarai buon interprete preso il Sindaco della tua Città Vetusta e presso i nostri compagni tutti della mia gratitudine e del mio rimpianto. Accetto di scrivere la dedica per il Monumento ma desidero averne una descrizione per potervi adattare le mie parole. Sono certo che quello di Maggio sarà nella terra mistica il più alto dei riti nella comunione della Vita con la Morte e desidero essere tenuto presente.

Ti abbraccio per tutti.

Carlo Delcorix

Il monumento eugubino rappresenta un possente fante bronzeo a guardia di una delle porte turrite della città, realizzata in pietra, e su cui sono scolpiti un cavaliere che guida le sue schiere e alcuni simboli araldici, proprio a significare la continuazione delle glorie locali, da cavalieri del Medioevo ai fanti della Grande Guerra. Sul retro della torre è fissata la lapide con il Bollettino della Vittoria del gen. Diaz.

 Dalcroix, avuta la descrizione, produsse la seguente epigrafe:

PER DECRETO DEL POPOLO CHE IN UN SOLO MONUMENTO
VOLLE CELEBRATI TUTTI GLI EROI E TUTTE LE VITTORIE
QUI NELLA STESSA GLORIA RIVIVONO E NELLO STESSO BRONZO
COI CAVALIERI DELLE PRIME IMPRESE I FANTI DELLE ULTIME BATTAGLIE
CHE ALLE SPERANZE NOVE LA CITTA’ E LA PATRIA CONSACRARONO
NEL FOCO E NEL SANGUE RISUSCITARONO LE GRANDEZZE ANTICHE

In occasione della ricorrenza dei morti del 2 novembre 1924 il periodico dell’Istituto Santa Lucia (orfanotrofio per i figli dei caduti in guerra) pubblicò un altro scritto di Delcroix, forse ripreso da qualche pubblicazione dell’illustre ex-combattente. Seppur con le avvertenze del caso - la prosa e lugubre e tenebrosa come si addiceva all’evento che si intendeva celebrare - mi piace riproporre questo brano a tanti anni di distanza:

novembre sacro

“E’ triste cantare la notte e la morte, ma vi sono notti stellate e morti eroiche, e nessuno può dire quante costellazioni riaccenda nel firmamento l’ombra della sera e quante canzoni ridesti sul mare, come nessuno può dire quanto lume di sogno e quale poesia di canto risusciti nell’anima la tenebra della sventura. Nessuno può sapere quante rose dovranno fiorire sui margini di una fossa, e quale segreto di vita sia contenuto in una bara, quanto e pegno di avvenire...

Ma gli uomini, educati all’orrore del sacrificio e al disgusto della fatica, al culto dell’effimero e all’ignoranza dell’eternità, più non vedono nella morte che un mistero di dolore senza speranza, un destino di orrore senza luce, una volontà di distruzione senza pietà; incitati a guardare nella greppia del prossimo, non videro la coppa tempestata di stelle offerta alla sete di tutti i viandanti; aizzati nella contesa vana del breve spazio tra la cuna e la tomba, non pensarono a possedere l’immensità; ma i beni che essi conseguirono non hanno mutata la loro miseria, e ogni frutto e ogni conquista divennero cenere sulle labbra e veleno nell’anima.

Così, noi andiamo cantando la morte che riavvicina l’uomo all’eterno, lo strappa alla nota dei comuni bisogni, dei quotidiani interessi, delle ambizioni mediocri e lo costringe a guardare più in là, a ricercarsi un Iddio e una fede e gli ridesta sul labbro la preghiera e gli scopre la verità nell’anima e gli ispira la speranza della risurrezione con il bisogno dell’immortalità.

Gli uomini vollero sempre vederla, la morte, nell’atto spietato della falciatura, ma a noi piace immaginarla nel gesto generoso della semenza; essa è una triste madonna che nasconde le sue grazie, non dice i suoi doni e tace le sue verità; è ferrea perché giusta, è atroce perché necessaria, è triste perché feconda. I credenti la salutano come l’unica libertà riserbata all’uomo, i disperati la maledicono come l’ultima schiavitù; i forti sanno strapparle una corona di gloria a un sorriso di bellezza, i deboli non possono ottenerne che un manto di vergogna e un segno di viltà; chi non ha fede nella vita non può avere il coraggio della morte, chi non levò un altare sulla sua strada, non avrà né lume né fiori sulla sua tomba...

Noi sappiamo che, amando la vita, non si può imprigionarla nell’angustia dei suoi orizzonti e, desiderando la sua gioia, si deve illuminarla con la fede e, credendo alla sua bellezza, si deve perpetuarla con la speranza; noi sappiamo che il mondo è insieme uno sterminato camposanto e un giardino senza fine, che la vita è morire assiduo e risurrezione incessante, che la storia è creazione infaticata della morte. Ed essa sia lodata, ché riaccende le lampade e le fedi, coltiva i fiori e cresce le idee, eterna i grandi e inghiotte i pigmei, spiega i vessilli e innalza i monumenti, continua la vita e feconda la storia; sia lodata per la sua potenza e per il suo segreto, per la sua tristezza e per il suo silenzio, per il suo pallore e per la sua equità; sia lodata nel suo patrimonio di grandezza e nel suo retaggio di pianto, nelle fronti impietrite di tutti i soldati e nelle mani giunte di tutte le mamme...”.


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