La circolare del 29 agosto 1915 per la realizzazione di indumenti militari

di Fabrizio Cece

Il 29 agosto 1915 la Commissione Centrale per gli Indumenti Militari, presieduta dal ministro Salvatore Barzilai ed istituita presso il Ministero della Guerra, diramò a tutti i prefetti del Regno una lettera circolare a stampa1 con la quale si davano dettagliate istruzioni circa la confezione di alcune tipologie di indumenti militari più diffuse. Con questa iniziativa si intese non solo fornire alla truppa degli indumenti di largo uso e per un loro maggior conforto (anche in vista dell’imminente stagione invernale), ma si volle soprattutto sostenere in qualche modo quelle famiglie che, prive dell’elemento maschile – richiamato sotto le armi – potevano in questa maniera contare su un sostentamento che, anche se minimo, poteva contribuire a lenire le difficoltà economiche in cui si vennero a trovare centinaia di migliaia di famiglie italiane.

Evidenziata, nella circolare stessa, la necessità di evitare condizioni di sperequazione: “E perché gli intenti umanitari dell’opera non sieno paralizzati o frustrati, occorre sia, con ogni energia, impedita, nella concessione del lavoro, la speculazione degli intermediari accumulanti ingiusti profitti sui sacrifici del Paese ed in pregiudizio dei lavoratori”.

Una particolare attenzione, vista la situazione che stava maturando, è riservata alle donne: “Sembra tuttavia alla Commissione centrale non fuor di luogo consigliare che all’elemento femminile sia data nelle Commissioni una larga rappresentanza, e ciò non solo per dare alla Donne d’Italia la possibilità di contribuire anche in questo campo ad un’opera altamente patriottica, ma anche perché il loro concorso si ravvisa specialmente utile all’addestramento e per la vigilanza da esercitarsi sulle operaie, affinché traggano il maggior profitto dall’opera che presteranno”.

I prefetti avrebbero dovuto mettersi in contatto con le Commissioni provinciali ed eventualmente anche con le Sottocommissioni, organi previsti dal Decreto Luogotenenziale n. 1257 del 20 agosto 1915. La lettera circolare conteneva dettagliate norme per tutto quello che riguardava la confezione degli indumenti, la tipologia dei materiali da utilizzare, le retribuzioni e i premi previsti per ogni singolo capo. Sarebbe senz’altro possibile confezionare ancora oggi tali tipologia d’indumenti seguento le norme e le misure indicate.

I capi erano i seguenti: calze, guanti, polsini, ginocchiere, sciarpe e ginocchi.

Di seguito, per ogni tipologia di indumento, si riportano alcune dei dati più interessanti contenuti nella lettera circolare. Chissà cosa avranno pensato i soldati di queste considerazioni! Si omettono le specifiche tecniche legate al numero delle maglie di cucito, alla lunghezza dei vari elementi, al numero di giri di lavoro ecc.

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Calza.
Del peso medio di 140 grammi al paio, le calze potevano essere confezionate con lana grezza non completamente sgrassata, di quella normalmente adoperata nei centri rurali. Per ogni paio era previsto un compenso variabile di £ 0,50 – 0,70.
 
“Uso ed utilità.
La calza che qui presentiamo, eseguita con buona lana e completata con la ginocchiera, risponde perfettamente ai bisogni del soldato, con la orlatura che la ferma al polpaccio.
La calza e i guanti sono i due indumenti dei quali non è mai abbastanza raccomandata la pronta consegna. Quante insidie del freddo si possono allontanare quando le estremità sono ben coperte!”
Guanto.
Del peso medio di grammi 95 il paio, i guanti potevano essere confezionati con lana grezza non completamente sgrassata, di quella normalmente adoperata nei centri rurali. Per ogni paio di guanti era previsto un compenso variabile di £ 0,70 – 0,90.
“Uso ed utilità.
I guanti devono essere per i nostri soldati che combattono fra le nevi ad altezze di 2000 a 3000 metri, sopra tutto pratici.
Il tipo di guanti che presentiamo così semplici di fattura, rispondono in modo perfetto al loro uso e certamente con essi il soldato è sicuro da qualsiasi congelamento delle estremità che – anche per imprudenza – fa tante vittime in alta montagna.
E non è mai abbastanza raccomandato alle famiglie, ai soldati stessi, questo indumento del quale non si può far a meno anche in regioni dove il clima invernale sia mite, perché le mani risentono prima di tutte le altri parti del corpo, dei morsi del freddo che in poco tempo producono conseguenze dolorose.
Il guanto di prescrizione, di cui presentiamo il modello, copre le dita, il palmo e il polso dove l’orlo a guisa di braccialetto lo chiude: restano separati in alto il pollice e l’indice, uniti invece in un solo gran dito di lana il medio, l’anulare e il mignolo. E questo per una ragione: il guanto in tal modo confezionato dà agio al soldato di impugnare il fucile o gli arnesi del lavoro e anche – essendo l’indice sciolto – gli dà modo di sparare il fucile facendo pressione sul grilletto.
E’ – come ognuno vede – una forma razionale, comoda, fatta apposta, come del resto in tutti gli altri indumenti, per dare a chi deve far guardia, marciare, combattere, scavar trincee, libertà di movimenti, pur raggiungendo lo scopo di riparare dal freddo”.

 

 

 

 

Polsino.
Del peso medio di grammi 60-75 a paio, i polsini potevano essere confezionati con lana grezza non completamente sgrassata, di quella normalmente adoperata nei centri rurali. Per ogni paio di polsini era previsto un compenso variabile di £ 0,40 – 0,60.
 
“Uso ed utilità.
E’ il manichino o mezzo guanto o manopola che riscalda la mano: si infila come un guanto, tiene riparato il palmo, lascia libere le dita per impugnare il fucile o altri arnesi.
Il manichino si può considerare – ci si passi l’espressione impropria ma efficace – la sottoveste del guanto: protegge la mano quando più completamente il soldato non può calzarla. Ma d’altra parte sopra di esso, a momento opportuno, allorché il freddo sia pungentissimo, il soldato può a suo agio aggiungere quei larghi e comodi guantoni che già abbiamo descritto.
Il manichino, come appare dal disegno, deve avere, sotto l’orlatura, un foro, dal quale vien fatto passare il pollice; ma non è detto che questo indumento non possa anche riparare le dita, perché il soldato, quando crede necessario e specialmente nel riposo, può tirare il manichino fino all’altezza delle dita, cosicché le mani restano tutte circondate da un tubo di lana. La lunghezza del manichino è tale che permette queste comodità, giacché, come si vede, anche il polso rimane molto ben ricoperto e ben riparato”.
Ginocchiera.
Del peso medio di 80-100 grammi il paio, le ginocchiere potevano essere confezionate con lana grezza non completamente sgrassata, di quella normalmente adoperata nei centri rurali. Per ogni paio di ginocchiere era previsto un compenso variabile di £ 0,60 – 0,80.
 
“Uso ed utilità.
Nella guerra il surmenage2 rende sempre più sensibile il corpo agli effetti degli agenti atmosferici e il freddo porta spesso forme acute di dolori muscolari, forti febbri, e quella debolezza che apre l’adito a infezioni e malattie. E il ginocchio, in modo massimo, risente delle impressioni del freddo e dell’umidità: la sia sensibilità già grande si acuisce ed è – si può ben dire – il primo indice dei malanni delle sofferenze, di quel disagio fisico che viene risentito da colui che è costretto a vivere in alta montagna o vien sottoposto a fatiche aspre. Chi, per esempio, non ha provato l’impressione del malessere in una marcia in montagna, sotto la pioggia e sferzati dal vento, quando gli indumenti bagnati si appiccicano alla rotella del ginocchio, alla coscia e il senso di pena, i dolori che al mattino seguente, alzandoci, percorrono i fasci muscolari e danno trafitte insopportabili?
Bisogna quindi ripararla questa parte sensibilissima, darle un calorico uguale e costante, ravvolgerla in una specie di guaina che non ostacolando in alcun modo la flessione dell’arto, le debba formare però una difesa sicura.
La ginocchiera della quale diamo il modello si può considerare, ed è veramente un completamento necessario, praticissimo della calza; si infila sopra di essa; la serra presso l’orlo come una giarrettiera, accompagna e circonda il polpaccio e fa il suo ufficio protettore fino all’orlo della parte opposta all’inizio della coscia: cosicché il tessuto di lana continuato è tale difesa che rassicura i soldati contro le più gelide temperature”.
 

 

Sciarpa.
Del peso medio di grammi 250-300, la sciarpa doveva essere confezionata con lane pettinate e possibilmente munita di un lacciolo di conveniente lunghezza per poterla eventualmente utilizzare come ventriera. Per ogni sciarpa era previsto un compenso variabile di £ 1,40 – 1,70.
“La sciarpa cappuccio è, di certo, l’indumento ‘provvidenza’ per il soldato che deve combattere in montagna, e non si poteva trovare niente di più opportuno e di più semplice per i due usi ben distinti cui viene destinata: cioè difendere dal freddo – a volontà – il capo, il collo, o anche il corpo dalle spella al principio delle cosce. Si tratta in una parola di un ‘passamontagne’ trasformabile in un farsetto di lana, o viceversa.
Niente di più facile poi della confezione: è composta, come si vede nel disegno, di una fascia larga e lunga quanto prescrive la misura e proprio al centro ha un occhiello proporzionato e grande come l’ovale del viso. Orbene questa specialissima e grande fascia si trasforma a volontà del soldato nei due indumenti sopra accennati: quando esso nelle guardie è costretto a rimanere lunghe ore fermo, ed intorno soffia il rovaio o tùrbina la tormenta, questa larga fascia si annoda agevolmente attorno al capo, nei lembi si attorciglia al collo e si accomoda alle spalle: ed ecco il militare perfettamente incappucciato: collo, fronte, orecchie, tutte le parti più sensibili al freddo rimangono, in tal modo, molto ben riparate: nell’apertura ovale, che abbiamo detto, il viso resta come incorniciato, ma perfettamente libero: il ‘passamontagne’ non potrebbe essere così più completo.
Se il soldato poi vuole – negli accantonamenti, sotto le tende, nelle trincee – trasformare il passamontagne in farsetto: l’operazione è semplice: come una stola di sacerdote, egli fa passare dal foro ovale il capo e le due larghe fascie gli cadono sul petto e sulla schiena formando una specie di farsetto senza maniche, ma completo che si deve porre generalmente fra la giubba e quei panciotti foderati di pelo di cui vennero largamente provveduti i nostri soldati”.
Ventriera.
Del peso medio di 140 grammi, la ventriera poteva essere confezionata con lana grezza non completamente sgrassata, di quella normalmente adoperata nei centri rurali. Per ogni ventriera era previsto un compenso variabile di £ 1,20 – 1,50.
“La ventriera di lana è uno degli indumenti più necessari per il soldato. Il tessuto caldo della lana darà ai nostri giovani, che devono sopportare tutte le ingiurie del maltempo, gli sbalzi rapidi di temperatura, l’aria vivida e gelida della montagna, un senso di benessere e sarà una cautela sicura contro tutte quelle forme insidiose e frequenti di malanni viscerali, prodotti dagli squilibri di temperatura, dall’umidità, dalle stesse fatiche militari. Il soldato che porta la ventriera è garantito contro i disturbi intestinali dal morbido e spesso tessuto che conserva la temperatura del ventre costante e che per ciò appunto i medici e gli ufficiali raccomandano.
Nella ventriera che qui presentiamo doppia è l’utilità: essa, fra le due orlature, cinge e circonda tutta la parte inferiore del tronco dall’altezza dello stomaco fin quasi presso l’inguine, cosicché resta protetto, non soltanto il ventre, ma anche i reni.
Questo indumento così semplice e primitivo nella confezione, rotondo come un grande manicotto, aderente al corpo, facile ad infilarsi dalla gambe, senza gli impacci di lacciuoli o di bottoni, risponde perfettamente a quei criteri di praticità ai quali si informano le ottime disposizioni sul corredo dei militari per ciò che riguarda tutti gli indumenti”.

 

 

 

 
NOTE
1.Editrice Sonzogno – Milano.
2.Stress psicofisico.

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