da "Storia popolare illustrata della grande guerra 1914-1918 - L'anno d'angoscia (1916)" di Roberto Mandel, 1931
Archivio Carlo Magistrali
Sul Carso, l'iniziativa venne presa dagli Austriaci che intendevano fissare sull'altipiano maledetto della roccia brulla, del vento soffocante e della desolazione, le splendide truppe del Duca d'Aosta. L'azione incominciò il pomeriggio del 14 maggio col solito prologo balistico, continuato anche durante la notte tutt'accesa di fuochi, sinistra di rombi cupi, di schianti rovinosi e di strage. Le fanterie di Boroevic scattarono all'aprirsi del giorno seguente, con l'impeto proprio ai battaglioni sceltissimi che l'Austria schierava a sbarrarci la via di Trieste. La furia degli avversari puntava su Monfalcone, riversandosi sulle trincee correnti dalla Rocca alla foce del Canale Vecchio. Quelle posizioni erano tenute dalla IV Divisione di Cavalleria, scesa di sella per combattere l'aspra guerra dei Fanti nei fossati e dietro ai muriccioli di sasso. Si trattava di reparti istruiti ed allenati ad altre lotte, dinamiche e travolgenti, nuovi alle battaglie accanite e feroci per un palmo di terra ed un tratto di linea. Reclute delle aspre trincee carsiche, i Cavalleggeri non ressero all'urto. Ci furono piccoli episodi d'insufficiente difesa, di confusione, di dissolvimento, di ben poco rilievo, ma bastevoli perchè gli Austriaci giungessero, oltre la piana breve di Lisert, nel cantiere Adria, a Quota 12 in margine all'abitato distrutto e su Quota 93. Erano trascorse appena due ore, però, ed il cantiere Adria veniva ripreso dai Fanti del 22° e dai Cavalleggeri del Nizza dopo un assalto condotto dagli uni e dagli altri con ammirevole energia ed alto spirito di sacrificio. Per la prima volta nel corso della grande guerra i Cavalleggeri appiedati caricavano il nemico con la baionetta aguzza inestata sul moschetto. A prezzo di perdite gravi, essi meritavano nuovo vanto al'Arma gloriosa. La lotta arse poi, sanguinosissima, su quelle alture: Quota 61, Quota 87, Quota 23... ai cui piedi si stende la città, allora ridotta ad una distesa di rovine. L'abnegazione dei nostri, costretti a battersi sull'orlo d'un altipiano contro il nemico favorito dalle posizioni dominanti, contrastava tenacemente il passo agl'invasori, rispondendo con l'assalto ad ogni loro tentativo di irruzione. Per parecchi giorni, Italiani e Austriaci stettero aggrappati alla balza carsica, senza che si venisse alla decisione. Ma il 14 giugno i Grigioverdi della 14a Divisione passavano alla controffensiva. La marea irta di ferro ascese il monte sitibondo, spezzando e travolgendo la fiera resistenza avversaria. Quota 12 venne ripresa. Quota 93 non cedette subito, però il 28 giugno la vittoria veniva completata con la riconquista di quest'altro caposaldo. L'ottimo successo fece sperare ai Comandi vantaggi più notevoli, da conseguire mediante una spinta aggressiva immediata. Le batterie si misero all'opera per la preparazione del terreno. Poichè il grosso delle nostre forze balistiche era in linea sulla fronte trentina, solo pochi cannoni rombarono nel bombardamento troppo scarso d'intensità e di durata. I Fanti uscirono dalle trincee, ma le prime ondate trovarono i terribili reticolati quasi intatti. Impediti dalle siepi spinose, gli assalitori dovettero rinunciare quasi dovunque all'azione. Gli Austriaci risposero il giorno dopo, consumando un misfatto atroce che rimarrà fra gli episodi più truci della loro barbarie. Erano le 5,30 del 29 giugno 1916. Lungo le balze, tante volte irrorate di sangue, del San Michele maledetto, le nostre trincee di prima linea correvano a breve distanza: da 50 a 5 metri, da quelle nemiche. Il giorno schiariva appena. Stesi nelle buche, accovacciati a ridosso dei ripari, seduti con la schiena contro i muriccioli di sasso, i nostri Fanti della 21a e della 22a Divisione dormivano il sonno pesante della trincea. Solo le vedette aguzzavano lo sguardo attraverso le feritoie e i pertugi, scrutando le posizioni austriache. Più giù, nei canaloni e sul rovescio dei corrugamenti della roccia scabrosa, altri uomini dormivano ammassati nei rifugi. Il vento lieve del mattino soffiava dal monte al piano, portando fin nei baraccamenti lontani il lezzo della putredine. Immenso cimitero d'insepolti, il Carso spandeva sulla brezza l'odore nauseabondo dei suoi morti, sfatti dalla pioggia e dal sole fra le linee contrapposte, nella terra di nessuno. Nessun rumore preoccupante si levava nelle trincee austriache. Sembravano anch'esse piene di sonno, di stanchezza, d'inerzia rassegnata. Invece, il nemico - approntati a brevi intervalli l'un dall'altro i suoi ordegni tremendi - s'apparecchiava a scatenare la morte silenziosa. Tacevano i fucili, le mitragliatrici, i cannoni. Sembrava, in quel mattino di raccoglimento strano, che il San Michele maledetto non avesse più folgori da scagliare sugli uomini aggrappati alle sue balze funeree, imbevute di sangue, sparse di cadaveri in decomposizione. Le nostre vedette s'illusero d'una tregua idilliaca. Frattanto, dai tubi infilati negli spalti a livello del terreno, uscivano soffi di gas dilatati ben presto in grosse nuvole pesanti. Il vento faceva rotolare quelle masse opache giù per le pendici nude, giù per i canaloni ripidi, entro le trincee, dentro i rifugi. I Fanti dormivano, ignari. Non sapevano di respirare la morte silenziosa che penetra nei polmoni e arriva al cuore, fermandone i battiti per sempre. Molti caddero così, come se il loro sonno fosse divenuto d'un tratto più pesante. S'abbattevano proni, supini, sul fianco, nel fondo del fossato o della caverna, sopra o sotto ad altri morti, in mucchio. Ma altri urlavano, gemevano, si rotolavano, comprimendosi il ventre, tentando di reagire alla soffocazione, dibattendosi contro il nemico invisibile. Avvenivano, nella grande moltitudine sorpresa dalle ondate micidiali, scene raccapriccianti e spaventose. Piccoli gruppi di morenti con le viscere lacerate dal veleno impalpabile tentavano di vincere lo strazio orrendo per trascinarsi al posto di medicazione e cadevano lungo il cammino, uno ad ogni passo. Altri brancolavano fra i morti, accecati, la bocca piena d'una bava sanguigna. Dovunque si scorgevano volti congestionati, occhi spenti fuori delle orbite, mani rattrappite. Gli aspetti più crudeli dell'esterminio si frammischiavano a quelli delle agonie atroci. La bella Brigata Pisa e l'eroica Brigata Regina della 21a Divisione subirono le perdite maggiori. Ci furono reparti interi annientati in pochi istanti. Squadre e plotoni divennero file o covoni di cadaveri contorti, senza che un sol uomo potesse sopravvivere all'ecatombe. Ed ecco che, nell'immenso carnaio degli asfissiati, irrompono i barbari. Erano armati di mazze ferrate. Le usavano a modo di clave per fracassare il cranio degli agonizzanti. L'incursione non poteva dirsi l'assalto, tanto meno la lotta. Era l'eccidio dei morenti, l'assassinio degl'inermi, la strage più cinica e più raccapricciante. Ben di rado, nel corso dei secoli, la delinquenza collettiva scese a bassezze altrettanto infami. L'esercito degli Absburgo si macchiò, in quel tristissimo saturnale della ferocia austro-magiara, d'una vergogna incancellabile. Nemmeno nella congiuntura criticissima si smentì l'eroismo dei nostri. Mentre, intorno a loro, tutto crollava nel gorgo pauroso, i pochi sopravvissuti compirono prodigi. Il capitano Arturo Pannilunghi del 30° reggimento (Brigata Pisa) si trovava, insieme col colonnello e coi pochi militari addetti; al posto di comando d'un settore, quando le ondate venefiche filtravano nel rifugio, attossicandolo. In pochi istanti tutti caddero uccisi o svenuti. Solo il capitano, per quanto egli stesso atrocemente straziato, riuscì a reggersi. Rinunciando alla proprio salvezza, l'eroe sì attardò nell'atmosfera divenuta soffocante fino a trascinare nell'aria pura il suo colonnello privo di sensi. Quindi Arturo Pannilunghi, dominando con freddo stoicismo le torture della carne lacerata dal veleno impalpabile, tornò nel rifugio divenuto un sepolcreto a trarre in salvo la bandiera del reggimento. Impugnato il vessillo glorioso, l'eroe - anima della riscossa - coadiuvò il comandante interinale nella riconquista delle posizioni perdute, fino all'estremo limite delle sue energie stupende. Il suo male s'aggravava, le sue sofferenze divenivano sempre più atroci, eppure l'alfiere morente persistette sin quando vide le trincee saldamente rioccupate dai nostri. Le gesta mirabili dovevano costare al capitano Pannilunghi il sacrificio della vita. Ricoverato troppo tardi al posto di medicazione, egli si spense, infatti, dopo un'agonia crudelissima di quattro giorni. Alla sua memoria venne decretata la medaglia d'oro. Eguale tributo ebbe la memoria, del pari sacra e gloriosa, del tenente Paolo Capasso, pur del 30°. Sorpreso anch'egli dalle ondate tossiche, questo giovane ufficiale era rimasto separato dal suo povero reggimento distrutto. Il gas mortale era penetrato anche nelle sue viscere, eppure egli non esitò a mettersi volontariamente agli ordini del comandante d'un reggimento vicino. Alla testa di pochi valorosi, l'eroe si scagliò contro le orde barbare irrompenti, trattenendole, fermandole, volgendole in fuga. Vincendo il suo male, Paolo Capasso incalzava i fuggiaschi quando, giunto al limite estremo delle sue forze, cadeva morente per non rialzarsi più. Ad incuorare vieppiù i superstiti, giunse prontamente alle prime linee il generale Sailer, comandante la bianca Brigata Regina. Il colonnello Gandolfo, comandante del 10° reggimento, raccoglieva in fretta poche decine di sopravvissuti. Con quelli, imbracciato egli stesso il fucile, stendeva una prima barriera sottile ad arginare l'irruzione nemica. I rincalzi affluenti via via consentivano di stabilire alla meglio la prima resistenza. L'efferata barbarie non giovò a chi se n'era tanto vilmente macchiato. Pronta, infatti, fu la nostra reazione. Animati da un santo desiderio di leale vendetta, i Fanti passarono al contrassalto e già alle 2 pomeridiane tutte le posizioni perdute erano stabilmente riconquistate. La riscossa vittoriosa venne facilitata in parte dalle vicissitudini atmosferiche. Prendendo a soffiare in direzione opposta, il vento sospinse le dense nuvole tossiche verso gli Austriaci. Sorpresi a loro volta, i tristi massacratori subirono gli effetti dell'arma iniqua da loro stessi usata, con perdite molto più lievi delle nostre ma pur sensibili. L'immediatezza della riconquista consentì ai Grigio-verdi di constatare senz'indugio gli orrori della tragica giornata. Il maggiore Mugnai scorse un graduato austriaco intento a finire con la mazza ferrata i nostri svenuti e inermi. Si videro ufficiali e soldati nemici sghignazzare frammezzo ai cadaveri degli asfissiati. Altri, legati i morenti col filo telefonico, li trascinavano sulla roccia. Dovunque, poi, si scorgevano le mazze gettate dai fuggiaschi o dai prigionieri. Parecchi massacratori vennero catturati mentre avevano ancora al polso, fissata con una correggia di cuoio, la daga ferrata. Sia ricordato ad onore del nostro esercito - scrisse il colonnello medico Alessandro Lustig nella sua relazione sul'impiego dei gas asfissianti da parte del nemico - che i nostri non uccisero alcuno dei prigionieri austriaci da noi catturati, nemmeno quelli che si trovarono armati della nota mazza ferrata.. Se l'immediata e vittoriosa controffensiva dei nostri ritolse al nemico ogni vantaggio momentaneamente ottenuto, gravissime furono invece le perdite umane patite dalla 21a e dalla 22a Divisione. Della prima caddero 109 ufficiali, 4200 soldati; della seconda 73 ufficiali e 2050 uomini di truppa. La sorpresa crudelissima potè avvenire con effetti tanto vasti e dolorosi perchè -sebbene i gas asfissianti fossero già, come vedemmo, un'arma infame in uso presso il nemico - i Comandi e le truppe non ne prevedevano l'impiego da parte degli Austriaci. C'erano state, sì, disposizioni e provvidenze di vario genere, ma erano cadute nella dimenticanza tipica della gente nostra, sempre disposta alla fiducia serena e al'ottimismo illusorio. L'atroce esperienza valse di monito. Ben cinquecento milioni vennero spesi durante la guerra per difendere i nostri Fanti contro l'insidia barbara nè l'ecatombe degli asfissiati si rinnovò più mai. La crisi conseguita all'esterminio sul San Michele funereo, impose una breve tregua alle operazioni in corso.