Gli ecclesiastici eugubini nella Grande Guerra

di Fabrizio Cece

Presentazione

Tra i fattori e gli eventi che caratterizzarono la Grande Guerra un posto di rilievo, mai abbastanza conosciuto e studiato, è rappresentato dalla partecipazione alle operazioni militari, direttamente o indirettamente, degli ecclesiastici(1), cioè di quelle persone che avevano deciso di intraprendere il percorso religioso o che tale percorso avevano intrapreso anche da anni. Novizi, chierici, conversi, seminaristi, sacerdoti, padri e appartenenti ai diversi ordini religiosi, tutti caddero sotto la chiamata alle armi. Anzi, la maggior parte di loro (circa 10.000 su 28.000), fu inserita a pieno titolo nei reparti combattenti senza distinzione di sorta dagli altri soldati.

Anche dalla diocesi di Gubbio, come dal resto d’Italia, partirono scaglionati nel corso del \9\5-1918 numerosi ecclesiastici. Di loro si riporta l’elenco desunto dalla consultazione di alcuni documenti conservati nell’Archivio Vescovile. Non essendo possibile in questa sede riferire su tutti gli aspetti legati alla partecipazione degli ecclesiastici alla Prima Guerra Mondiale, si farà una breve panoramica generale su di essi mentre maggiore spazio sarà riservato alla documentazione, edita (ma non facilmente consultabile) e inedita, soprattutto sulle lettere scritte dai preti-soldati e cappellani militari eugubini pubblicate ne “L’Ingino”. Si segnala per la sua importanza il decreto pubblicato dalla Sacra Congregazione Concistoriale il 25 ottobre 1918, a guerra non ancora terminata, avente per oggetto “l’accoglienza dei Chierici al ritorno dal servizio militare”.

Per evidenti ragioni di composizione, la ricerca è stata divisa in tre parti. Il saggio potrà essere apprezzato in modo completo solo dopo la pubblicazione dell’ultima parte.

Gli ecclesiastici italiani alla guerra

Il clero, religioso e secolare, secondo le norme in vigore ai primi del XX secolo, doveva compiere il servizio militare in tempo di pace come ogni cittadino del Regno d’Italia. Le disposizioni di mobilitazione non prevedevano il servizio religioso tra le truppe combattenti. L’introduzione dei cappellani militari nel Regio Esercito Italiano si deve al generale Luigi Cadorna che, in una circolare del 12 aprile 1915, dispose l’assegnazione di cappellani ad ogni reggimento e corpo delle Forze Armate. In questa decisione ebbe un ruolo non secondario don Giuseppe Rinaldi, amico di Cadorna e di don Pirro Scavizzi.

La nomina a cappellano militare permetteva agli ecclesiastici di evitare la condizione di “preti – soldati” ritenuta da molti come non consona alla dignità sacerdotale. Numerose furono le domande, appoggiate da più o meno influenti raccomandazioni, che vennero periodicamente rivolte all’autorità competente, vale a dire al vescovo di campo (o castrense), carica che, per tutta la durata della Grande Guerra, fu ricoperta dal vescovo mons. Angelo Bartolomasi il quale, proprio per le sue alte funzioni, si vide riconosciuto il grado e il trattamento economico di maggior generale. Ai cappellani, invece, fu concesso il grado di tenente. Secondo le più recenti stime i cappellani militari furono 2.738: 1350 operanti al fronte(2), 742 dislocati negli ospedali territoriali, 18 nella riserva, 591 “aiuto-cappellani” negli ospedali territoriali, 37 in Marina.

Al termine del conflitto mons. Bartolomasi chiese ad ogni cappellano una relazione finale sulla propria attività. Di queste se ne conservano ancora 180(3).

Gli ecclesiastici militari furono invece 24.446; di essi circa 15.000 erano sacerdoti. Come si vede i “preti-soldati” furono molto numerosi. Il termine “preti – soldati” stava ad indicare i seminaristi, novizi, chierici e conversi assegnati alle truppe combattenti. Chi invece era già sacerdote al momento della mobilitazione, aveva la possibilità di essere assegnato a reparti sanitari(4).

“Nel corso della guerra gli ecclesiastici militari non reclutati nel corpo del cappellani furono non meno di 22.000. Al loro interno va notata una preliminare differenziazione. Coloro che non avevano ricevuto gli ordini maggiori del sacerdozio, circa 10.000 novizi, chierici, conversi, seminaristi, non furono dalle autorità militari in alcun modo distinti dalla massa dei soldati ed assegnati, indifferentemente, ad unità combattenti, dove all’occorrenza erano costretti ad uccidere. Gli altri, quasi sempre più anziani, potevano chiedere invece la destinazione a reparti di sanità e negli ospedali, sia da campo in zona di guerra, sia territoriali: qui erano adibiti a vari servizi, anche i più umili, sovente da essi ritenuti non consoni al loro livello di cultura e soprattutto allo stato sacerdotale.(...)

La presenza dei preti-soldati nell’esercito riveste caratteri notevolmente diversi da quella dei cappellani-ufficiali. Anzitutto perché assai più dei cappellani furono vicini ai soldati, con i quali condivisero - almeno la maggioranza che prestò servizio in zona di guerra - fatiche, stenti, pericoli, e verso i quali provarono non di rado sentimenti di solidarietà propri di chi viveva i medesimi problemi. I preti-soldati proposero pertanto alle truppe un’immagine del clero in divisa diversa dai cappellani, e poterono svolgere all’occasione un’azione religiosa che godeva di una premessa di maggiore credibilità e fiducia da parte dei soldati loro compagni di vita quotidiana”.(5) Tanto per fare subito un esempio, tra gli ecclesiastici eugubini più noti, possiamo ricordare come preti-soldati combattenti don Antonio Gambini e don Gateano Turziani; come preti-soldati in reparti sanitari al fronte (Sezioni di Sanità) don Carlo Braccini; come cappellano militare don Luigi Rughi(6).

Una delle caratteristiche fondamentali che differenziò alla base l’operato ed il ruolo dei cappellani da quello degli altri ecclesiastici, fu l’azione animata da fervente patriottismo dei primi, rispetto ad una maggiore tiepidezza verso questi sentimenti manifestata dai secondi. Ciò per evidenti motivi. “Le analogie di sentimenti e di reazioni rispetto ai soldati indotte dalla condivisione dei medesimi avvenimenti e condizioni di vita concreta - seppure nella diversità di esperienze di vita precedente, di cultura, di mentalità -, sono un dato essenziale per capire i preti-soldati, tanto più se destinati a combattere in prima linea. Un punto in particolare è significativo al riguardo, ed al contempo demarca un sostanziale distacco dei preti-soldati dai cappellani: un’ansiosa attesa della pace, accompagnata in genere da un patriottismo piuttosto tiepido, se non del tutto carente in certi casi”(7).

Come organo informativo dei cappellani militari venne creato dal settembre 1915 “il Prete al Campo”, periodico diretto da don Giulio de’ Rossi che annoverò tra i proprio collaboratori don Pirro Scavizzi, padre Giovanni Semeria, don Giuseppe Rinaldi, padre Giuseppe Filograssi.

Dopo la fine del conflitto anche alcuni cappellani, non più di 30, pubblicarono le loro memorie di guerra. Tra i lavori principali, aventi carattere non “retorico” o celebrativo, figura anche il lavoro di don Luigi Rughi(8), pubblicato sotto lo pseudonimo di Lule (fiore, in lingua albanese) che Morozzo della Rocca pone per importanza e rilevanza accanto a quelli di Mazzolari, Minzoni, Minossi. Durante la guerra “L’Ingino” pubblicò non poche lettere scritte dagli ecclesiastici eugubini mobilitati. Di particolare interesse sono soprattutto quelle del 1915 e quelle scritte da don Luigi Rughi, specie durante il periodo trascorso in Albania. Le lettere, assieme ad altro materiale documentario di vario genere, sono state pazientemente trascritte e inserite nel presente contributo.

Il decreto della Sacra Congregazione Concistoriale(9)

La presenza degli ecclesiastici al fronte, il loro stretto contatto con la truppa, la partecipazione ai combattimenti e a tutti gli altri momenti cruenti (e non) del conflitto, impose l’adozione di provvedimenti atti alla “rieducazione” di migliaia di cappellani, sacerdoti, chierici, seminaristi ecc.

Il 25 ottobre 1918 la Sacra Congregazione Concistoriale emanò un decreto con il quale si davano disposizioni agli Ordinari di tutta Italia relativamente al rientro nelle varie diocesi degli ecclesiastici tornati dalle proprie incombenze militari. Il decreto è suddiviso in 7 capitoli: i primi due sulle irregolarità commesse e sul sistema di scambio delle informazioni; gli altri cinque dedicati ai sacerdoti, ai seminaristi, ai novizi e chierici, ai religiosi laici e conversi e ai chierici in sacris(10).

Gli ecclesiastici della diocesi di Gubbio

Il seguente elenco degli ecclesiastici diocesani mobilitati in guerra è limitato ai soli casi che è stato possibile documentare(11).

ANDREOLI Fernando(12) (1) Seminarista, non in sacris(13). Caporale nel dicembre 1915 (“L’Ingino”).
BALEANI Francesco (15 aprile 1888 - 5 dicembre 1947) (1) Sacerdote militare, non parroco. (2) Vicerettore e professore in seminario. IX compagnia di sanità, ospedale di villa Fonseca, Roma. (3) Canonico della cattedrale. (4) Ordinato nel 1912.
BAZZUCCHI Agenore (14 marzo 1898 - 26 gennaio 1988) (1) Seminarista, non in sacris. (4) Ordinato nel 1922. (5) Militare, partito il 26 febbraio 1917.
BIROCCI Umberto (24 luglio 1880 - 26 gennaio 1963) (1) Sacerdote militare, non parroco. (2) Sacerdote in città. Soldato all’ospedale militare di riserva n. 7 Regina Margherita. Roma. (4) Ordinato nel 1905. Partito (ex riformato): “L’Ingino” del 14 gennaio 1917.
BOCCIA Agostino (Pompeo) Camaldolese, vice parroco in San Pietro. Soldato. Ospedale militare di Foggia. Regio Corpo d’Armata di Ancona.
BORRINI Gaudenzio (al secolo Francesco) (2) Dei Minori. Sacerdote al Santuario di Sant’Ubaldo. Soldato IX compagnia di sanità all’ospedale militare di Frascati (Roma).
BRACCINI Carlo (22 luglio 1892 - 11 agosto 1970) (1) Sacerdote militare, non parroco. (2) Sacerdote della parrocchia di Campitello (Scheggia e Pascelupo). Alunno del Seminario interdiocesano. (3) Zona di guerra. (4) Ordinato nel 1916. (6) 36a sezione di sanità(14), 236° reparto someggiato, IV corpo d’armata, zona di guerra.
BURELLI Domenico (28 settembre 1874 - 23 giugno 1937) (1) Sacerdote militare, non parroco. (2) Mansionario della cattedrale e cantore della cappella. Soldato presso il cappellano dell’ospedale principale militare chirurgico al Celio. Roma. (4) Ordinato nel 1898.
CENCETTI Luigi (19 febbraio 1876 - 30 dicembre 1946) (1) Sacerdote militare, non parroco. (2) Canonico della Collegiata e mansionario della cattedrale. Cerimoniere. Soldato all’ospedale militare di riserva. Collegio Germanico. Roma. (4) Ordinato nel 1900. Partito (ex riformato): “L’Ingino” del 14 gennaio 1917.
CENCI Pio (16 marzo 1876 - 30 dicembre 1946) (1) Sacerdote militare, non parroco. (2) Canonico della Cattedrale e professore al seminario interdiocesano (Assisi). Ministero della guerra. Ufficio prigionieri. Roma. (4) Ordinato nel 1898. Partito (ex riformato): “L’Ingino” del 14 gennaio 1917.
GAMBINI Antonio (13 settembre 1892 - 18 febbraio 1969) (1) Seminarista, in sacris. (2) Suddiacono, alunno del seminario. (4) Ordinato nel 1920. Combatté nel 129° regg. fant., brigata Perugia. Caporale maggiore nel dicembre 1915 (“L’Ingino”). Sergente per meriti di guerra (“L’Ingino” del 9 gennaio 1916)(15).
LUCHETTI Domenico (14 marzo 1888 - 5 febbraio 1955) (2) Parroco di San Crescentino e Palcano (Cantiano). Soldato all’Ispettorato di Sanità Militare, Frascati, Roma. Aggregato all’81° regg. fant., brigata Torino. (4) Ordinato nel 1911. (6) 7a compagnia sanitaria. Ufficio d’amministrazione, ospedale militare principale di Ancona.
MARCHETTI Tito (20 agosto 1898 - ?) (1) Seminarista, non in sacris.
MARCHI Mario (7) Canonici Regolari Lateranensi. Ordinato sacerdote il 20 novembre 1915 con dispensa apostolica dal Vescovo nella sua cappella privata, poco prima della partenza di d. Marchi per le armi.
MARIANI Ugo (3) Agostiniano della parrocchia di Sant’Agostino. Caporal maggiore, classe 1890, Ospedale di riserva n. 14 “Dante Alighieri”, Roma.
MARINELLI Astorre (1896 - ?) (1) Seminarista, non in sacris.
MARTINELLI Oddo (18 novembre 1890 - 31 gennaio1975) (1) Cappellano militare. (2) Parroco di Petroia. (3) Ordinato nel 1914. Non ancora cappellano come da lettera su “L’Ingino” del 15 agosto 1915. Cappellano nel treno attrezzato n. 35 come da lettera de “L’Ingino” del 24 ottobre 1915.
MINELLI Amedeo Partito (ex riformato): “L’Ingino” del 14 gennaio 1917.
PAMBIANCO Settimio (Costacciaro 24 aprile 1888 - Monte Colbricon 26 luglio 1916) Agostiniano al pari del fratello Filippo, fu tenente cappellano nel 60° reggimento fanteria (brigata Calabria). Per il comportamento tenuto durante le battaglie venne decorato con una medaglia di bronzo e una d’argento al valor militare. Fu dichiarato disperso il 26 luglio 1916 durante l’attacco sferrato dal suo reggimento al Monte Colbricon.
PAOLETTI Antonio (25.07.1882 - 2 marzo 1922) (1) Cappellano militare. Decorato con croce di guerra con motivazione. (Parroco di Morena). Lettera su “L’Ingino” del 29 agosto 1915 dove ricorda una cappelletta di fortuna in cui era anche un’immagine di Sant’Ubaldo messa da alcuni soldati eugubini. (6) Ospedale da campo n. 081, zona di guerra.
PASCUCCI Giovenale (1888 - ?) (2) Canonico regolare lateranense della famiglia di San Secondo. Nato a Ciciliano (Roma). Caporal maggiore di sanità all’ospedale Militare, reparto ufficiali anglo-americani, via Nomentana 265, Roma.
PICCHI Giovanni (3 maggio 1896 - ?) (1) Seminarista, non in sacris.
ROMITELLI Luigi (2 febbraio 1899 - 1 aprile 1917) (1) Morto. Seminarista, non in sacris. (5) Militare, partito il 17 febbraio 1917, morto il primo aprile 1917 alle ore 21 circa all’ospedale militare Sant’Agostino di Perugia. (6) 9a compagnia di sanità, 7° reparto chirurgico, ospedale del Celio, Roma.
ROSSI Bosone (10 ottobre 1887 - 25 gennaio 1981) (1) Sacerdote militare, non parroco. (2) Canonico della Collegiata. Ospedale Città di Castello. (3) Ordinato nel 1910(16).
ROSSI Sestilio (1890 - ?) (1) Seminarista, non in sacris. Lettera su “L’Ingino” del 25 luglio 1915.
RUGHI Luigi (17 giugno 1884 - 18 dicembre 1955) (1) Sacerdote militare, non parroco. Tenente, cappellano militare. Decorato. (4) Ordinato nel 1908. (6) Cappellano militare del 48° reggimento di Milizia Territoriale schierato nel 1916 in Albania. Dall’ottobre 1918 fu cappellano del 76° fanteria (brigata Napoli) schierato in Francia.
TURZIANI Gaetano (15 aprile 1898 - 26 febbraio 1985) (1) Seminarista, non in sacris. (4) Ordinato nel 1922. Sergente furiere nel 18° regg. fant., brigata Acqui.
 
Vari
Tra gli ecclesiastici richiamati alle armi “L’Ingino” ricorda:
- Padre Luciano Gambini (numero del 16 luglio 1916);
- Monsignor Gaetano Malchiodi (numero del 26 novembre 1916).

Documenti

1914, novembre 11
Carlo Braccini da Perugia ai genitori .
Genitori Carissimi,
Questa stessa mattina, circa alle otto, mi sono presentato al solito distretto per passare la visita, ma tanto io, quanto quegli altri che nell’agosto passato fummo dichiarati rivedibili, siamo stati rimandati a domattina. Per ora, quindi, non so niente di nuovo, ma, se mi sarà possibile, dentro domani vi farò subito sapere l’esito della visita. Certo che questo è un brutto periodo, giacché l’Italia ha bisogno di soldati e quindi prima di scartare ci si bada assai, ma sarà fatto il volere di Dio.(...) La notte passata sono stato al Seminario di Perugia, dove, oltre al dormire, mi dettero anche la cena. Anche questa sera farò allo stesso modo, e poi dentro domani sarà assegnata la mia sorte, e quindi o mi vestiranno da soldato, o tornerò diretto ad Assisi.(...) Questa mattina nella piazza d’armi c’è stata la rivista dei militari fatta dal generale, ed io mi sono divertito moltissimo ad osservarla.(...)
(Archivio Vescovile di Gubbio, Buste personali, don. Carlo Braccini)
1915, giugno 27
Antonio Gambini ai genitori .
Carissimi Genitori,
Ho ricevuto due giorni fa le prime vostre notizie. Grazie tanto delle belle e care parole d’incoraggiamento ma vi assicuro di non averne alcun bisogno perché sono sempre allegro e contento, da meravigliare i miei stessi compagni. Vi raccomando solo di pregare affinché il Signore mi mantenga sempre in tale stato di allegrezza. Vedo continuamente arrivare treni di prigionieri austriaci; ieri sono giunte cinque automobili piene di prigionieri presi in una grotta. Spesso m’incontro con altri soldati di Gubbio. Scrivo sotto la tenda di Raoul Procacci, col quale prego e dormo insieme. Chiudo comunicandovi la notizia che io, Ubaldo Scavizzi ed altri abbiamo fatto conoscenza col Cappellano militare, un ottimo sacerdote, e che l’altro ieri abbiamo raccolto un elenco di più di 500 soldati i quali hanno risposto all’invito di confessarsi e comunicarsi. Fra noi soldati regna la massima fratellanza. (...)
(“L’Ingino” del 27 giugno 1915)
1915, luglio 18
Don Oddo Martinelli al vescovo di Gubbio .
Mi trovo a portata di tiro delle bocche nemiche, celato soltanto, come tutto l’accampamento delle nostre truppe, dalla cresta della montagna. Abbiamo un forte da smantellare, e poi potremo accedere in territorio nemico. Le prime volte che sentii il fischio delle palle dei cannoni austriaci provai un certo brivido, pian piano mi ci abituai, ora mi ci sono famigliarizzato... Oggi abbiamo avuto un forte combattimento. Quanti, quanti episodi avrei da raccontare! I nostri soldati sono ammirabili! Ho visto il Cappellano correre con coraggio incredibile di vetta in vetta, di squadra in squadra, dovunque corra voce che vi sia un ferito, un moribondo. Gli alpini sono soldati che valgono tanto oro quanto pesano, sono le vere aquile delle Alpi e non smentiscono l’insegna che portano sul caratteristico cappello. Il battaglione ... che ora si trova con noi ha la fortuna di avere un Maggiore che è un tesoro di comandate e di padre. Non appena questo battaglione ha preso posto vicino a noi, il Cappellano ha subito stabilito, in un fienile, l’altarino: quattro rami di abete e due tavole connesse alla meglio dai suoi buoni alpini, la pietra consacrata, la tovaglia, due candele e un Crocifisso ed ecco tutto pronto per la celebrazione del Santo Sacrificio. Non appena seppi che si era aperta una chiesuola, corsi tosto a far conoscenza con quel bravo sacerdote e a domandargli il permesso di celebrare al mattino dopo. Presentai le mie carte e fui con vero giubilo accettato alla celebrazione. Oh! come è bello celebrare anche in una povera capanna, dove è ancora il rimasuglio della paglia di truppa, qua un fucile, là una giberna: la porta manca, le pareti sono tronchi d’albero e lasciano fischiare comodamente il vento di settentrione che gela le mani; un soldato depone la sciabola e mi fa da chierico, il campanello viene tolto dalla briglia di un mulo. Il pensiero che mi si fissò dinanzi alla mente era una felice similitudine della Natività di Gesù: una capanna, poca paglia, miseria, freddo, squallore e tanti cuori palpitanti amore. Una cosa che mi edificò tanto tanto: il Maggiore degli alpini assistette a tutta la Messa ed era un giorno feriale. La mattina seguente tornai a celebrare e il Sig. Maggiore era allo stesso posto col cappello in mano. Egli dà un esempio eloquentissimo, suggestivo a tutta la truppa. Oh! voglia Iddio che ve ne siano mille e mille di simili ufficiali: allora son sicuro che tutti i battaglioni dell’esercito italiano sarebbero come il forte, il valoroso battaglione Alpini ... che va coprendosi di gloria.
(“L’Ingino” del 18 luglio 1915)
1915, luglio 25
Antonio Gambini ai genitori
Carissimi,
Prima di farvi conoscere lo scopo di questa lettera lasciate che 50 soldati eugubini vi mandino un saluto cordiale e affettuoso dalle terre lontane, ora redente, con la viva preghiera di parteciparlo a tutte le loro famiglie. Più che le labbra sono i nostri cuori che vi parlano, che vi domandano un favore con la speranza, con la certezza anzi, che non ci sarà negato. Ormai non vale più il tacere avendo chiaramente parlato i giornali: sapete già che il [129°] fanteria si è battuto e che relativamente ai gravi pericoli a cui si è esposto le perdite sono state poche, specialmente per noi di Gubbio se si considera in qual numero rilevante ci troviamo in questo reggimento. Noi tutti andammo con coraggio a combattere riponendo completamente la nostra fiducia in Sant’Ubaldo e abbiamo dovuto riconoscere, nella nostra salvezza, la Sua protezione, il Suo aiuto. Ci siamo perciò riuniti versando una quota di L. 5 per ciascuno affinché venga celebrato un triduo di ringraziamento al Santuario, col desiderio che vi sia pure il pellegrinaggio, una nuova manifestazione di fede che porti gli eugubini in uno slancio di amore ai piedi del nostro Protettore.(...)
(“L’Ingino” del 25 luglio 1915)
1915, luglio 25
“La mobilitazione della canaglia per la caccia al prete”
Fino dal principio della guerra, avevamo detto, su quest’”Allarme”, che qualunque cosa i preti e i cattolici avessero fatto per la patria: la solita canaglia, la setta, i mangiapreti non si sarebbero lasciata sfuggire quest’occasione per tentare di accopparci. Orbene, i cattolici danno la vita per la patria e la canaglia tenta accopparci. Essa non si dà mai per vinta: e tutti i mezzi son buoni per raggiungere il suo scopo. Scoppiata la guerra, scoppiata la caccia al prete. Naturale! Bisogna far di nero bianco e bianco nero: bisogna fare in modo di dipingere i preti e i cattolici come nemici della patria ed amici... dell’Austria – si capisce! Ma come fare se i preti, i frati, le monache, i cattolici danno con ogni sacrificio il più bell’esempio di amor di patria? Non importa! Alla canaglia, alla setta, ai mangiapreti tutto riesce perché tutto è lecito, quando si tratta di combattere Cristo e i suoi seguaci: tutto è lecito quando si tratta di intorbidare l’acqua, far nascere sommosse per pescare nelle cose e nelle tasche degli altri. La setta è mobilizzata; i mangiapreti sono all’ordine; la canaglia è in fazione. Pronti i diffamatori; pronti i testimoni falsi; pronta la stampa per calunniare i preti e i cattolici. A forza di ripetere la medesima cosa, il popolo finirà col credere che i preti e i cattolici sono d’accordo col nemico d’Italia. Bisogna, su centinaia di migliaia di preti, di frati, di monache, trovare almeno una mezza dozzina di... preti, o almeno di sacrestani che fanno la spia all’Austria.Fra tanti, trovare una mezza dozzina di disgraziati che, op per poco giudizio o per passione politica, cascano nella rete, non dovrebbe essere difficile. Trovata la mezza dozzina o anche meno, col lavoro diffamatorio, fatto in tanti anni, specialmente in materia così gelosa e in un momento come questo, tutto il resto viene da sé. Con l’entusiasmo che c’è per la guerra contro il secolare nemico, basterà una favilla per suscitare l’incendio e tutto sarà fatto. E via la canaglia, la setta, i mangiapreti, come tanti seguaci, dietro le tonache dei preti: per la via, in treno, all’albergo, in chiesa, dappertutto; tutt’occhi e tutt’orecchi, per cogliere il momento opportuno. E via la canaglia, la setta, i mangiapreti a interrogare, a sentire che cosa pensa e dice il prete A. il frate B. la monaca C. Si giunge perfino a organizzare un esercito di false devote, perché con la scusa della devozione e della preghiera, possa più facilmente prendere in trappola il prete, il frate, la monaca, il sacrestano. Ma, disdetta maledetta! i preti, i frati, le monache, i cattolici, non apron bocca, non prendono la penna che per parlare e scrivere in pro della patria. Ma i preti son furbi – si dice – bisogna stare attenti ai... segni: parlano con i segni convenzionali...E la masnada canagliesca via a scrutare, a indovinare, a contare quante prese di tabacco prende e come le prende il tal prete o il tal frate; a vedere come sta alla finestra; come tiene le imposte; a che ora accende la lucerna; dove va di preferenza; con chi conversa. Ma tutto è utile! Eppure bisogna trovare il modo di accusare i preti, i frati e le monache come spie dell’Austria. Se non sono spie, non vuol dire: basta accusarli come tali. Accusati che sono, il popolo non andrà poi tanto per la sottile a vedere se son veramente rei o innocenti. Così, proprio così, né più né meno di così, si è organizzato una terribile caccia al prete, dalla quale difficilmente, lo affermiamo con tutta coscienza, i sacerdoti potranno andarne immuni e, meno che i preti, potrà andare immune da tante macchinazioni la patria nostra. All’erta!
(“L’Ingino” del 25 luglio 1915)
1915, luglio 25
La prima lettera pastorale del vescovo castrense mons. Angelo Bartolomasi.
Udine, 12 – S. E. Mons. Angelo Bartolomasi, vescovo castrense, ha indirizzato ai sacerdoti e chierici appartenenti all’esercito la seguente lettera:
Angelo Bartolomasi, per grazia di Dio e della S. Sede Apostolica Vescovo Castrense, ai Sacerdoti e Chierici Secolari e Regolari, ascritti all’Esercito italiano.
Nell’assumere pochi giorni fa, con animo volonteroso ma pur trepidante l’alto ufficio di Ordinario Castrense, al quale la bontà del S. Padre degnavasi elevarmi, senza mio merito, mi accese in petto amore grande per Voi, Fratelli e figliuoli dilettissimi, e per i bravi soldati, ai quali voi, condividendone le sorti del campo, portate i sublimi conforti della fede e Carità cristiana. Per questo amore ogni giorno vi abbraccio spiritualmente nel Santo Sacrificio dell’altare, e voi tutti affido al Dio degli Eserciti, al Duce nostro, Gesù. Ora, conchiusi i rapporti di benevolo e mutuo appoggio col Comando Militare, bramo di venire a voi; vi mando perciò la presente che, quale preannunzio della mia venuta, vi porta i mie voti e la pastorale benedizione. A voi, che alla missione di Apostoli di Gesù Cristo accoppiate la sorte altamente meritoria di soldati della patria, l’augurio sincero che tra le fatiche gravi del militare servizio non vi manchi il coraggio del dovere tanto più nobile quanto esso è arduo; tra i dolori dei feriti ed infermi vi accompagni la carità dolce e generosa; tra le battaglie vi spronino quelli apostolici ardimenti, che infondono nei soldati lo spirito del sacrificio e lo slancio valoroso, non ultimi fattori della vittoria implorata dal popolo italiano raccolto nei templi. Auguro a bramo che ogni occasione di sacrificio abbia a rivelare in Voi quelle tempre d’apostoli che già nei passati giorni hanno onorato il carattere e le virtù sacerdotali, e che di ciascuno di voi si debba ripetere l’incomparabile elogio di benemerito della religione e della patria. Tali sarete voi vivendo sui campi e negli ospedali vita di fede, di buon esempio e di preghiera. Perciò vi raccomando di celebrar divotamente la S. Messa colla possibile osservanza delle prescrizioni liturgiche compensando coll’intimo fervore le necessarie manchevolezze e la povertà degli altari: e di recitare sempre che ne avrete tempo e modo, il Divino Officio od altre preghiere; veggano ufficiali e soldati che voi siete uomini di preghiera. Ricordatevi che siete e dovete apparire “forma gregis”. Scrivo questi voti, che suonano raccomandazioni, nel giorno in cui la mia Torino festeggia, devota e supplicante, la Vergine consolatrice dei Cristiani, perciò non posso, non debbo dispensarmi dal dirvi: Fratelli e Figlioli, siate devotissimi di Lei madre, aiuto, rifugio, conforto; supplicatela per voi, per i nostri soldati, per le loro famiglie, per la Patria. Coi miei voti vi raggiungano le divine benedizioni, che invoco copiose ed intense sugli animi vostri, e queste vi apportino accrescimento di coraggio, di fede e di carità, perché nelle sante conquiste per la patria celeste il vostro zelo a pro delle anime faccia degno riscontro all’ardore dei nostri bravi soldati, che, condotti da espertissimi duci ed incoraggiati dalla presenza dello steso Capo Supremo dell’Esercito e dello Stato combattono per la grandezza della Patria. (...)
(“L’Ingino” del 25 luglio 1915)
1915, luglio 25
Fernando Andreoli al vescovo di Gubbio.
Eccellenza Rev.ma,
Dall’ultima volta che Le scrissi da ... nessuna novità importante. Il lavoro non è molto eccessivo e se in qualche momento l’animo sembra ripiegare su se stesso, ben presto ritorna ad essere alacre e gagliardo e allora si dice che la guerra non è poi così dura e che i sacrifici non sono poi così enormi. Certamente quando si sta a casa si considera come un orrore il dormire sulla paglia, senza spogliarsi, dentro un fienile, il non poter a volte mangiare che il rancio e bere l’acqua; il fare delle ascensioni sui monti con le barelle sotto il sole, ma per chi si trova in queste condizioni non ne fa caso, perché la guerra toglie ogni esigenza e dà all’animo una mirabile virtù di adattamento. Ora la nostra sezione(17) da 4 giorni ha abbandonato ... e mi trovo al di là dell’Isonzo. I feriti che vengono trasportati all’infermeria e il tuono dei nostri cannoni non tolgono né diminuiscono l’impressione di essere quassù a villeggiare: eppure confesso di non essere un leone. Abbiamo anche una cappellina dove al mattino i sacerdoti celebrano e gli altri pregano; non è bella, ma quando si è inginocchiati e si comincia a pregare per noi, per i nostri cari allora si ha il vero senso della gioia e del sollievo. Il Signore così ci riversa copiosamente le sue grazie e ci dà piena fiducia per l’avvenire.(...)
(“L’Ingino” del 25 luglio 1915)
1915, luglio 25
Sestilio Rossi dal fronte a don Bosone Rossi in Gubbio.
Carissimo Don Bosone,
Ho ricevuto lsono tutti buoni giovani; quando gli dissi che ero un chierico mi fecero osservare che se ne erano già accorti per le cure che ho cercato di avere verso di loro. Stare vicino agli ammalati è per me una grande soddisfazione perché mi è data la possibilità di fare, oltre il bene materiale, anche quello spirituale.(...)’Ingino e l’ho passato a diversi miei compagni i quali l’hanno letto ben volentieri. Gli ammalati del mio reparto
(“L’Ingino” del 25 luglio 1915)
1915, agosto 15
Don Oddo Martinelli al vescovo di Gubbio.
Se verrò nominato Cappellano Militare, spero di fare una visita a Gubbio. Mi sembrerebbe un sogno! Se sapesse con quale ardore si ripensa, si anela quella regione, quel paese, quei cari, è il pericolo fa che il cuore più sensibile. Sono sei giorni e sei notti che siamo tra una raffica di proiettili: tutti abbiamo fiducia in un ottimo esito. Adesso ho tutto il materiale incassato, pronto per caricarlo sui muli, per andare ancora avanti, là dove si vedono nuvoli bianchi di fumo. I nostri 210 fanno tremare le montagne ed a ogni colpo è una valanga di trincea austriaca che si toglie ed è una pietra dal nostro cuore che si leva. Confidiamo nel Dio degli eserciti. Dal Corriere della sera ho appreso la morte del Sottotenente Leonardi(18). Povero giovane! La salutai a Passo ... il giorno che partì per andare a vestirsi da ufficiale.(...)
(“L’Ingino” del 15 agosto 1915)
1915, agosto 29
Don Antonio Paoletti al vescovo di Gubbio.
Non parlo poi di atti di valore che tutti i giorni vengono compiuti. Ho visto soldati balzare sulle rocce, sfidare il nemico fino ai reticolati, piantarvi delle mine e far saltare in aria le trincee austriache: ho visto dei feriti fasciarsi la parte lesa e tornare intrepidi all’assalto, ufficiali feriti rimanere al posto di comando finché non venivano allontanati a viva forza dai militi della Croce Rossa. E’ consolante poi ammirare la devozione dei nostri: nelle ore libere vanno in cerca di una chiesetta, di un altare e vi accendono una candela, si tolgono il berretto e rimangono in piedi, immobili e pregano. Non potendo trovare la comodità d’una chiesa, appendono immagini sacre, e specie dei propri Santi Patroni, alle tende o al tronco degli alberi ed ivi pregano. Una sera entrai in una piccola Cappella ove tutte le mattine, potendolo, mi reco a celebrare la S. Messa e vidi due piccole candele accese dinanzi ad una immagine della Madonna e un ufficiale che pregava genuflesso. Un’altra volta entrai nella medesima Cappella e trovai varie candele accese con in mezzo una immagine di S. Ubaldo. Ve l’avevano posta alcuni soldati eugubini quali hanno una grande divozione, come dicono loro, per il Vecchietto.
(“L’Ingino” del 29 agosto 1915)
1915, settembre 5
Il “chierico soldato” Antonio Gambini ai compagni del seminario di Gubbio.
Pregate instancabilmente per me, per i soldati combattenti, e sappiate che l’unico, il supremo nostro conforto è l’orazione, la nostra forza la Fede, il nostro coraggio la religione di Gesù Cristo. Se voi foste qua vedreste quali sono i soldati che con maggiore slancio e sangue freddo vanno al combattimento sfidando il pericolo, sprezzando la morte: sono in genere sempre quelli credenti. Ed io vi assicuro, compagni miei, di fare sempre il mio dovere con l’aiuto del Signore, che per l’amata Italia soffro e soffrirò volentieri, che per Lei darò tutta la mia energia giovanile, tutto il mio sangue ancora se sarà necessario e se dovessi cadere, siatene certi, cadrò senza rimpianto, senza odio o desiderio di vendetta, col pensiero rivolto a Dio, dolente solo di dover troncare la mia opera di bene in mezzo ai compagni. In questo momento ritorno dal Comandante del mio battaglione il quale mi ha pregato vivamente di far parte del Plotone allievi ufficiali. Io ho cercato di rifiutarmi, ma egli ha insistito dicendomi: Vada, vada, perché la missione dell’Ufficiale è santa e lei farà molto bene col suo entusiasmo patriottico. Così in settimana lascerò la mia Compagnia e per due mesi resterò nel paese di ... per l’istruzione”.
(“L’Ingino” del 5 settembre 1915)
1915, settembre 12
Don Antonio Paoletti a Padre Ruffino Paccoi.
Ho appreso con sommo piacere le feste fattesi a S. Ubaldo(19) e le preghiere che incessantemente tutti fanno per i soldati: posso assicurare che anche qui in guerra si prega e molto. Non ho mai avuto tanta soddisfazione spirituale e mai mi è stato dato di poter lavorare in un terreno fertile quanto in questo in cui ora mi trovo. Creda pure che oltre alle grandissime fatiche, oltre all’adempiere il mio dovere di soldato italiano, non ho mai dimenticato né dimenticherò di adempiere, a costo di qualsiasi più grave sacrificio, quello di Sacerdote di Gesù Cristo. Le dirò soltanto che sabato sera fui mandato a sostituire un Cappellano in un battaglione di Bersaglieri per poter confessare e celebrare la S. Messa al campo la seguente domenica. Lavorai quasi per l’intera nottata sempre assiduo ad ascoltare le confessioni dei baldi e valorosi soldati. Ma la mia più santa soddisfazione fu al colmo quando la mattina della domenica somministrai il pane degli Angeli a ben più di 250 soldati. Fui commosso fino alle lacrime al momento della celebrazione: il battaglione formò il quadrato ed in mezzo era posto l’altare consistente in un piccolo tavolino intorno al quale erano posti in bell’ordine numerosi ufficiali. Al momento della consacrazione fu dato l’attenti con tre squilli di tromba e d’un lampo tutti i soldati furono in terra genuflessi e mentre Gesù dal Cielo scendeva in terra, le armonie sacre della musica militare salivano al Cielo, chiedendo prontezza cristiana, valore militare, vittoria finale.
(“L’Ingino” del 12 settembre 1915)
1915, ottobre 24
Il tenente Don Oddo Martinelli, cappellano militare del treno attrezzato n. 35, dalla zona di guerra al vescovo di Gubbio.
(...) Creda pure, Eccellenza, che sono delle belle scene che ci passano d’innanzi agli occhi, sono belle soddisfazioni che si godono non tanto per i continui paesaggi nuovi attraverso ai quali si corre, volando sul nostro lunghissimo treno, quanto per il gaudio spirituale che sempre nuovo alimenta il nostro spirito. Da una parte la soddisfazione di vedere tanti e tanti cari nostri soldati, strappati da pochi giorni dalla bufera di fuoco, abbracciare con tanta serenità e quasi trasporto le pene di una o più ferite, lodando sempre Iddio, la Vergine Santa, anche in mezzo alle sofferenze; e dall’altra contemplare ed essere testimoni di tanta carità fraterna e profondamente cristiana che si va accumulando in ogni angolo d’Italia, in ogni città, in ogni paese, in ogni borgata, anche sulle più remote cime dell’Appennino, là dove solo a stento e a grossi respiri può giungere la nostra locomotiva: dovunque insomma arrivi il lunghissimo treno croce segnato. (...) Ad un’altra mia Le darò qualche cenno sul modo come si svolge la missione del cappellano anche lungo l’immenso corridoio ambulante del Treno attrezzato, sulle impressioni del mio cuore, e su qualche bell’episodio al quale son chiamato testimone (...).
(“L’Ingino” del 24 ottobre 1915)
1915, novembre 7
L’Ufficio Notizie di Bologna al Comitato di Protezione Civile di Gubbio.
Ill.mo Presidente
Nessuna spiacevole notizie ci è giunta riguardo: (...) II. Gambini Antonio, 129° fanteria, 5a compagnia; (...) Ci affrettiamo in ogni modo a fare ricerche e comunicheremo la risposta relativa a mezzo Sotto Sezione di Perugia.
per l’Ufficio Centrale, Dina De Pagani
(Archivio Cece, Ufficio Informazioni di Gubbio, Carteggio)
 
1915, novembre 7
Don Oddo Martinelli al direttore don Bosone Rossi.
Ho compiuto il primo mese di servizio nel ... treno attrezzato che per ora rappresenta per me la mia parrocchietta ambulante, percorrendo un complessivo di circa 4.500 chilometri, trasportando circa 1.200 feriti o malati. La presente vita non è priva d’incomodi, quantunque abbia pure con sé tante attrattive sante che io vado man mano spiegando fra di loro. Sono quasi tutti padri di famiglia. Quanta parte ha adesso il Signore nei loro cuori! Accompagnateci sempre con le vostre preghiere. Saluto tutti gli amici e confratelli nel Sacerdozio.
(“L’Ingino” del 7 novembre 1915)
1915, novembre 7
Antonio Gambini ai genitori.
Perdonatemi tanto se vi ho lasciato per vari giorni senza notizie, ma sono stato costretto per moltissime ragioni. In seguito vi spiegherò tutto. Io sto benissimo ed altrettanto spero di voi tutti. Quando vi potrò inviare una lunga lettera vi dirò un mondo di cose nuove e belle insieme. Che cosa si fa a Gubbio? Ora al reggimento ci danno ogni giorno marsala, cioccolato, buon formaggio, una scatola di carne in conserva ecc. Ci trattano bene eh? Saluti e baci a tutti.
(“L’Ingino” del 7 novembre 1915)
1915, novembre 14
Il chierico soldato Fernando Andreoli a monsignor Malchiodi in Gubbio.
Grazie del saluto e degli auguri: sono sempre cose che fanno piacere e che rinfrancano l’animo, disperdono il senso della ghiacciante solitudine e ci richiamano alla vita di intimità e di affetti. Queste strade fangose, che il transito continuo dei carri va sempre più guastando, questo cielo piovoso che sembra soffocarci, il pensiero costante che ti dice che fra poco un altro soldato ferito o malato richiese dalla trincea l’aiuto, mi fanno fantasticare un mondo dove non sia più né dolore né pianto. Questo mondo quaggiù non vi sarà mai, ma questa terra accoglierà sempre le infinite aspirazioni dell’animo umano e i generosi sforzi per rendere tutti migliorati, tutti capaci a riunisci un giorno con Dio.
(“L’Ingino” del 14 novembre 1915)
1915, novembre 21
Giuseppe Gambini alla moglie.
Non ve la prendete se Antonio tarda a scrivere perché da 14 giorni si trova in trincea e non può dare notizie. Vi assicuro che sta bene e anche ieri sono andato a trovarlo. Si dice che quando torneranno indietro avranno un lungo riposo. Se lo meritano poveretti. In questi giorni hanno combattuto varie volte prendendo al nemico moltissimi prigionieri e sei mitragliatrici. (...) Il giorno ... a ... è caduto il nostro Maggiore che era tanto bravo. Il nostro Reggimento si è fatto tanto onore in quest’ultima avanzata: certo che è stato provato abbastanza. Ma come si fa? La guerra è la guerra e senza sacrifici non si conquista nulla. (...)
(“L’Ingino” del 21 novembre 1915)
1915, novembre 21
Il caporal maggiore Gambini ai suoi genitori.
Tre giorni fa ottenni il permesso di recarmi a prendere alcuni moduli di contabilità avendo smarrito quelli che avevo con me durante le avanzate. Partii di notte tempo giungendo circa la mezzanotte da Peppe: potete immaginare quando mi vide! Avevo camminato parecchie ore ed ero affamato. Egli si alzò e corse a prepararmi caffè, cioccolato ecc. Mi ristorai abbastanza bene e quindi ci coricammo sulla paglia. Mi trattenni il giorno dopo con lui e alla sera feci ritorno in trincea. Grazie a Sant’Ubaldo, sono lieto di potervi assicurare che noi eugubini siamo tutti vivi. Solo Filippetti, Renzetto Bianconi e Vagnarelli sono stati feriti, ma non gravemente. Il mio reggimento [cioè il 129°] è andato setto o otto volte all’assalto alla baionetta riuscendo a conquistare più trincee. Avrà sicuramente la medaglia d’oro(20). Non dubitate, gliele abbiamo date sode a quei vigliacchi. Si sono fatti molti prigionieri e prese diverse mitragliatrici. Anzi abbiamo fatto pure uso dei loro fucili e munizioni. Facilmente avremo il cambio fra due o tre giorni. Di salute sto benissimo. State sempre tranquilli.
(“L’Ingino” del 21 novembre 1915)
1915, dicembre 5
Il caporal maggiore Gambini ai genitori.
Di salute sto bene, solo mi sento un po’ stanco ed è questa la ragione per cui non scrivo troppo a lungo. In molte mi chiedete di darvi notizie degli eugubini ed io voglio accontentarvi: Panfili, Rogari, Cingoli, Lisarelli, Scavizzi ed altri stanno tutti bene. Alcuni sono stati feriti e sei sono morti(21). Nella gioia del riposo che si gode da qualche giorno, il dolore dei nostri cari compagni caduti ci tormenta un poco, ma pensando che sono morti per la grandezza della Patria ci sentiamo meno tristi. Il nostro Reggimento è il primo e l’unico che ha avuto l’onore di essere elogiato dal Generalissimo Cadorna e di venir nominato nel Bollettino ufficiale che oggi, qui a ... è esposto al pubblico. Abbiamo fatto molti sacrifici, ma oggi proviamo una grande soddisfazione d’essere ammirati e complimentati da coloro che ci incontravano. La nostra Divisione avrà presto il cambio. Vi raccomandiamo di ringraziare il Signore e Sant’Ubaldo per avermi liberato da tanti pericoli e si stare sempre allegri. Ho veduto a San Michele il cavalier Luigi Gatti(22), Sottotenente di fanteria, era ferito e per essere tutti e due infangati neppure ci riconoscevamo. Fu Lisarelli Esopo che avvertì entrambi.
(“L’Ingino” del 5 dicembre 1915)
1915, dicembre 5
Il caporale Andreoli Fernando dal fronte al vescovo di Gubbio.
Al cambio più non ci si pensa e la licenza sembra ancora un frutto proibito. Quello che c’è di vero è un po’ di freddo che ci insidia maggiormente la notte nella soffitta che ci accoglie per il riposo; c’è un po’ di nostalgia che vuole attentare alla serena calma dell’animo richiesta dalle esigenze dell’ora che passa. Ma c’è ancora un conforto immenso che sa compensare noia, nostalgia, tristezza, c’è il sentirsi intimamente uniti tra di noi soldati d’ogni paese e d’ogni arma in un affetto grande, che rendo ognuno di noi parte dell’altro. Mi sembra un po’ cambiato il mondo quassù. Ciò che in altri tempi, in altri luoghi poteva interessare, essere oggetto della nostra attività, qui non ha ragione di preoccuparci: quando l’animo non ha nulla da rimproverarmi, quando si è allontanato qualche ricordo che potrebbe farci languire nei rimpianti, quando uno può convincersi di essere già pronto a una chiamata notturna, a una nottata di veglia e di lavoro, ha raggiunto il massimo equilibrio, ha risolto ogni problema, è fuori d’ogni sorpresa e d’ogni dolore. Così si vive in questi luoghi. Come per il freddo bisogna stare coperti, così contro tutta una serie e una combinazione di fatti bisogna armarsi di poe (?) serene e filosofiche. E se alle volte tutta l’arte s’infrange contro qualche intoppo, allora si corre in chiesa e si domanda aiuto a Gesù. Tutti i soldati a sera ci corrono a ristorarsi le forze, tutti i soldati in quel momento guardano meglio al sacrificio, con maggiore fermezza, con maggiore slancio di generosità giovanile. Ella, so bene, mi ricorda sempre al Signore; io ringrazio di cuore e mi apro a più grande fiducia.
(“L’Ingino” del 5 dicembre 1915)
(Continua...)

NOTE

1. Definizione, questa, forse impropria, ma che in questo contributo serve per raccogliere sotto un solo termine tutti quelli che in qualche modo, al momento della chiamata alle armi, erano nella condizione di appartenere, o per ordini ricevuti o per studi intrapresi, alla Chiesa Cattolica. Da essi sono esclusi i parroci che in base alla Legge allora vigente godevano dell’esenzione completa dalle armi.
2. “Fra cui 452 in ospedali e ospedaletti da campo, 319 in fanteria [uno per ogni reggimento], 180 in artiglieria [uno per ogni reggimento], 100 in sezioni di sanità, 85 in reparti alpini [uno per ogni battaglione], 55 in treni sanitari, 30 in reparti di cavalleria [uno per ogni reggimento], 25 con i bersaglieri [uno per ogni reggimento]”, Morozzo della Rocca 1980, p. 13.
3. A p. 81 del volume di Morozzo della Rocca è riportato un brano tratto dalla relazione di don Antonio Paoletti che, salvo omonimia, dovrebbe proprio essere il don Antonio parroco di Morena: “La predica come quella forza che più direttamente influisce sull’animo del soldato, e lo risveglia e lo incita a seguire i santi principi della religione e del dovere, è sempre stata esercitata con vigorosa perseveranza e nell’imminenza delle ore che portavano al sacrificio e alla gloria è sempre stata recata la parola che induceva al convincimento della necessità della lotta”. A proposito di prediche, nelle mie periodiche incursioni presso l’Archivio Vescovile di Gubbio ho individuato gli appunti di molte omelie pronunciate da mons. Beniamino Ubaldi quando era a Roma (1915) e come cappellano militare nell’ospedaletto da campo n. 162 (1918). Sull’attività di mons Ubaldi, vescovo di Gubbio dal 1932 al 1965, come cappellano militare, sul suo diario di guerra (da me trascritto, annotato e corredato di immagini) ho raccolto numerosi documenti che meriterebbero una sistemazione e una pubblicazione consona a colui che gli eugubini hanno eletto come concittadino più famoso del secolo XX.
4. Morozzo della Rocca 1980, pp. 7-12 e nota 25 a p. 223. Questa pubblicazione è assolutamente indispensabile per avvicinarsi e studiare questo aspetto della Grande Guerra. Tra l’altro in esso si fanno dei continui riferimenti a don Pirro Scavizzi, e anche alla Festa dei Ceri organizzata al fronte il 15 maggio 1917 dai fanti eugubini del 51° regg. fant. A p. 203, nel paragrafo dedicato alla religiosità popolare, è riportato il seguente brano tratto dalla relazione finale di un cappellano militare di fanteria (la nota 43 a p. 262 che identifica tale religioso con don Angelo Cagnaschi del 14° regg. cavall. sembra improbabile): “Dalle 16 alle 17, una cinquantina di soldati circa, tutti eugubini, sono usciti fuori in processione, hanno fatto la processione dei ceri, costruiti di legno in segreto, dai soldati stessi, sul medesimo sistema dei veri ceri che si sogliono portare tutti gli anni in processione a Gubbio per la festa di S. Ubaldo”. Nel dicembre 1999 ho chiesto informazioni all’Ordinariato Militare di Roma senza aver avuto alcuna risposta. Ovviamente tutto l’argomento “Ceri al fronte” meriterebbe una ricerca e un approfondimento a se stanti.
5. Morozzo della Rocca 1980, pp. 125-126.
6. Per dati e dettagli si veda l’elenco allegato al presente contributo.
7. Morozzo della Rocca 1980, p. 127. Tanto per fare un esempio documentato. Antonio Gambini, soldato (poi sottufficiale) nel 129° regg. fant. (brigata Perugia) fu consigliato dal comandante del suo battaglione di tentare la carriera di ufficiale di complemento, assieme al suo amico Raoul Procacci, in quanto il comando ben si addiceva al suo patriottismo. Gambini, però, non seguì questa strada, forse anche perché il suo animo e l’educazione seminarista che aveva ricevuto, mal si addicevano ad avere sotto di se altri uomini da comandare (cfr. le lettere pubblicate da “L’Ingino”).
8. Lule, Le confessioni di guerra di un Cappellano militare, Roma 1919, con una prefazione di Ernesto Bonaiuti. Questo lavoro è stato ristampato nel 2004 (cfr. Lule 2004)
9. Il regesto del decreto è pubblicato nell’appendice documentaria.
10. Vale a dire coloro che avevano già ricevuto gli Ordini Maggiori: suddiaconato, diaconato e sacerdozio.
11. Questi i riferimenti documentari:
1- AVG, busta 27/48, Elenco semplice per statistica compilato dopo l’ottobre 1917 (Caporetto).
2- AVG, 27/48, “Sacerdoti della Diocesi di Gubbio che prestano il servizio militare” (attorno al 14 marzo 1918).
3- AVG, 27/48, “Sacerdoti della Diocesi di Gubbio che prestano servizio militare” (non datato).
4- AVG, 27/48, “Statistica del Clero” ( registro compilato a partire dal 1930). Da qui provengono gli estremi anagrafici e dell’ordinazione sacerdotale.
5- AVG, Seminario, registro n. 79. Da qui provengono i dati relativi a molti dei seminaristi elencati.
6- “Bollettino interdiocesano”, a. IV (1916), n. 3, p. 214.
7- “Bollettino interdiocesano”, a. III (1915), n. 12, p. 380.
12. Nessuna persona con questo cognome risulta nelle liste degli alunni del seminario di Gubbio nel periodo 1909-1919. Ne “L’Ingino” sono però pubblicate diverse sue lettere. Nei Ruoli matricolari, classi 1891-1895, al n. 21034 figura Andreoli Fernando di Elpidio, nato a Gubbio il 15 maggio 1891. Chiamato alle armi il 25 ottobre 1911 fu assegnato alla 9a compagnia di sanità e nominato caporale il 4 novembre seguente. Congedato il 29 novembre 1913 fu richiamato il 20 aprile 1915, sempre nella 9a compagnia di sanità. Il 24 agosto 1919 fu posto in congedo illimitato dal Distretto di Perugia e il 7 ottobre seguente risulta essere cancellato per trasferimento di residenza in Ancona (Archivio Comunale di Gubbio, Ruoli Matricolari dal 1891 al 1895).
13. Studente di teologia già ammesso alla tonsura e agli ordini minori.
14. Altri documenti lo danno alla 69a sezione.
15. Dalle annotazioni del Ruolo Matricolare: Gambini Antonio di Raffaele e di Mariotti Assunta, nato a Gubbio il 13 settembre 1892, soldato di IIa categoria; primo arruolamento di leva il 17 aprile 1912; prima chiamata alle armi 20 luglio 1913 nel 51° regg. fant.; seconda chiamata alle armi 22 maggio 1915. Promosso caporale il 29 maggio 1915, caporal maggiore il 12 agosto 1915, sergente il 28 ottobre 1915. Concessi tre mesi di licenza di convalescenza il 19 aprile 1919. Congedato il 28 agosto 1919 e concessa dichiarazione di buona condotta (ACG, Ruoli Matricolari dal 1890 al 1895).
16. “Ed eccoci al 1915. Scoppia la guerra, i giovani sono tutti chiamati alle armi e cessa ogni attività dell’Associazione [Circolo “Silvio Pellico”]. (...) Partirono anche Oderisi, poi Dante e infine Don Bosone, che, non essendo parroco, non poteva avere la dispensa dal servizio militare e fu richiamato nel corpo della Sanità prima al Celio di Roma, poi, come cappellano, nel campo di prigionieri austriaci situato sul Monte Subasio, nei pressi delle “Carceri”, e, infine, all’ospedale di Città di Castello” (Rossi 1982, pp. 12-13).
17. Quasi sicuramente si tratta di una sezione di Sanità.
18. Gaetano Leonardi di Gubbio, sottotenente del 93° regg. fant. (brigata Messina), morto il 29 luglio 1915 nell’ospedaletto n. 188 (Papariano) per ferite riportate in combattimento. Fu decorato con medaglia d’argento al valor militare.
19. Si fa riferimento alla chiesa (poi basilica minore) di Sant’Ubaldo, patrono di Gubbio, posta sul Monte Ingino. Durante la guerra vennero celebrate in essa numerose funzioni religiose a favore dei soldati eugubini.
20. L’ebbe invece d’argento.
21. In realtà, nella IIIa battaglie dell’Isonzo (18 ottobre - 4 novembre 1915) furono 13 i soldati eugubini del 129° fanteria morti sul campo; nella IV battaglia (10 novembre - 1 dicembre 1915) ne caddero altri 4. La brigata Perugia fu duramente impegnata in ambedue gli scontri.
22. Altro eugubino decorato al valor militare.
 
ILLUSTRAZIONI
1. Seminaristi soldati a Roma. Carlo Braccini è il primo da destra in piedi (Gubbio, Archivio Vescovile).
2. Don Settimio Pambianco, tenente cappellano nel 60° regg. fant., brigata Calabria (collezione privata).
3. Don Bosone Rossi, soldato di sanità (Gubbio, Biblioteca Comunale Sperelliana).
4. Don Luigi Rughi, tenente cappellano nel 76° regg. fant., brigata Napoli (da Lule 2004).
5. Gaetano Turziani, sergente nel 18° regg. fant., brigata Aqui.

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Gli ecclesiastici eugubini nella Grande Guerra

(seconda parte)

1916, gennaio 9
I giovani cattolici soldati”.
Del Circolo giovanile cattolico “Silvio Pellico” si trovano sotto le armi i seguenti soci. La maggior parte di essi ha partecipato alla guerra fin dallo scorso giugno.
(...)
Gambini Antonio: del 129° fanteria, promosso sergente per merito di guerra.
(...)
(“L’Ingino” del 9 gennaio 1916)
 
1916, aprile 2
Per una nomina.
Il nostro carissimo Don Rughi, che è soldato da pochi giorni, con decreto del Ministro della guerra è stato nominato tenente cappellano del ... fanteria che si trova in Albania.
Dalle colonne dell’Ingino, che lo ha assiduo e valoroso collaboratore, rinnoviamo le congratulazioni già espressegli quando abbiamo avuto il piacere di rivederlo nella breve licenza ottenuta per salutare la famiglia e gli amici. Insieme alla benedizione del Signore, lo accompagni il nostro affetto e l’augurio che l’opera sua possa giovare alla religione e alla patria.
(“L’Ingino” del 2 aprile 1916)
 
1916, aprile 13
Carlo Braccini da Roma al vescovo di Gubbio.
Eccellenza R.ma
Grazie della ommendatizia apposta alle mie domande. Domattina saranno presentate alle rispettive Congregazioni, e spero che abbiano esito felice.
Sono andato a l’ufficio del vescovo castrense per intendermi riguardo a quello che mi dice l’E. V.
Sono venuto a sapere che le dimissioni devono essere rilasciate al solito da codesta Curia, per essere munite poi del “Nulla osta” da parte dell’ordinariato castrense. Queste dimissioni mi sono necessarie anche se avrò il bene di ordinarmi in Diocesi per mezzo dell’E. V. Questo mio desiderio, come già Le significai ultimamente, molto difficilmente potrà essere effettuato, perché invece di licenze si parla con più insistenza di spedizioni per il fronte! Nientemeno già sto pronto in una lista di partenti per il giorno 20 corr.; il capitano Aiuti porrà anche questa volta la sua opera di protezione in mio favore.
Questa sera stessa comincio a fare il corso di esercizi dai Padri Gesuiti, e spero di essere lasciato nella dolce quiete della unione con Dio, e che per la Santa Pasqua avrò la gioia di offrire per la prima volta il santo Sagrifizio.
Preghi sempre il Signore per me, e le dimissioni le rimetta pure a nome mio, perché dall’ospedale penserà qualcuno a presentarle a l’ufficio castrense. (...)
(AVG, 27/36, fasc. n. 841)
 
1916, aprile 16
Don Luigi Rughi da don Bosone Rossi
Caro D. Bosone
Cabina 554 della R. Nave ....
La censura non mi permette di dirti il nome della città da cui ti scrivo, né il luogo dome mi devo recare.
E’ ormai il quinto giorno dacché mi trovo qui imbarcato ad aspettare con ansia l’ora della partenza. Durante il giorno sto a terra dalla mattina alla sera. Ho fatto conoscenza con Mons. Ragnini, Vicario della R. Marina, il quale mi ha colmato di gentilezze e mi ha invitato a visitare la superba corazzata Ammiraglia dove egli è imbarcato. Con me sono altri due Cappellani militari che si devono recare allo stesso luogo di mia destinazione: un giovano e simpatico cappuccino milanese, amico di un tale Fra Galdino che ebbi condiscepolo alla Scuola Sociale di Bergamo nel 1912 e il Sac. Prof. Morettini di Assisi che è Cappellano di un reggimento di cavalleria. Come puoi immaginare siamo diventati tre ottimi amici e non vediamo l’ora di recarci a piantare le nostre tende nell’opposta sponda dall’amarissimo Adriatico. Stamane ho visto anche il giovane marinaio Fabiani col quale mi sono trattenuto in lungo e cordiale colloquio. Altri soldati eugubino non ho potuto vedere. Essi sono già passati tutti all’altra sponda. Di colleghi Cappellani della R. Marina ne ho conosciuti ben sei, non compreso il Ragnini, e fin dai primi giorni mi hanno invitato a celebrare la Messa nella Chiesa dell’Ospedale Militare e a coadiuvarli nell’ascoltare le confessioni dei marinai che in questi giorni soddisfano al precetto Pasquale. Il Comando della Marina, ispirandosi ad uno squisito senso di praticità e di spirito cristiano, ha disposto che in queste settimane tutti i comandanti della navi da guerra, anche quelli delle siluranti e del naviglio leggero, facilitino il compito dei Cappellani che si recano nelle navi stesse per parlare agli uomini di bordo sul precetto Pasquale e prepararli al grande atto. Tale preparazione è già cominciata: ed ecco che ogni mattina, dai giganteschi colossi grigi che si profilano nell’orizzonte del mare e del cielo, si distaccano degli esili canotti che vengono a terra. Essi sono pieni dei nostri simpatici marinai, vestiti a festa, i quali, appena scesi a terra, si affrettano a salire nella chiesa dell’Ospedale della R. Marina dove una dozzina di sacerdoti li attendono per ascoltare le loro confessioni. Un Cappellano celebra la Messa della Comunità e recita un fervorino d’occasione. Le ottime Figlie della Carità, che prestano servizio nell’ospedale, durante la bella funzione svolgono uno scelto programma di musica popolare che i marinai gustano commossi.
Credi pure che ad assistere a queste belle funzioni, che sono un fatto nuovo per la Marina italiana, si prova una commozione profonda, duratura. I Cappellani, che conoscono bene i loro uomini, mi hanno assicurato che la grandissima maggioranza degli equipaggi soddisferà i precetto Pasquale. Il fatto, specie in quello che riguarda gli ufficiali, è molto consolante per noi. Nel passato la Marina italiana non aveva avuto mai a bordo i Cappellani e quindi il Clero o era ignorato completamente o conosciuto attraverso la solita stampa liberale e anche anticlericale. Oggi invece il sacerdote, col grado di Tenente di vascello, ossia di capitano, si trova notte e giorno in questa magnifica città galleggiante che è una nave da guerra: ed egli non è un intruso qualunque o un tollerato, ma un uomo necessario e rispettato; egli siede alla mensa degli ufficiali, occupa i primi posti: quando lui parla, sia in occasione dell’omelia domenicale che della conferenza morale, tutti lo ascoltano con religioso silenzio, a cominciare dall’Ammiraglio fino all’ultimo soldatino. E quanti pregiudizi sono caduti, quante angolosità si sono smussate!
Speriamo che anche dopo la guerra l’Italia conservi alle navi i loro Cappellani. Intanto io ringrazio il buon Dio per le consolazioni che mi ha fatto provare in questi giorni.
Ti prego di porgere i miei ossequi rispettosi a Mons. Vescovo e Mons. Malchiodi, tanti saluti a D. Federico e a D. Baleani. Buone cose ai pellicani(1) e agli ottimi amici della Federazione Contadini. Saluti affettuosi dal tuo fratello in G. C.
D. Luigi Rughi
Tenente Cappellano
(“L’Ingino” del 16 aprile 1916)
 
1916, aprile 30
Don Luigi Rughi dall’Albania a don Bosone Rossi
Quando mi sarò reso conto meglio di uomini e cose che mi circondano, ti scriverò a lungo. In questi giorni sono molto occupato per preparare i soldati al Precetto Pasquale. Il mio reggimento, dislocato in varie parti, è composto di lombardi in prevalenza milanesi.
Buona gente in genere. Ho potuto avvicinare delle compagnie del ... dove c’è Peppino Cavicchi e qualche altro eugubino. Forse, col tempo, mi sarà possibile avere dei contatti con reggimenti dove ci sono vari eugubini. Sono abbastanza vicino alle prime linee. Generalmente in Albania si sta bene e non prestate fede alle fandonie che una volta si andavano diffondendo intorno a questo settore di guerra. Godo ottima salute. Saluti affettuosi a te, famiglia e amici comuni.
(“L’Ingino” del 30 aprile 1916)
 
1916, maggio 14
Il tenente cappellano don Luigi Rughi dall’Albania al canonico Baleani in Gubbio
Mio caro amico (...)
A poco a poco, se ne avrò il tempo, ti parlerò delle principali meraviglie ... albanesi: per oggi mi limito alle bestie da soma . Non credere che si tratta di muli o di asini: esse sono semplicemente delle donne.
Quando, appena sbarcato, mi incamminai insieme a un sottotenente, mio compagno di viaggio, verso ... per ammirare le prime novità, vidi una lunga fila di donne, vestire con calzoni lunghi, larghi e legati al malleolo del piede, curve e ansanti che andavano verso la città, cariche di pesanti fardelli di legno. Innanzi a quelle misere donne camminava scarico a guisa di guida un giovane albanese, e le seguiva un altro uomo, pure scarico, con un grosso bastone in mano.
Puoi immaginare la mia meraviglia. Chiedo informazioni ai primi soldati italiani che vedo e mi si risponde:
- Qua la maggioranza della popolazione è mussulmana. Tra i mussulmani le donne sono considerate come schiave. L’uomo, che ne può avere quel numero che gli consente la sua potenzialità finanziaria se ne serve per i suoi piaceri e per i suoi lavori.
Un giorno che non gli sono più utili se ne sbarazza. Spessissimo in tutte le vie s’incontrano queste povere infelici, cariche di legna e di masserizie che vanno e vengono dai paesi o dalle città, sempre accompagnate almeno da un uomo che per lo più va a cavallo. Passano ansimando, curve, col volto emaciato e scarno, divenute vecchie a vent’anni vestite di cenci e degli immancabili calzoni. E’ uno spettacolo raccapricciante che disonora il genere umano. In Albania non si hanno case sparse nelle campagne: sono tutte raggruppate in villaggi e paesi. Preso questi raggruppamenti di catapecchie non si vedono che uomini e fanciulli.
Le donne stanno chiuse in casa : se ce n’è fuori qualcuna fugge spaventata e si chiude in casa al primo vederti. Se per qualche ragione devono uscire di casa e attraversare le vie, si coprono il capo e la faccia con un velo. Mi assicurano che i fanciulli e le fanciulle albanesi amano sì il loro babbo, ma poco o niente la mamma e ciò per il semplice fatto che le mamme da un momento all’altro possono essere allontanate da casa e i figli non le vedono più. La religione di Maometto distrugge tutto ciò che è più bello e più santo nella vita: l’amore dei figli verso la madre loro!
Una delle caratteristiche più spiccate dei popoli orientali musulmani, è l’ozio, l’inerzia; ed anche i mussulmani albanesi amano il lavoro come il fumo negli occhi. In tutti i villaggi si vedono accovacciati per terra, in crocchi più o meno numerosi, a confabulare tra loro mentre fumano la sigaretta. Qui in Albania, forse perché il tabacco costa poco, fumano tutti, anche le donne. I terreni sono molto fertili; se coltivati coi nostri metodi potrebbero essere una fonte incessante di ricchezza; ma gli albanesi nella maggior parte, li lasciano o incolti o li coltivano con metodi addirittura primitivi.
In un’altra mia ti parlerò degli albanesi cattolici e greco ortodossi.
In questi giorni ho potuto vedere cari amici del comune di Gubbio, fra i quali Zaccagni Enrico(2) del Circolo di Cipolleto(3) e Giuseppe Cavicchi(4) del Silvio Pellico. Stanno tutti bene e contenti. Ho ricevuto notizie anche del sottotenente Alpinolo Pierucci(5), il quale si trova lontano da me. Gli ho mandato i saluti anche da parte tua e della famiglia a mezzo di un suo compagno.
(“L’Ingino” del 14 maggio 1916)
 
1916, maggio 14
Il caporale Andeoli Fernando dal fronte al vescovo di Gubbio
Non è la Pasqua dell’anno scorso: la chiesuola di quassù non riveste la solennità e il mistero delle grandi basiliche, ma anche qui il Signore si fa sentire, tocca l’animo con la soavità dei ricordi e la dolcezza della grazia, anche qui il Signore come un amico fa visita ai suoi che traggono forza e coraggio da quella buona visita. Rigurgita di soldati la chiesuola come quella di un villaggio e quanta pietà dimostrano! Io pure mi unisco a questi soldati e tra quelle sacre mura, dinanzi a Gesù, prego per Lei e invoco la benedizione del risorto Salvatore.
(“L’Ingino” del 14 maggio 1916)
 
1916, maggio 28
Don Carlo Braccini, “sacerdote soldato”, al vescovo di Gubbio
Sono passati otto giorni da che mi trovo in zona di guerra e già posso dire di essermi assuefatto al nuovo sistema di vita, tanto diversa da quella che si menava nella capitale. Qui non si ergono al cielo superbi monumenti e palazzi, ma aspre e scoscese montagne, non si vedono altre faccie che quelle abbrunate dei nostri valorosi soldati specie degli alpini; non si sente altro suono che il rombo cupo e minaccioso dei cannoni che si dilegua lontano, lontano.
Fino ad ora non ho compiuto l’ufficio di portaferiti. Ogni giorno ho celebrata la S. Messa ed ho avuto la consolazione di vedere nella chiesuola, sia al mattino che alla funzione serale del mese Mariano, numerosi soldati che adempiono con singolare devozione le pratiche di pietà, che cantano con entusiasmo le lodi sacre, che depositano nella cassettina l’obolo della vedova, per implorare dalla Vergine la sua protezione.
(“L’Ingino” del 28 maggio 1916)
 
1916, maggio 28
Don Luigi Rughi dall’Albania al canonico Baleani in Gubbio
(...) Dunque non tutti gli albanesi sono mussulmani. Per quello che ho potuto comprendere, in questa parte dell’Albania, occupata dagli italiani, circa un terzo della popolazione è cristiana ed appartiene alla Chiesa Greco-Ortodossa. Ben inteso, anche i greco-ortodossi, che son abbastanza numerosi a Valona dove hanno la chiesa, la scuola e il loro arcivescovo, si trovano in uno stato di civiltà molto arretrata, anche per il fatto che il governo turco li ha sempre decimati e derubati. Anche i loro fratelli albanesi mussulmani li odiano. Ad ogni modo stanno molto più in alto degli altri schipetari. Le loro donne escono di casa come da noi, non sono ancora così ... progredite da vestire la jupe culotte né fanno l’ufficio di bestie da soma.
Le madri sono amate dai figli poiché i cristiani greco ortodossi sono monogami e non praticano il divorzio. Essi, per lo più, sono raggruppati in villaggi di soli cristiani, e non hanno contatti di sorta cogli albanesi.
Mi è stato sempre detto che nella zona di occupazione italiana, fatta eccezione per la città di Valona, non ci sono famiglie cattoliche. Però il giovedì santo feci una gradita scoperta che mi fece sospettare il contrario. Un ufficiale m’invitò a fare una gita nei villaggi vicini. Arrivammo in un villaggio formato da una ventina di capanne coperte di fascine e di vimini e foderate di creta. Dava l’aspetto di un estremo squallore. Ci avvicinammo. Delle donne sedute cucivano tranquillamente e numerosi fanciulli si divertivano. Al nostro appressarsi, cosa insolita, non si allontanò nessuna donna. Pensai subito: Questo è un villaggio cristiano. Un giovinetto che arava in un campo fermò subito i buoi e corse da noi salutandoci festosamente. Spiegammo la causa della gita ed io, che comincio a cincischiare un po’ di schipetaro (gli albanesi si chiamano schipetari e la loro patria è detta schiperia) gli domandai:
-Sei mussulmano?
Ed egli, quasi offeso della mia domanda, con un’aria di orgoglio, mi rispose:
-I am cristiano romano (sono cristiano romano).
E mi fece capire che erano cristiani romani tutti gli abitanti del villaggio, circa duecento persone. Da principio non potevo spiegarmi come mai egli insistesse tanto nel qualificarsi cristiano romano; poi mi venne il sospetto che egli fosse cattolico e alla mia domanda rispose affermativamente. Allora io, che vestivo come sempre da ufficiale in tenuta di combattimento e con la croce rossa sul petto, a sinistra, dissi che ero un prete cristiano cattolico. Non si può immaginare la contentezza di quei buoni schipetari. Anche le donne, che per quanto non fossero fuggite, pure si erano tenute a una rispettiva distanza, mi si fecero vicino. Domandai se avevano la chiesa e il prete; mi accennarono un villaggio lontano lontano, che sta al di là del fiume, sulle prime linee, dove essi qualche volta si recano per assistere alle sacre funzioni. La sta il prete romano.
Essi sono così poveri ed abitano in quelle misere capanne perché i turchi li hanno sempre derubati e massacrati. Anche gli albanesi mussulmani sono loro nemici. A questo punto un vecchio che aveva ascoltato tutto a mani giunte si avanzò e disse sentenziando:
-Schipetaro cristiano bono: schipetaro turco tagliare coka (testa): italiano bono, bono; italiano cristiano.
Entrai in alcune di quelle squallide stamberghe. Sono tutte a pianterreno. Nel mezzo hanno il fuoco: il fumo si spande per la camera ed esce per la porta e per le fessure del tetto. Attorno attorno siede e dorme quella povera gente. Ben inteso nella Schiperia si siede e si dorme per terra. Nel villaggio sono tutti analfabeti. Ci dissero, con molto dispiacere, che non potevano regalarci nemmeno un uovo per la Pasqua. Intanto si fece avanti una donna, piuttosto anziana, che doveva essere certo una specie di signora del villaggio, la quale disse di regalare un uovo a me che ero prete romano. Per quanto feci, non potei farle prendere alcune monete che poi regalai ai bambini che mi divennero subito amici e mi accompagnarono fino alla via.
Il 30(6) u. s. sono tornato a visitare il villaggio cristiano di ... insieme a Don Raniero Morettini di Assisi, Cappellano del ... Cavalleggeri. Tutti gli uomini erano a casa. Una quindicina di essi, coi loro muli, lavorano per il governo italiano. Quel giorno però, essendo di domenica, faceva festa e ci dissero che non avrebbero lavorato per tutto l’oro del mondo. Ricevemmo un’accoglienza festosissima. Tutto il paese non possieda una sola sedia. Fummo invitati a sedere sopra un tappeto rabescato, che la padrona di casa, quella che l’altra volta mi aveva regalato un uovo, stese in terra avanti la porta. Ci raccontarono cose raccapriccianti intorno ai turchi. Tra l’altro, gli antichi genitori di questi schipetari una volta ebbero tutti mozzate le orecchie perché non vollero rinnegare la religione cristiana. Si fece intorno tutta la popolazione del villaggio. Regalammo ai bambini medagliette e immagini sacre. Io detti anche delle immagini di S. Ubaldo(7) che essi accettarono ben volentieri. Domandai se nelle loro case avevano immagini sacre e crocefissi. Da principio non capivano; poi quella solita donna esclamò: Icona! Entrò in fretta e tornò subito portando un’antica tavola raffigurante, in stile bizantino, la Madonna cogli Apostoli. Domandai:
-Da chi l’avete avuta?
Rispose che l’aveva ricevuta in eredità dai loro antenati. Domandai se altre famiglie avevano immagini. Comparve un ragazzo con un’altra tavola antica, un po’ affumicata, che mi sembrò raffigurare S. Giorgio. Altri simboli religiosi non possedevano. Per quanto si dicano cristiano romani, pure non sanno chi sia il Papa.
Sono veramente cattolici come essi affermano? E’ ciò che saprò non appena mi sarà dato di far conoscenza col prete romano che sta in quel villaggio lontano lontano ...
(“L’Ingino” del 28 maggio 1916)
 
1916, maggio 28
Don Antonio Paoletti al vescovo di Gubbio
Con sommo gradimento mi giunse la sua Pastorale che lessi e feci leggere ai miei compagni sacerdoti. Anche il cappellano e gli ufficiali ne gradirono la lettura apprezzando altamente la sua parola. Il Cappellano ha fatto erigere una graziosa cappellina che è stata dedicata al nostro protettore S. Ubaldo essendo la maggior parte di noi soldati di Gubbio. Ci è giunto un bel quadro del Santo preparato da Gaetano Camponovo. Il giorno 13 fu iniziato un triduo solenne. Come era commovente tra questi abeti l’inno popolare “O lume della fede”! Molti si accostarono alla S. Comunione e alla sera della festa fu fatta una chiusura solenne che rimarrà indelebile ricordo della nostra vita di Guerra.
(Da una cartolina inviataci dalla zelante Cappellano P. Fedele da Avezzano abbiamo appreso che i promotori della festa sono stati i soldati Don Paoletti, Pierucci Alberico e Menichetti Brizio coi quali ci rallegriamo di cuore).
(“L’Ingino” del 28 maggio 1916; Barbi 1999, p. 66)
 
1916, giugno 11
Don Luigi Rughi dall’Albania al sig Tommasi, presidente del Circolo G. C. di Perugia
Mio caro Tommasi (...)
Ieri mi distrassi alquanto. Nientemeno ad un solenne ricevimento in casa del Mustar (Sindaco) di ... un paese composto di soli albanesi musulmani. Per un episodio non troppo lieto della mia vita, diciamo così, militare, su cui ora, per ragioni facili a comprendersi, debbo mantenere il più scrupoloso silenzio, sono divenuto un grande amico del sindaco di questo paese. Egli, insieme ad altri notabili del luogo, mi aveva più volte invitato a ... prendere il latte in casa sua. Io mi ero sempre schermito, sia perché i soldati italiani per ragioni igieniche e di prudenza non hanno quasi mai contatti cogli indigeni e tanto meno entrano nelle loro case, sia perché pensavo tra me: ma che cosa sarà questo latte servito in una casa akipetara e da un Sindaco che per quanto mi dicano ricco, pure ha un aspetto (uso un eufemismo) così modesto?
Ne parlai con alcuni ufficiali e questi mi risposero in coro: - Ma che pensa mai? Avventurarsi solo in un paese di musulmani? La Libia non le ha insegnato nulla?
Riconosco che le precauzioni dei miei colleghi erano giuste, ma dall’altra parte, il desiderio ed anche la curiosità di entrare una volta in queste misteriose cose musulmane esercitavano in me un fascino così irresistibile che ieri, a l nuovo invito del sindaco, risposi senza esitare:
- vengo fra una mezz’ora.
Per ogni buon fine misi in tasca una bella Browning a 7 colpi e portai con me un soldato appartenente alle famiglie albanesi dimoranti in Italia, il quale parla discretamente bene la lingua skipetara e funge anche da interprete. Dopo un tre quarti di ascesa si arrivò sul cucuzzolo della scoscesa collina, su cui a cavaliere si adagia il paese. Sopra tutti gli edifici, ombreggiate dagli alberi di fico e di pero, emergono la moschea e la casa del sindaco. Durante il cammino non si fece altro che parlare delle glorie e della potenza d’Italia.
Allo sbucare nel paese le poche persone accovacciate sulla via si ritirarono. Rimasero alcuni notabili ai quali mi presentò il sindaco. A poco a poco si ebbe notizia in paese sulle mie generalità: qualche vecchio e dei bambini ritornarono sulla via, mantenendosi sempre, però, a una relativa distanza. Notai anche facce spaventate di donne che guardavano dalle fessure delle porte e delle finestre. Io vestivo da ufficiale in tenuta da combattimento.
Il Sindaco, accompagnato dai notabili, ci precedeva sempre, avviandosi verso la propria casa. L’andito dal quale si sale alle camere interne sindacali è formato da ... una stalla per pecore e capre. Da questa per una scaletta di legno e in mezzo a vari profumi ... skipetari, si giunge al secondo piano: una camera semibuia, sudicia, deserta: da questa si va al terzo piano, ove si trova la sala da ricevimento. Finalmente si può respirare. Siamo in un vasto vano rettangolare, intonacato e imbiancato, col soffitto in legno colorato in nero, con caminetto e una larga finestra che dà sull’aperta campagna. Nella sala, che dà l’impressione di un’oasi nel deserto, non ci sono né seggiole, né quadri, né fregi; ma in fondo si scorge un piccolo armadio di rovere intagliato, e quasi tutto il pavimento è ricoperto di un grande tappeto rosso, con cuscini bianchi, disposti in semicerchio.
Il Sindaco mi invita a sedere, pardon, ad accovacciarmi nel mezzo: io accetto e mi poso alla meglio sopra un soffice cuscino. La prima offerta del Sindaco sono sigarette turche. Tutti accettiamo e cominciamo a fumare. Ma già in Albania fumano perfino le donne: ed anch’io ho dovuto cedere alla corrente.
Intanto mi accorgo di essere in casa di un sindaco che ama l’igiene più di quel che si crede; difatti, appena s’incomincia a fumare, entra un ragazzo, figlio del Mustar, con piattini colorati di latta e ne depone uno accanto a ciascun invitato. Servono per gettare i mozziconi delle sigarette, per la saliva e gli avanzi di fiammiferi accesi. Poco dopo entra un altro valletto - il cugino del Sindaco - con una grossa caffettiera ed un vassoio con tazzine di porcellana. Posa tutto sopra il tappeto rosso, ed io sono il primo ad essere servito.
E’ latte di capra, alquanto oscuro, con globuli nerastri. Mio Dio! chi ha bevuto mai latte solo? E poi di quel latte con quei globuli nerastri!... Ma è necessario che mi armi di coraggio, posto che la curiosità mi ha condotto in questo ginepraio comincio a sorseggiarlo: è latte inzuccherato, certo non molto gradevole, ma che non ha nulla di speciale. Già, penso tra me, il diavolo non è mai brutto come si dipinge.
- E’ buono? - mi domanda il Sindaco in aria di trionfo.
-Mirë Mirë - (buono, buono) - rispondo subito - Non l’avessi mai detto!
Il Sindaco vuole assolutamente che ne beva un’altra tazza!... E bisogna ubbidire.
Torna di nuovo il solito valletto e porta un grosso paniere di formaggio fresco una specie di piattino ricolmo di zucchero polverizzato: depone tutto sopra il tappeto rosso avanti ricotta e un ai miei piedi. Io devo essere il primo a gustarne. Il Sindaco spiega che si tratta di uno dei piatti più succulenti della Skiperia.
Santo cielo! per quali mani sarà passata quella maledetta ricotta? E poi senza una forchetta, o un cucchiaio...
Il Sindaco mi insegna: se ne piglia un frustolo colla punta delle dita, si strofina nella polvere di zucchero e poi si mangia. Ed io devo subire anche quest’altro martirio. La ricotta ha un sapore acido e poco gustosa.
Prima di levare le mense venne ancora una volta il figlio del Sindaco con un pannolino bianco: serviva per nettarci le mani. Nell’uscire dalla sala mi accorgo di avere commesso un grave peccato contro il galateo Skipetaro.
Nell’entrare, sia il Sindaco che i notabili avevano lasciato le ciabatte sulla soglia senza che io me ne fossi accorto, ed ora l’infilavano nei piedi con la massima speditezza. Chiesi scusa della mia omissione allegando il fatto che per cavare i miei stivaletti ci voleva molto tempo. Il Sindaco secco rispose:
S’ka te bejë (non fa niente); le sue scarpe sono pulite.
Per discendere facciamo la solita strada. Non vidi una donna: in tutta la casa era uno squallore e un silenzio sepolcrale.
Fuori scherzavano alcuni bambini, che appena mi videro cominciarono ad allontanarsi. A mezzo del figlio minore del Sindaco, che già mi era divenuto amico, cercai di farmeli avvicinare. Regalai dei gingilli e qualche moneta. Dalle finestre e dalle porte semichiuse si vedevano della facce spaventate di donne, che si ritiravano improvvisamente appena s’accorgevano di essere notate. Una donna che vestiva i calzoni attraversò la via col capo velato.
Tutto ciò mi faceva l’impressione di trovarmi in un luogo maledetto da Dio e dagli uomini.
Quale differenza tra questo e un altro villaggio non molto lontano, ma composto di tutte famiglie cristiane, ove appena mi vedono arrivare, tutti, ma specialmente le madri coi loro piccini al braccio, mi corrono incontro facendomi festa e mi raccontano, più coi gesti che con le parole, tante cose per concluder colle parole sacramentali che, i “Turchi tagliare koka (la testa) ad aschire (il soldato) italiano mire perse (perché) cristiano”.
(“L’Ingino” del 11 giugno 1916)
 
1916, giugno 24
Don Luigi Rughi dall’Albania ad Anacleto Ceccarelli, presidente della Federazione Contadini di Gubbio
Caro Ceccarelli,
Tanti ringraziamenti dell’ultima vostra cartolina. Questo continuo invio di corrispondenza vostra e di tanti vostri compagni, mi riempie l’animo di gioia e quasi mi fa dimenticare di essere lontano dalle belle terre dell’Umbria nostra.
Nei momenti che ho liberi m’intrattengo con questi poveri contadini albanesi i quali mi raccontano e mi fanno vedere delle cose interessantissime. Se voi vedeste... le case di questi poveretti! Sono delle semplici capanne di frasche, o delle catapecchie ad un sol piano ricoperte di lastre. Sono senza finestre e non constano che di un sol vano: nel mezzo si accende il fuoco e il fumo esce per le fessure del tetto e della porta. Il contadino albanese è di una povertà estrema: possiede solo alcune coperte, pochi cenci per vestirsi, un pentolino, un paio di sacchi per lo più voti, qualche altro oggetto e poi basta: non ha né bicchieri, né piatti, né cucchiai. Alla sera stende le coperte sul pavimento e lì dorme l’intera famiglia. Alla mattina le coperte vengono raggomitolate e la camera da letto torna ad essere cucina. Per avere un’idea di quanta poca roba abbiano i contadini albanesi, vi basti sapere che quando essi cambiano casa, portano via tutto con un ... somarello. Eppure una volta gli albanesi costituivano uno dei popoli più civili del mondo: ed essi mi raccontano che l’ultimo loro re Scandemberg - 400 anni fa - lottò per 27 anni contro i turchi e li sterminò in 22 battaglie: finalmente essi furono vinti, i turchi li soggiogarono e li costrinsero a rinnegare la religione cattolica e oggi li hanno ridotti in queste misere condizioni. Un giorno un contadino mi raccontò che il podere egli lo teneva in affitto a pagava 20 napoleoni (400 lire) all’anno, e che se il giorno della scadenza non era pronto a pagare la somma, il turco veniva, lo prendeva per le orecchie e lo portava ad affogare nel fiume.
Ai tribunali qui non ci ricorre nessuno e quelli che erano i più forti - i padroni - potevano commettere ogni sorta di prepotenza. Prima che fossimo venuti noi italiani, i contadini e i piccoli proprietari lasciavano quasi tutte le loro terre incolte, per il fatto che quando i raccolti erano maturi, venivano i turchi e si portavano via tutto: delle volte portavano via perfino le donne e se i contadini ci trovavano a ridire, la forca o la fucilazione erano pronte. Vi potete quindi immaginare quanto siano contenti oggi che è venuta l’Italia che li difende da ogni prepotenza! E già hanno cominciato a coltivare dei campi che nel passato tenevano incolti. L’occupazione italiana è vista di buon occhio, specialmente dai lavoratori dei campi. Di questi nessuno sa leggere e scrivere, hanno le loro organizzazioni per tutelare i propri diritti e fanno parte perfino delle pubbliche amministrazioni. Al sentir narrare queste cose, vanno in visibilio. C’è un giovanotto diciottenne il quale mi dice sempre che dopo la guerra verrà con me in Italia per vedere, imparare e poi tornare in Albania.
Di nuovo vi ringrazio del buon ricordo che conservate di me e a mezzo vostro ringrazio tutti gli altri amici della Federazione Contadini, ai quali invio i saluti più affettuosi. La guerra che noi combattiamo ha reso in me più forte l’amore verso i lavoratori della terra perché sono coloro che più di tutti hanno fatto e vanno facendo per la grandezza della Patria. Sono convinto che per l’avvenire i contadini verranno tenuti in maggior rispetto da tutti. Ad ogni modo, voi che siete rimasti a casa, avete il dovere di mantenere vive e forti le organizzazioni ella classe, affinché domani, quando la guerra sarà finita con la nostra vittoria, anche i giusti diritti dei contadini vengano da tutti e sempre rispettati.
(“L’Ingino” del 24 giugno 1916)
 
1916, luglio 16
Giuseppe Cavicchi a don Bosone Rossi
Come già saprete, son tornato dalla Albania dove ho lasciato il caro D. Rughi e altri ottimi amici.
(...)
(“L’Ingino” del 16 luglio 1916)
 
1916, luglio 14
Dati relativi al caporale Andreoli Fernando di Elpidio e di Giulia Consioli, nato a Gubbio il 15 maggio 1891.
Richiamato il 20 aprile nella IXa compagnia di Sanità presso il 1° reparto someggiato, divisione speciale bersaglieri, IV° Corpo d’Armata, IIa Armata, Ternova, località Magoz.
(Archivio Comunale di Gubbio, Carteggio, b. 1483, tit. VIII, art.2)
 
1916, luglio 20
Padre Settimio Pambianco(8) al fratello Filippo
Carissimo Fratello, ti spedisco una breve relazione sul servizio religioso presso il 60.mo Fanteria inviata al Vescovo di Campo, due orari sul servizio religioso approvati dal Sig. Colonnello, due encomi dei quali uno già ti è noto, un ritaglio del giornale “L’Italia” a proposito del rinvenimento della salma del Sottotente Bertarelli Luigi. Ti prego per ragioni di prudenza di non dare comunicazione ad alcun giornale di tale incartamento; al più puoi mandarne copia al Direttore del “Prete al Campo” D. Giulio De Rossi (Via della Scrofa, 70, Roma). Ti avverto tutto questo a previsione di qualunque eventualità. Non ti spaventare di questa lettera che parrebbe voler assumere l’idea di un testamento; a casa non l’avrei scritta, a te sì. Bisogna guardare in faccia la realtà e serenamente accingersi allo adempimento del proprio dovere. Piuttosto prega Iddio per me, affinché mi conceda la forza e le qualità necessarie per assolvere la mia missione a tutela del buon nome della religione e del sacerdozio. Sento di essere troppo in basso. L’unica soddisfazione che ho chiesto a Dio è la gioia pura e serena che proviene dall’adempimento del proprio dovere. Io per naturale sono un poco egoista; in questo momento sento però di dover dimenticare me stesso. Le persone scompaiono e rimangono nella loro purezza le loro grandi idee di religione e di patria. Io sento nell’animo mio queste due grandi concezioni, ma come sono impari ad assolverle! Prega, prega molto Iddio per me, e confidiamo che Egli voglia esaudire una preghiera che non è fondata su interessi personali, ma che ha solo per oggetto la gloria della religione, la salvezza della Patria. Caro fratello, il tempo non mi permette di prolungarmi in altre considerazioni. La mamma che tanto mi amava in terra, spero vorrà seguirmi colla sua preghiera dall’alto dei cieli! Tanti saluti e baci dal tuo affezionatissimo Settimio.
(Puletti 2003).
 
1916, agosto 15
(...)
6.
Diamo l’elenco dei nostri sacerdoti diocesani che sono attualmente sotto le armi, e il loro indirizzo. Li raccomandiamo alle particolari dei confratelli.
1)Sacerdote Antonio Paoletti (081 ospedale da campo - zona di guerra);
2)Sacerdote Luigi Rughi, cappellano militare nel 48° regg. fant. Milizia Territoriale (Albania);
3)Sacerdote Bosone Rossi, 9a compagnia di sanità; 7° reparto Chirurgia - Ospedale del Celio (Roma);
4)Sacerdote Domenico Luchetti, 7a compagnia di sanità - ufficio d’Amministrazione - Ospedale militare principale - Ancona;
5)Sacerdote Carlo Braccini, IV corpo d’armata - 36a sezione di sanità, 236 reparto someggiato - zona di guerra;
6)Sacerdote Oddo Martinelli, cappellano militare nel 035 treno attrezzato.
Sono poi sotto le armi i suddiacono Don Antonio Gambini e sette chierici o seminaristi.
(“Bollettino Interdiocesano”, a. IV (1916), n. 8, p. 214)
 
1916, settembre 17
A Don Bosone Rossi.
E’ dovere che uscendo l’Ingino dopo un breve ritardo, dovuto al cambiamento di direzione del nostro giornale, vada il nostro saluto all’amico carissimo che ha dovuto lasciarci, almeno per ora, per vestire la divisa da soldato(9).
(...)
(“L’Ingino” del 17 settembre 1916)
 
1916, settembre 17
Don Luigi Rughi dall’Albania al Proposto don Federico Gambucci
(...) Qua nulla di nuovo, solo il caldo cresce in modo impressionante. La mia salute resiste sempre.
In questo settore del fronte Albanese non abbiamo che villaggi abitati da soli mussulmani. Nel complesso sono buoni diavoli e in questi giorni mi fanno proprio compassione per le incredibili privazioni cui devono sottostare a causa del Ramadair(10).
Come vi è certamente noto, i Mussulmani seguono l’anno e il mese lunare che è più corto di quello solare e perciò il mese di Ramadair, che Maometto destinò tutto intero al digiuno e alla penitenza, non cade sempre nella medesima stagione. Il destino ha voluto che quest’anno cadesse nel mese di luglio: e quindi per gli Schipetari mussulmani questi sono giorni di penitenza e di digiuno. Non crediate però che il digiuno mussulmano si avvicini in qualche modo al digiuno dei cristiani. I nostri digiuni e le nostre vigilie, dopo tutto, rispondono ai dettami dell’igiene; il digiuno di Maometto, invece, è semplicemente antiumano. Vi basti sapere che in tutto questo mese dall’alba all’avemaria, i Mussulmani non possono prendere nessun cibo, non possono bere nemmeno una tazza di caffè o una goccia d’acqua: si astengono perfino dal fumare.
Tutte le sere nell’imbrunire, l’hoggia (così chiamasi il prete mussulmano nell’Albania) salisce sul minareto della Giami (la Moschea) del vicino villaggio e, volgendosi ai quattro punti cardinali, canta in certe note sgradevoli e incomprensibili che il digiuno è finito. Allora tutti i buoni Schipetari si affrettano a recarsi a mensa. Alla mattina allo spuntar dell’alba l’hoggia grida dallo stesso luogo che il digiuno è ricominciato: e da quel momento fino a notte astensione completa.
Stamane uno schipetaro, notabile del paese e gran divoto della religione di Maometto, mi spiegava che quando il Ramadair cade nell’inverno non reca alcun disturbo, ma quando cade in estate è un vero flagello di Allah, è peggiore di una guerra doversi astenere per l’intera giornata, con questo caldo di oltre 50 gradi, perfino da una goccia d’acqua!... E poi non poter fumare nemmeno una sigaretta!
Per quello che ho potuto constatare però non tutti osservano il Ramadair. Alcuni dichiarano francamente che Maometto... adesso dorme. Altri mi fanno notare che, essendo il tempo della mietitura e della trebbiatura - trebbiatura da farsi con la macchina ... bastone - è impossibile lavorare senza poter bere almeno un po’ d’acqua. Ed ecco che in ogni famiglia alcuni uomini addetti ai lavori campestri vengono dispensati dal Ramadair che, però, viene osservato scrupolosamente dagli latri.
Generalmente fanno il Ramadair tutti coloro che possono permettersi anche nella Schiperia il lusso di mangiare senza lavorare.
Mi dicono che alla fine del mese di Ramadair c’è il Bairata: una gran festa di allegria e di fede... maomettana che segna la fine del digiuno e della penitenza. In quel giorno la giami rigurgiterà di gente venuta da tutti i dintorni. Alle funzioni che si celebrano nella giami non possono assistere i cristiani. La regola, però, subisce a quanto pare qualche eccezione. Tanto è vero che io col consenso dell’hoggia, avendone fatto richiesta pel tramite d’un mio amico notabile del paese, sono fin d’ora autorizzato ad assistere alla grande funzione del Bairan, e quello che più importa, potrò entrare nella casa di Allah senza cavarmi le scarpe. A meno che le artiglieria amiche e nemiche con la immancabile fucileria, che da qualche tempo cominciano a farsi sentire a intervalli più o meno brevi, non vengano a disturbare la festa. Un giorno osservai al mio solito amico Schipetaro che la giami un modesto edificio rettangolare, non avrebbe potuto contenere tutta la popolazione del paese e dei villaggi vicini.
Per gli uomini è sufficiente - mi rispose.
E le donne vengono nella giami?
No
Perché?
Perché così ha scritto Maometto - sentenzia inappellabilmente -. E poi mi fa capire che siccome le donne, secondo quello che ha detto Maometto, non hanno l’anima, non sono degne di entrare nella casa di Allah. E in forza di questa strana dottrina di Maometto, che nega l’anima alle donne, le madri Schipetari mussulmane non solo non vanno a pregare nella giami, ma non pregano o lo fanno molto male, nemmeno a casa: e tanto meno insegnano a pregare ai loro figli. Tale dottrina, che segna la degradazione delle donne, produce anche un’altra conseguenza, diciamo così, sociale, che può essere da diversi diversamente giudicata.
Ecco: siccome la donna, specie fino a che è giovane non esce mai di casa, non si reca mai in città e non può andare nemmeno una volta l’anno a pregare nella casa di Allah. essa non è vista quasi mai da nessuno: e quindi perché vestirsi bene, perché abbigliarsi? E in conseguenza, le donne mussulmane generalmente non conoscono il lusso.
Non è vero, come si crede da noi, che i mussulmani, o almeno gli Albanesi odiano a morte i popoli cristiani. Essi ammettono ben volentieri che la religione cristiana è degna di rispetto (bontà loro!) almeno quanto quella di Maometto, e ricordano con un certo orgoglio che essi 400 anni fa, ai tempi di Scandemberg, erano tutti cristiani. E verso di me, che mi conoscono un prete cattolico, hanno un’affezione che non posso supporre simulata. Io penso che in un lontano avvenire, quando il popolo albanese avrà rotto definitivamente tutti i legami reali e ideali colla Turchia e si sarà incamminato sulla via della civiltà, forse potrà ritornare in mano alla religione cattolica. Tanto più che gli albanesi anche mussulmani conservano alcune tradizioni cristiane: per esempio i veri albanesi son quasi tutti monogami e non praticano il divorzio: la poligamia resta privilegio solo di qualche signorotto turco trapiantatosi nel suolo albanese.
Ad ogni modo non è questo il tempo di far propaganda religiosa. Del resto, si sa che i governi dell’Europa... cristiana sono quasi tutti grandi protettori della religione di Maometto. Ed anche in questa faccenda il record viene battuto dall’Austria che, per citare qualche fatto, nella Bosnia e nell’Erzegovina protegge assai più i sudditi mussulmani che i cattolici.
Ricorderete la pubblicazione che fece a questo proposito l’Amico di Trieste nel 1906 se non erro. Raccontò dell’Arcivescovo cattolico di Sarajevo che venne rimproverato aspramente dall’Imperatore Francesco Giuseppe perché egli aveva battezzato una donna mussulmana che aveva chiesto più volte e con viva insistenza il battesimo. Poco dopo poi lo stesso Arcivescovo venne condannato a 500 corone di multa perché aveva permesso che fosse somministrato il battesimo a un impiegato mussulmano convertitosi liberamente alla fede cristiana. Il sacerdote poi che somministrò il battesimo fu condannato alla carcere. E scusate se è poco. La litania potrebbe continuare ancora, ma di ciò a suo tempo, se il buon Dio ci darà la grazia di rivederci.
Vi prego di porgere i miei distinti ossequi a Mons.  Vescovo e a Mons. Malchiodi.
Saluti affettuosi a Don Baleani, a Don Bosone e agli amici di Gubbio. Tante cose buone agli zii Don Checco, Gigi e Salvatore.
P.S. Saluti anche agli amici e conoscenti di Cipoleto e di S. Maria Maddalena(11).
(“L’Ingino” del 17 settembre 1916)
 
1916, ottobre 12(12)
Don Carlo Braccini dalla zona di guerra a mons. Giovanni Battista Nasalli Rocca
Eccellenza Rev.ma,
La vita del portaferiti al fronte è molto uniforme; si conosce il proprio dovere, si indovina più o meno quando si è chiamati a compirlo e nessun ordine di partenza per la montagna sgomenta gli animi. Ieri sera avevo fatto circa le nove e mezzo in compagnia degli amici: ricevetti e lessi la corrispondenza dei miei cari e mi adagiai ringraziando il Signore dei benefizi della giornata. Non ebbi tempo di chiudere gli occhi; la mia squadra fu chiamata d’urgenza per trasportare un ferito grave. Mi alzo e mi metto in viaggio. La luna stende d’un bianco d’argento le scogliere mentre alla nostra destra infuria la fucileria e lo scoppio cupo delle bombarde.
Il cammino lungo ed aspro è reso più difficile dalla lunga carovana di più di 500 muli che ogni notte, a quelle date ore, sale il monte per rifornire gli eroi che lo difendono di viveri, cominciando da l’elemento più comune che è l’acqua, e di munizioni. Raggiungiamo la meta all’una dopo mezzanotte. In una grotta scavata nello scoglio, rischiarata da una piccola luce, riposano stanchi diversi militari, mentre un loro compagno - quello stesso che dovevamo scendere in barella - fasciata la testa ferita, respira grosso e affannato sopra un giaciglio, vegliato da un porta feriti reggimentale.
Capisco che è più opportuno pensare alla salute dell’anima anziché del corpo, ormai disperata. L’ufficiale medico lo giudica difatti intrasportabile; e io domando se il Cappellano ha veduto l’infelice. Non l’ha veduto, perché il Cappellano di quel glorioso battaglione di Alpini è stato vittima del cannone nemico appena venticinque giorni addietro e il nuovo designato non è venuto ancora ad intraprendere la sua alta missione.
Nel nome della SS.ma Trinità assolvo il diletto fratello dai peccati, imploro su di lui la protezione della Vergine con la recita delle Litanie... Uscii dalla tetra caverna per riprendere il viaggio con i compagni di squadra; vicino ad una baracca, adagiato su poca paglia, avvolto tra due coperte, giaceva un povero morto. Imploro su di lui la pace eterna del Signore benedicendolo.
Con l’animo triste da una parte, perché l’animo mio non è fatto per le impressioni tragiche, soddisfatto dall’altra perché il viaggio di cinque ore (me lo auguro da Dio) non fu infruttuoso, tornai a godermi un po’ di riposo.
Questa mattina nell’offrire a Dio il Sacrificio della Redenzione, ho ricordato in modo speciale il povero ferito da me assolto, l’anima del defunto che benedii.
Andreoli(13) gode come me buonissima salute; condividiamo amichevolmente le gioie e i dolori e viviamo di buone speranze.
La benedizione dell’E. V. si tenda su di noi e sui nostri cari: di tutto cuore la imploriamo, mentre ci prostriamo al bacio del S. Anello.
(“L’Ingino” del 29 ottobre 1916)
 
1916, novembre 12
Don Luigi Rughi, tenente cappellano, dall’Albania al canonico Baleani in Gubbio
Caro Amico,
E’ quasi un mese che mi trovo nella nuova residenza. Me la passo abbastanza bene, anche perché adesso sono in mezzo a soldati e ufficiali Umbri.
Ti confesso che nel lasciare il mio antico reggimento, per quanto abbia migliorato, pure ho provato un gran dispiacere:non solo a causa delle relazioni amichevoli che avevo allacciato con quei bravi soldati e ufficiali, ma anche perché ho dovuto separarmi da due simpatici giovinetti mussulmani, uno di 8 anni, l’altro di 10, figli di un ricco signore del luogo, i quali desideravano venire in Italia con me per istruirsi. Ora disto da loro circa 60 chilometri, né so se li rivedrò più.
Ciò che da un qualche interesse al villaggio presso cui sono oggi accampato, è la popolazione che è di nazionalità rumena. Gli abitanti quindi, come tutti i rumeni, sono cristiani, anche perché sono i veri paria dell’Albania.
Come ti è noto, il popolo rumeno è sorto dalla fusione colle razze indigene dei coloni italiani portati nella Dacia dall’imperatore Traiano. Quei coloni parlavano il latino rustico che aveva molte somiglianze colla lingua italiana, quindi la razza che ne derivò da tale connubio conserva anche delle strane somiglianze linguistiche con noi italiani. Questi rumeni, per citarti qualche esempio, la penna per scrivere la chiamano caléme (il calamus dei latini); la via, cale (l’antico nostro calle); babbo tate (anche in qualche luogo d’Italia il babbo viene chiamato tata); donna, mulère (il latino mulier); pane casa, sale, ecc. li chiamano proprio come noi. Ci si parla quindi ben volentieri anche perché non è molto difficile intendersi, come avviene cogli albanesi. Nella zona di occupazione italiana che in varie circostanze ho potuto visitare ci sono ben 10 villaggi prettamente rumeni. Calcolando a occhio 100 abitanti per villaggio, si ha un totale di 1000 rumeni. Sono tutti cristiani ortodossi e come tali dipendono dall’arcivescovo di Vallona e Berat, che nei primi tempi vidi a Vallona, ma che attualmente ... non si sa ove sia.
Non si deve credere però che questi siano i soli cristiani de l’Albania: ci sono anche altri villaggi cristiani, ma albanesi di stirpe i quali si tengono divisi dai rumeni: tollerano con questi ma raramente, solo i matrimoni.
Quando sono venuti nell’Albania?
E’ questa la domanda che ho fatto loro più volte: mi rispondono sempre che ciò avvenne nei tempi antichissimi; date precise non ricordano. E poi non hanno nessun libro rumeno. Sono concordi nel raccontarci che, in balia dei Turchi, furono sempre sottoposti ad ogni genere di sacrifici: e, innanzitutto, furono sempre derubati di tutti i loro averi. Difatti, nessun rumeno possiede un palmo di terreno.
Tutte le loro casette sono formate di graticci e di vimini ricoperti di creta; la terra è tutta dei vari bei e pascià turchi i quali se ne impadronirono gradualmente durante il loro imperio: ed ora, lasciati a Vallona i propri amministratori, essi se ne stanno a Costantinopoli o nelle grandi città europee a godersi la bella vita.
I rumeni dei singoli villaggi hanno formato delle specie di società di fatto per acquisti collettivi, le quali prendono in affitto dei grandi appezzamenti di terreni dai turchi: il loro Sindaco (muftar) stabilisce la quota che deve pagare ogni famiglia: e in questi estesi appezzamenti fanno sorgere i loro villaggi di graticci che alla scadenza dell’affitto, se non rinnovano il contratto, portano via con loro -. Generalmente hanno dei contratti che sono stati rinnovati per parecchie diecine di anni; quindi i loro villaggi, almeno alcuni di essi, hanno acquistato una certa stabilità -. Non hanno, quindi, nemmeno le chiese.
Dei 10 villaggi di cui ho notizie, solo 4 hanno i loro preti, i quali officiano delle antiche chiese costruite dai cattolici albanesi al tempo della dominazione Veneziana. Distano tutte alcune centinaia di metri dai villaggi rumeni; le uniche chiese che sono state salvate dalla rabbia musulmana.
Vicino a due di queste chiese funzionano le scuole greche: bene inteso, scuole meno che rudimentali.
Nel mio vicino villaggio c’è un giovinotto che è stato per 5 anni a lavorare nell’America del Nord, ove ha vissuto in mezzo a operai italiani. Parla abbastanza bene l’Italiano: e, quando posso mi c’intrattengo ben volentieri. Sa scrivere e leggere solo in greco. Egli mi fa notare che i rumeni dell’Albania non sanno né leggere né scrivere nella loro lingua perché la loro scuola è greca, le loro funzioni religiose si fanno in greco: dei loro preti, ordinati dall’Arcivescovo di Vallona e Berat, che è un greco, nessuno appartiene alla nazionalità romena. E ciò perché la nazionalità romena, che pure è così importante anche in Albania, non è stata mai difesa da nessuno. Perfino in gendarmi albanesi, che furono istituiti dal cessato governo turco e che ora sono stati riconosciuti dal comando di occupazione italiano, sono tutti mussulmani.
Adesso hanno saputo - racconta sempre questo bravo giovanotto - che la Rumania ha dichiarato guerra all’Austria: e 10 di loro si sono presentati al comando di occupazione italiana ed hanno chiesto di essere inviati a combattere contro l’Austria: lui spera che la domanda verrà accettata.
Ho fatto conoscenza anche coi due papi - così chiamano i preti - del villaggio. Mi hanno invitato a casa. Ancora non sono potuto andare, perché sempre occupato.
Il solito giovinotto mi ha dato anche un’altra notizia... interessante: tra giorni nel paese ci saranno, nientemeno, le elezioni per la nomina del Sindaco. Se mi sarà possibile, assisterò ben volentieri alla strana lotta; e poi te ne informerò.
Salutami gli amici in modo speciale i reverendi colleghi che so andati in questi giorni in Seminario per fare i santi esercizi spirituali.
Pregate anche per noi affinché la sospirata pace vittoriosa ci riconduca presto alle nostre famiglie - Spero tornare presto in licenza - Credimi sempre tuo.
(“L’Ingino” del 12 novembre 1916)
 
1916, novembre 26
Soldati in licenza Dall’Ospedale di S. Agostino in Perugia è tornato in licenza di convalescenza a Gubbio il carissimo D. Bosone Rossi ex direttore dell’Ingino.
Se ci hanno rallegrato il suo ritorno, non ci ha meno afflitto il suo stato di salute molto depresso. Auguriamo pertanto di cuore all’amico amatissimo che possa rimettersi bene; dopo di questa, altra gloriosa milizia l’aspetta, altri nemici da vincere.
(“L’Ingino” del 26 novembre 1916)
 
1917, gennaio 14
Don Luigi Rughi dall’Albania al vescovo di Gubbio
Eccellenza,
Le ho già scritto che attualmente mi trovo in una zona dove è preponderante l’elemento cristiano, costituito specialmente dalla nazionalità romena; e lei non potrà immaginare quanta gioia abbia provato nello stringere amicizia con questi poveri cristiani che per circa cinque secoli furono sempre fatti segno alle più orribili angherie che la storia ricordi. Quello che più mi ha commosso è l’aver notato che essi, onde poter conservare intatto il patrimonio della fede, si sono rassegnati a vivere privi di tutti i loro beni. Tutto ciò che possa leggersi sulle storie intorno alla ferocia dei Turchi non è che una pallida idea della realtà: bisogna sentire quel che racconta, coll’accento della verità sulle labbra, questo miserabile popolo!...
Il villaggio vicino ha specialmente due persone che mi sono diventate molto amiche. Il papàs e il didàscalo (maestro). Ben inteso, anche questi due eminenti personaggi del paese vivono nella più squallida miseria e abitano in certe casupole così grame che, al loro confronto, i più brutti tuguri dei contadini dei nostri monti sembrano belli palazzi. Il papàs porta sempre in testa il tradizionale berrettone del clero greco e indossa l’abito talare. Non ha nessuna rendita certa; i fedeli gli danno un po’ di granoturco per mangiare e anche qualche offerta in denaro. Generalmente ogni famiglia paga alla Chiesa tante lire annue quanti sono i suoi membri adulti, comprese le donne. Il papàs, quando non è chiamato per l’assistenza dei malati e non è occupato nelle funzioni religiose, si dedica al lavoro manuale.
Nel paese che conta circa 100 abitanti, è tenuto da tutti in grande considerazione e rispetto.
Ecco un’altra caratteristica di questi cristiani: essi non sospettano nemmeno che ci possano essere dei battezzati che siano poi indifferenti o anche che combattano la religione -. Qui, compreso il didàscalo, sono tutti credenti e praticanti.
Le prime volte che ho assistito alle loro funzioni religiose ho dovuto fare un ceto sforzo per trattenermi il riso. Poi, valendomi dell’aiuto del papàs, che ha rinverdito un po’ le mie reminiscenze della lingua greca, ho cominciato ad esaminare il loro rituale e il messale, ho chiesto delle spiegazioni ed ho finito col farmi un concetto tutto differente delle prime impressioni.
In tanto, essi hanno i 7 sacramenti come noi. La cerimonia che accompagna il conferimento del battesimo è delle più caratteristiche. Essi battezzano coll’acqua calda, benedetta volta per volta dal sacerdote, e colla triplice immersione. Appena il neonato ha ricevuto il battesimo, viene vestito a festa e gli si conferisce subito dal papàs e non dal Vescovo il sacramento della cresima e quello della comunione sotto le specie del vino.
Alle mie meraviglie il papàs mi spiega che il rituale vuole - e così si fa in tutta la chiesa ortodossa - che per evitare qualsiasi irriverenza da parte del bambino, inconscio delle proprie azioni, gli si diano solo alcune stille del sangue prezioso del Signore. Egli rimane molto meravigliato quando io gli dico che da noi, dopo la riforma del papa Pio X, non si dà la comunione ai fanciulli se non quando sono arrivati a una certa età.
La messa greca è molto più lunga della nostra: dura circa un’ora. Il sacramento del matrimonio lo chiamano incoronazione e ciò per il fatto che tra le cerimonie che l’accompagnano, c’è anche l’imposizione della corona sul capo degli sposi da parte del papàs. Praticano anche la confessione; e in tutti i sacramenti adoperano, presso a poco, le stesse formule che sono in uso nella chiesa latina.
Una cosa che mi ha edificato è la scuola greca, dove adesso s’insegna anche la lingua italiana da parte di un caporale maestro.
L’aula scolastica è tutto ciò che di più misero possa immaginarsi: tutto il materiale didattico è costituito da una Jcone appesa al muro con una lampadina avanti che arde di notte e di giorno. Ma trovo che fra i libri di testo il primo posto è tenuto dalla Storia Sacra
Fa proprio piacere trattenersi con quei ragazzi che leggono il greco e sanno raccontare in Italiano i fatti principali del Vecchio testamento e della vita di Gesù. Anche il didascalo ha una cultura molto limitata. Pure tra lui e il papàs mi dicono che la chiesa cristiana ortodossa conta oltre 150 milioni di credenti, di cui il maggior numero è dato dalla grande protettrice la Russia.
Domando perché non sono uniti colla Chiesa Cattolica, posto che nella sostanza si abbia tutti la stessa fede. Non sanno rispondere nulla: dichiarano, però, che sarebbero felici di unirsi con noi. Ma niente deve essere cambiato della loro fede: tutto ciò che essi fanno e essi credono è proprio quello che facevano e credevano - asserisce il papàs -  i primi propagatori della fede. Vostra Eccellenza sa meglio di me se e quanto siano vere le ultime affermazioni del papàs: è certo, però che questi cristiani mi danno l’impressione della immobilità perpetua. Lingua, costumi, usi, pregiudizi, tutto in loro è cosa lontanissimi tempi. Ancora una volta il papàs mi dice: “Nemmeno un apice deve essere cambiato di quello che ci tramandarono a noi gli antichi”. E io tutte le volte che penso a questi cristiani che mi sembrano delle lontane generazioni scomparse e oggi tornate, mi convinco sempre più che essi sono uno degli argomenti più efficaci per dimostrare l’origine divina e apostolica delle principali verità della nostra fede, compreso il sacramento della confessione. Se essi simbolo dell’immobilità perpetua, credono nella sostanza a tutto quello che crediamo noi, bisogna pur dire che anche da principio era così, e che fu insegnato così. Non la finirei più Eccellenza, se le volessi raccontare le tante cosucce che rivelano l’immobilità di questi cristiani.
Eccole un per finire. Un giorno il papàs mi fece un lungo discorso, parte in albanese, parte in italiano e parte in greco per dirmi: Adesso sei soldato, va bene: ma quando stai in Italia a cantare la messa porterai la barba? -
-Da noi non usa portare la barba, gli risposi netto. -
-Nemmeno il Vescovo porta la barba?
-No
-Ma - concluse seriamente e in modo trionfale - gli apostoli, i presbiteri e i santi Vescovi dell’antichità portavano tutti la barba.
Mi perdoni, Eccellenza, la lunga chiacchierata, e mi benedica.
(“L’Ingino” del 14 gennaio 1917)
 
1917, gennaio 14
Sacerdoti soldati
Con l’ultima chiamata degli ex riformati, sono partiti per le armi i Molto Reverendi Don Amedeo Minelli, Don Pio Cenci, Don Luigi Cencetti e Don Umberto Birocci. Auguri dell’Ingino.
(“L’Ingino” del 14 gennaio 1917)
 
1917, gennaio 26
Don Pio Cenci da Civitavecchia e vescovo di Gubbio
Monsignore Rev.mo
E’ da qualche giorno che ci troviamo a Civitavecchia al deposito della sanità. E’ una vita discreta, dura soltanto la notte, perché duro il giaciglio.
A nome pure dei colleghi di Gubbio la prego a volerci inviare un nuovo certificato di sacerdozio da presentarsi all’autorità militare che lo richiede di urgenza. I certificati separati li farà per Don Amedeo Minelli, Don Luigi Cencetti, Don Umberto Birocci, Don Pio Cenci, Padre Gaudenzio di Sant’Ubaldo sotto il nome di Francesco Barrini, e di Caponera Don Tommaso, prete di Montecucco, che trovasi pure con noi. Nello stesso tempo ci mandi a ciascuno di noi, separatamente il celebret(14) perché è stato consegnato in via provvisoria all’autorità militare in mancanza di certificato di sacerdozio suddetto.
(...)
Dev.mo
Pio Cenci
9a Compagnia Sanità
Caserma Brugnesi (?)
Civitavecchia
(Archivio Vescovile di Gubbio, 27/48)
 
1917, gennaio 28
Don Rughi a Gubbio.
E’ tornato fra noi per qualche giorno il carissimo nostro amico Don Luigi Rughi Cappellano militare al fronte albanese. Sta benissimo, tant’è vero che nonostante la neve e il freddo è andato, a piedi s’intende, dai suoi cari contadini nelle diverse plaghe, accolto da tutti con la più sincera cordialità.
(“L’Ingino” del 28 gennaio 1917)
1917, marzo 4
Don Luigi Rughi dall’Albania.
Mio caro amico.
Mi affretto a comunicarti che sono giunto sano e salvo in Albania: non per grazia dei sottomarini di Guglielmone(15), ma, io penso, in forza dei nostri mezzi di offesa e di difesa, sia in terra che in mare, mezzi che ogni giorno mi appaiono sempre più formidabili. Credi pure che si prova una grande soddisfazione vedere le nostre navi nonostante le smargiassate del nemico e le lugubri profezie dei soliti uccellacci di malaugurio, solcare liberamente il mare nostro, affermandovi il loro dominio incontrastato e incontrastabile.
Durante il viaggio ho avuto la fortuna di trattenermi con dei soldati francesi che si recavano in Macedonia. Non puoi immaginare quanto mi sono divertito!
Appena li vidi, ciò che mi saltò subito all’occhio fu una piccola mezzaluna color d’oro che molti portavano sul berretto.
-Ma perché i francesi sono diventati mussulmani? - pensai tra me. Ciò che poi raddoppiava la mia curiosità si era il vedere che parecchi gruppi di quei soldati, a differenza degli uomini francesi che avevo visto altre volte e che generalmente sono di statura piccola e un po’ curvi nella persona, erano alti, ben tarchiati, di aspetto imponente, quasi tutti giovani. Mi accosto al gruppo più vicino e domando spiegazioni. Bisogna parlare in francese e la conversazione procede un po’ impacciata. Essi mi spiegano, sono Tunisini, di religione mussulmana. Vestono il grigio bleu dei soldati francesi: hanno la carnagione bianca quasi come la nostra. L’unico distintivo è la mezzaluna che portano sul berretto. Mi piace di conoscere un po’ le idee e il morale di questi bei giovanotti Tunisini, che mi sembrano i figli degli antichi Cartaginesi oggi alleati di Roma.
Vengono dalla combattuto contro les allemands, adesso fanno parte de la grande arméa d’Orient. La fance - scrivo grande armée della Somme - così mi raccontano; per sei mesi hanno senza la mai vinta. r che nella pronuncia di questi Tunisini scompare -  non potrà essere
Al gruppo si uniscono presto vari altri soldati che mi si rivelano subito per francesi autentici. Anche questi hanno in maggioranza la mezzaluna sul berretto.
-Anche voi siete mussulmani? - domando un po’ meravigliato dinanzi a tutta questa invasione di Maometto.
-Non, non; nous sommes chetiens Catholiques - rispondono quasi offesi: e mi spiegano che i soldati de la grande armée d’Orient, anche se non mussulmani, portano quel petit-demi-cercle per una ragione politica.
Molti hanno sul berretto anche il nostro nastrino tricolore. Lo hanno ricevuto di passaggio alla stazione di Roma da les dames et les damoiselles italiennes. Come furono festeggiati - mi raccontano con ammirazione - alla stazione di Roma!
Ti confesso che nel ripartire per l’Albania, dopo le solite nenie che avevo sentite da certi austro tedeschizzanti delle retrovie e ... dei boschi, avevo il morale  un po’ scosso. I due giorni che ho passato con questi valorosi soldati delle grandi armate della Francia - come essi dicono con una certa spavalderia che ha finito col riuscirmi simpatica - hanno rinsaldata la mia certezza nella nostra vittoria finale.
Stammi bene e salutami gli amici.
(“L’Ingino” del 4 marzo 1917)
 
1917, marzo 4
Don Oddo Martinelli a don Francesco Baleani in Gubbio
Carissimo Don Baleani,
Nell’ultimo viaggio da me fatto trasportai 180 prigionieri di guerra provenienti da Mauthausen, avuti in seguito allo scambio di cui fu iniziatore il Santo Padre; a Milano poi presi altri feriti comuni, fra i quali trovai un Eugubino: il sotto capo (caporal maggiore) di marina Viali(16), ferito con frattura del femore in seguito a caduta da idrovolante sul lago Maggiore. E’ in inoltrata via di guarigione e quanto prima potrà avere la licenza di convalescenza. Se ti è facile puoi fare opera di carità rassicurando la sua famiglia.
(“L’Ingino” del 4 marzo 1917)
 
1917, aprile 22
Licenziato.
In conformità al recente Decreto Luogotenenziale, e alla concessione ministeriale per i giovani studenti del 1899, il seminarista Tito Marchetti si è presentato all’esame di licenza ginnasiale al nostro Regio Ginnasio, ed ha conseguito il diploma.
Rallegramenti e auguri.
(“L’Ingino” del 22 aprile 1917)
 
1917, luglio 8
Don Luigi Rughi dall’Albania
Il 3 corrente(17), festa di Pentecoste (il calendario della chiesa Ortodossa quest’anno è in ritardo di una settimana); dietro i reiterati inviti del Papàs e dei notabili, mi recai ad assistere, anche per debito di restituzione, alla funzione religiosa nel vicino villaggio cristiano. Quando arrivai la messa era di già cominciata. Non ti saprei dire a che punto preciso fosse perché la loro liturgia - lingua greca antica con pronuncia moderna - ha molte differenze dalla nostra; potei capire bene però che si leggevano delle Epistole di S. Paolo. La Chiesa - una misera catapecchia - era gremita di soli uomini, i quali tutti prendevano parte alla funzione cantando inni, o brani di epistole e di evangeli. La messa è tutta cantata da principio alla fine e dura circa due ore.
Ciò che mi colpì maggiormente fu il vedere in chiesa soli uomini; le donne se ne stavano tutte fuori, la maggior parte adagiate per terra sulla piazzetta.
Ne domando la ragione al Didascalo - così chiamasi il maestro indigeno - ed egli mi spiega che nelle chiese greche il posto per le donne è nettamente separato da quello degli uomini. Qui è una cappellina fatta alla meglio: la chiesa grande non è ufficiabile perché esposta al tiro del nemico; e perciò, per quest’anno si è deciso che gli uomini stiano dentro e le donne fuori.
Saprai che nelle chiese greche l’altare non è fatto come nelle latine. Esso ha una specie di Sancta Sanctorum nel quale possono penetrare solo i sacerdoti. Davanti c’è un velario che nei punti più salienti del Divino Sacrificio si apre alquanto affinché i fedeli possano tenerci dietro. Poi viene subito chiuso. Ebbene, come il Papàs celebrante mi vede tra i fedeli, mi fece cenno di avvicinarmi, mi strinse la mano - non ti saprei dire se ciò sia permesso dal cerimoniale ortodosso - e m’invita a entrare nel Sancta Sanctorum. Da lì posso osservare comodamente come si svolge tutta la messa che, nella sostanza, è simile alla nostra. Il calice, sempre ricoperto da pannolini rossi, è molto grande; anche la patena, sopra cui sta una fetta di pane che viene consacrata, è un po’ più grande della nostra e ha la forma abbastanza sviluppata di un piattello. Il tutto è sempre rinvoltato in pannolini rossi ricamati in oro.
Finita la funzione vado a salutare il Papàs per partire. Egli m’invita a trattenermi alla “mangeria di amore”. Che amore? domando un po’ meravigliato. Per tutta risposta mi dice:
-Guarda.
La gente era quasi tutta uscita dalla chiesa, alcune donne erano entrate ed avevano disteso dei pannolini bianchi sul pavimento e vi stavano introducendo le mense: uova tostate dipinte in rosso, ricotta, formaggio, agnelli arrostiti, paste di granturco. Fuori, pure attorno alla chiesetta, sul piazzale, tutto era ricoperto di pannolini candidi: le mense erano già imbandite e tutti facevano a gara per invitarmi ad assaggiare le loro vivande. Da principio mi schernivo un po’, anche perché qua in Albania non si sa mai con chi si ha l’onore di trattare, ma il didàscalo e il sindaco - i due pezzi più grossi del paese - mi dicono: Bisogna accettare, altrimenti oggi si fa un rifiuto a Cristo; è peccato.
Ciò che trovo di più caratteristico in questo banchetto di amore - come dicono loro - è il continuo scambio di vivande che si fa tra i diversi banchettanti. Già, con questa mangeria - mi spiegò un po’ alla meglio il Papàs mentre mangia una fetta di carne arrostita - i fedeli ricordano di essere tutti fratelli in Cristo, dimenticando ogni eventuale screzio che ci possa essere stato tra loro e dandosi, in questo modo, una prova tangibile di perdono e di amore.
Intanto osservo che da ogni gruppo di banchettanti partono delle fanciulle con panieri carichi di vivande - vi abbondano sempre le uova tostate e la ricotta - e distribuiscono tutto tra i diversi gruppi. Da questi partono altre fanciulle cariche delle stesse vivande e compiono le medesime distribuzioni. Durante il pranzo è un continuo andirivieni. Tutti si fanno un dovere di accettare e, alla loro volta, di restituire. Bene inteso, le famiglie più facoltose sono quelle che fanno più laute distribuzioni: cosicché avviene che i poveri disgraziati che hanno portato per il banchetto solo qualche uovo dipinto in rosso in forza di questo continuo flusso e riflusso di imbandigioni, finiscono col fare un pranzo ... succulento.
Mi dimenticavo dirti che nell’atto della distribuzione chi offre a colui che riceve si danno il bacio, che essi chiamano cristiano. Consiste nel posarsi a vicenda le mani sopra le spalle col capo piegato uno a sinistra e l’altro a destra, mentre le bocche mormorano alcune parole di pace e di augurio.
Mi è sembrato un quid del simile pax tecum delle nostre messe cantate. E, bene inteso, il tutto viene eseguito, anche tra persone di diverso sesso, colla massima serietà.
Ciò che fa risaltare ancora maggiormente lo strano spettacolo, sono le varie foggie di vestire delle banchettanti.
Il villaggio è composto di due gruppi distinti: uno albanese, l’altro rumeno. Alla chiesa però si sono recati dei cristiani, sia rumeni che albanesi, sparsi nella zona circostante per un raggio di oltre 15 chilometri. Nel vestito degli uomini si notano delle differenze molto spiccate. Tra le donne invece... Le albanesi vestono più dimesse, con abiti di colori smorti; le rumene, al contrario, preferiscono i colori i più vivaci, i più fantastici: dal rosso cremisino al turchino acceso. Mi ricordano un po’ le ciociare dei mercati di Roma. Sulle cuffie portano quasi tutte delle corone di monete d’argento e, le più ricche, anche d’oro. - E’ questa la loro dote, - mi spiega il didàscalo.
- Tutte le feste fate questo banchetto? domando al Papàs, che stava per finire il suo pranzo.
- No, solo nelle feste principali. Il lunedì e il martedì di Pasqua, la festa di Pentecoste, San Dimitrio, Cristugena, Natale, Epifania.
- E dopo il banchetto?
- Dopo c’è il ballo, risponde il Papàs, sempre serio come un temporale.
Ti confesso che a questo punto la mia curiosità cominciava a farmisi sempre più viva. Quasi quasi finisco per dimenticare di essere in guerra. Ma il ballo era già incominciato. Un gruppo di uomini, in prevalenza giovinotti, si erano radunati sulla piazzetta e, stretti in circolo, si tenevano a vicenda colle mani. In mezzo al circolo il direttore il quale, al suono delle palme delle mani, canticchiava una specie di tarantella ballando. I compagni gli stavano attorno, ripetendo lo stesso motivo, diciamolo pure, musicale e muovendo i piedi come lui.
Poco lontano si erano raccolti un paio di gruppi di fanciulle, le quali, allo stesso modo, suonavano e ballavano. I genitori, gli amici ammiccavano e si compiacevano.
Il Papàs e il Sindaco mi stavano vicini e sussurravano. Quest’ultimo finalmente disse: Oggi è una bella giornata, il ballo riesce bene: ciò è buon augurio...
(“L’Ingino” dell’8 luglio 1917
 
1917, luglio 18(18)
Don Luigi Rughi dall’Albania
Mio caro amico.
Troppo lungo sarebbe il narrarti come io abbia avuto l’onore più unico che raro di essere invitato al pranzo di nozze preso una famiglia cristiana di un villaggio. Piuttosto, a te potrà interessare la conoscenza degli usi più caratteristici locali e delle cerimonie religiose che accompagnano, presso questa gente, il conferimento del sacramento del matrimonio.
Quando arrivai alla casa della sposa, il babbo si affrettò a farmi adagiare sopra una stola distesa avanti la porta. Subito mi fecero corona altri invitati. In casa non si poteva entrare poiché ovunque era un grande affaccendarsi per vestire la sposa.
Erano le ore 14. Lui doveva spuntare da quel poggio là, doveva venire a cavallo accompagnato dai suoi amici. Difatti, non si fece aspettare molto. Erano una diecina di cavalieri su altrettanti cavallini albanesi - somigliano ai nostri sardi -. Lo sposo spiccava col suo abito chiaro, avanti a tutti i suoi compagni.
Mi dissero che la galoppata vicino alla casa della sposa è doverosa, una specie di volata nelle nostre corse ciclistiche al traguardo... e guai a lui se non arrivasse il primo tra tutti.
Subito vennero imbandite le mense sopra il tappeto verde del prato. La sposa ancora faceva toelette né - mi spiegano - prima della celebrazione del matrimonio può essere vista da nessuno. Durante il pranzo, poche parole.
Un gruppo di fanciulle cantò colla solita nenia dolorosa una triste storia albanese contro i Turchi. Sentivo ripetere spesso il ritornello: “la ciupa (ragazza) innamorata fu rubata dai Turchi”.
Lo sposo è morto: non dice parola. Il segnale della partenza è dato dalla madre della sposa che si avvicina a lui, gli da un bacio sulla fronte e gli sparge un po’ di sale sulla testa. Perché? Un notabile spiegò che quel sale significa il giudizio che deve possedere lo sposo.
Il corteo è disposto così: Avanti un ragazzo con un’asta di legno a tre punte su cui sono legati tre fazzoletti - dono della sposa - una bandierina tricolore, dei fiori e dei fiocchi di lana. Sulle punte stanno infilzate anche tre mele. Subito viene lo sposo circondato dai suoi amici... cavalieri, i quali di quando in quando cantano la storia della ciupa innamorata rapita dai Turchi, e finalmente la sposa pure a cavallo e ricoperta da un grande e denso velo bianco, accompagnata da due donne e da due robusti amici dello sposo che marciano a piedi e sono sempre pronti a sorreggerla durante la cavalcata. Di notabile questo: che essa esce di casa ricoperta del velo, solo quando lo sposo è avviato e senza che egli ancora l’abbia veduta.
Siamo in casa dello sposo alle ore 16.
Come si celebra il matrimonio? Non si va in chiesa? - domando a un barbuto papàs che sta ad attendere l’arrivo del corte - Egli mi spiega che la chiesa è molto lontana. I cristiani avevano tentato più volte di costruirne una nel villaggio, ma i Turchi si erano opposti sempre. Perciò, tutti gli atti religiosi più solenni della vita si era costretti a compierli nelle case dei fedeli. M’invitò a entrare e mi mostrò come la casa dello sposo - un solo vano a pianterreno - fosse stata adattata precedentemente per la solenne funzione. Tutte le masserizie e i pochi mobili erano stati messi fuori: il pavimento scompariva sotto le stuoie e i tappeti; nel mezzo un tavolo ricoperto con pannolini bianchi con sopra una crocetta greca. Quello era l’altare. Tutti si avvicinarono, come avvolti in una densa atmosfera di religiosità e di raccoglimento, e incominciò subito il servizio religioso.
Ti confesso che provai una commozione profonda quando sul finir della sacra funzione il papàs traé fuori da una borsa di cuoio una grossa teca e una ampolla di vino rosso - il tutto avvolto in pannolini candidi ricamati in rosso - e li posò sopra quel disadorno altare. Un notabile mi spiegò - Quello è il corpo e il sangue di Dio, è per gli sposi - In quel momento mi tornarono alla memoria i primi tempi del cristianesimo, quando per celebrare i Sacri misteri si dovevano sfuggire gli occhi indiscreti dei pagani, quando il giovinetto Tarciso veniva lapidato dalla plebaglia Romana perché si trovò che teneva nel seno il Pane eucaristico, che portava ai fedeli lontani che non avevano potuto assistere al divino Sacrificio. E la mia commozione crebbe ancora di più quando, dopo che gli sposi ebbero fatta la Comunione sotto ambedue le specie, tutti i presenti, uomini e donne, cominciarono ad avvicinarsi a due a due e a baciare sulla fronte prima lo sposo e poi la sposa, sempre questa, ricoperta del velo bianco.
Mi si spiegò che essi, dopo che avevano mangiato e bevuto il corpo e il sangue di Cristo e ricevuto il sacramento del matrimonio, erano considerati come ripieni di grazie speciali, come santi, ed ecco che tutti compunti e convinti di compiere un atto religioso della massima importanza, si avvicinano a baciarli. Presso a poco come si fa in qualche luogo da noi quando un sacerdote novello celebra la sua prima messa. In fine il solito notabile mi disse: - Vieni a baciare gli sposi anche tu -
- Anch’io?
- Sì, questo è l’uso di noi cristiani.
Tu penserai che a questo invito inaspettato io mi sia messo a ridere; e in fatti mentre scrivo un leggero risolino mi sfiora le labbra. In quest’istante, però, non avendo ben compreso il significato della cerimonia, rimasi serio, così serio! Per ragioni facili a comprendere, declinai l’invito, limitandomi a rispondere:
- Da noi ciò non si usa.
Intanto la funzione volgeva al suo fine. Mi ero dimenticato dirti che una della cerimonie che differenziano maggiormente nel conferimento di questo sacramento la chiesa greca da quella latina, oltre l’incoronazione degli sposi, è il legamento del fazzoletto. Ecco di che si tratta. Durante tutto il tempo del servizio religioso, gli sposi tengono le destre legate dalle estremità di un gran fazzoletto colorato. E in ultimo, sempre colle mani legate, compiono un triplice giro intorno all’altare insieme alla gente e al Papàs che li precede. Se permetti un paragone della festa Eugubina con quella albanese, in quel momento ho ricordato le birate dei nostri ceri(19). All’ultimo giro gli sposi vengono ricoperti da una pioggia di chicchi di riso che viene lanciato da la maggior parte dei presenti.
E la ragione? Il solito notabile mi spiega: - Una volta si gettavano i confetti, ma adesso, colla guerra, i confetti non si trovano più, e siamo costretti a gettare i confetti di riso...
(“L’Ingino” del 5 agosto 1917)
 
1917, agosto 26(20)
Don Carlo Braccini, dalla zona di guerra, al vescovo di Gubbio
Eccellenza Rev.ma
Il lavoro di questi giorni mi toglie il tempo disponibile e la tranquillità abituale.
Prendo un’ora avanzata della notte per scrivere a l’E. V. che so tornata di bel nuovo in mezzo al suo gregge.
La Sezione cui appartengo funziona da smistamento feriti e durante l’azione che tuttora si svolge ho veduti passare centinaia e centinaia di soldati ridotti spesse volte ad uno stato pietoso. Da qui, dopo la registrazione dei singoli e qualche medicatura più urgente, vengono inviati nei vari ospedali e ospedaletti da campo, dove i più leggeri sono curati fino alla guarigione completa, e i gravi vengono trattenuti fino a tanto che sono in grado di sopportare il viaggio verso gli ospedali di zona territoriale.
Ogni giorno passa per il nostro smistamento qualche prigioniero ferito; ne ho veduti due all’età di quarantacinque anni; tutti sono impressionati dal bombardamento disastroso dei nostri cannoni che abbatterono i loro ricoveri scavati nello scoglio, e seppelliscono gli uomini tra le macerie(21). Convengono nell’asserire che dovranno soccombere di fronte a tanti nemici, ma sono orgogliosi della resistenza opposta fin qui.
Dei risultati di questa azione(22) abbiamo una conoscenza parziale. La caduta del Monte Santo(23), dopo l’intensa preparazione di artiglieria, dopo tanti eroismi, e, diciamolo pure, dopo tanti sacrifizi di vite umane, ha tolto dagli animi un incubo opprimente ed ha aperto la via a nuove conquiste. Nella notte in corso è un fuoco senza tregua verso il Monte S. Gabriele(24) di Gorizia. Di fronte ai continui quadri di tragedia uno stato d’animo tutto particolare, quasi di indifferenza. A contrasto di questo stato anormale, sta continuamente il sospiro del ritorno agli affetti famigliari, alla vita delle occupazioni individuali, industriose e pacifiche.
Più d’uno ha rifilato dal giornale la nota del Papa(25) e la custodisce gelosamente; tutti, ufficiali e soldati, seguono con interesse i vari apprezzamenti che si fanno della medesima. Voglia Dio che la voce commossa del Padre della cristianità scenda finalmente su terreno fertile e che, insieme al ritorno della pace, trionfi la divina istituzione del Papato e della Chiesa!
(...)
(“L’Ingino” del 16 settembre 1917)
 
1917, settembre 2 Neo-Cappellano
Il sacerdote diocesano Paoletti Don Antonio è stato nominato, di recente, Cappellano militare e destinato a posti assai avanzati del fronte.
Rallegramenti ed auguri affettuosi.
(“L’Ingino” del 2 settembre 1917)
 
1917, novembre 18
Lettera del Vescovo Castrense, mons. Angelo Bartolomasi, ai Cappellani e ai sacerdoti militari(26)
L’ora che attraversa la cara patria nostra, è grave, densa di trepidazioni.
Vorrei avervi in questi giorni più vicini, più stretti a dividere con voi gli affanni e le speranze, le fatiche e i sacrifici. Sarebbe questa unione per voi forse un sollievo, per me certamente un conforto. Ed in parte l’ebbi poiché cercativi, per vostre notizie, molti di voi, non tutti purtroppo, io trovai. Non è possibile vedervi tutti, darvi tutto ciò che sento e desidero. Vi raggiunga perciò questa mia.
Con essa intensivamente vi mando un saluto e benedizione cordialissimi; mi congratulo per lo zelo generoso nell’assistere i combattenti sui campi dell’azione, i feriti negli ospedaletti ed ospedali, generoso così che per non lasciare abbandonare i fratelli degenti nel letto del dolore, parecchi di voi rimasero prigionieri. Questi seguo col pensiero e con la preghiera.
Ma in quest’ora gravida di conseguenze, più che il cuore, deve parlare la ragione, più che la ragione deve intervenire la volontà. Sentimenti e commenti, ipotesi, indagini, previsioni, passino in seconda linea, possono essere una buona riserva, ma nell’ora che volge sono un ingombro.
Oggi abbiamo bisogno di propositi e di azione. La Patria è in pericolo. Quella Patria che amare è un dovere di cristiani e di italiani, quella Patria per la quale da oltre due anni seguite le truppe, vivete negli ospedali.
Sarebbe delitto oggi la vita gaudente e spensierata, anche solo inerte, e sarebbe viltà lo starsene fra sospiri e lagrime, lamentele sconfortanti.
No, cari cappellani e sacerdoti militari, non è questo il vostro spirito, il vostro atteggiamento. Me ne danno garanzia quanti incontrai nei passati giorni. Sono ancora incolumi, integri e forti i vostri propositi: voi bramate riprendere con animo inconcusso il lavoro fra le amate vostre truppe. Lavorate anche più, oggi che il nostro campo fu sconvolto.
Lavorate attorno all’animo dei vostri soldati per tenere alto il morale ricordando che “verba movent, exempla trahunt”: le parole possono affascinare, gli esempi sempre trascinano. Avvicinate le truppe, fatevi vedere sereni e fiduciosi, dimostratevi generosi nel prodigare voi stessi.
Lavorate quanto vi bastano le forze, quanto è il bisogno che vi circonda, ma non alla maniera di quelli che solo fanno assegnamento sui loro propositi ed energia, sulle umane risorse. Manchevole programma di attività che cagiona troppe illusioni e delusioni. “Vigilate et orate” diceva Gesù ai tre Apostoli nel Getsemani prima di dar principio all’estrema grande battaglia per l’umana redenzione in cui cadde vittima vittoriosio.
“Ora et labora”, ripeteva S. Benedetto ai suoi monaci mandandoli al dissodamento delle terre, alla elevazione di popoli, alle conquiste per la civiltà cristiana.
Permettete che io vi richiami questa grande parola: pregate! Vorrei anche la preghiera ufficiale, collettiva, a Dio tanto accettevole, e più valida ad ottenere le misericordie nelle pubbliche calamità: mi debbo limitare a dirvi: pregate voi caldamente “il dolore e il dovere si trasformino in merito, la sventura con le divine benedizioni in gloria”.
Molte cose avrei da dirvi ancora; ma voi comprendete quale e quante sia il lavoro accumulatosi in questi frangenti ed intenderete meglio che io non dica.
Ma scrivendo a voi, non posso, non voglio dispensarmi dal rivolgere anche qualche parola ai cari soldati, che in questi momenti hanno bisogno di riprendere animo per rinnovare le belle imprese che già tanto glorioso avevano fatto l’esercito nostro, hanno bisogno - e con essi la nazione - di elevare l’animo a Dio colla preghiera pura, fidente e forte per averne costanza nel dovere, benedizione nell’ardua impresa.
Noi coll’esercito, l’esercito colla nazione invochiamo la protezione del Cielo sulla Patria nostra, oggi travagliata, ferita, ansante e la sventura si trasformerà in gloria. Coraggio, cari, lavorate pregate.
Vi benedico con particolare affetto e fiducia.
Angelo Bartolomasi
Vescovo Castrense
(“L’Ingino” del 18 novembre 1917)
 
1917, dicembre 19
Elenco di sacerdoti per i quali fu chiesta dalla Curia di Gubbio la licenza natalizia
1) Boccia Agostino; soldato, Ospedale Militare di Camerino;
2) Cenci Pio; Ministero della Guerra, ufficio prigionieri di guerra;
3) Borelli(27) Domenico; soldato presso il cappellano dell’Ospedale Principale Militare (Celio) Chirurgico, Roma;
4) Cencetti Luigi; soldato sanità, Ospedale Militare di Riserva, Collegio Germanico, Roma;
5) Birocci Umberto; soldato, Ospedale Militare di Riserva N. 7 Regina Margherita, Roma;
6) Pascucci Giovenale; caporale maggiore sanità, Ospedale Militare Reparto Ufficiali, Via Nomentana 265, Roma;
7) Luchetti Domenico; soldato, Ispettorato di Sanità Militare, Roma;
8) Borrini Francesco(28), soldato, 9a compagnia sanità, Ospedale Militare, Frascati.
(AVG, b. 27/48)

(Continua...)

NOTE
1. Cioè ai soci del circolo giovani eugubino “Silvio Pellico”.
2. Il soldato Zaccagni, 5a compagnia del 213 regg. fant. (brigata Arno), morì il 12 settembre 1916 per ferite riportate in cambattimento in Italia dove la brigata Arno era tornata nel giugno precedente (ACG, schede Ufficio Informazioni - Sottosezione di Gubbio).
3. Frazione del comune di Gubbio.
4. Poi sottotenente nel 43° regg. fant. (brigata Forlì). Nel maggio 1917 fu ferito da una scheggia di granata (ACG, schede Ufficio Informazioni - Sottosezione di Gubbio).
5. Sottotenente nella 5a compagnia del 214° regg. fant. (brigata Arno), fu ferito nel giugno 1916 da una scheggia di granata mentre combatteva a Monte Lemerle e in Val Magnaboschi per contrastare lo sfondamento austro-ungarico in seguito alla Strafexpedition (ACG, schede Ufficio Informazioni - Sottosezione di Gubbio).
6. 30 aprile 1916.
7. Santo patrono di Gubbio.
8. Stranamente il nome di questo agostiniano non compare in nessuno nei vari elenchi degli ecclesiastici mobilitati nella grande guerra conservati nell’Archivio Vescovile. Eppure la vicenda di questo frate meriterebbe senz’altro un adeguato approfondimento, se non altro perché egli morì al fronte e fu decorato con due medaglie al valor militare, una d’argento e l’altra di bronzo.
Per il momento si può dare conto solo di alcune brevi notizie.
Padre Settimio, agostiniano al pari del fratello Filippo (Costacciaro 1878 - Filadelfia ca. 1954), nacque nella frazione di Villa Col De’ Canali (Costacciaro) il 24 aprile 1888. In data imprecisata fu assegnato al 60° reggimento fanteria (brigata Calabria) che in tempo di pace era di stanza a Viterbo. Conclusa la definitiva conquista del Col di Lana (aprile 1916) la brigata Calabria, dopo un periodo di riposo (il 21 maggio 1916 padre Settimio informò l’Ufficio Notizie di Gubbio che il soldato Massimiliano Cipiciani del 60° fanteria probabilmente era “morto durante lo sgombero dalla linea di combattimento alla Sezione di Sanità”), fu trasferita nella zona della Val Sugana per concorrere insieme con altri reparti ad una grossa offensiva da tempo in programmazione. In particolare al reggimenti di Padre Pambianco venne affidata la conquista di alcune alture poste nella Val Travignolo, ai fianchi del Monte Colbricon, L’attacco venne fissato per il 20 luglio. L’attacco fu fatale per padre Settimio, il cui corpo, tra l’altro, non venne mai ritrovato, tanto è vero che anche l’Albo d’Oro dei caduti lo ricorda come “disperso il 26 luglio 1916 sul monte Colbricon in combattimento”. L’attacco della brigata Calabria che non portò a nessuna conquista significativa, si protrasse intenso dal 20 al 31 luglio. In particolare nel solo giorno 26 il reparto registrò la perdita di 631 uomini tra morti, feriti e dispersi.
9. Da questo numero il giornale cattolico eugubino ebbe come gerente responsabile Adolfo Ungherini.
10. Ramadan: nono mese del calendario musulmano durante il quale vi è l’obbligo del digiuno dall’alba al tramonto.
11. Frazioni del comune di Gubbio.
12. E’ la data reale della lettera.
13. Probabilmente si fa riferimento a Ferdinando Andreoli.
14. Tesserino che attesta la qualità di sacerdote con facoltà di celebrare.
15. Guglielmo II (1859-1941), imperatore di Germania dal 1888 al 1918.
16. Guglielmo Viali, sotto capo alla scuola aviatori, si trovava presso l’ospedale “Reparto Longone” di Milano per frattura del femore (ACG, Ufficio Informazioni - Sottosezione di Gubbio ).
17. 3 giugno 1917.
18. Data della lettera.
19. Nel pomeriggio della Festa dei Ceri di Gubbio (che ha luogo il 15 maggio di ogni anno; durante il 1916-1918 restò, però, sospesa), i tre Ceri compiono tre giri attorno al pennone centrale di Piazza Grande. Dal 1938 i tre giri hanno luogo anche al mattino, dopo la cosiddetta “alzata” dei Ceri.
20. Data della lettera.
21. Nell’11a battaglia dell’Isonzo gl’italiani impiegarono 3.747 bocche da fuoco di diversa natura (piccolo, medio e grosso calibro, bombarde ecc.).
22. Il 16 agosto era iniziata l’11a battaglie dell’Isonzo (o della Bainsizza). Al termine si contarono 143.334 perdite per gli italiani (18.974 morti, 89.173 feriti e 35.187 prigionieri) e 85.000 circa per gli austriaci (10.000 morti, 45.000 feriti e 30.000 disprsi).
23. Il 14 maggio 1917, durante la 10a battaglia dell’Isonzo, la cima del Monte Santo fu conquistata con una brillante azione dal III battaglione del 230° regg. fant. (brigata Campobasso). Da quel momento la cima “diverrà teatro di lotte accanite e sanguinose, nelle quali i contendenti daranno singolari prove di tenacia e valore” (Pieropan 1988, p. 272). Il monte passò definitivamente in mani italiani solo dopo l’11a battaglia dell’Isonzo (agosto 1917).
24. Il Monte San Gabriele (q. 646) fu uno dai più poderosi capisaldi dell’esercito austro-ungarico durante tutte le ultime battaglie carsiche. Più volte assaltato, bombardato, aggirato; nessuno l’aveva potuto conquistare. Il 2 settembre 1917 i 400 arditi del I reparto d’assalto videro l’oggetto “dell’impresa più audace e più grande di tutta la guerra” che il generale Capello aveva loro riservato: un monte giudicato “inespugnabile”, il San Gabriele! Iniziato l’attacco alle 5.50, gli arditi si portarono rapidamente sulla cima del monte pur tra enormi difficoltà. Già alle 10 gli assalitori avevano catturato 40 mitragliatrici e circa 2.500 prigionieri. La brigata Arno, che doveva assicurare il supporto di rincalzo alle “fiamme nere”, non avendo rifugi adeguati, subì le conseguenze del pesantissimo bombardamento avversario. Constatata l’esiguità delle truppe che avevano preso il monte, gli austriaci contrattaccarono infliggendo gravi perdite agli italiani. Alle 18.30 tutto finì. Gli arditi erano ridotti a 6 ufficiali e 180 uomini, la brigata Arno aveva perso 2.073 soldati (su circa 6.000): una carneficina! Il generale Capello, però, non la pensava così. Nelle sue memorie infatti, riferendosi a quella giornata, l’alto ufficiale italiano scriveva che “purtroppo i reparti di rincalzo che avrebbero dovuto raggiungere le posizioni conquistate e tenerle, non avanzarono in tempo, mancò loro lo slancio, mancò la decisione”. Giudizio, questo, fin troppo ingeneroso. Purtroppo non fu né il primo né l’ultimo verso la massa combattente. La triste fama del San Gabriele però si nutrì di altri episodi: altri assalti, altri cannoneggiamenti, altro sangue fu versato per questo monte. Tra agosto e settembre gli austriaci vi persero 56.000 uomini (tra morti, feriti e dispersi); gli italiani, tra il 1 e il 12 settembre circa 12.000. “... Chi potrebbe descrivere a fondo questo San Gabriele, questa specie di Moloch, che ingoia un reggimento ogni tre o quattro giorni, e senza dubbio, anche se non lo si vuol ammettere, cambia giornalmente il suo possessore”? (Pieropan 1988, pp. 353-357). Tante perdite di vite umane si giustificano solo con la straordinaria importanza strategica che la posizione aveva in quel settore del fronte.
25. Ecco il testo della nota di Benedetto XV del 1° agosto 1917:
“Fin dagli inizi del nostro Pontificato, tra gli orrori della terribile bufera che si era abbattuta sull’Europa, tre cose sopra le altre, noi ci proponemmo: una perfetta imparzialità verso tutti i belligeranti, quale si conviene a chi è Padre comune e tutti ama con pari affetto i sui figli: uno sforzo continuo di fare a tutti il maggior bene che da Noi si potesse, e ciò senza accettazione di persone, senza distinzioni di nazionalità o di religione, come ci detta e la legge universale della carità e il supremo ufficio spirituale a noi affidato da Cristo; in fine la cura assidua, richiesta del pari dalla Nostra missione pacificatrice di nulla omettere, per quanto era in poter Nostro, che giovasse ad affrettare la fine di questa calamità, inducendo i popoli e i loro Capi a più miti consigli, alle serene deliberazioni della pace, di una ‘pace giusta e duratura’.
Chi ha seguito l’opera Nostra per tutto il doloroso triennio che ora si chiude, ha potuto riconoscere che, come Noi fummo sempre fedeli al proposito di assoluta imparzialità e di beneficenza, così non cessammo dall’esortare e popoli e Governi belligeranti a tornare fratelli, quantunque non sempre sia stato reso pubblico ciò che noi facemmo a questo nobilissimo intento.
Sul tramontare del primo anno di guerra Noi, rivolgendo ad Essi le più vive esortazioni, indicammo anche la via da seguire per giungere ad una pace stabile e dignitosa per tutti. Purtroppo l’appello nostro non fu ascoltato: la guerra proseguì accanita per altri due anni con tutti i suoi orrori: si inasprì e si estese anzi per terra, per mare e perfino nell’aria, donde sulle città inermi, sui quieti villaggi, sui loro abitatori innocenti scesero la desolazione e la morte. Ed ora nessuno può immaginare quanto si moltiplicherebbero e quanto si aggraverebbero i comuni mali, se altri mesi ancora, o peggio se altri anni si aggiungessero al triennio sanguinoso. Il mondo civile dovrà dunque ridursi a un campo di morte? E l’Europa, così gloriosa e fiorente, correrà, quasi travolta da una follia universale, all’abisso, incontro ad un vero e proprio suicidio?
In si angoscioso stato di cose, dinanzi a così grave minaccia, Noi, non per mire politiche particolari, né per suggerimento od interesse di alcuna delle parti belligeranti, ma mossi unicamente dalla coscienza del supremo dovere di Padre comune dei fedeli, dal sospiro dei figli che invocano l’opera Nostra e la Nostra parola pacificatrice, dalla voce stessa dell’umanità e della ragione, alziamo nuovamente il grido di pace, e rinnoviamo un caldo appello a chi tiene in mano le sorti delle Nazioni. Ma per non contenerci più sulle generali, come le circostanze Ci suggerirono in passato, vogliamo ora discendere a proposte più concrete e pratiche, ed invitare i Governi dei popoli belligeranti ad accordarsi sopra i seguenti punti, che sembrano dover essere i capisaldi di una pace giusta e duratura, lasciando ai medesimi Governanti di precisarli e completarli.
E primieramente, il punto fondamentale deve essere che sottentri alla forza materiale delle armi la forza morale del diritto. Quindi un giusto accordo di tutti nella diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti, secondo norme e garanzie da stabilire, nella misura necessaria e sufficiente al mantenimento dell’ordine pubblico nei singoli Stati; e, in sostituzione delle armi l’istituto dell’arbitrato con la sua alta funzione pacificatrice, secondo le norme da concertare e la sanzione da convenire contro lo Stato che ricusasse o di sottoporre le questioni internazionali all’arbitro o di accettarne la decisione.
Stabilito così l’impero del diritto, si tolga ogni ostacolo alle vie di comunicazione dei popoli con la vera libertà e comunanza dei mari; il che, mentre eliminerebbe molteplici cause di conflitto, aprirebbe a tutti nuove fonti di prosperità e di progresso.
Quanto ai danni e spese di guerra, non scorgiamo altro scampo che nella norma generale di una intera e reciproca condonazione, giustificata del resto dai benefici immensi del disarmo: tanto più che non si comprenderebbe la continuazione di tanta carneficina unicamente per ragioni di ordine economico.
Che se in qualche caso vi si oppongano ragioni particolari, queste si ponderino con giustizia ed equità.
Ma questi accordi pacifici, con gli immensi vantaggi che ne derivano, non sono possibili senza la reciproca restituzione dei territori attualmente occupati. Quindi da parte della Germania evacuazione totale sia del Belgio, con la garanzia della sua piena indipendenza politica, militare ed economica di fronte a qualsiasi Potenza, sia del territorio francese: dalla parte avversaria, pari restituzione delle colonie tedesche.
Per ciò che riguarda le questioni territoriali, come quelle ad esempio che si agitano fra l’Italia e l’Austria, fra la Germania e la Francia, giova sperare che, di fronte ai vantaggi immensi di una pace duratura con disarmi, le Parti contendenti vorranno esaminarle con spirito conciliante, tenendo conto, nella misura del giusto e del possibile, come abbiamo detto altre volte, delle aspirazioni dei popoli, e coordinamento, ove occorra, dei propri interessi a quelli comuni del gran consorzio umano.
Lo stesso spirito di equità e di giustizia dovrà dirigere l’esame di tutte le altre questioni territoriali e politiche, nominatamente quelle relative all’assetto dell’Armenia, degli Stati Balcanici e dei paesi formanti parte dell’antico Regno di Polonia, al quale in particolare le sue nobili tradizioni storiche e le sofferenze sopportate specialmente durante l’attuale guerra debbono giustamente conciliare le simpatie delle nazioni.
Sono queste le precipue basi, sulle quali crediamo debba posare il futuro assetto dei popoli. Esse sono tali da rendere impossibile il ripetersi di simili conflitti e preparano la soluzione della questione economica, così importante per l’avvenire e pel benessere materiale di tutti gli Stati belligeranti.
Nel presentarle pertanto a Voi, che reggete in questa tragica ora le sorti dei popoli belligeranti, siamo animati dalla cara e soave speranza di vederle accettate e di giungere così quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più apparisce inutile strage. Tutti riconoscono, d’altra parte, che è salvo nell’uno e nell’altro campo l’onore delle armi; ascoltate dunque la Nostra preghiera; accogliete l’invito paterno, che vi rivolgiamo in nome del Redentore divino, Principe della pace. Riflettete alla vostra gravissima responsabilità dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini; dalle vostre risoluzioni dipendono la quiete e la gioia di innumerevoli famiglie, la vita di migliaia di giovani, la felicità stessa dei popoli, che Voi avete l’assoluto dovere di procurare. Vi inspiri il Signore decisioni conformi alla Sua santissima volontà, e faccia che Voi, meritandovi il plauso dell’età presente, vi assicuriate altresì presso le venture generazioni il nome di pacificatori.
Noi intanto, fervidamente unendoci nella preghiera e nella penitenza con tutte le anime fedeli che sospirano la pace, vi imploriamo dal Divino Spirito lume e consiglio.
Dal Vaticano, 1 agosto 1917
benedictus pp. XV”
(Lule 1919, pp. 156-159)
26. Ovviamente la data della lettera deve essere di alcuni giorni anteriore a quella indicata nel presente contributo - ma chiaramente dopo il 24 ottobre 1917, giorno d’inizio della sfondamento di Caporetto - che, lo ripeto, si riferisce al giorno di pubblicazione del giornale così come indicato nel frontespizio del periodico medesimo.
27. In altri documenti è indicato come Burelli.
28. Gaudenzio fu il suo nome da religioso.
 
ILLUSTRAZIONI
1.Monsignor Angelo Bartolomasi, vescovo castrense (da La Guerra in Italia nel 1915-1916. Storia illustrata, Treves Ed., s.l., s.d., p. 287).
2.Uniformi dei cappellani militari (da La Guerra in Italia nel 1915-1916. Storia illustrata, Treves Ed., s.l., s.d., p. 345).
3.Casier, 1918. Preti-soldati dell’ospedaletto da campo n. 162. Al centro, con la croce sulla giubba, don Beniamino Ubaldi, cappellano militare dell’ospedaletto e futuro vescovo di Gubbio (Gubbio, Archivio Vescovile).

1 2 3

 

Gli ecclesiastici eugubini nella Grande Guerra

(terza e ultima parte)

1918, settembre 1
Gaetano Turziani dal fronte al reggente de L’Ingino.
(...)
Ho ricevuto e letto con immenso piacere il caro Ingino. Con la speranza che codesto giornaletto (tanto gradito a noi militari al fronte, quanto combattuto dai nostri nemici interni), abbia sempre a uscire vittorioso, invio a lei a tutti gli amici cordiali saluti.
(...)
(“L’Ingino” del 1° settembre 1918)
 
1918, agosto 4
Don Luigi Rughi da Roma ad un capitano già suo commilitone in Albania
Egregio amico,
Due righe in fretta dalla città Eterna, ove sono di passaggio per servizio. Sa dove mi sono recato stamane? A San Luigi dei Francesi ove si è celebrato il giorno di preghiera nazionale francese per la vittoria. Dai giornali apprenderà come si è svolta l’imponente cerimonia. Lei è proprio un ... profeta! I Cattolici Francesi hanno saputo fare ciò che noi abbiamo, finora, sperato invano. Io della sua proposta non ho mai mancato di parlarne a coloro che erano in alto loco e avrebbero potuto tentare con una qualche probabilità di successo. Ultimamente scrissi, a tal proposito, un articolo che inviai ai giornali dei vari partiti. L’articolo fu cestinato da tutti.
Perché?
Perché agli Italiani di tutti i partiti, di tutte le fedi manca un po’ di quel lievito cristiano o senso rivoluzionario, - lo chiami come vuole - che pure questa guerra oramai dovrebbe avere svegliato in tutti. Sia gli uni che gli altri pare che abbiano questo programma: “quieta non muovere”.
I Romani, dicono: “Non te ne incaricà”.
Ad ogni modo, viva l’Italia!
(Lule 1919, p. 181)
 
1918, ottobre 4
Don Oddo Martinelli dalla zona di guerra al vescovo di Gubbio
Eccellenza Ill.ma
Dopo la breve licenza - volata come un soffio - in cui ebbi il piacere e l’onore di ossequiarla personalmente, sono tornato al mio Reggimento(1) sul Piave. Qui ho di già ripreso la consueta vita in mezzo ai miei buoni e bravi soldati e ufficiali. Alcuni giorni fa mi fu conferita la croce di guerra per la quale ero stato proposto già da qualche mese con la motivazione:
“A contatto col nemico in modo veramente esemplare dal giugno 1917, ha partecipato con valore a tutti i combattimenti da quell’epoca sul Carso e sul Piave”.
(...)
(Archivio Vescovile di Gubbio, materiale non inventariato, fasc. “Subeconomo”)
 
1918, ottobre 13
Croce di Guerra.
Don Antonio Paoletti, sacerdote della nostra Diocesi, ora Cappellano militare del ... fanteria, è stato decorato della Croce di Guerra con la seguente motivazione:
“Durante un aspro combattimento, saputo che il capitano Damiani Sig. Angelo era rimasto ferito in una posizione scoperta e difficile, battutissima da raffiche di artiglieria e di mitragliatrici, non curandosi del pericolo a cui si esponeva, raggiunse la località ove trovavasi il ferito, se lo caricò sulle spalle e lo trasportò al posto di medicazione.
In questo reggimento ha sempre compiuto con lodevolissimo zelo ed amore le attribuzioni inerenti al suo ministero, portandosi a confortare i feriti e i morenti nelle linee più esposte, ben meritandosi il pubblico encomio e l’imperitura riconoscenza degli interessati”.
All’egregio amico i nostri vivissimi rallegramenti.
(“L’Ingino” del 13 ottobre 1918)
1918, ottobre 13
Don Luigi Rughi.
Per la mancata apertura di quest’ospedale militare(2) ed in seguito a sua stessa richiesta, il nostro amico Tenente Cappellano è stato trasferito ad un reggimento combattente e precisamente al (76 fant.) che opera al fronte francese. La parte sana dei cittadini ha appreso con vero dispiacere la partenza di questo giovane sacerdote e militare che in breve tempo aveva dato vita fra noi a tante buone e necessarie iniziative di resistenza ai doveri che la guerra impone. Va ricordata la Casa del Soldato, il Comitato orfani e mutilati di Guerra, la biblioteca dei soldati. Lavorò fiducioso e ispirando fiducia intorno a se; ebbe per questo, larghi consensi e autorevoli appoggi, che la sua attività, la sua fede, la sua rettitudine non comune non potevano non imporsi. Ma trovò anche contrasti, ostacoli e dispiaceri: non scendiamo a specificarli: sono cose passate a anch’egli, egli anzi per primo, le ha perdonate. Sono anche cose comuni in questo disgraziato paese dove fra le malvagità degli uni e l’indifferenza degli altri, ogni forma di attività e di bene sembra destinata a morire. Ma noi, al caro Don Luigi, auguriamo che presso ai buoni soldati che servono davvero la patria trovi ancora quelle giuste soddisfazioni che non ebbe dai cattivi cittadini che, in nome della patria che non servono, tradiscono l’Italia e attentano alla concordia degli animi.
(“L’Ingino” del 13 ottobre 1918)
1918, ottobre 14
Cartolina in franchigia del caporale Carlo Braccini, 69a Sezione di Sanità, zona di guerra, a don Augusto Moretti, cancelliere vescovile di Gubbio
Molto Rev.do Canonico.
Sebbene non abbia avuto la regolare partecipazione, questa mattina ho applicato a suffragio del povero Don Luigi Nuti, pensando che sia stato iscritto alla pia associazione dei Sacerdoti della nostra diocesi.
(...)
(AVG, Buste personali, don Carlo Braccini)
 
1918, ottobre 25
Decreto della Sacra Congregazione Concistoriale
(sunto)
Decreto sull’accoglienza dei chierici al ritorno dal servizio militare.
“E’ opportuno che tutti gli Ordinari si sforzino con la massima premura di ripulire i chierici che tornano dal servizio militare dalla polvere mondana che nello strepito delle armi e nei pericoli di ogni giorno può sporcare anche i cuori religiosi, e di liberarli dalle irregolarità e impedimenti contratti combattendo. Lo esige il bene degli stessi chierici, la salute dell’anima dei fedeli e l’utilità della Chiesa”.
Il decreto è costituito da sette capitoli:
1.delle irregolarità;
2.dare e assumere informazioni;
3.i sacerdoti secolari e regolari;
4.gli alunni dei seminari;
5.i novizi e chierici religiosi
6.i religiosi laici e conversi (non sacerdoti);
7.i chierici in sacris (che hanno già ricevuto gli Ordini Maggiori: suddiaconato, diaconato e sacerdozio) che si sono macchiati di delitti più gravi.
1.
a - Si concede agli Ordinari la facoltà di dispensare dalla irregolarità proveniente da difetti del corpo (mutilazioni ecc.) dopo testimonianza scritta del maestro delle cerimonie. Nei casi dubbi ricorrere alla Santa Sede
b - dalla irregolarità chiamata “difetto di dolcezza” incorsa non per cattiva volontà, ma per necessità a meno che si siano prese le armi come volontari(3).
2.
Gli Ordinari si scambino informazioni sul comportamento degli ecclesiastici militari che hanno dimorato per notevole tempo nei loro territori.
3.
a - I sacerdoti, sia secolari sia religiosi, entro 10 giorni dal ritorno si presentino al proprio Ordinario con lettera dell’Ordinario Castrense o almeno del proprio Cappellano e altri documenti sulla propria vita e costumi.
Sospensione a divinis per chi non si presenterà.
b - Dovranno ritirarsi in una pia casa designata dal vescovo per un periodo di esercizi spirituali.
c - Questi esercizio si facciano in luoghi lontani da “rumori mondani”, in silenzio e sotto la guida di direttori, predicatori e confessori adatti.
Gli Ordinari procurino insieme questa case.
d - Tali esercizi durino almeno otto giorni. Per i “renitenti” è prevista la sospensione a divinis.
e - Dopo gli esercizi l’Ordinario giudichi se riammettere i singoli sacerdoti al loro ministero. Oppure... rimuovere a tempo dalla cura d’anime, dal confessare e dalla guida e insegnamento nei seminari quelli che durante il servizio militare non si fossero ben comportati.
Evitino gli Ordinari di affidare loro ministeri nei luoghi dove essi abbiano dimorato lungamente durante il servizio militare.
Nei casi dubbi ricorrere alla Santa Sede.
4.
Esaminare le situazioni con i deputati alla disciplina e col Rettore del Seminario; respingere coloro che non si sono ben comportati; riammettere a certe condizioni gli altri per proseguire gli studi.
Se necessario formare classi a parte.
5.
Come per i seminaristi (punto n. 4).
6.
Come per i seminaristi (punto n. 4).
7.
a - Accogliere paternamente; esaminare caso per caso; non omettere nei singoli casi quanto prescrive il libro V del Codice di Diritto Canonico, specialmente se sono incorsi in infamie di diritto e di fatto.
Per i casi di secolarizzazione o tradimento dei propositi gli ordinari si comportino da buoni pastori ricercando opportunamente il recupero delle “pecorelle smarrite”.
Cerchino con tutte le forze di evitare lo scandalo dei fedeli.
(AVG, Busta segnata “Varie. Santa Sede. Ministeri. Autorità Civile. Ass.ne del Clero”)
 
1918, ottobre
(...)
Sono [don Luigi Rughi] di 3a categoria della classe 1884. Il 20 febbraio 1916 fui chiamato sotto le armi. Come sacerdote fui ascritto alla 9a compagnia Sanità - Roma, ove mi trattenni fino al 26 marzo dello stesso anno. In quello stesso giorno - poiché mi era giunta la nomina a cappellano - partii per un reggimento di fanteria in zona di guerra. Da questo passai in una sezione di Sanità, in un ospedaletto da campo e finalmente col 3 marzo 1918 ho lasciato la zona di guerra, essendo stato destinato, in omaggio alle recenti disposizioni sull’avvicendamento, in un ospedale del territorio.
Ecco, brevemente, la storia della mia vita militare(4).
(...)
(Lule 1919, p. 1)
 
1918, novembre 21
Don Luigi Rughi dalla zona di guerra [Belgio] al vescovo di Gubbio.
Eccellenza
Ho ricevuto la sua gratissima.
Attualmente sono in marcia col mio reggimento a traverso il territorio Belga, verso la Germania.
Si dice che il corpo di spedizione italiano(5) si recherà a presidiare la regione di Coblenza, sul Reno(6). Non so quando arriveremo a destinazione. Attualmente noi non siamo più in contatto coi soldati francesi e penso quindi che mi sarà ben difficile vedere i parenti di vostra Eccellenza. Il soldato Vispi Giovanni ha lasciato il mio reggimento essendo stato destinato a un battaglione Complementare. Credo che a giorni verrà a Gubbio in licenza.
La mia salute grazie a Dio è sempre buona.
La prego gradire i miei ossequi.
Devotissimo in Gesù Cristo
don Luigi Rughi
76° fanteria, zona di guerra
(AVG, materiale non inventariato, fasc. “Subeconomo”)
 
1918, dicembre 18
Cartolina in franchigia di Carlo Braccini, 69a Sezione di Sanità, da Landeck [circa 60 km ad ovest di Innsbruck] al canonico Moretti in Gubbio.
Molto Rev. Sig. Canonico,
Per le sante feste natalizie Le esprimo i più fervidi auguri di bene. Le sarei gratissimo se volesse inviarmi il Calendario della Diocesi, del quale rimetterò subito l’importo.
(...)
(AVG, Buste personali, don Carlo Braccini)
1918, dicembre 20
Cartolina scritta da don Luigi Rughi (76° regg. fant., zona di guerra) datata da Bruxelles al vescovo di Gubbio, mons. Carlo Taccetti, per fargli gli auguri in occasione delle feste natalizie.
(AVG, Buste personali, don Luigi Rughi)
s.d.
Elenco
Sacerdoti della Diocesi di Gubbio che prestano servizio militare.
1) Boccia don Agostino (al secolo Pompeo), vice parroco in San Pietro, Camaldolese.
Soldato, Ospedale Militare di Foggia.
2) Cenci don Pio, canonico della Cattedrale e professore al Seminario Interdiocesano.
Ministro della Guerra, Ufficio Prigionieri, Roma.
3) Burelli don Domenico, mansionario della Cattedrale e cantore della cappella.
Soldato, presso il Cappellano dell’Ospedale Principale Militare Chirurgico al Celio, Roma.
4) Cencetti don Luigi, canonico della Collegiata e mansionario della Cattedrale, cerimoniere.
Soldato, Ospedale Militare di Riserva, Sanità, Collegio Germanico, Roma.
5) Birocci don Umberto, sacerdote in città.
Soldato, Ospedale Militare di Riserva N. 7, Regina Margherita, Roma
1)Luchetti don Domenico, parroco di San Crescentino e Palcano, Cantiano.
Soldato, Ispettorato di Sanità Militare, Roma.
(aggregato all’81° fanteria)
8) Pascucci don Giovenale, Canonico Regolare Lateranense della Canonica di San Secondo, nato a Ciciliano 1888 (Roma).
Caporale Maggiore Sanità. Ospedale MilitareReparto Ufficiali Anglo Americano. Via Nomentana 265, Roma.
1919, gennaio 13
Cartolina del caporale Fernando Andreoli da Roma al vescovo di Gubbio
Caporale Andreoli Fernando
Ospedale Militare - Celio
Fureria - Roma
Eccellenza Rev.ma
Poco prima di partire da Pesaro per Firenze ebbi l’ordine al Distretto Militare di presentarmi invece all’Ospedale Militare del Celio dove subito mi hanno messo a far servizio in fureria. Ho riveduto con piacere il mio Seminario dove spesso mi reco a vedere e parlare coi nuovi e antichi compagni. Ieri feci visita a Mons. Nasalli Rocca. Prego gradire i miei più umili ossequi, mentre imploro Sua Benedizione.
Um.mo Dev.mo Andreoli Fernando
(AVG, Buste personali, mons. Carlo Taccetti)
 
1919, aprile 12
Dichiarazione di Fra Luca Bianchi, Guardiano Cappuccino a Mantova
In nomine Domini
Io, sottoscritto, dichiaro che il R. Sacerdote Don Oddo Martinelli ha lodevolmente compito, in questo Convento, i sacri Esercizi prescritti dalla Concistoriale ai reduci della milizia.
(AVG, materiale non inventariato, fasc. “Subeconomo”)
 
1919, aprile 16
Cartolina di Fernando Andreoli dal Celio di Roma al vescovo di Gubbio
Eccellenza Rev.ma,
Dopo averLe scritto la prima volta da Pesaro, durante il periodo della licenza concessami come ex-prigioniero(7), torno, dopo forse un periodo di silenzio troppo lungo, a indirizzarLe la presente per presentarLe l’augurio (...)do pasquale e cogliere l’occasione per umiliarLe i miei sentimenti di devozione.
Non era del tutto a me estranea la speranza che in questo mese o nei primi di maggio mi avrebbero inviato in congedo, se non che la delicata situazione presente rimette questa speranza a tempi ancora lontani.
Rinnovo auguri e ossequi (...)
(AVG, Buste personali, mons. Carlo Taccetti)
 
1919, aprile 30
Dichiarazione
Io sottoscritto dichiaro ed attesto che il sacerdote Parroco di Morena don Antonio Paoletti, durante gli spirituali esercizi di ritiro in questo Venerabile Convento [di San Girolamo in Gubbio], ha dato esempio di raccoglimento e di edificazione. Nell’ottavo giorno poi si appressò al Sacramento della Penitenza.
(AVG, materiale non inventariato, fasc. “Subeconomo”)
 
1919, luglio 1
Regio Esercito Italiano
Il Comandante del III Corpo di Armata
Visto il Regio Decreto 19 Gennaio 1918, n. 205;
Determina
E’ concessa al Caporale Braccini Carlo di Ubaldo
la  C r o c e  a l  M e r i t o  d i  G u e r r a.
Zona di Guerra, addì 1 Luglio 1919
Il Tenente Generale
Comandante il III Corpo d’Armata
F.to illeggibile
(AVG, Buste personali, don Carlo Braccini)
 
1919, luglio 7
Cartolina in franchigia con la quale Gaetano Turziani, 18° fanteria, 9a compagnia, informa il vescovo di Gubbio che è tornato di nuovo al reggimento.
(AVG, Buste personali, don Gaetano Turziani)
 
1919, luglio 13
Cartolina del soldato Agenore Bazzucchi da Perugia al vescovo di Gubbio
Eccellenza Rev.ma
Fin da qualche giorno mi trovo qui all’ospedale per continuare [...] ma da quanto ho saputo qui non possono [...] un mese di convalescenza, e anche difficilmente.
Nelle sue preghiere si ricordi di me.
Umilmente prostrato al bacio del S. anello, porgendole i migliori ossequi mi creda devotissimo chierico soldato A. Bazzucchi, Ospedale Militare S. Agostino, 2 Reparto Medicina, letto 187, Perugia.
(AVG, Buste personali, mons. Carlo Taccetti)
 
1919, luglio
Dal foglio di Congedo t e m p o r a n e o, rilasciato al Caporale Braccini Carlo dal Comandante la 69a Sezione di Sanità, datato da Zona di Guerra, 1° Luglio 1919, risulta la seguente annotazione:
“69a sezione di sanita'
Il Caporale Braccini Carlo per essersi trovato alle armi alla data dell’Armistizio e per aver prestato oltre sei mesi di effettivo servizio, ha diritto al pacco vestiario.
Castiglione delle Stiviere, Luglio 1919
Il Capitano Medico
Comandante la Sezione Sanità
F.to Macedonio(8)
(AVG, Buste personali, don Carlo Braccini)
1919, agosto 29
Cartolina di Antonio Gambini da Perugia al vescovo di Gubbio
Eccellenza Rev.ma
Finalmente! Il giorno che da tempo attendevo è giunto: sono congedato e verso il 4 o il 5 del mese entrante sarò a Gubbio. Se le esigenze d’ufficio non lo avessero impedito vi sarei stato fin da oggi; ma ancora pazienza per questi pochi giorni rimasti. Non si incomodi a rispondermi.
Avrò bisogno di un po’ di riposo poiché e per il lavoro, e per il caldo, e per il cibo poco buono sono alquanto sciupato e mi sento stanco.
Ritornare per sempre, immagini la gioia!
Distinti ossequi, mi benedica.
(...)
(AVG, Buste personali, mons. Carlo Taccetti)
 
s.d.
Cartolina scritta da Ubaldo Braccini al figlio don Carlo
Al Caporale Braccini Carlo
69a Sezione di Sanità - Zona di Guerra.
Infiniti saluti Ricevi danoi tutti. In Famiglia gondendoci una buona salute.
Tuo Affezionatissimo Padre U[baldo]
oggi Appunto ci è giunta la tua cartolina data 10 corr.
(AVG, Buste personali, don Carlo Braccini)
s.d.
Elenco Sacerdoti
1)Cenci canonico Pio; Roma - Ministro Guerra, Ufficio Prigionieri;
2)Baleani canonico Francesco; Roma - 9a compagnia sanità, Ospedale Villa Fonseca;
3)Cencetti canonico Luigi; Roma - Ospedale Collegio Germanico;
4)Burelli don Domenico; Roma - Ospedale del Celio;
5)Birocci don Umberto; Roma - Ospedale Regina Margherita;
6)Rughi don Luigi; Cappellano Militare 76° regg. fant. (ora in Francia) prima in Albania(9);
7)Paoletti don Antonio; Cappellano Mlitare 254° regg. fant.;
8)Martinelli don Oddo; Cappellano Militare 44° artigliera da campagna;
9)Braccini don Carlo; 69a Sezione Sanità;
10)Luchetti don Domenico; Roma - Ispettorato di Sanità, aggregato all’81° fanteria;
11)Rossi don Bosone; Ospedale Militare Città di Castello;
Chierici
1)Gambini Antonio;
2)Andreoli Fernando; Roma - Seminario Pio;
3)Turziani Gaetano; 18° fanteria, 9a compagnia;
4)Marchetti Tito;
5)Picchi Giovanni;
6)Bazzucchi Agenore;
7)Marinelli Astorre ?
8)Rossi Domenico ?
(AVG, materiale non inventariato, fasc. “Subeconomo”)
 
1920, gennaio 24
Certificazione
Nel nome di Dio - Così Sia.
Certifico io sottoscritto che il M. R. Sacerdote don Luigi Rughi ha fatto un corso di spirituali Esercizi in questa nostra casa religiosa di San Fortunato dal 19 al 24 corrente inclusive con pietà ed edificazione.
In fede di che
Il Superiore
Don Luigi Merluzzi
Perugia, 24 - 1- 1920
(AVG, materiale non inventariato, fasc. “Subeconomo”)
 
1920, luglio 23
Gaetano Turziani da Milano al sindaco di Gubbio
Illustrissimo Sig. Sindaco,
Perdoni la libertà che mi prendo. Sono un chierico del seminario di Gubbio avente la famiglia residente a Milano e anche io al presente mi trovo costì per passare le vacanze autunnali. Il deposito del 18° fanteria in Chieti invierà alla S.V. la mia licenza (giacché sono militare in licenza straordinaria) con un vaglia di servizio, denari che mi aspettano per il periodo di licenza.
Siccome la licenza dovrò presentarla al distretto di Milano onde avere il congedo prego la S.V. a volere inviarmi la licenza e i denari non appena il deposito del 18° fanteria li invierà al Comune di Gubbio. Se crede potrà inviare tutto a questo indirizzo:
Turziani Gaetano
Via Castello N° 1
Milano
Scusi del disturbo e della libertà.
(...)
(Archivio Comunale di Gubbio, Carteggio, b. 1637, tit. VIII, art. 2, fasc. “Pratiche amministrative”)
 
1922, dicembre 23
Il 23 - XII - 1922 [don Gaetano Turziani] fu ordinato Sacerdote da Sua Eccellenza Mons. Pio Leonardo Navarra, Vescovo di Gubbio, nella Chiesa di San Francesco  e celebra la I Messa nella Chiesa Collegiata di Santa Maria al Corso, assistito dai Rev.mi Mons. Federico Gambucci, Vicario Generale e Rettore del Seminario e dal Can. Rogari Don Origene. Per l’occasione il Rev.mo Don Bosone Rossi lesse il seguente discorso:
Don Gaetano ricordi? Sono passati ormai quattordici anni da quando, pieno l’animo del più santo entusiasmo, desti il tuo nome alla sezione Aspiranti del Circolo Giovanile Cattolico “Silvio Pellico” - sorto da pochi mesi - ed ammirando l’opera che il sacerdote esplica fra i giovani esprimesti il desiderio di divenire apostolo di Gesù Cristo. Io ricordo benissimo quel momento in cui a me, per primo, confidasti il tuo desiderio che divenne poi fermo proposito. Ed iniziasti l’arduo cammino superando con ammirabile tenacia e costanza, ogni difficoltà, ogni ostacolo, confidando sempre nell’aiuto di Dio che ti voleva suo ministro.
Eri già innanzi nei tuoi studi quando la voce della Patria ti chiamò e all’abito talare dovesti sostituire il grigio-verde. Ma la tua vocazione, anche sotto la nuova divisa, pur vivendo in un ambiente quanto mai corrotto, non subì tentennamenti: divenne anzi più forte perché lo stato pietoso di tanti giovani ti rese ancora più convinto della necessità di provvedere alla salvezza dell’anima loro. E dovunque, dalla gloriosa trincea che seppe del tuo valore, facesti sempre opera di santo apostolato conquistando anime al Signore. Lasciata la divisa di soldato d’Italia, riprendesti con immutato entusiasmo quella di soldato di Cristo col desiderio, fatto più ardente dalla lunga attesa, di raggiungere la meta sospirata.
Don Gatano carissimo, il giorno da te bramato, il giorno che è stato l’oggetto continuo dei tuoi pensieri, dei tuoi sogni, delle tue aspirazioni, è finalmente giunto.
(...)
(AVG, Buste personali, don Gaetano Turziani, II)
 
1923, agosto 21 - novembre 22
Documentazione sulla liquidazione della polizza pro-combattenti per don Antonio Paoletti morti il 2 marzo 1922. L’importo di £. 5.000 viene liquidato dall’Istituto Nazionale delle Assicurazioni a favore di Luigi Paoletti fu Ubaldo.
“Il certificato medico sulla causa del decesso dell’assicurato ha escluso la dipendenza di tale causa dal servizio di guerra”; “il Municipio di Gubbio ha certificato che gli eredi del defunto militare non hanno inoltrato domanda per la concessione della pensione privilegiata di guerra”.
(ACG, Carteggio, b. 1725, tit. VIII, art. 6)
 
Schede Ufficio Notizie - Sottosezione di Gubbio
Lo schedario dell’ufficio informazioni di Gubbio, attivo durante la Grande Guerra e donato nel 1920 al Comune di Gubbio, contiene le schede di soli quattro ecclesiastici.
Bazzucchi Agenore di Luigi
Soldato
Deposito Bombardieri, 173a Sezione Bombardieri di riserva
Valdichiascio - Casalomarda
1917, giugno 30
Si trova all’ospedale di riserva di Spresiano.
1917, luglio 18
Ospedale di Lucca - Fiorenzuola d’Arda
1917, novembre 27
Ospedale di guerra della Croce Rossa n. 55.
Gambini Antonio di Raffaele
Sergente
129° regg. fant., 5a compagnia
Gubbio - San Secondo - Campo
1916, luglio 1
Si trova ricoverato all’ospedale civile di Piacenza per malattia.
Marinelli Astorre di Giuseppe
Sottotenente
II batt. d’assalto (già 70° regg. fant.)
Gubbio - Pietramelina - Capofico
1916, febbraio 18
Ospedale clinico medica di Firenze; malattia leggera
1916, marzo 20
Ospedale militare S. Caterina di Arezzo, catarro bronchiale
1917, ottobre 7
Ospedale da campo N. 134, ferite infette alla regione mammellare sinistra
1917, ottobre 9
Ospedale contumaciale di Udine
1917, ottobre 29
Ospedale Giusti, Firenze
Paoletti Antonio di Luigi
Soldato
Parrocchia di Morena
1916, giugno 28
Sottosezione di Perugia: Ospedale da Campo 081(10).
 
Alcuni brani dal libro di Lule (Don Luigi Rughi) Le confessioni di guerra di un Cappellano militare, Roma 1919.
Nell’impossibilità di riprodurre tutto il volumetto (tutti i capitoli sono infatti di un qualche interesse) si trascrivono di seguito degli stralci, soprattutto in riferimento a particolari momenti della guerra sui quali la testimonianza “a caldo” di don Rughi sembra di una certa importanza. Anche alcune sue considerazioni, spillate qua e là, servono per dare un quadro e della pubblicazione e dell’attività di cappellano militare del sacerdote eugubino. Ovviamente, per dare un po’ di sapore alla narrazione, nella selezione dei capitoli è inserito anche un passaggio di piena allegria.
Per ovvi motivi di spazio, non si riportano le note inserite da don Rughi nel suo lavoro.
Prefazione(11).
Io non conosco né di persona né di nome, il giovane sacerdote cattolico che, nascosto sotto un indecifrabile pseudonimo, comunica in queste pagine le sue personali esperienze di cappellano militare in guerra. Ma debbo dire che la lettura del suo racconto, piano e schietto; delle sue conferenze lucide e incisive; mi ha ispirato nell’animo la più calda simpatia per lui. Non fronzoli appariscenti di retorica; non artificiose e tronfie affermazioni di patriottismo verbale in questi ricordi di vita bellica e in questi squarci di oratoria d’occasione: bensì una visione amorosa della realtà umana negli aspetti suoi più originali, più impreveduti, più ricchi di interesse, un senso preciso e vivissimo delle profonde interferenze fra amor patrio e sentimento cristiano nell’ora della prova cruenta e della lotta per la giustizia; un apprezzamento equilibrato del significato della guerra che l’Italia ha trionfalmente combattuto, nello sviluppo della tradizione del suo assurgere ad unità etnica e nazionale.
L’anonimo scrittore di queste pagine - ed è qui la radice più salda del loro valore - non si è limitato a registrare gli episodi salienti della sua vita di ministro di religione al campo, ma di questi episodi ha fatto materia di riflessione personale e di profitto per il proprio spirito. Le figure di amici e colleghi ch’egli scolpisce con semplicità ed efficacia, non sono personaggi incontrati casualmente e dimenticati in breve volger di tempo; sono al contrario elementi entrati nell’anima sua, determinandovi un rinnovamento integrale di visuali e di giudizi. E’ il caso di moltissimi preti che, divelti dal silenzio raccolto delle loro canoniche, dagli studi anacronistici dei loro seminari, hanno piegato sotto l’onda di vita che la vasta esperienza dell’esercito ha fatto rifluire sulla loro anima, suscitandovi un senso nuovissimo della vera funzione del cristianesimo e del sacerdozio in seno alla società moderna.
Per questo, perché gli episodi registrati dal nostro cappellano che firma Lule, sono entrati come elementi rinnovatori nella sfera dei suoi sentimenti e dei suoi ideali, egli ce ne dà un racconto così suggestivo. Io, ad esempio, non dimenticherò più il giovane tenentino, di cui egli tratteggia il profilo spirituale, che da socio della Giordano Bruno aveva fatto voto a Dio di non mancare più alla Messa, qualora l’Italia fosse scesa in campo con gli Alleati per la giustizia e che immagino, a quest’ora, visto il glorioso esito della nostra gloriosa entrata in campagna, deve aver aggiunto un codicillo al suo voto: quello, putacaso, di recitar giustissimamente il rosario!...
Ma il nostro anonimo cappellano è, evidentemente, uomo che ama rendersi conto dei fatti che coinvolgono i valori del suo spirito nel loro concatenamento logico. E dalla considerazione dei rapporti fra il cattolicismo e la guerra testé chiusosi è risalito alla evocazione della grande opera spiegata dal clero, durante i periodi più decisivi del nostro Risorgimento. Incaricato di parlare ad ufficiali e soldati egli ha con coraggio lodevole ricordato da quale parte vennero i principali ostacoli all’ultima affermazione italiana a Roma (un particolare cotesto pieno di amarezza, cui si vorrebbe nulla potesse ormai più dar calore di attualità!...) e ha esposto a tratti sommari, ma efficacemente, come il clero non fu mai assente dal faticoso ascendere dell’Italia verso la sua costituzione a nazione. Naturalmente le circostanze di tempo e di luogo nelle quali Lule ha tenuto le sue conferenze, non gli hanno permesso di dare a queste una documentazione ampia e compiuta. Non gli faremo addebito di ciò. Solo avrei amato, per mio conto, che il nostro conferenziere non avesse taciuto di colui che, secondo me, nella storia dell’azione patriottica del clero durante il Risorgimento, merita di essere collocato subito dopo il Gioberti: il benedettino Luigi Tosti. Proprio in questi giorni, fra l’esultanza onde siamo tutti dominati per l’attuazione piena dell’ideale che da più di un secolo teneva desta l’anima italiana, io sono andato a rileggere il vibrante appello che il Tosti lanciava nel 1848, licenziando al pubblico la sua Storia della Lega lombarda. Vi palpita dentro così alto senso della missione d’Italia nel mondo, che non è forse inopportuno riprodurne il tratto finale, mentre a tale missione di luce si dischiude più ampio orizzonte: “Mentre io ero tutto in queste storie, dico in questo salutifero anno 1848, fu tale e tanto repentino scroscio di umani fatti che divenne intempestivo il ministero dello storico, che a quei fatti indirizzava. Io scrivevo per italiani, italiane glorie, quando tutta Italia trabalzò i placidi cieli...Il suo procedere fu fragoroso, e si fece sentire nei cuori recessi della mia solitudine... Ite, o fratelli, orate e la vostra mente basti non solo di concetto della vostra nazione, ma anche a quello di tutta l’umanità: il vostro cuore si dilati ad un grande amore, che travalichi i confini delle Alpi e del mare,.. La storia degli uomini è compiuta: beato chi scriverà la prima pagina della storia dell’Umanità!”.
A settant’anni di distanza, l’ammonimento del monaco ha un valore più vivo che mai: che il nostro cuore si apra ad un amore travalicante le Alpi raggiunte e il mare riconsacrato!
Roma, 18 novembre 1918
e. bonaiuti
(pp. VII-X)
 
La società delle Nazioni di fronte ai reticolati.
Dal tempo in cui pronunciai ai soldati le conferenze riportane nel volume, erano trascorsi ben 16 mesi. Intanto si erano venuti maturando dei grandi avvenimenti: l’intervento americano, la rivoluzione russa, la nota per la pace di Benedetto XV, Caporetto. Io ero sempre in zona di guerra. Il momento che allora si attraversava era grigio: il giorno della vittoria si allontanava continuamente. Ad ogni modo non disperavo. Ero sempre certo che la causa degli alleati fosse la causa di Cristo e non riuscivo a convincermi che questa fosse condannata a perire. Era questa la tesi che difendevo spesso, sia tra i soldati che tra gli ufficiali. Ero convinto anche che il mio metodo di propaganda – credo che qui non sia il caso di essere modesti – avesse delle risorse che mancavano non solo ai miei colleghi cappellani, ma anche agli ufficiali addetti proprio a tale ufficio(12), i quali, secondo me, avevano il difetto di essere poco addentro alla mentalità della massa, sia che questa vesta la divisa grigio-verde, sia che costituisca la folla delle retrovie.
Prima dell’infausta giornata di Caporetto, l’elemento militare che veniva dalle file operaie, e anche parte di quello borghese conquistato alla propaganda giolittiana, era convinto che l’Intesa(13 avesse i suoi scopi imperialistici, né più né meno della Germania: tanto più che molti affermavano che a capo degli Alleati stava l’Inghilterra la quale, oltreché prepararsi l’annessione delle colonie tedesche, realizzava guadagni giganteschi colle esportazioni e coi prestiti fatti agli Alleati, senza che in uomini desse quel contributo che, per esempio, dava l’Italia.
Inoltre, la massa era convinta che l’intervento dell’America non fosse disinteressato. Wilson nei suoi ammirabili messaggi aveva più volte proclamato che l’America si era mossa senza miraggi di conquiste territoriali o di qualsiasi altro scopo egoistico ma al solo fine di abbattere il militarismo Prussiano per potere allontanare dal mondo anche la possibilità di altre guerre in avvenire e di realizzare nei popoli un libero regime di democrazie. Purtroppo, però, molti nell’esercito erano convinti del contrario. Specie certi ufficiali che venivano dai centri affaristici e dall’insegnamento universitario e, perché non dirlo?, non pochi cappellani – certo, non per malizia – coi loro giudizi nelle conversazioni e discussioni concorrevano ad alimentare la convinzione che l’America si fosse messa solo allo scopo di ricuperare i milioni prestati alle nazioni dell’Intesa. Contro questi denigratori di Wilson e dell’America io, impenitente idealista, imbastivo un argomento di questo genere:
Prima della sua entrata in guerra l’America ai vari Alleati aveva prestato una somma che non superava i due miliardi di dollari. Essa è entrata in guerra dichiarando solennemente che non persegue scopi di conquiste territoriali o di altri guadagni, volendo anche che i vinti non siano obbligati al pagamento di indennità. Ora, se essa anche, nella migliore ipotesi, rimarrà in guerra un solo anno, spenderà, tenendo conto di ciò che spendono gli altri stati belligeranti, non meno di quattro miliardi di dollari.
Ma non vi pare che l’America – se avesse agito solo in base dei suoi calcoli finanziari – avrebbe fatto un pessimo affare coll’esporsi a tanti sacrifici di vite e di sangue per ricuperare due miliardi e perderne quattro? E se la guerra, poi, dovesse durare ancora più di un anno? Purtroppo, però, m’accorgevo che i miei argomenti non sempre producevano l’effetto sperato. Non che i miei avversari portassero delle ragioni per confutarli; anzi, vedevo che non facevano altro che ripetere pappagallescamente cose sentite dire e non provate dai fatti; piuttosto avevo scoperto che essi tenevano quell’atteggiamento per ragione della loro mentalità politica e filosofica. Educati alla scuola del sacro egoismo e del commercialismo imperante, abituati, anche se cattolici praticanti, e perfino se preti, a deridere tutto ciò che nella vita è ideale rinunzia, sacrificio pei beni superiori dell’umanità, avendo letto tante volte, al tempo della neutralità americana che Wilson era l’esponente dei trust finanziari del nuovo Mondo essi si domandavano: “Ma è possibile che proprio l’America, il paese dei miliardari e dei dollari, si sia gettata in questa fornace ardente della guerra per motivi ideali ed altruistici? Nemmeno a pensarlo”.
Quindi, anche la sete del guadagno dell’America era una convinzione diffusa nell’aria, che si respirava ovunque e che faceva male ai soldati.
Nel settembre 1917 ci fu al reggimento un corso di conferenze per tenere alto il morale della truppa. Il conferenziere, un bravo tenente, professore e giornalista, sminuzzò le molteplici ragioni, strategiche, finanziarie, etniche, condite coi soliti pistolotti patriottici, che fatalmente spinsero e ancora tenevano l’Italia in guerra: io alla sera, poi, mi divertivo a seguire i commenti dei soldati. Erano addirittura disastrosi. I più allegri si limitavano a cantarellare:
“Il general Cadorna – ha scritto alla Regina
Se vuoi veder Trieste – tel mando in cartolina
Bon bin bon
al rombo del cannon”.
I soldati, infarinati un po’ di politica di classe – e in ciò si riconosceva lo zampino dei socialisti ufficiali – ritenevano che la ragione unica e vera per cui l’Italia era scesa, e ancora rimaneva in guerra, fosse la sete di guadagno dei così detti pescicani dell’industria, dei signori. Io, ogni giorno, toccavo con mano che le varie campagne mosse non solo dall’Avanti! ma anche dai giornali liberali e cattolici contro i sopra profitti di guerra – per quanto mosse in buona fede, almeno in questi ultimi – facevano un gran male alla resistenza del paese. I soldati leggevano con avidità e commentavano: “Anche i giornali interventisti finiscono coll’ammettere che la guerra non è che una losca speculazione degl’industriali”!
Un altro argomento per alimentare il disfattismo dei soldati era dato dallo stipendio degli ufficiali, specie di quelli superiori. La voce che correva era questa: “togliete gli alti stipendi agli ufficiali, metteteli al rancio dei soldati e la guerra finirà domani”.
Su questo terreno era impossibile seminare. Le conferenze di propaganda, cui i soldati dovevano assistere per forza, facevano più male che bene, poiché esse ribadivano in quelle teste traviate la credenza della guerra voluta per scopi imperialistici e per riempire le tasche delle classi abbienti. Tutto ciò mi recava un forte dolore anche perché, durante le mie conversazioni coi soldati, mi ero convinto che se la propaganda per la resistenza fosse stata condotta fin da principio, con altri metodi, i frutti sarebbero stati, senza dubbio, migliori. Avevo notato che i partiti democratici di estrema sinistra, e specialmente i socialisti interventisti, erano quelli che avevano saputo portare argomenti che più facevano presa su la mentalità delle masse: la completa democratizzazione del mondo, la Società delle Nazioni.
E anch’io avevo finito col mettermi su questa via. E, infatti, tutte le volte che ai soldati ho detto: “Vorreste voi che questa sia l’ultima guerra del mondo?” non mi è mancata mai una risposta o una forma di consenso entusiasta e clamorosa. Come pure tutte le volte che ho detto loro: “Voi lavoratori vi lamentate che spesso non tutto il frutto del vostro lavoro arriva alle vostre mani poiché vi sono di quelli che sfruttano i vostri sudori; vi lamentate che c’è una legislazione su i consumi, sulla produzione, sui contratti di lavoro, su i patti agrari, che è troppo a favore dei ricchi; voi vi lamentate che la vostra voce è troppo debole; essa non arriva là ove si manipolano le leggi; ove si governa; così dite che anche la giustizia spesso è una vana parola, poiché chi paga, piglia sempre la ragione, e a chi è povero e debole, non rimane che il torto. Ebbene, sapete voi chi sono i primi responsabili di questo doloroso stato di cose, che da secoli e secoli pesa su la classe dei lavoratori? I nostri nemici che tengono in piedi i privilegi, le caste militariste, le stridenti disuguaglianze sociali. Se le classi lavoratrici usciranno vittoriose dalla guerra, esse non avranno più che quei governi e quei paesi che si sceglieranno liberamente; esse allora si libereranno dai mali che oggi le opprimono”. Ebbene, tutte le volte che io ho parlato così mi sono sentito rispondere: “Se fosse vero quello che lei dice... Sì se fosse vero...” rispondevano, perché, purtroppo, ben pochi dei nostri ufficiali erano capaci e disposti a portare questa mentalità democratica nella guerra, e quindi da molti veniva trascurato l’ausilio fortissimo di tali idealità per ottenere la resistenza dei soldati, ai quali troppo si è parlato di Trento e di Trieste, di confini strategici nell’altra sponda, del possesso di Vallona e del Dodecanneso e, a differenza di ciò che è avvenuto tra i nostri Alleati, non si è detto mai loro una sola parola intorno ai grandiosi problemi sociali che sono il tormento incessante delle folle del mondo civile.
La sera del 29 ottobre 1917 il sig. Colonnello mi chiamò nell’ufficio di maggiorità e mi fece prendere visione di un fonogramma circolare del Comando di divisione che diceva: “Si disponga a che il tenente cappellano nella funzione dei Morti parli alle truppe per incitarle alla resistenza”.
Il Colonnello nel congedarmi mi disse: “Alla funzione parteciperò io col Reggimento e con reparti delle truppe vicine. Lei ne rimane avvertito”.
Io mi ritirai nella mia baracchetta, sotto l’incubo delle prime notizie che arrivavano intorno al disastro di Caporetto, per prepararmi al discorso.
Alla Funzione parteciparono, col Colonnello e gli altri ufficiali, oltre tremila soldati. Io da principio ricordai che i Libri Santi promettono la felicità della Vita Eterna a coloro che hanno dato la propria vita per il bene degli altri, ciò che, indubbiamente, può dirsi dei nostri gloriosi Caduti.
La seconda parte del discorso diceva cosi:
“Coloro che in Italia vogliono maggiormente che questa guerra finisca colla vittoria, lo fanno non tanto perché Trento e Trieste e altri paesi adriatici, ove l’Italia ha i suoi diritti secolari, vengano riuniti alla Madrepatria, o per altri guadagni o conquiste territoriali, quanto per poter ottenere colla vittoria dell’Intesa la fine di ogni guerra in avvenire. Voi direte tra voi: ‘Come si potrà ottenere che in avvenire non ci siano più guerra?’.
- Colla Società delle Nazioni - vi rispondo io. Ed ecco in che consiste. Gli Stati civili di tutto il mondo eleggono dei loro rappresentanti, come noi eleggiamo i nostri deputati, i quali si riuniscono in una città di questo mondo – poco importa dove sia – formando insieme una specie di parlamento internazionale: formano il loro ufficio di Presidenza e si prefiggono questo scopo: esaminare le questioni che, sorgendo tra Stato e Stato, potrebbero dar luogo a conflitti armati: vedere chi ha la ragione e poi emanare la sentenza inappellabile. Questa sentenza, tanto se sia favorevole alla nazione più forte o a quella più debole dovrà essere ugualmente rispettata: e se ci fosse una nazione che si rifiutasse di accettarla, tutte le altre nazioni del mondo dovrebbero scagliarsi contro la ricalcitrante per ridurla subito a dovere.
Se questa specie di parlamento o gran Tribunale supernazionale ci fosse stato prima della guerra, coll’obbligo da parte di tutte le nazioni di ricorrere ad esso per la soluzione dei loro litigi, credetelo pure, questo immane conflitto non sarebbe scoppiato: io e voi adesso saremmo a casa nostra: tanti nostri fratelli ed amici non sarebbero morti. Se questo gran tribunale ci fosse stato, l’Austria e la Serbia sarebbero ricorse ad esso: il tribunale avrebbe esaminato la questione, avrebbe dato il suo giudizio inappellabile: e tutto sarebbe stato finito: né più né meno di quello che si verifica nella nostra vita sociale. Se voi siete offeso da me, cosa fate se siete un galantuomo? Impugnate la rivoltella e mi sparate? No. Ricorrete alla giustizia: questa esamina le cause del nostro litigio; il mio avvocato difende il mio punto di vista, voi avete chi sostiene il vostro, poi viene la sentenza e noi, più o meno contenti, ce ne ritorniamo alle case nostre. Quello che facciamo noi individui, non potrebbero e non dovrebbero farlo anche le nazioni, che pure sono composte d’individui?
(...)
Vedete: sembra proprio un piano provvidenziale che la guerra oramai si sia estesa ai popoli di tutti i continenti. Se essa avesse toccato solo la nostra con altre poche nazioni, non tutti i popoli del mondo avrebbero avuto la possibilità di sperimentare le grandi calamità che la guerra porta con sé: e domani, raggiunta la pace, e presentato di nuovo il progetto per la Società delle Nazioni, forse, esso sarebbe naufragato di nuovo perché non sarebbe stato appoggiato con tutte le forse da quelle nazioni rimaste oggi fuori del conflitto. Siccome, però, oggi l’incendio della guerra si è appiccato in tutto il mondo, tutti i popoli oramai ne hanno sentite le orribili scottature; e quindi, tutti, ammaestrati dalla dura esperienza, tutti domani vorranno ugualmente che questo mostro scompaia una volta per sempre.
E notate ancora, cari soldati!
La guerra guardata sotto questo punto di vista – che in fondo è il vero – non è poi la lotta insensata, la inutile strage a scopo di arricchimento di questo o di quel gruppo di persone, a scopo d’ingrandimento di questa o quella nazione: e il perdurare in essa, non è la mania settaria di questo o di quel governo, di questo o quel Ministro, ma è una crociata gigantesca di tutti i popoli che in avvenire vogliono essere liberi e vivere in pace, i quali, col dare una solenne lezione al nemico, a coloro che si rifiutano di costituire la lega delle Nazioni perché sognavano sempre nuove guerre, vogliono assicurare una volta per sempre, per loro e pei loro figli e figli dei figli, i benefici di una pace perpetua.
E finalmente, notate: quando noi ricordiamo la guerra sotto questo punto di vista, la nostra preghiera verso i compagni d’armi che caddero e di cui noi oggi rinnoviamo il ricordo sopra le zolle di questo rude cimitero, ci riesce più spontanea, più fervida dal labbro.
Quei nostri compagni che qui giacciono sono morti per la realizzazione di questo radioso ideale, che è la pace e la fratellanza nel mondo. Oggi la loro tomba è disadorna: le loro famiglie sono lontane; qui non ci sono né fiori, né lacrime, né la preghiera delle spose, delle sorelle e delle madri; c’è solo il mesto e fiero tributo dei loro compagni carichi d’armi, che anche mentre pregano sono costretti a tenere un occhio rivolto al nemico che sta al di là dei reticolati.
(...)
(pp. 103-115, 121-122)
 
Una lezione di papa Grigorio.
Che io mi sappia, tra le birichinate più grosse che siano mai state fatte ai cappellani militari, quella che toccò al mio collega del vicino ospedaletto da campo tiene, senza dubbio, il primo posto.
Si era nel maggio del 1917. Dall’ospedaletto alla vicina città il tragitto era breve. Gli ufficiali potevano recarcivisi spesso. Il cappellano, arrivato da poco dall’Italia e da poco tempo chiamato sotto le armi, era un pretino modello: pieno di zelo, pio, abbastanza intelligente, era amato anche dagli ufficiali e dai soldati.
Stringemmo presto amicizia. Divenne il mio penitente e veniva spesso a visitarmi. Era contento del suo nuovo genere di vita; ma si lamentava di una cosa e con ragione: dell’abitudine viziosa che avevano certi ufficiali di abbandonarsi al turpiloquio.
Veramente, erano venute circolari, anche dal Comando supremo, le quali proibivano severamente il turpiloquio e la bestemmia tra i soldati; ma, purtroppo, anche sotto le armi il famoso verso di Dante “le leggi son ma chi pon mano ad elle?” trova, spesso, la sua perfetta applicazione. Anzi, siccome quel mio collega era nuovo all’ambiente, e di così pudico sentire da non poter in nessun modo tollerare che in sua presenza si pronunciassero delle parole anche lontanamente offensive della modestia, era avvenuto che degli ufficiali birichini si prendessero spesso il vezzo di mettersi a narrare delle storielle licenziose sul semplice gusto - dicevano loro - di far prendere cappello al cappellano. Un giorno, poi, gli giocarono un tiro proprio birbone. Due di questi allegroni - che, a dir vero, non erano proprio cattivi - si erano recati in città, insieme al cappellano, per fare degli acquisti per la messa. Dovevano comperare anche del materiale fotografico. Il cappellano era nuovo, non sapeva ove si facessero simili acquisti. Seguì i due ufficiali, che salirono una scaletta un po’ angusta... e lo presentarono alla padrona di casa - Era una di quella case di cui “il tacere è bello”.
Appena lo ebbero presentato, disse il più giovane: - La Signora ti darà le spiegazioni necessarie per il materiale che cerchi. Noi torneremo tra poco. - E si affrettarono a uscire. Il cappellano, che aveva anche la sua brava croce rossa sulla sinistra del petto e quindi era ben riconoscibile, nel vedersi lasciato a quella strana ... signora, che era visibilmente sorpresa, capì tutto e si affrettò a raggiungere i compagni, che, con altri colleghi, già commentavano il fatto sulla via, ridendo sgangheratamente.
A dir vero, il riso durò ben poco e fu pagato ben salato, perché il cappellano si affrettò a riprendere la via dell’ospedaletto per mettersi subito a rapporto col Direttore, al quale narrò l’offesa che gli era stata recata. I due incauti ufficiali, per quanto avessero avuto l’intenzione di fare solo uno scherzo, si ebbero 15 giorni di arresti e buon per loro che la cosa finì lì. Ma il cappellano provò una tale vergogna di essere stato vittima di quello scherzo birichino, come pure di aver recato del male a questi ufficiali, e di tutto ne sentì un dolore così acuto che ne fu ammalato per più di un mese: e tutte le volte che, in qualche modo, si fosse da qualcuno accennato alla strana avventura si faceva rosso come un peperone e manifestava sempre nuovi propositi di vendetta verso i due ufficiali, salvo poi tornare a pentirsi anche dei nuove propositi vendicativi.
Il fatto, di cui a suo tempo ero stato messo al corrente dallo stesso cappellano, venne raccontato una sera alla nostra mensa. Lo spunto fu dato dai commenti che si facevano intorno a una circolare della Direzione di Sanità del XVI corpo d’Armata, che aveva lo scopo di mettere in guardia i soldati dalle malattie veneree. Lo strano racconto fece subito divampare una vivace discussione su le questioni del divorzio, del libero amore, della decrescenza della natalità, della castità prematrimoniale.
La vita militare, credo, è stata molto giovevole ai cappellani. Avendo questi, per forza di cose, dovuto stare a contatto con persone delle più differenti convinzioni in tutti i problemi che si agitano nella vita, si sono potuti formare, per esperienza diretta, delle idee ben precise di quello che è la realtà, di quello che gli uomini pensano e fanno. Dal seminario, dalla penombra della loro casa parrocchiale, dagli angusti confini del confessionale, del mondo avevano visto solo qualche sprazzo, e l’avevano conosciuto di seconda mano; il contatto diretto era mancato. Confesso che ciò era anche di me: e dovetti fermarmi a lungo su questo fatto - su cui tante volte avevo richiamato la mia attenzione - anche dopo che in quella memorabile sera ebbi discusso a lungo sull’avventura toccata a quel mio ottimo collega e sulle idee che in quell’accolta di ufficiali si professavano su i problemi riflettenti le varie questioni morali.
Di tali problemi io non ero proprio a digiuno: anzi, potrei dire che vi avevo una certa competenza. Oltre i libri ormai famosi del Förster, conoscevo una numerosa letteratura su l’argomento. Ero stato abbonato anche a delle riviste. Per me la castità prematrimoniale era un fatto indiscutibile non solo dal punto di vista religioso, ma anche da quello sociale. Io non avevo mai messo in dubbio la serietà dei manifesti fatti attaccare sulle porte delle caserme dalle varie Unioni per la moralità e dei vari foglietti che, a cura delle stesse Unioni, venivano largamente diffusi tra i militari. Inutile dire che anche dal punto di vista umano la mia condanna verso qualsiasi forma di prostituzione era stata sempre recisa, inesorabile. Confesso, però, che dopo le discussioni sostenute con alterna vicenda in varie circostanze, ma specialmente in quella sera, non dico che sono passato con le Armi e bagagli al campo di Agramante, ma in me è nato fortissimo il dubbio che la lotta contro le varie forme d’immoralità sia stata male impostata e che certe forme di mali morali il più delle volte siano il frutto dell’attuale organizzazione della società, anziché della malizia umana. Troppo lungo sarebbe se dovessi qui riferire anche in succinto, tutto ciò che in quella discussione... campale fu affermato o negato.
(...)
(pp. 128-131)
 
Come un sergente americano consolava chi aveva perduto un fratello in guerra.
Che allo scoppio della guerra io avessi più volte manifestato le mie simpatie a favore della democrazia, era cosa notoria; anzi, pel trionfo di quelle che sono le idealità democratiche, avevo anche combattuto qualche battaglia. Ancora ragazzo, quando il movimento democratico cristiano ebbe in Italia il suo quarto d’ora di celebrità, io l’avevo seguito dai banchi della scuola del seminario, avevo in ispirito, più che coi fatti, simpatizzato anche col movimento Murriano, fino a che questo si mantenne nei tenori della disciplina cattolica. Poi, ordinato sacerdote, quando il movimento democratico cristiano era quasi definitivamente tramontato, non pertanto io avevo sempre continuato a parteggiare per ogni genere d’iniziative che, in un modo o nell’altro, avessero avuto lo scopo di sollevare le condizioni delle classi operaie, di dare a queste una coscienza, una dignità.
Confesso però, che in tutti quegli anni io fui pel movimento democratico più per impulso irresistibile del cuore, che per convinzione profondamente maturata nella mente. Anzi, sbalestrato ora da una parte, ora dall’altra nelle lotte della mia fortunosa esistenza, non avevo mai avuto il tempo per istudiare a fondo il problema. Ecco la guerra, però, che ha supplito, in parte alle mie deficienze di allora. Oggi non solo, come ieri, ho vivissima simpatia per ogni forma di movimenti democratici, ma ho anche la convinzione più assoluta e ragionata di essere nella verità. Sono molti gli episodi della vita militare che hanno influito a radicare in me una tale convinzione. Mi limito a raccontarne uno. Il 18 luglio 1917 cadde sul Carso, colpito da granata austriaca sul capo, un mio carissimo fratello, sergente al ... fanteria, nell’età di anni 31(14). Egli lasciò la moglie con tre bambini, dei quali il maggiore compie adesso appena i 6 anni(15). L’ultimo scritto ricevuto da lui - una cartolina speditami solo due giorni prima della morte - diceva: “Sto bene. Siamo finalmente sulla via di Trieste!”.
La dolorosa notizia mi fu comunicata da un mio cugino che allora prestava servizio in quel reggimento. Il pensiero della morte del fratello e quello dell’angoscia che avrebbe prodotto nei vecchi genitori - rimasti soli a casa - e nella giovine sposa; tutto contribuiva in quei giorni a rendermi mesto. Una sera venne a visitarmi sotto la mia baracchetta - per le solite condoglianze - il cappellano del vicino reggimento, accompagnato da un sergente. Questi era uno dei militari più simpatici che io avessi mai conosciuto. Originario di una città dell’Abruzzo, si era recato fin da giovinetto in America, ove si era anche sposato; e, per quanto sprovvisto di denari e di una soda cultura, - aveva appena la licenza tecnica - era divenuto il direttore tecnico di una officina di produzione di articoli per illuminazione elettrica e segretario di una potente lega di operai. Aveva acquistata anche la cittadinanza Americana. Scoppiata la guerra, era accorso a difendere la Patria, ed ora, promosso sergente, prestava servizio in quel reggimento.
Egli in politica poteva chiamarsi socialista sindacalista: conosceva molto bene la lingua inglese; aveva molto viaggiato; era addentro in tutte le varie questioni sociale e politiche che si dibattevano in America: a tutto ciò univa la qualità di essere un cattolico fervente e praticante. La sua compagnia riusciva gradita a tutti; non mancava mai alle funzioni religiose del Reggimento, era l’amico più sincero del suo cappellano, che però, aveva sempre tentato invano di conquistare al suo sindacalismo.
Quella sera, insieme col cappellano, si trattenne a lungo nella mia baracchetta. Dopo il primo scambio delle parole convenzionali in simili dolorose circostanze, parlammo a lungo di vari argomenti, non escluso quello del suo socialismo sindacalista, del quale io, più che il suo cappellano, prendevo sempre un forte interesse.
- Mi dica, sergente - gli domandai a un ceto punto - ma è proprio vero che in America è possibile di essere buoni socialisti e buoni cattolici?
- Senza dubbio - rispose franco - e non solo in America, ma in tutte le colonie Britanniche e perfino in Inghilterra -
Egli è che in Europa si è troppo attaccati al passato, alle tradizioni, anche in fatto di cose sociali. Veda, sig. cappellano, qui si crede che l’essere socialisti sia andare contro la fede cattolica: e ciò, forse, perché il socialismo più che come un sistema economico, viene concepito e fatto conoscere come un impasto di errori religiosi e filosofici. Ma in fondo, se ben si riflette, l’essere socialisti altro non significa che il volere che i capitali, i mezzi di produzione siano proprietà di un organismo più o meno vasto, quale lo stato o un semplice sindacato professionale, anziché di una persona, delle singole persone; in modo che i beni che ne derivano vadano, per quanto è possibile, a vantaggio di tutti i membri della collettività. Ora, perché, se io ho questa fede, se io lotto e soffro affinché ciò si realizzi nel mondo, non potrò essere anche un buon cattolico?
Veda, in America, nelle varie lotte elettorali che si combattono, sia per la rinnovazione dei membri del Congresso, sia per l’elezione del Presidente, o per qualsiasi altra circostanza, non entrano mai di mezzo questioni religiose. I cattolici e i membri di tutte le altre confessioni religiose, a secondo delle loro convinzioni sociali, parteggiano liberamente chi per l’uno, che per l’altro candidato, senza nemmeno domandare quale religione questi abbia. Le basti sapere che del Labor Party Americano, che è il Partito socialista di quella regione, fanno parte anche dei preti cattolici, i quali vengono portati anche per candidati. E di ciò nessuno si fa scandalo. Si sa che la religione è sopra tutte queste contese economiche, le quali tutte hanno lo scopo di preparare, per diverse vie, un domani migliore agli uomini. Né coloro che vogliono delle riforme ardite su questioni sociali, si sognano mai di poterle realizzare col mettersi contro i credenti. Le ricordo anche che il famoso partito dei Cavaglieri del lavoro è composto, per lo più, di cattolici i quali chiedono perfino la socializzazione delle terre, delle provincie e delle miniere.
- Ma da noi - interruppe il cappellano - ciò non sarebbe possibile.
Perché? - continuò il sergente, che cominciava ad animarsi. Nei paesi del vecchio mondo, in forza di tutti i legami che si hanno col passato, pei credenti e per le così dette persone dabbene si è foggiata anche la dottrina che io chiamerei del giusto mezzo e che, magari, potrà essere anche vera; ma che fa del gran male poiché fa nascere il sospetto, se non la convinzione, in tutti coloro che non sono contenti dell’attuale organizzazione della Società che essere cattolici significhi non poter passare queste strane colonne d’Ercole del passato, al di là delle quali rifulge il nuovo mondo sociale di domani, verso cui tutti, credenti e non credenti, hanno diritto di volgere non solo lo sguardo, ma di potere, quando che sia, arrivare.
Il modo come oggi funziona l’istituto della proprietà privata, quale noi l’abbiamo ereditato dai nostri padri, ha senza dubbio dei gravi difetti, se esso per non parlare di altro, ha spalancato le porte del Potere a coloro che hanno potuto appiccare questo colossale incendio nel mondo. Quando domani torneremo nelle nostre famiglie, saremo decisi a impedire in tutti i modi che una simile catastrofe abbia a rinnovarsi. E’ quindi necessario che delle ardite riforme sociali e politiche vengano tentate e realizzate. Perché voi preti vorrete porre il vostro veto? Io ve lo domando non nel mio nome, ma in nome di milioni di centinaia di milioni di persone sparse in tutto il mondo: ossia in nome di tutti coloro che la guerra ha fatto piangere e sanguinare.
Per carità, non ci ricantate le storielle del passato. Il passato non torna più: l’avvenire sarà quello che noi ci forgeremo colle nostre mani.
Che cosa avviene nell’America? Tutti sanno che pel bene della collettività qualsiasi riforma sociale e politica può essere vagheggiata e tentata: ed ecco come uomini delle più differenti credenze si trovano uniti a costruire i radiosi edifici dell’avvenire senza sentire il bisogno, né il diritto, di domandare ai vicini se sono soliti fare la pasqua, o mandare al catechismo i loro piccini.
Veda sig. Cappellano. Nei bei tempi della democrazia cristiana io ero abbonato al Domani d’Italia. Per quanto allora fossi stato un ragazzo, pure tenevo dietro a quel movimento. Per me, la così detta azione cattolica, come è andata a finire oggi in Italia, è un assurdo. Come ieri sbagliavano i democratici cristiani i quali pretendevano insegnare che Cattolicismo equivalesse a Democrazia Cristiana, così oggi errano coloro che affermano: “Cattolicismo equivale a Unione Popolare con tutti annessi e connessi”. Voi dovete dichiarare una buona volta che si può essere cattolici e nello stesso tempo potere appartenere, a seconda dei propri convincimenti sociali, a qualsiasi dei 10 partiti e semipartiti in cui si divide il vostro mondo politico, cominciando dalle varie gradazioni del partito liberale fino a quello repubblicano e socialista. E ciò di fatto avviene, poiché quasi tutti coloro che appartengono ai vari partiti italiani, volere o no, sono cattolici.
Questa è l’unica via da seguire per buttare a mare una buona volta le varie forme di anticlericalismo che si abbarbicano ai diversi partiti politici.
E come in Italia, così in Francia e negli altri paesi latini. Là i Cattolici, come i membri delle altre confessioni religiose, appartengono indifferentemente, a seconda delle proprie convinzioni sociali, ai vari partiti del Paese, non escluso il Labor Party. A proposito, ha letto l’articolo “Lettere dall’Inghilterra” apparso, se non erro, in Vita e Pensiero del 1 ottobre 1917? -
Il mio collega cappellano a questa dichiarazione del sergente interruppe:
- Dio mio! Ma che dice stasera? In questo modo viene a consolare un amico che ha perduto il fratello? Già, lei è un sergente... americano! -
Io meditavo lo strano discorso del sergente e tacevo, facendogli cenno di continuare.
- Sì; - continuò il sergente ancora più acceso nel volto - affinché i dolori pei quali oggi il nostro amico soffre più di noi, non abbiano più a ripetersi, è necessario che si realizzino due condizioni, che oramai in America stanno per essere un fatto compiuto; e cioè:
Primo, che tutti gli uomini acquistino un certo grado di cultura e di educazione politica e sociale di modo che essi possano tenere dietro ai grandi problemi che si agitano nel mondo e portarvi il loro contributo di pensiero e di azione.
Secondo, che tutti sappiano di potere appartenere liberamente a quei raggruppamenti e partiti politici che hanno lo scopo di migliorare le sorti dell’umanità. Poste queste due condizioni, ogni forma di clientela e di parassitismo scomparirà: si apriranno le porte alla democrazia che già si avanza: e allora catastrofi come questa di oggi non si ripeteranno più.
- Sarà vero? - interruppe ancora un volta il cappellano.
- Facciamo un esempio pratico - riprese il sergente. Supponiamo che ieri, nel 1899, quando per la prima volta si adunò il congresso dell’Aja, quelle due condizioni fossero già state poste, i principi democratici fossero stati già accolti in tutti gli stati del mondo.
Che sarebbe avvenuto? Semplicemente questo:
1°) Sarebbe stata abolita la diplomazia segreta che, come oramai tutti riconoscono. è il primo istrumento delle guerra e alleanze guerresche di ogni tempo.
2°) Tutti gli uomini avrebbero avuto un tal grado di cultura per cui si sarebbero interessati anche del più grande problema del mondo, quello di dichiarare una guerra. Essi, senza dubbio, avrebbero sancito una legge in forza della quale i governi sarebbero stati privati del diritto di dichiarare la guerra; questo diritto sarebbe stato riservato solo al popolo, il quale avrebbe manifestato la sua volontà a mezzo del referendum.
3°) I governi avrebbero rappresentato direttamente il popolo, e non le cricche e caste militariste e industriali.
4°) Sarebbe stata formata la Società delle Nazioni con relativo arbitrato obbligatorio e limitazione degli armamenti.
Ora ditemi; se nel mondo di ieri, anche in Germania, ci fossero stati simili istituzioni, sarebbe scoppiata la guerra? Senza dubbio, no. E allora i dolori che oggi affliggono il nostro amico non ci sarebbero. Perché, dunque, noi non dobbiamo romperla col passato e tentare le soglie dell’avvenire?
Ieri, dopo 19 secoli da che era venuto Cristo, non c’erano di quelli - anche dei preti - i quali ritenevano che non si potesse abolire la schiavitù? Eppure essa dopo una sanguinosa guerra di 5 anni scomparve per sempre dal suolo americano. Ieri, prima della Rivoluzione Francese, non c’erano di quelli - anche dei preti - che ritenevano che fosse da tollerarsi che solo una classe, i più poveri, pagassero le tasse, e gli altri, i più ricchi, no? Eppure la Rivoluzione spazzò via col sangue e col fuoco tanta iniquità. Ieri non c’erano di quelli che ritenevano che l’istruzione popolare fosse un male? Eppure, la luce del sapere oggi comincia ad illuminare anche le più umili casette dei nostri agricoltori. Il mondo cammina, cammina sempre, anche a dispetto di voi, di voi preti.
Il problema della democrazia, non di quella fatta sulle carte e coi giochetti di parola, ma della democrazia che rinnova il mondo, che il mondo - quello nuovo - ha già quasi completamente battezzato, deve cominciare a essere posto anche in questa vecchia Europa. Io vorrei dirvi solo: “Aprite gli occhi e vedrete!”.
Il sergente ancora parlò a lungo. Si fermò a dimostrare come il passaggio dalle forme attuali di proprietà a quelle possibili in un regime di democrazia , quale viene vagheggiato dai socialisti, possa effettuarsi quando il popolo sarà più istruito e prenderà più interesse alla cosa pubblica, senza ricorrere a metodi violenti o a forme di espropriazioni non compensate. Io, finalmente, dissi:
- Amico, le ho detto più volte che ho sempre parteggiato per coloro che tentano di realizzare un domani migliore nel mondo, convinto che il passato dei nostri babbi ha ancora troppe macchie, che pure una buona volta devono essere lavate.
Ieri lavorai e, forse, produssi poco: domani lavorerò allo stesso scopo e spero di produrre di più. Glie lo prometto su la memoria di mio fratello, anche lui caduto per lavare una di quelle macchie. Ecco tutto
(pp. 139-152)
 
Il giudizio di un cappellano su la Nota per la pace di Benedetto XV.
La sera del 10 dicembre 1917 ebbi una visita carissima. Era di passaggio nel nostro accampamento, per recarsi alla sua nuova destinazione, il sottotenente che veniva sempre a messa, di cui ho parlato nel primo capitolo di questo volume. Lo chiamo Sottotenente, perché il lettore oramai lo conosce con questo nome; di fatto, però, in quei giorni era stato promosso capitano. Erano già 15 mesi che non ci eravamo visti più. Era notte; fu invitato a rimanere con noi. Stette alla nostra mensa: alla sera, dopo tanto tempo, potemmo parlare a lungo insieme.
Per farsi un’idea approssimativa del dialogo appassionato che si svolse tra noi, bisogna ricordare la tragicità del momento che allora si attraversava. Erano vari giorni che non si ricevevano più giornali: il servizio postale del fronte italo-austriaco era interrotto. Io non sapevo più nulla dei miei due fratelli supersiti, che si trovavano lassù, all’infuori dei comunicati ufficiali; le sole notizie che ci giungevano erano quelle che attingevamo dai foglietti che gli aviatori nemici ci gettavano ogni giorno. Ancora ne conservo degli esemplari. Uno diceva:
“Italiani!
Già 200 mila prigionieri con 1200 cannoni sono nelle nostre mani. I nostri eserciti vittoriosi marciano verso il Po. Che fate voi che non vi arrendete?”
E un altro:
“Il vostro governo vi fa credere che i Franco-Inglesi sono accorsi in vostro aiuto. Non è vero. Essi si sono fermati a Torino e a Milano per godersi le vostre donne. Voi che fate qui ad aspettare un inutile macello? Presto sarete attaccati anche voi. Al nostro fianco ci sono anche i Tedeschi. Noi oramai siamo invincibili”. Un terzo:
“Italiani!
I nostri eserciti continuano a marciare vittoriosi nelle vostre provincie. Ma state tranquilli, voi. Le vostre terre, appena abbattuto il vostro governo, che ha voluto la guerra - ve le restituiremo; poiché noi non vogliamo conquiste. Vogliamo solo che ognuno ritorni alle proprie famiglie: vogliamo la pace del Papa e dei Socialisti!”.
La mancanza di notizie precise dalla Madrepatria e la lettura di questi foglietti nemici ci tenevano tutti in orgasmo. Molti tra noi avevano l’impressione - che ci guardavamo, però, dal comunicare ad altri - che ci fosse destinata la fine della Serbia e della Romania.
Il Capitano, oramai lo chiamo così - appena che fummo soli, mi disse: - Quanto ho desiderato questo momento! Dimmi, dimmi; che sarà di noi? Tanti sacrifici saranno stati inutili? -
E poi senza neppure attendere la risposta, mi gettò tra le mani un foglietto stampato alla macchia, che un ufficiale arrivato dall’Italia, il giorno avanti, aveva trovato sul treno. Il foglietto, che poi il Capitano riprese e di cui non ricordo le parole precise, nel complesso veniva a dire che il disastro di Caporetto si doveva alla Nota di Benedetto XV. Lessi il documento in preda ad una forte commozione e, quasi per avere il tempo onde riordinare le idee, risposi:
- Dammi, prima, una sigaretta. - Si stette un po’ silenziosi, mentre ondate di fumo salivano a spirale sopra le nostre teste.
(...)
(pp. 153-155)

La storia di un seminarista russo amico personale di Lenin.

L’ultima volta che fui a Taranto - nel marzo 1918 - di ritorno dal teatro di Guerra d’Oriente(16), conobbi una strana figura di ufficiale, che faceva parte del contingente russo in Macedonia, il quale, su vari argomenti, mi fece delle rivelazioni ed espresse dei giudizi molto originali. Lo vidi all’Albergo dell’Aquila d’Oro, ove si trovava con alcuni ufficiali italiani e inglesi che già avevo conosciuto. Come questi mi ebbero parlato dello strano ufficiale - aveva il grado di capitano - che mi dissero anche essere amico personale di Lenin, fui subito preso da un forte desiderio di avvicinarlo e intervistarlo. La cosa non mi fu difficile, anche perché il russo parlava discretamente bene sia la lingua francese che quella italiana. Al tempo dei rigori czaristi aveva vissuto molto tempo all’estero, tra le varie colonie rivoluzionarie dei suoi compatrioti: era al corrente di tutti i grandi problemi, non esclusi quelli di carattere religioso, che adesso si agitano nel mondo. Tra me e lui, alla presenza di quel gruppetto di ufficiali italo-inglesi, si svolse, presso a poco, dopo il consueto scambio di complimenti... internazionali, il dialogo che segue:

- Mi dica, sig. Capitano; lei crede che il governo di Lenin durerà ancora a lungo?

- Senza dubbio: e per la semplice ragione che Lenin non vuole più battersi. Considerate: in Russia il Potere si è concentrato nelle mani delle masse contadine e operaie, dove ci sono la bellezza del 70 per 100 di analfabeti. Gli ufficiali dell’esercito sono stati quasi tutti o massacrati, o degradati. Ora, fate il caso che anche in Italia, o in qualche altro paese dell’Intesa, la somma del Potere, sia civile che militare, vada a finire in mano degli analfabeti e che questi costituiscano il 90 per 100 della popolazione. Ditemi: si farebbe più la guerra?

- Ma in Russia ci sono delle correnti fortissime che cercano di rovesciare il governo bolscevico e di ripristinare l’alleanza coll’Intesa.

- Le correnti, cui voi alludete, sono due: quella dei Cadetti, che sarebbero i vostri liberali, specie i nazionalisti, e quella dei socialisti rivoluzionari, che sarebbero i vostri Bissolatiani e Mussoliniani. Ma queste due correnti - che del resto non costituiscono nemmeno la centesima parte della popolazione - sono accanitamente ostili tra loro. Vi basti considerare che l’una, quella dei Cadetti, vuole conservata la proprietà privata; l’altra vuole la spartizione delle terre. E tra i due litiganti, gode Lenin.

- Non so se cotesto progetto sarà effettuabile. Ad ogni modo, ricordate che il popolo analfabeta, per ora, è sempre per Lenin, anima e corpo. Quindi, per riorganizzare la Russia ed espellere Lenin, non mi parlate di contingenti. Piuttosto, si dovranno inviare dei grandi eserciti.

- Crede lei che Lenin sia effettivamente al soldo della Germania?

- Se con questa domanda intendete dire che Lenin si serve ora dell’oro tedesco per compiere un’opera che sia contro le sue convinzioni, lo escludo: sono convinto, però, che egli per far trionfare le sue idee è disposto a ricevere oro da tutti; quindi è più che probabile che egli abbia accettato l’oro non solo da Gugliemo II, ma anche da Maometto V(17).

- Avrei piacere di conoscere quale è l’atteggiamento del clero e della Chiesa russa di fronte alla Rivoluzione, in genere, e alla tragedia leninista, in ispecie.

- La vostra domanda è troppo vasta. Per darvi una risposta adeguata dovrei parlare più di due ore. Ad ogni modo, tenterò di farlo, col farvi conoscere una pagina inedita della mia vita giovanile. Io sono figlio di un prete e da giovine entrai in seminario per diventare prete anch’io; poiché in Russia il sacerdozio è, generalmente, un’eredità che si trasmette di padre in figlio: come pure, le spose dei preti sono quasi sempre le figlie di altri preti.

In Russia ci sono in tutte le diocesi degli stabilimenti educativi - i seminari - pei figli dei preti; altri ragazzi non vi sono ammessi; e degli stabilimenti educativi per le figlie dei preti, che poi saranno le spose dei giovani seminaristi. Quanto questi che quelli, dipendono dai rispettivi vescovi. L’istruzione che vi s’imparte è ben misera cosa, l’educazione poi, è zero. Pel mantenimento di tali stabilimenti contribuiscono i fedeli diocesani e i preti più ricchi. Fu lì che io fui messo da ragazzo ove ebbi per compagno anche Kerenski(18), che pure è figlio di un prete. Perché voi possiate avere un’idea di quello che sono i seminari russi, nei quali, come vi ho detto, devono entrare forzatamente tutti i figli dei preti di cui molti non hanno nessuna attrattiva per lo stato ecclesiastico, vi basti sapere che da quei seminari sono usciti sempre i più fervidi apostoli della Rivoluzione sociale. Fu nel Seminario che anch’io mi addestrai al maneggio delle bombe, delle quali avevamo dei depositi: fu pure nel seminario che organizzai i primi scioperi. Ricordo che nel mio fu organizzata anche una dimostrazione con bandiere che percorse le vie principali della città per chiedere la separazione della Chiesa dallo Stato e la soppressione del matrimonio.

Quest’ultima boutade dell’ufficiale russo provocò nei presenti un vivo scoppio d’ilarità, e alcuni domandarono:

- Anche Lenin è uscito dal Seminario?

- No - rispose l’ufficiale . perché lui è figlio di un ebreo.

- Continui pure il suo racconto - ripresi io - su i seminari. Sono notizie che m’interessano molto.

- A noi seminaristi - continuò il Russo - era rigorosamente vietato di andare a teatro, di frequentare le pubbliche biblioteche, di leggere i giornali e di intervenire a conferenze. In compenso, eravamo obbligati ad assistere agli uffici divini, che erano interminabili. Spesso, però, ce la svignavamo: e, col permesso o senza, uscivamo per le vie della città. Non era raro il caso di qualche ispettore troppo zelante o rigoroso coi seminaristi che avesse finito i suoi giorni sotto i colpi del pugnale o della bomba dei futuri candidati al sacerdozio. Quindi, non ostante le proibizioni più severe, le vie della città erano gremite di seminaristi, che durante la notte si affollavano anche nelle sale dei concerti e degli spettacoli. In questi ultimi anni tutti i seminari russi erano in subbuglio: le cronache dei giornali ne sono piene. La guerra era scoppiata tra superiori e sudditi. I seminaristi non si limitavano a meetings rivoluzionari ed a sterili proteste, ma frantumavano i vetri delle finestre, fracassavano le porte, invadevano le aule scolastiche e trascendevano a vie di fatto verso i loro odiati superiori. Spesso per domare le rivolte dei seminaristi era necessario della forza armata e l’ausilio delle patrie galere. Di molti seminari il Governo fu costretto ad ordinare persino la chiusura.

Voi poi dovete sapere che in Russia i preti possono sposarsi una volta sola, e prima di ricevere l’ordinazione sacerdotale: dopo, mai più. Se muore la prima sposa, bisogna rimanere per sempre vedovi.

Ebbene, quando io, che pure ero stato un osso un po’ duro per i superiori del Seminario, avendo raggiunto l’età sinodale, mi ebbi assegnata la, parrcochia, fui mandato a casa con quattro settimane di tempo, per isposarmi.

Che avvenne però? La fidanzata che mi ero scelto da ragazzo, trovai che già era passata a nozze: la mano di un’altra, che avevo chiesto, mi fu negata: quelle, che erano disposte a sposarmi a tamburo battente - poiché le quattro settimane stavano per passare - non mi andavano: basta, le quattro settimane erano spirate e io, disgraziatamente, ero rimasto senza moglie.

Per me non c’era altra via d’uscita che quella di tornare, farmi ordinare sacerdote e rinunciare così, ben sempre al matrimonio. Era questo un sacrificio troppo duro. E diedi l’addio al seminario, alla famiglia e mi recai a Mosca, ove, per qualche tempo, fui impiegato nella redazione di un giornale clandestino, rivoluzionario. Di lì passai a Parigi, ove conobbi anche Lenin. Poi tornato in Patria, scoppiò la guerra e fui arruolato nel corpo di spedizione in Macedonia.

Ora, fatta questa premessa, rispondo alla vostra domanda. Da ciò che vi ho detto su la preparazione dei candidati al sacerdozio, potete facilmente argomentare quale sia l’atteggiamento del clero e della Chiesa Russa sia di fronte alla rivoluzione della prima ora, sia di fronte a Lenin. I preti più poveri, i vedovi, tutti coloro che sono stati processati durante il vecchio regime del Santo Sinodo, tutti questi appoggiarono la rivoluzione: molti di loro saranno adesso favorevoli anche a Lenin. I vescovi, i monaci e gli altri dignitari ecclesiastici, sono, senza dubbio, per lo Czar. Quello che è certo, però, si è che oggi tra il clero Russo manca una qualsiasi intesa, od organizzazione per raggiungere uno scopo comune. Gli elementi del clero rivoluzionario agiranno in base alle loro convinzioni: gli inetti, gli apatici staranno nascosti nelle loro parrocchie: ben pochi ascolteranno la parola che potrà giungere loro dai Vescovi, poiché questi, generalmente, sono odiati dai loro preti. Quindi, la Chiesa Russa, quale ente organizzato che possa, in qualche modo, levarsi in piedi di fronte alla rivoluzione e a Lenin, non esiste.

Del resto, bisogna pur convenire che è stato proprio un gran bene che la Russia, non dico czarista, ma anche rivoluzionaria si sia staccata dall’Intesa. Se l’Intesa avesse vinto la guerra, alleata colla Russia del vecchio regime, il Santo Sinodo e lo Czar avrebbero piantato le loro tende a Costantinopoli ove, coi loro conosciuti metodi di oppressione avrebbero perturbato continuamente le relazioni tra le varie cristianità dell’Oriente e dell’Occidente. Questi danni, però, non sarebbero stati evitati nemmeno se l’Intesa avesse vinto con Miliukoff(19) e con Kerenski. Difatti, i repubblicani e socialisti Russi avevano conservato il Santo Sinodo e i privilegi della gerarchia Russa. E’ noto che quella gerarchia non ha che parole di disprezzo, non manifesta che propositi di vendetta verso le comunità cristiane non ortodosse. Dato il fatto che in Oriente la religione è tutto, il Santo Sinodo e la gerarchia Russa, valendosi del regime di libertà di cui avrebbero goduto all’ombra della Repubblica, avrebbero continuato forse per qualche altro secolo, a essere una causa continua di litigi, di discordie, di lotte tra i nuovi popoli d’Oriente. Perché l’Intesa avesse potuto conseguire una vittoria senza macchia, era necessario che si fosse liberata dal pesante fardello della Russia.

Egli è che tutta la società del vecchio regime era affetta da malattia insanabile: la polizia, le carceri, la burocrazia, il sistema vigente di proprietà, la scuola, la Chiesa, tutto era finito in cancrena.

Io sono contro Lenin, perché egli, di fatto, riesce utile al Kaiser - che, sotto certi rapporti, è peggiore dello Czar; - ma credo che la Russia si meritava un Lenin. Coloro che per secoli e secoli erano stati a capo del suo Governo e della sua Chiesa l’avevano corrotta fin nelle midolla; la rivoluzione della prima ora era cosa troppo blanda. La Russia aveva troppo peccato: le sue macchie potevano scomparire solo nel ferro e nel fuoco: ci voleva il calvario, la crocefissione: i giudei di oggi, Troski e Lenin, stanno compiendo la dolorasa, ma pur necessaria operazione.

- Quindi, lei crede che Lenin finirà coll’essere utile al popolo russo?

- Non solo a quello russo, ma ai popoli di tutto il mondo. Gli orrori della rivoluzione francese oramai costituivano un ricordo troppo lontano e troppo sbiadito. Si era arrivati a tal punto che persino un Kaiser o un Maometto V potevano inneggiare all’opera della rivoluzione francese. Dopo più di un secolo da che erano stati proclamati i diritti dell’uomo, ancora era troppo grande il numero degli oppressi, degli sfruttati, degli schiavi in tutti i paesi. Ed ora, ecco che Lenin, di tra i foschi bagliori che si levano dalle gigantesche rovine dell’ex Impero degli Czar, ammonisce a tutte le nazioni della terra che si rinunzi una buona volta alle varie forme di oppressione e ingiustizie che ancora s’annidano sotto la corteccia di questa società che vien detta civile.

L’esempio della Russia non solo è eloquente ma esso è vicino, esso potrebbe essere contagioso.

- E la chiesa Russa?

- Anch’essa, come vi ho detto, sarà travolta perché merita bene la sua crocifissione. Però, anche dalle sue fumanti rovine - poiché noi Russi siamo più o meno, tutti credenti - sorgeranno le libere comunità cristiane le quali, non più legate a dinastie, né volte a sogni espansionistici, non mancheranno di tornare alle pure fonti del Cristianesimo e di allacciare rapporti colle altre cristianità del mondo per essere in pace e, forse, anche per ricostituire l’antica unità della Chiesa di Cristo.

- Il colloquio, in fine, si aggirò su l’attività delle truppe Russe in Macedonia. Il Russo ci fece delle confidenze che, mentre ancora infuria la guerra, non è bene rivelare, potendo giovare al nemico.

(pp. 184- 191)

Bibliografia
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-U. Braccini, Mons. Carlo Braccini, in “Ancora insieme”, a. IX (1996), n. 17, pp. 8-9.
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-Lule [L. Rughi], Le confessioni di guerra di un Cappellano militare, a cura di I. Ercolanoni, Perugia 2004.
-R. Morozzo Della Rocca, La fede e la guerra. Cappellani militari e preti-soldati (1915-1919), Roma 1980.
-F. Marini, Ricordi di un cappellano militare, Città di Castello 1923.
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-B. Olivastri, Mons. Francesco Baleani, in “Ancora Insieme”, a. X (1997), n. 19, pp. 15-16.
-E. Puletti, Il tenente cappellano Settimio Pambianco, sacerdote e soldato nella guerra 15-18, in “L’Eco del Serrasanta” del 20 luglio 2003.
-G. Pieropan, 1914-1918. Storia della Grande Guerra, Milano 1988.
-L. Rossi, Ricordi di famiglia e particolarmente del nostro caro e indimenticabile Don Bosone, Città di Castello 1982.
-C. Trabucco, Preti d’oltre Piave. Pagine eroiche del Veneto invaso, Roma 1939.
 
RINGRAZIAMENTI
-Archivio Comunale di Gubbio
-Archivio Vescovile di Gubbio
-Biblioteca Comunale Sperelliana di Gubbio
-Don Ubaldo Braccini
-Mario Franceschetti
-E. Puletti
 
NOTE
1. Si trattava del 44° regg. di artiglieria da campagna.
2. L’ospedale militare di Gubbio doveva essere organizzato nei locali del Seminario cittadino.
3. L’Ordinario, cioè, non poteva dispensare colui che si era arruolato volontario. La dispensa doveva quindi giungere direttamente dalla Santa Sede la quale avrebbe provveduto come meglio riteneva.
4. Come si evince dai documenti sopra trascritti, don Rughi doveva diventare cappellano dell’ospedale militare di Gubbio. Quando apparve chiaro che questa struttura non si sarebbe realizzata, don Luigi chiese ed ottenne di essere rimandato al fonte. Fu quindi nominati cappellano del 76° regg. fant. (brigata Napoli) allora (ottobre 1918) schierato in Francia nel II Corpo d’Armata italiano comandato dal generale Albricci. Prima di partire per la nuova destinazione il sacerdote eugubino si recò a Roma per consegnare al direttore della Casa editrice Ausonia il manoscritto del Le Confessioni di guerra di un Cappellano militare (giugno 1918) che vennero pubblicare l’anno seguente (1919) sotto lo pseudonimo Lule (fiore in albanese) con la prefazione di Ernesto Bonaiuti. Il volumetto, stampato dalla Società Tipografica Leonardo da Vinci di Città di Castello, è dedicato a Francesco Rughi, fratello del cappellano, morto sul Carso il 18 luglio 1917.
Nell’ottobre 1918, lasciatosi alle spalle le tremende giornate di Bligny (luglio 1918), dell’Aisne e dello Chemin des Dames (fine settembre - inizi ottobre 1918) il 76° fanteria marciava all’inseguimento delle truppe tedesche che si ritiravano verso il confine franco tedesco. L’11 novembre 1918 la pace era proclamata anche su tutto il fronte Occidentale.
5. Don Rughi allude chiaramente al II Corpo d’Armata.
6. Il 15 dicembre 1918 don Luigi Rughi si trova in un “angolo” del Belgio.
7. Il caporale Andreoli fu fatto prigioniero il 24 ottobre 1917, primo giorno dell’offensiva di Caporetto. Tornò in libertà pochi giorni dopo la fine della guerra e precisamente il 9 novembre 1918 (ACG, Ruoli Matricolari dal 1891 al 1895, altra serie)
8. Un tenente Macedonio era direttore del posto di medicazione del 129° regg. fant. (brigata Perugia) nel gennaio 1916 (Diario di don Beniamino Ubaldi, allora cappellano militare del 129°).
9.“ora in Francia... prima in Albania” va riferito a don Luigi Rughi, non al 76° fanteria.
10. Il 4 luglio 1916 giunse la notizia dalla Sottosezione di Perugia dell’Ufficio Informazioni che don Antonio era entrato nell’ospedaletto N. 081 accompagnata dalla seguente nota: “manca diagnosi; resterà a lungo”.Il perché è chiaro: don Antonio aveva preso servizio quale cappellano militare di tale struttura sanitaria.
11. Scritta da Ernesto Banaiuti.
12. Ufficiale addetti alla propaganda; figura istituita nel 1918 dopo il crollo del fronte a Caporetto (ottobre 1917); cfr. Melograni 1998, pp. 474-478.
13. La Triplice Intesa, costituitasi nel 1907, comprendeva Francia, Regno Unito e Russia. Essa si contrapponeva alla Triplice Alleanza, formata nel 1882 da Germania, Austria e Italia.
14. Si tratta di Francesco Rughi (o Roghi), sergente della 9a compagnia del 31° regg. fant. (brigata Siena), morto il 18 luglio 1917 a quota 241 del Carso per ferite penetranti da granata alla testa e all’addome. Fu seppellito a Casa Bonetti. Francesco era nato il 4 ottobre 1886.
15. La moglie si chiamava Margherita Milleri, i figli Quirico (nato nel 1913), Quirino (1914) e Giovanni (1915).
16. Don Luigi si adoperò perché a Gubbio fosse istituito un ospedale militare del quale sperava di diventare cappellano. Tramontata questa possibilità il sacerdote eugubino fece domanda per tornare di nuovo ad un reparto combattente. Fu accontentato in ottobre quando, come già detto, assunse l’incarico di cappellano del 76° regg. fant., brigata Napoli.
17. Sultano ottomano, capo della Turchia, allora in guerra a fianco degli Imperi centrali contro la Triplice Intesa.
18. Per farla breve si può dire che Kerenski (nato a Simbirsk nel 1881) fu il protagonista della prima Rivoluzione russa, quella del marzo 1917. Tentò di mantenere la Russia in guerra. Ancora protagonista nel secondo sollevamento (luglio 1917) Kerenski divenne capo provvisorio del governo disponendo in tal modo di ampi poteri. Il suo tentativo di instaurare un regime democratico fu contrastato da altri partiti e movimenti, tra i quali quello bolscevico guidato da Lenin, clandestino in Finlandia. La Rivoluzione di Ottobre (7 novembre 1917) segnò la fine di Kerenski che, travestito, fuggì dalla Russia per gli Stati Uniti dove morì nel 1970 (Mourre 1988, pp. 695-696).
19. Pavel Nikolaevic Miljukov (Mosca 1859 - Aix-les-Bains 1943) fondatore nel 1905 del partito costituzionale democratico (detto dei “cadetti”) che intendeva istituire in Russia un regime parlamentare di tipo occidentale. Ministro degli esteri nel 1917 durante il governo provvisorio di Kerenski. Nell’aprile di quello stesso anno, una nota di Miljukov favorevole alla continuazione della guerra, provocò un’imponente manifestazione dei soldati e degli operai russi ed ebbe come conseguenza le dimissioni del ministro stesso. Dopo la Rivoluzione d’ottobre Miljukov si rifugiò in Francia (Mourre 1988, p. 844).
 
ILLUSTRAZIONI
1.Messa al campo (da Marini 1923)
2.Altarino da campo (Gubbio, Archivio Vescovile)

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