LA VIa BATTAGLIA DELL’ISONZO SUL SAN MICHELE (1)

osservata da un combattente

( 6 – 10 agosto 1916 )

da un manoscritto del sottotenente Adolfo Zamboni (2,3) (Figure 1, 2 e 3)

sic nos non nobis (4)

Cinque battaglie dell’Isonzo (5) avevano infranto lo slancio di una selva di petti eroici contro le vette del S. Michele (6) (Fig. 4, 5 e 6), e la fosca collina continuava tuttavia a rimanere nelle mani dei valorosi difensori, che parevano essersi uniti con sacro giuramento a quel baluardo di resistenza, sul quale andava aumentando con ritmo spaventoso l’olocausto delle giovani vite, falciate dalla mitraglia sotto i reticolati. (7) (Fig. 7) A chi nei momenti di sosta arrischiava uno sguardo fuor della lugubre trincea non reggeva l’animo di sostenere la vista dei compagni che, nelle più tragiche positure in cui li aveva colti la morte, si disfacevano nel breve tratto che separava le opposte linee; spesso accanto alle gloriose salme ormai consunte dalla forza del tempo e degli elementi cadevano senza più speranza i miseri feriti, alla cui salvezza non giovava l’amore dei superstiti, chè la crudeltà della lotta o la diffidenza che nella carità si mascherasse il tradimento impedivano alle due parti di essere misericordiose verso i prodi fratelli. (8) Quante volte, scesi dopo giorni di battaglie terribili dalla prima linea alle posizioni di riserva, (9) nei ricoveri lungo l’Isonzo, tra Sdraussina (10) e Peteano, mirammo le schiere amiche uscire compatte dalla trincea e salire all’assalto cruento delle cime del S. Michele! I nostri cuori che conoscevano lo spasimo dell’attacco seguivano trepidanti le ondate incalzantisi dei compagni, i quali si offrivano al sacrificio lanciando il grido fatidico, subito coperto dal suono sinistro delle mitragliatrici avversarie. Allora gli occhi nostri si velavano, i nervi si tendevano in uno sforzo doloroso, e come trasognati rimanevamo con lo sguardo fisso su quelle posizioni infernali, dove la lotta prendeva gli aspetti più tragici. Poi il bombardamento nemico, il contrattacco, la nuova carneficina e il doloroso ripiegamento dei pochi. (Fig. 8 e 9) Questa triste vicenda si ripetè per mesi e mesi ad accrescere il martirio dei superstiti, e il S. Michele divenne nome tristemente famoso, che il combattente non poteva né udire né pronunziare senza una stretta al cuore. (11) Un alto ufficiale austriaco soleva ripetere: Chi parte per il Carso non deve dire “arrivederci” ma dica pure “addio”; e così il combattente che si spostava da un settore all’altro, poteva disperar della vita se gli toccava in sorte la zona del S. Michele, che le opposte artiglierie pareva scegliessero per i loro tragici duelli. (12) E non soltanto nelle giornate di offensiva, ma sempre, senza pausa, di giorno e di notte, il monte sussultava per gli scoppi delle granate, si copriva di bianche nuvolette degli shrapnels (13), riecheggiava per il crepitar dei fucili e delle mitragliatrici. Ad un osservatorio d’artiglieria sul Podgora gli addetti stanno aspettando, trattenendo il fiato, preoccupandosi solo di quel che può accadere nel loro settore; quando, di tanto in tanto, uno con lo Zeiss vuol seguire la scia di un colpo lanciato dagli Italiani per vederne l’effetto, gli altri lo sconsigliano: “Non importa, va sul S. Michele!“ e con grande indifferenza, con gli occhi semichiusi, si guarda al di là, alle fumate prodotte dalle esplosioni; sui pendii contrapposti, sull’Isonzo, su cui, sempre, quasi monotonamente si guarda anche nelle ore più quiete e si pensa: “tanto, questo non ci riguarda; importa solo a quelli del S. Michele”. (14) Sulle cime del monte (15) difensori e attaccanti, vicini nelle opposte trincee, provavano le stesse sofferenze e spesso cadevano insieme vittime della stessa granata che squarciandosi in mezzo a loro, sulla roccia carsica, si moltiplicava in mille nuovi terribili proietti. (16)

La prima battaglia dell’Isonzo (giugno - luglio 1915) portò le nostre truppe sulla riva sinistra del fiume, donde con alterna vicenda riuscirono a guadagnare, tra la fine di luglio e i primi di agosto (IIa battaglia), la linea tra Peteano e Bosco Cappuccio; dall’ottobre al dicembre (IIIa e IVa battaglia) vincendo inaudite difficoltà e procedendo a prezzo di sangue generosissimo, le fanterie occuparono ancora qualche tratto della difficile dorsale del S. Michele, spingendosi ripetutamente sulle cime del colle, dove però non poterono mantenersi; né miglior sorte ebbe il valore italiano nel marzo dell’anno successivo (Va battaglia), sebbene i nostri dimostrassero tanta tenacia e abnegazione da lanciarsi per otto volte all’attacco di alcune posizioni nemiche. (Fig. 10 e 11) A render più funesta la già tragica storia della collina carsica, sulla quale le nostre belle brigate – Regina, Siena, Bologna, Ferrara, Bari, Brescia (17), Piacenza, Pisa ed altre – insieme coi prodi battaglioni Bersaglieri avevano sacrificato il fiore della gioventù italica, all’alba del 29 giugno 1916 il nemico consumò uno dei più grandi delitti che la storia ricordi: di sorpresa vennero lanciati dalle quattro cime del S. Michele i gas venefici che, spinti dal vento favorevole, scesero nelle nostre prime linee a ricercare le truppe delle brigate Regina e Pisa. (18) L’alba era il momento più propizio e sicuro per il riposo del combattente che aveva trascorso la notte vegliando; così la forte gioventù che poteva attendersi la morte dal ferro e dal fuoco, con cui si esplica il valore del prode, e non mai dal tossico, che nasconde la perfida insidia, cadde fulminata o attese in una inerzia dolorosa che la mazza ferrata finisse quella straziante agonia. (19) Ricuperati tutti i nostri sistemi di prima linea dopo l’attacco nemico del 29 giugno, grazie all’eroismo dei superstiti delle Brigate che subirono il sacrificio e il pronto accorrere dei fanti della “Brescia” e della “Ferrara”, le posizioni italiane nella zona del S. Michele rimasero immutate fino alla VIa battaglia del Carso; ad una distanza che variava dai cinquanta ai cento passi si svolgeva la prima linea nemica che, partendo dall’Isonzo, presso la sua confluenza col Vippacco, per Boschini Inferiori, q. 124 risaliva lungo il costone Viola, volgeva bruscamente ad abbracciar cima 1 e correva sotto le altre tre cime del monte, fino a S. Martino. (20) (Fig. 12 e 13) La lunga permanenza delle truppe nemiche nelle stesse posizioni aveva conferito a queste, per i continui lavori, il carattere di veri fortilizi. Un corrispondente di guerra austriaco tra i più reputati affermò che la linea avanzata sul S. Michele era costruita con la solidità di una fortezza; e ciò seppero – purtroppo – quanti cozzarono contro quel baluardo di resistenza. (21)

Tutto il fronte dal fiume a cima 4 era diviso in 12 settori (Biene) (22), e sebbene il nemico fosse ovunque dominante, alcuni tratti erano così esposti da costituire anche per i difensori un pericolo continuo. Per esempio, la truppa che presidiava i settori quattro e cinque sul costone Viola – che formavano il collegamento tra la prima cima del S: Michele e le posizioni sull’Isonzo – poteva dir d’avere costantemente un piede nella fossa. Da un anno si alternavano alla difesa del Monte carsico quattro reggimenti ungheresi di Budapest, Debrecen, Grosswardein (23) e Stuhlweissenburg (24), appartenenti alla 20a Divisione Honvèd. (25) L’Austria non invano aveva fatto assegnamento, per mantenere quel punto importantissimo del fronte, sul valore e sulla fedeltà magiara. Per quanto la difesa di tutto il sistema del S. Michele gravitasse verso la prima linea costituita da due ordini di trincee – alla distanza media di 50 metri – dall’Isonzo a S. Martino, e da tre ordini per il breve tratto di cima 3, il nemico aveva apprestato una seconda linea difensiva che partendosi dalla sinistra del Fiume correva a 500 – 700 metri dalla prima, alla quale si riuniva verso l’abitato di S. Martino. Lungo la linea avanzata numerosissimi si offrivano i ricoveri in caverna, da q. 124 alle Cime erano frequenti le contromine; sul Monte due gallerie congiungevano la prima trincea con doline retrostanti.(26) Tutte le artiglierie dislocate nell’altipiano carsico con quelle situate nella piana di Gorizia potevano concorrere alla difesa del S. Michele; ma il nemico traeva grande giovamento sopra tutto da quelle da campagna attorno a Cotici, dai gruppi di medio calibro sul rovescio del Brestovec fino a Devetaki e da poche bocche da fuoco di grande potenza situate sul Nad Logem; riuscivano inoltre di grande efficacia alcuni pezzi di piccolo calibro (27) a poche centinaia di metri dalle prime linee, con numerosi appostamenti, e i lanciabombe di vari tipi. (28)

Nessun combattente del Carso ignora l’orrore della strage che fino all’estate 1916 condussero i famosi “barilotti”; lanciate da posizioni più elevate delle nostre, queste diaboliche botti cariche di esplosivo rotolavano spesso lungo i costoni e i “canaloni” del Monte, dove stavano assiepati i rincalzi, ed esplodevano provocando perdite gravissime. Ricordo che un solo barilotto che scoppiò nell’ottobre 1915 a Bosco Cappuccio distrusse col posto di medicazione di un battaglione del 141° fanteria tutto il personale sanitario insieme coi feriti. (29) La dorsale del S. Michele è solcata fin sotto le cime da profondi avvallamenti delimitati da alti costoni, e poiché il Monte sale con notevole dislivello, a chi lo guarda dall’Isonzo, nei pressi di Peteano, appare come una mole piuttosto ardua. La linea italiana staccandosi dal fiume saliva lungo il costone Viola e aveva alle spalle il canalone Gatti che essa sbarrava sotto Cima 2. Era questa la posizione più infida: gli Austriaci tentarono a varie riprese di colpirci da questo lato nord con l’intento di avvolgere il nostro fianco e costringere i difensori ad arretrarsi. Ciò spiega anche come il fuoco delle nostre artiglierie fosse costante su quel pendio settentrionale fino alla Cima 1 da cui si poteva temere una maggior pressione nemica.

“Ancora come sempre – osservava nella sua visita il citato corrispondente (30) – gli italiani pigliano di mira l’altura nord e vi fanno sopra un vero inferno. I pezzi di roccia devono esser volati in aria per oltre cento metri.”

Dalle case di Peteano sale il canalone “Tivoli” che si affonda tra il costone della “Lira” e il costone “Bersaglieri” i quali si spingono fin sotto Cima 3. Lungo i canaloni correvano i camminamenti principali che conducevano alle vette ed erano attraversati da altri camminamenti e da trincee di riserva, che avevano costituito altrettante tappe nella difficile conquista del Monte, così che questo, spoglio ormai d’ogni vegetazione, appariva tutto sconvolto dalle opere d’offesa e di difesa dell’uomo. Ogni piega di terreno conteneva un ricovero, ogni dolina accoglieva un reparto, e tutto il versante del S. Michele era un immenso formicaio umano. (Fig. 14) Che meraviglia se nessun colpo nemico cadeva a vuoto, specialmente di notte, quando era pur necessario compiere le operazioni di cambio e di rifornimento? (Fig. 15) Così i cimiteri lungo l’Isonzo si erano andati moltiplicando, e ogni reggimento aveva un lembo di terra in cui raccoglieva le salme dei suoi prodi; ma spesso – ahimè – le circostanze della lotta non concedevano di dar riposo in un sacro recinto ai valorosi caduti, che troppe volte dovevano essere sepolti dietro le trincee o presso i ricoveri dei vivi, ai quali restava affidata la cura delle povere fosse.

Durante la “strafexpedition” e in seguito per respingere l’invasore dalle terre d’Italia, la IIIa Armata era stata alleggerita di notevole quantità dei suoi effettivi. Il nemico aveva tentato qualche colpo di mano anche sul Carso, e non tutte le sue gesta erano state improntate a virtù militari, come potè attestare l’attacco coi gas asfissianti. Il mese di luglio 1916 trascorse abbastanza tranquillo; ai primi di quel mese la Brigata Catanzaro (141° - 142°) (31) , reduce dagli Altipiani, riprese le sue posizioni sul Carso (32) e venne destinata sul S. Michele. Una grande alacrità nei lavori, nella preparazione di piazzole, nella riunione di abbondante materiale facevano presagire l’imminenza di una importante azione, sull’esito della quale i vecchi combattenti non potevano essere soverchiamente fiduciosi, perché ormai troppi sforzi erano rimasti inefficaci, troppo sangue era stato sparso invano su quell’infausta pietraia.

Non è qui il luogo di esaminare da un punto di vista critico gli obiettivi propostisi e gli effetti raggiunti dal Comando Supremo italiano con la VIa offensiva dell’Isonzo. (33) Chi stende queste note vuol soltanto riferire storicamente quello di cui fu spettatore; ma un fatto è certo: arrestata l’offensiva austriaca nel Trentino, sia pure in concordanza con una nuova e forte attività da parte dei Russi, il Comando in capo seppe nello spazio di quaranta giorni (26 giugno – 4 agosto) trasferire dagli Altipiani alla fronte orientale, con assoluta tranquillità di esecuzione nei movimenti, gli uomini e il materiale necessari ad una potente azione; negli ultimi otto giorni (27 luglio – 4 agosto) riuscì a svolgere la “manovra strategica vera e propria, che consistette nel rapidissimo spostamento, prima, delle artiglierie e delle bombarde, poi delle grandi unità e nel loro schieramento sul fronte delle operazioni. Caratteristiche di tale periodo la minutissima accuratezza della preparazione, la rapidità nell’esecuzione, la segretezza dei movimenti ottenuta col far conoscere a ciascun reparto la propria destinazione solo durante il viaggio e col partecipare agli organi incaricati del servizio ferroviario soltanto quei trasporti che direttamente o indirettamente li interessassero.” (34).

L’attacco contro il campo trincerato di Gorizia (Fig. 16) doveva essere preceduto da un’azione diversiva laterale, con scopo puramente dimostrativo, per alleggerire il compito delle truppe che dovevano attaccare davanti alla Città. Questa azione diversiva ebbe inizio il 4 agosto sull’estrema ala destra e riuscì a distrarre l’attenzione del nemico dai preparativi che gli Italiani stavano facendo in altri settori. In una seconda fase (6 agosto) si doveva condurre un attacco a fondo anche sul Carso avanzando fino a raggiungere il Vallone per liberar il fianco meridionale della conca goriziana. Compiendo il massimo sforzo consentito dai nostri mezzi, vennero concentrate sul basso Isonzo 2.000 bocche da fuoco, cifra neppure sognata nelle precedenti battaglie; ma la grande e felice novità che ci diede l’offensiva dell’agosto consistette, oltre che in una più armonica cooperazione tra artiglieria e fanteria, nell’introduzione dell’impiego in vastissima misura di bombarde calibro 58 e 240 (35), da cui era lecito attendere risultati efficaci. Ricordo distintamente che pochi giorni avanti l’inizio della battaglia, le zone più acconce del S. Michele furono gremite di bombarde le quali attrassero gli sguardi curiosi e – perché no? – i commenti piuttosto scettici dei fanti, che nelle due ultime notti (4 – 5 agosto) grondarono sangue per il trasporto febbrile di un numero incalcolabile di bombe dagli autocarri alle posizioni avanzate. (36) (Fig. 17) Sulla destra dell’Isonzo tutte le artiglierie aggiustarono tempestivamente il tiro senza destar troppi sospetti nel nemico; sulla sinistra del Fiume concorse efficacemente all’azione la batteria “Amalfi” (37) (Fig. 18 e 19) i cui cannonieri diedero in quei giorni esempio di una impareggiabile abnegazione. Ma sento qui il dovere di ricordare sopra tutto la condotta meravigliosa degli artiglieri del VI° Gruppo obici pesanti campali e in particolare le batterie 13a, 14a, 15a che – situate tra la piana di Villanova e Monte Fortin – batterono in modo sorprendente la linea nemica dall’Isonzo al S. Michele. Sembrava che una mano invisibile aggiustasse ciascun colpo in un determinato punto della trincea: nessuno cadeva in fallo. (38) (39) La preparazione di fuoco riuscì dunque perfetta e certamente con gli artiglieri e coi bombardieri i fanti devono dividere la gloria della conquista del S. Michele.

Gli Austro-Ungarici – nota il Falkenhayn - non avevano “fatto in tempo a provvedere alla sistemazione delle forze; le truppe gettate sull’Isonzo, dopo le gravi lotte sulla frontiera tirolese, non avevano più la forza di resistenza necessaria”. Ciò non si può contestare, per quanto – a dir vero – gli Ungheresi della 20a Divisione Honved che erano a difesa del S. Michele, lungi dall’arrendersi ai nostri attacchi, resistettero strenuamente per quattro giorni e tornarono ripetute volte alla riconquista delle posizioni; ugualmente valoroso fu il contegno delle altre truppe dell “Isonzo Armée” nei vari settori. In effetto, il nemico vide distrutte le sue trincee da un fuoco potentissimo; ed i reticolati, che avevano tanto spesso sbarrata la via all’eroismo dei nostri, vennero letteralmente annientati dalle bombarde, che furono per il nemico la più dolorosa delle rivelazioni. Ciò premesso, vediamo come procedette l’attacco alle posizioni del S. Michele.

Fino alla notte dal 5 al 6 agosto le trincee di prima linea dall’Isonzo a Cima 4 erano state tenute dalla Brigata Catanzaro, e precisamente da due battaglioni del 141° dalle Rocce Rosse (Isonzo) a Cima 1, e da due battaglioni del 142° da Cima 2 a Cima 4. Nell’imminenza della battaglia tutto il settore venne assegnato a tre Brigate: Brescia, Catanzaro, Ferrara, costituenti la XXII Divisione (generale Dabalà) (40) alle dipendenze dell’ XI Corpo d’Armata (generale Cigliana). Reparti della Brigata Brescia (19° - 20°) prendevano posizione dall’Isonzo al “Naso”; la “Catanzaro” dal “Naso” fin sotto Cima 2, il resto della “Brescia” sotto Cima 3 – Cima 4; la “Ferrara” (47° - 48°) davanti a Cima 4 – Cappella diruta. Il Comando della XXIIa Divisione con suo ordine di operazione in data 5 agosto disponeva che il tiro delle artiglierie e delle bombarde, più specialmente concentrato sulla fronte d’attacco, avesse inizio alle otto del giorno successivo (6 agosto). Esso avrebbe carattere di tiro alquanto più intenso del consueto tiro metodico; dalle ore 12 alle 15,30 assumerebbe la massima violenza. Dopo tale ora sarebbe leggermente allungato onde permettere l’avanzata delle fanterie, le quali dovevano essere protette nel loro movimento da una potente cortina di fuoco. L’attacco veniva fissato per le ore 15,30 ed era necessario fosse irruente, su vasto fronte e per tutti gli squarci, in modo da piombare improvvisamente ed in forte numero sull’avversario costringendolo alla resa prima che i rincalzi avessero il tempo di accorrere sulla linea. Fissate altre norme per l’avanzata, il generale Dabalà così chiudeva il suo ordine d’operazione: “Alle belle truppe delle valorose Brigate Brescia, Ferrara, Catanzaro, a tutte le truppe della mia Divisione che in una lotta lunga e faticosa han dato sempre le più mirabili prove di valore, non ho bisogno di rivolgere raccomandazioni o incitamenti. So che ognuno avrà l’animo saldo e pronto e teso tutto al compimento del suo sacro dovere. Rammento solo che non è soltanto la trincea che bisogna abbattere ma il nemico che ce ne contrasta il possesso e che questo nemico il 29 giugno ha già mostrato l’anima sua barbara e codarda. Emulando i vostri fratelli gloriosamente caduti e spietatamente assassinati, voi scriverete una nuova pagina trionfale nella storia della Patria.”

Il Comandante della Brigata Catanzaro (gen. Sanna) assegnava al 141° fanteria il tratto di fronte: noto Valloncello – testata Canalone Gatti, e al 142° il tratto: testata Canalone Gatti – sbocco in trincea del camminamento Lazzari, presso Cima 3. L’azione della Brigata doveva svolgersi contemporaneamente, gravitando ogni sforzo sulla cima 1. (41) Il Comandante del 141° fanteria (col. Thermes) disponeva in conseguenza il seguente schieramento (Fig. 20 e 21):

a) Il I° Battaglione dal noto Valloncello (collegato col II° Battaglione del 19° fanteria) al Naso, con due compagnie in prima linea e due ad immediato rincalzo.

b) Il II° Battaglione dal Naso alla testata del Canalone Gatti (collegato col 142° fanteria), con due compagnie in prima linea e due ad immediato rincalzo.

c) Il III° Battaglione in riserva di reggimento lungo il Canalone Gatti, verso la sua testata.

 L’obiettivo del 141° reggimento – di cui si seguono in modo particolare le vicende in questa battaglia, perché chi stende queste note ebbe la ventura di esserne testimonio e modesto attore – consisteva nell’attaccare tutto il fronte assegnatogli facendo gravitare lo sforzo principale su Cima 1 che doveva esser avvolta dalla sinistra per congiungersi al di là della vetta coi reparti del 142° i quali erano impegnati ad agire nello stesso senso dalla destra. L’ordine di operazione (Fig. 22, 23 e 24) dava inoltre disposizioni perché l’attacco avvenisse con cinque ondate successive, le quali dovevano mirare a superar la prima linea ed a raggiungere la seconda trincea nemica. Le condizioni morali delle truppe erano eccellenti; le tre Brigate che avevano il difficile compito di occupare il Monte risultavano formate in gran parte di meridionali, e tra questi predominava l’elemento calabrese; per di più si trattava di soldati che conoscevano l’ardua lotta sul Carso; molti di essi erano consci – per la triste esperienza del 29 giugno – che il nemico che ci stava dinanzi si era macchiato di un delitto che doveva esser punito per un supremo principio di civiltà: dietro di noi, presso l’Isonzo azzurro, giacevano tremila salme di asfissiati che aspettavano di esser vendicati. Il Comando della XXIIa Divisione temendo forse qualche atto di rappresaglia da parte delle nostre truppe, memori dell’ancor recente strage, con suo ordine del 5 agosto aveva disposto che i prigionieri non fossero maltrattati e non venissero privati di nulla, tranne che delle armi; avvertimento che in altra occasione avrebbe potuto sembrare superfluo, perché il soldato italiano fu sempre umanissimo col nemico vinto; ma questa volta era lecito pensare che nell’animo del nostro fante fosse un sentimento di odio feroce contro chi, con raffinata barbarie, aveva sfracellato il cranio dei morenti con le mazze ferrate.

La quiete del mattino limpidissimo del 6 agosto fu improvvisamente rotta da un latrare rabbioso dei pezzi da campagna cui seguirono i medi e grossi calibri; ma l’orrore più grande fu destato dagli scoppi delle bombarde il cui fracasso, vicinissimo a noi, produceva uno schianto indicibile. (42) Mentre tutte le artiglierie battevano le trincee di prima linea, costringendo i difensori a intanarsi nelle vicine caverne entro cui li tennero imprigionati, le bombarde frantumavano i reticolati e li facevano saltare da ogni parte; il rovinio sulle cime e nelle trincee avversarie era tale che le nostre poche vedette dovevano venir mutate dopo brevissimo tempo, perché la forza dell’uomo non poteva resistere a tanta infernale strage. (43) Il nemico dovette rimanere sbigottito e, nulla potendo fare sulle posizioni avanzate, tenne sotto il suo fuoco le nostre riserve e volse la sua ira contro le batterie.(44) Ma la lunga durata della preparazione, la intensità con cui si effettuò dopo il mezzogiorno (45) finì per disorientarlo, così che quando le nostre prime ondate – all’ora precisa (Fig. 25) – si portarono celermente sulla trincea nemica, trovarono pochi difensori intontiti, incapaci di resistenza. (46) (47) Ma allorché i nostri risalirono dalla trincea austriaca di prima linea fin sulle cime del S. Michele per tentarne il rovescio, dalla seconda linea avversaria si aprì un fuoco così violento di mitragliatrici che i valorosi assalitori, man mano che si profilavano sulla vetta, venivano fulminati. (48) Fu necessario farli passare per i camminamenti che, per quanto sconvolti e battuti, offrivano ancora un riparo sufficiente per incanalare le truppe moventi all’attacco del secondo ordine di difese. E’ opportuno ricordare che il versante del S. Michele opposto all’Isonzo scende dolcemente a formar il pianoro tra Cotici e Crnci che si mantiene, senza notevoli accidentalità del terreno, a poco più di 200 metri di altezza. Il nemico pertanto si era ridotto all’estrema difesa della seconda linea che, come si disse avanti, correva a circa 500-700 metri dalla prima, dal parco Barone Bianchi (Isonzo) a Bosconero (q. 237) e versante nord-est del S. Michele.

Dopo la conquista della prima linea, mentre salivano le successive ondate e si spingevano contro la seconda linea austriaca, cominciarono a scendere con frotte di prigionieri, in parte scovati nei ricoveri e nelle caverne, le barelle dei feriti; tra essi il tenente colonnello Gavino Manunta, che a Magnaboschi, insieme col generale Carlo Sanna, impugnò il fucile e mosse con pochi superstiti contro il nemico attaccante. Sotto Cima 1 incontrai una barella che caricava un giovanissimo ufficiale: aveva la giubba aperta e sul petto roseo di adolescente un foro di pallottola da cui usciva un filo di sangue. Era il sottotenente Renzo Caraffa, romano, un valoroso che ad Oslavia contribuì col suo reparto, in una indiavolata notte del gennaio 1916, ad arrestare gli Austriaci. Aveva gli occhi socchiusi e pareva riposare. - Coraggio, Caraffa – gli gridai passandogli vicino, tra lo scoppio metallico degli shrapnels. Egli mi riconobbe alla voce, aprì gli occhi, atteggiò le labbra ad un triste sorriso e mi disse: - Addio, amico; buona fortuna a te; per me è finita - . Cessò di soffrire tre giorni dopo nell’ospedale da campo 031 a Mariano. Uno sguardo pietoso a chi cadeva e a chi soffriva sul terreno della lotta, e avanti; di più non poteva consentire alla fraterna carità verso i compagni la violenza della battaglia. Il nemico, riavutosi, tentò di contrattaccare e quando si potè convincere che ormai non aveva più alcuna speranza di riprendere le posizioni perdute, scatenò un uragano di fuoco sulle cime del Monte. (49)

Alle ore 18,30 i nostri avevano raggiunti tutti gli obiettivi e si erano spinti fino a Boschini Superiori e a Cotici; più tardi ricevettero ordine di ritirarsi e prender saldo possesso delle cime del S. Michele – occupando con poche forze anche la seconda trincea nemica – perchè sull’estrema destra della Divisione gli Ungheresi non avevano punto ceduto; infatti il sistema di trinceramenti di S. Martino cadde soltanto il giorno dieci agosto. I nostri soldati iniziarono subito i lavori per metter le linee, già avversarie, in condizioni di servire alla nostra difesa; vennero allo scopo impiegate le ultime riserve della Brigata. (50) Sul far della sera, mentre le truppe attendevano febbrilmente ai lavori di rafforzamento, gli Ungheresi iniziarono i loro tentativi di attacco, che durarono tutta la notte; non ebbero buona sorte per la costante, energica resistenza dei nostri fanti, il cui spirito combattivo era aumentato in seguito al vittorioso risultato dell’azione. (51) (52) A rinforzo della “Catanzaro(53) vennero assegnati (54) – nella notte dal 6 al 7 – due battaglioni Granatieri, uno dei quali (il 4° del I° Reggimento) prese posizione a sinistra di Cima 1 dove il nemico, appena spuntò l’alba, attaccò in forze rilevanti. Era la vecchia tattica che si rinnovava: si trattava, cioè, di premere sul lato settentrionale del S. Michele e costringere i nostri ad arretrare, con grave danno, qualora la manovra fosse riuscita, di tutti i difensori del Monte. Invece l’avversario lasciò in nostro possesso buon numero di prigionieri tra i quali due comandanti di battaglione. Strano a dirsi, truppa e ufficiali manifestarono segni evidenti d’apprensione; o essi temevano rappresaglie, o erano sbigottiti per la maniera strana in cui, attaccanti, erano caduti prigionieri; parevano infatti ignari dei nostri felici successi del giorno precedente e si erano presentati davanti alle posizioni italiane con poca accortezza. Comunque, furono rassicurati e cortesemente trattati: così poco i nostri fanti dimostrarono di ricordarsi della fatale giornata dei gas. Gli è che i combattenti del Carso, conoscendo le tribolazioni della lotta su quel malaugurato terreno, provavano un senso di simpatia anche per i nemici ridotti inoffensivi, poiché anch’essi soggetti alle identiche sofferenze. (55)

Ben a ragione, dopo che i due popoli cessarono di essere ostili, sulla cima terza del S. Michele fu posta da S.A.R. il Duca d’Aosta una lapide con l’epigrafe (Fig. 26 e 27):

Su queste cime

Italiani e Ungheresi

combattendo da prodi

si affratellarono nella morte.

Per tutto il giorno 7 l’artiglieria avversaria battè rabbiosamente le cime del S. Michele e le testate dei canaloni dove erano i rincalzi; ormai, essendosi arretrata la linea austriaca, i grossi calibri avevano buon gioco su tutte le vette del Monte, e i nostri poveri fanti subirono perdite gravissime. Cadde quel giorno, squarciato da granata, il comandante interinale del II° Battaglione del 141° fanteria, capitano Giovanni Ippolito, siciliano, che ad un’anima delicatissima univa il coraggio e la decisione dei forti. (56) Questo valoroso ufficiale, ben noto per la sua encomiabile condotta a Bosco Cappuccio, ad Oslavia e sugli Altipiani, guadagnò tre medaglie d’argento nei fatti d’arme che si svolsero dal maggio all’agosto 1916. Egli non ebbe, però, la legittima soddisfazione di fregiarsene il petto, perché all’epoca del conferimento il suo nobile cuore aveva già cessato di battere. In due giorni d’azione caddero sulla cima del S. Michele i migliori ufficiali del 141° fanteria: il tenente Salvatore Campanile, i sottotenenti Eugenio Adamo, Dante Biasi, Salvatore Bongiorno, Rosario De Biase, Antonio Incorvaia, Giuseppe Sardella, Michele Spanò. E cadde anche il sottotenente Salvatore Cicero, siciliano, il più piccolo ufficiale del reggimento; grande macchietta, procurava di divertirci durante i periodi di riposo col suo ricchissimo repertorio; il suo buonumore talvolta era balsamo ai nostri cuori. “Su, su” - diceva quando, tornati dalla linea di fuoco ci si riuniva a mensa e, contatici, trovavamo più alto il numero degli assenti che dei presenti – “Su, allegri, che non è ancora venuta la nostra ora” e dava mano all’arte sua gustosissima. Una volta, però, con una punta di mestizia, alludendo alla sua bassa statura, l’ho sentito osservare: “Ragazzi, se io cado sul campo, ho il presentimento che mi cercherete e non mi troverete”. A Cima 1 scomparve nella mischia e il suo corpo non fu più trovato. (57)

Visione veramente tragica quella del S. Michele dopo la nostra conquista! Tra il groviglio di reticolati sconvolti, le trincee in rovina, i massi lanciati ovunque dagli scoppi apparivano miserandi resti umani; gli sbocchi dei camminamenti erano gremiti di cadaveri; i valorosi assalitori si erano susseguiti nell’attacco e lo spettacolo terribile dei caduti non aveva arrestato i compagni che, tentando di superarli e proceder oltre, erano stati fulminati accanto a loro. Gli infelici impugnavano ancora il fucile con la baionetta inastata e pareva che attendessero un segnale per continuare ad avanzare. Come la guerra univa insieme tutti i contrasti, non era difficile trovare, con gli strumenti di morte, ovunque disseminati, oggetti che richiamavano a un sentimento di pietà. Così sul parapetto della trincea a Cima 1 rinvenni una Bibbia, nuovissima, ancora aperta. (58) (Fig. 28) Certamente il possessore aveva attinto al più gran libro della sapienza umana un po’ di conforto in tanta bufera d’odio distruttore.

A rinvigorir le forze dei combattenti giunse, nel pomeriggio del giorno sette, un fonogramma della Divisione del seguente tenore: “Fanterie VI° Corpo Armata sono arrivate a 500 metri dalla Stazione meridionale di Gorizia sotto il ponte in ferro. Gli Austriaci ritirano le artiglierie di medio e grosso calibro”. (59) (Fig. 29) Tutti gli occhi cercavano, tra la cortina di fumo che avvolgeva l’Isonzo e la piana di Gorizia, di seguire il movimento dei nostri fratelli che, occupati finalmente il Sabotino e il Podgora, si accingevano a passare il sacro Fiume; e poiché era possibile discernere, in tanto furor di fuoco, il progresso delle fanterie, cercavamo di indovinarlo osservando l’allungarsi del tiro delle artiglierie che aprivano la strada agli assalitori. Furono momenti di una commozione così intensa che vidi le lagrime solcare le guance dei vecchi fanti del Carso; e quel sentimento di tenerezza faceva singolare contrasto con l’aspetto esteriore dei combattenti, laceri, insanguinati, coi volti anneriti. L’entusiasmo per la vittoria che si profilava completa diede alle truppe la forza di sostenere i ripetuti attacchi con cui il nemico tentò, il giorno otto, di farci ridiscendere il declivio del Monte. Davanti a S. Martino, sul costone dell’ “albero isolato” e fino alla “cappella diruta” continuava il fuoco delle nostre artiglierie; segno che gli Ungheresi resistevano disperatamente. Sul S. Michele intanto bisognava attendere che procedesse l’estrema destra; e cadevano i nostri santificando col loro sangue le cime conquistate. (60) Il Comandante dell’ XI° Corpo d’Armata faceva pervenire, il giorno 8, pel tramite della XXIIa Divisione parole di vivo elogio alle truppe delle Brigate Brescia, Ferrara, Catanzaro “per il contegno brillante ed ammirabilmente ardito spiegato nella giornata del sei agosto, nella quale furono conquistate le cime del S. Michele”; estendeva il suo profondo compiacimento alla Brigata Granatieri di Sardegna “per la salda tenace resistenza nel mantenere a qualunque costo le posizioni conquistate” e terminava esaltando “il contegno superiore ad ogni elogio dell’Artiglieria, del Genio e dei Bombardieri i quali coadiuvarono con ammirabile efficacia l’opera delle fanterie così nell’ardita conquista come nella tenace resistenza”. (61) Queste parole furono degno premio ai valorosi che si immolarono, e incitamento ai sopravvissuti, ai quali nuovi sacrifici venivano richiesti.

Il giorno 9 agosto venne ripartito il fronte della XXIIa Divisione in modo che alla Brigata Catanzaro toccò il settore Cima 1- sella tra Cima 2 e Cima 3. In conseguenza i granatieri passarono sulla destra della Catanzaro; il fronte di Cima 1 rimase alle poche truppe del 141° fanteria; il solo comandante di battaglione superstite, maggiore Manginelli, fu ferito durante le operazioni del nuovo assetto dato alla linea. Mentre i reparti italiani entravano vittoriosi in Gorizia, il nemico concentrando tutti i suoi sforzi tentò un ultimo disperato attacco sul S. Michele, e per l’intera giornata del 9 fu una lotta accanita nella quale da una parte e dall’altra si ebbero forti perdite. (62) Alle ore 10,30 di quel mattino si doveva attaccare con lo scopo di cooperare con le truppe del VI° Corpo d’Armata e spinger la nostra occupazione fino alla 3a linea austriaca; ma giunta l’ora dell’attacco si scatenò da parte dell’avversario un fuoco intenso di mitragliatrici che annientava i nostri a mano a mano che le ondate venivano sferrate all’assalto. (63) Purtroppo non fu possibile disporre subito di nuove truppe, e si dovette rinunziare per il momento all’avanzata per non compromettere le posizioni che con tanto sangue erano state nei giorni precedenti conquistate. Durante la notte venne destinata sulla sinistra della “Catanzaro” una nuova brigata, la “Lombardia”, di cui un battaglione fu assegnato a rinforzo del 141° fanteria.

All’alba del giorno 10 le nostre pattuglie annunziarono che il nemico batteva da ogni parte in ritirata verso il Vallone. (64) Incominciò allora la discesa dal S. Michele puntando verso q. 193 – Nad Logem; il movimento venne eseguito sotto un violentissimo fuoco di grossi calibri, che però non produsse perdite sensibili in quanto mancavano ormai all’avversario dei veri obiettivi. Chi potrebbe ritrarre la gioia dei soldati a calcar con tanta baldanza il terreno che per oltre un anno era stato presidio sicuro del nemico, il quale vi aveva appostato le armi più insidiose, che produssero tanta strage dei nostri? I vecchi fanti ad ogni appostamento di artiglieria sul rovescio del Monte, a Cava di Pietra e a Cotici sostavano, osservavano e pretendevano conoscere che proprio di là si era sparato in questo o quel settore, in questo o quel punto della nostra trincea. Per quanto la ritirata fosse stata predisposta con ogni diligenza, alcuni reparti di copertura ed altri che stavano in ricoveri blindati caddero prigionieri. A Cotici rinvenimmo un posto di comando i cui ospiti dovevano aver da poco sloggiato, come dimostravano manifesti segni. Però nessuno aveva tempo di arrestarsi a lungo perché, stabiliti i collegamenti, ci si doveva portare ad immediato contatto con l’avversario, prima che questo si fosse sistemato fortemente a difesa. Ma dove si sarebbe fermato? Si sapeva che posizioni importanti risultavano esistenti a q. 193 e sul Brestovec; quindi si supponeva che, prima di ritirarsi ai margini settentrionali dell’altipiano di Comen, le milizie del Boroevic si sarebbero battute ancora ai limiti orientali del pianoro di Doberdò.

Intanto ci colse la sera e dovemmo sostare, perlustrare il terreno e disporci per un possibile attacco al mattino successivo. Ogni reparto staccò pattuglie col fine di conoscere dove il nemico si era ritirato; il che non fu difficile, avendo notato – appena calarono le tenebre – che gli spari provenivano dall’altra parte del Vallone; dunque era necessario scendere dal pianoro, oltrepassare la depressione carsica e avanzare fin sotto il nuovo ordine di trinceramenti austriaci che da Merna, attraverso il Vippacco, raggiungeva Oppacchiasella e Nova Vas e terminava al Lisert. All’alba del successivo giorno 11 si iniziò il movimento per portarsi sotto le posizioni nemiche e attaccarle; ma quando, con perdite gravi, i nostri poterono raggiungere il fortilizio del Nad Logem (65), dovettero arrestarsi, perchè le trincee scavate nella roccia a fior di terra erano protette da fittissimi reticolati ancora intatti. Soltanto il giorno dopo, con l’aiuto delle artiglierie e delle bombarde, i nostri riuscirono ad assaltare il trincerone del Nad Logem ed a conquistarlo con ardua lotta. (66) (67) (Fig. 30) Fu questo per la Brigata Catanzaro e per le valorose consorelle il più degno coronamento alla conquista del S. Michele; la notte del 15 agosto i pochissimi sopravvissuti (68) (Fig. 31) alla battaglia, attraversando il pianoro per quella stessa via che il nemico aveva tante volte percorsa, rividero le cime del Monte su cui ormai dopo un anno di guerra accanita regnava la pace: e anche i morti che da mesi e mesi vi erano sepolti giacevano finalmente in pace!

Ora la vegetazione, tornata rigogliosa sul S. Michele, ha nascosto tutte le ferite che un tempo vennero aperte nei suoi fianchi e sulle Cime. (69) (Fig. 32) Ma i combattenti che tornano lassù per rivivere, con un senso nostalgico del passato eroico, i tempi epici della loro giovinezza, vedono tuttora come in visione le truppe amiche salire lungo i canaloni del Monte alle Cime contrastate; presi allora da profonda commozione, sostano di quando in quando e richiamano alla mente la dolce immagine dei compagni caduti, che continuano a vivere nel pensiero e nel cuore dei superstiti. (70) (71) (72) (Fig. 33, 34, 35, 36 e 37)

NOTE (curate da Adolfo Zamboni junior)

(1) La 6a Battaglia dell’Isonzo è nota anche come “Battaglia di Gorizia”, perché il risultato più vistoso fu la presa di quella città (riprendi)

(2) L’autore di queste memorie, ADOLFO ZAMBONI, nacque a Berra (Cologna Ferrarese) il 2 marzo 1891. Sottotenente di complemento, comandò il 4° plotone dell’8° compagnia del II Battaglione del 141° Reggimento Fanteria, Brigata Catanzaro, impegnato prevalentemente sul Carso e, per un breve periodo, sull’Altopiano d’Asiago. Partecipò a molti tra i più sanguinosi combattimenti (Bosco Cappuccio, San Martino del Carso, Monte San Michele, Nad Bregom, Hudi Log, Nad Logem, Hermada, Lukatic) e sull’Altopiano d’Asiago (Monte Mosciagh). Venne gravemente ferito durante l’attacco alla baionetta con cui il II Battaglione, inviato a contrastare l’offensiva austriaca sull’Altopiano d’Asiago (la cosiddetta “Strafe expedition”), con audace azione il 27 maggio 1916 riprese una batteria di cannoni italiani catturata dal nemico. Da quel fatto d’armi il Reggimento trasse il proprio motto: sul Monte Mosciagh la baionetta ricuperò il cannone”. Fu decorato con 3 Medaglie d’Argento per il valore dimostrato nelle azioni sul Monte Mosciagh (27-28 maggio 1916), sul Monte S. Michele (6 agosto 1916) (Fig. 35) e sull’Hermada (19-22 agosto 1917) e con la Croce al Merito di Guerra (18 febbraio 1918). Ottenne la promozione a tenente per merito eccezionale di guerra (12 ottobre 1916). Il 16 agosto 1917 fu decorato dal Presidente della Repubblica Francese Poincaré con la più alta onorificenza francese, la Croce di Guerra con le Palme, con citazione all’ordine del giorno dell’Esercito. Fu insignito della Croce di Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia. Dal suo diario di guerra ricavò alcune pubblicazioni, tra le quali: “Scene e figure della nostra Guerra” (pubblicato nel 1922), “Il 141° Reggimento Fanteria nella Grande Guerra” (edito nel 1929 e 1933), “Pellegrinaggio al Carso” (stampato nel 1934). La fotografia (Fig. 1) che ritrae il sottotenente Adolfo Zamboni fu probabilmente scattata poco dopo il suo arrivo al Reggimento, al termine del corso accelerato per allievi ufficiali di complemento, che egli frequentò presso la Scuola Militare di Modena dal 10 Giugno al 17 Settembre 1915, risultando tra i primissimi allievi del suo Corso. Il sottotenente Zamboni indossa la giubba monopetto grigio – verde modello 1909 con 4 tasche con alette a zampa d’oca e bottoniera nascosta da copribottoniera. Al collo - del tipo alla coreana chiuso da un gancetto metallico e bordato con una cordellina indicante l'incarico di aiutante maggiore del Battaglione - sono applicate le stellette modello 1903 e due bottoncini metallici che fissano le mostrine. Le stellette distintive del grado sono applicate alle controspalline. Le insegne di grado erano anche cucite ai paramano. La giubba è stretta dal cinturone in cuoio. Il berretto è in panno grigioverde, munito di visiera e soggolo in cuoio, sormontato dal fregio con l'indicazione del Reggimento di appartenenza. Sulla fascia è cucita la cordellina distintiva di grado. I pantaloni sono del tipo alla cavallerizza, portati con fasce mollettiere e scarponi. Il sottotenente Zamboni portava inoltre una pistola semiautomatica marca Beretta brevetto 1915 con caricatore ad 8 colpi calibro 7,65, in fondina di tela, dotata di due caricatori e 16 cartucce (come risulta dalla ricevuta dell’avvenuta restituzione al termine del servizio, rilasciata a Roma il 9 ottobre 1919 dall’Armeria dell’ 82° Reggimento Fanteria). Faceva parte del corredo la sciabola d'ordinanza da ufficiale di fanteria modello 1907 con lama curva brunita e con guaina verniciata in color nero opaco, che tuttavia non veniva comunemente usata perché inadatta alle condizioni del combattimento in trincea.. Sul retro della fotografia (Fig. 2) è apposto il timbro tondo del Comando del 141° Reggimento Fanteria e quello rettangolare de Il Colonnello - Comandante del Reggimento. La firma che attesta la veridicità della fotografia e dell’appartenenza del giovane ufficiale a quel Reggimento è quella del Colonnello Thermes Cav. Attilio. Questo brillante ufficiale, al quale va gran parte del merito di aver forgiato quel prode Reggimento, comandò il 141° Fanteria dal 9 Ottobre 1915 al 13 Ottobre 1916. Venne poi promosso Maggior Generale e comandante della Brigata Catanzaro (formata dal 141° e 142° Reggimento) dal 22 Ottobre 1916 al 7 Giugno 1917. L’attestazione venne presumibilmente apposta poco dopo l’arrivo del sottotenente Zamboni in zona di guerra (il 27 Settembre 1915) Sulla fotografia, a scopo di identificazione quale tessera ferroviaria, è impresso il timbro tondo a secco del Ministero dei Trasporti – Ferrovie.(riprendi)

(3) Il manoscritto venne redatto all’indomani della battaglia e riordinato intorno al 1933. Nella sua stesura finale consta di 28 pagine vergate con grafia chiara ed ordinata su fogli sciolti di formato 21 x 31 centimetri. La Fig. 3 riproduce la prima pagina del testo. L’intento con cui l’autore compilò queste memorie può essere ricavato da quanto egli estesso scrisse nel 1922 nella premessa al volumetto “Scene e Figure della Nostra Guerra”: “Queste poche pagine di vita vissuta io traggo dal mio diario di guerra e presento ai giovani come a quelli cui sono raccomandati i destini della Patria, fatta più grande e gloriosa dal sangue purissimo versato dai suoi figli.Parlo di fatti dei quali fui testimonio, di umili personaggi che vidi io stesso in azione: il mio unico desiderio è che i lettori non dimentichino i nomi di coloro di cui si fa menzione nel presente modesto lavoro. E ai giovani faccio una calda preghiera: visitino i luoghi dove fu combattuta la grande guerra, portino il loro contributo di pietà agli oscuri eroi che dormono e dormiranno eternamente nei cimiteri del fronte i quali raccolgono le loro salme gloriose.” (riprendi)

(4)sic nos non nobis” è un motto latino che significa “così noi (facemmo), ma non per noi” (riprendi)

(5)Le prime quattro Battaglie dell’Isonzo, che si svolsero nel 1915 e che videro come protagonista l’“Invitta” IIIa Armata (alla quale toccò assolvere i compiti più importanti e gravosi durante l’intera guerra), portarono il Regio Esercito su posizioni a ridosso del campo trincerato di Gorizia ed alla conquista dei primi gradoni del Carso. Nella 1a Battaglia dell’Isonzo (23 giugno – 7 luglio 1915) le fanterie della IIIa Armata avevano faticosamente superato la piana di Monfalcone allagata dal nemico all’inizio delle ostilità e conquistato con gravi perdite il primo gradino del Carso. Nella 2a Battaglia dell’Isonzo (18 Luglio – 3 Agosto 1915) la IIIa Armata avanzò mediamente di circa un chilometro, raggiungendo le pendici del Sabotino, del Podgora e del Monte San Michele. L’offensiva italiana d’autunno, con la 3a Battaglia dell’Isonzo (18 Ottobre – 4 Novembre 1915) e la 4a Battaglia (10 Novembre – 5 Dicembre 1915), nonostante l’altissimo prezzo pagato, portò solo limitatissimi progressi del fronte, in corrispondenza delle pendici nord-occidentali del Monte S. Michele e del Monte Sei Busi. Complessivamente le perdite italiane nel corso del 1915 ammontarono a circa 154.000 uomini e quelle austriache a circa 136.000. La 5a Battaglia dell’Isonzo ebbe luogo nel 1916 (11 – 29 marzo) ed ottenne piccoli vantaggi locali, avendo principalmente lo scopo di dare sostegno agli Alleati alleggerendo la pressione nemica sul fronte francese (offensiva di Verdun). Sul fronte isontino anche nei periodi di cosiddetta “calma” tra una battaglia e l’altra si verificava comunque uno stillicidio continuo di perdite, al ritmo di 300 – 400 uomini al giorno.(riprendi)

 (6) Il Monte S. Michele (Fig. 4) (che si allunga in direzione da Nord-Est a Sud-Ovest e la cui sommità lunga circa 1 chilometro raggiunge la quota di 275 metri ed è segnata da quattro cime) costituiva, insieme alla testa di ponte M. Sabotino, uno dei due capisaldi della difesa del campo trincerato austro – ungarico di Gorizia. Venne eletto a simbolo della guerra sul Carso perché le sue quattro cime furono teatro di feroci combattimenti fin dal 1915, vennero conquistate a prezzo di grande spargimento di sangue il 6 agosto 1916 e mantenute resistendo ai furibondi contrattacchi nemici che si susseguirono tra il 6 ed il 9 agosto. Alla fine delle ostilità la sommità del Monte venne acquistata dallo Stato e dichiarata Zona Sacra. Il limite della Zona Sacra è segnato da 53 cippi marmorei che ricordano i nomi dei Reparti che lì si batterono e dei caduti che meritarono la medaglia d’oro al valor militare. Un piccolo Museo raccoglie cimeli, fotografie e documenti. La grande caverna (con 6 cannoniere rivolte verso il Faiti e 2 verso l’Hermada) venne scavata dopo la conquista italiana. A cima 3 si trova una lapide, posta dal Duca d’Aosta, con l’epigrafe: “ SU QUESTE CIME ITALIANI ED UNGHERESI COMBATTENDO DA PRODI SI AFFRATELLARONO NELLA MORTE – LUGLIO MCMXV – AGOSTO MCMXVI “.(riprendi)

(7) Così il poeta Giuseppe Ungaretti descrisse la sua esperienza nelle posizioni sul S. Michele: “…ho passato quella notte coricato nel fango, di faccia al nemico che stava più in alto di noi ed era cento volte armato meglio di noi. Nelle trincee… per un anno si svolsero i combattimenti…” E proprio sul S.Michele il soldato Ungaretti, alla vigilia della VIa Battaglia, scrisse una delle sue più toccanti e celebri poesie: SONO UNA CREATURA / Valloncello di Cima Quattro il 5 agosto 1916 / Come questa pietra / del S. Michele / così fredda / così dura / così prosciugata / così refrattaria / così totalmente / disanimata / Come questa pietra / è il mio pianto / che non si vede / La morte / si sconta / vivendo”. La Fig. 7 riproduce il manoscritto del Poeta. Le esperienze di Ungaretti si intrecciarono nel 1915 – 1916 con quelle del tenente Zamboni. Infatti il 19° Reggimento Fanteria (brigata Brescia), in cui il Poeta prestò servizio come semplice fante, combattè a lungo nella stessa zona in cui operò il 141° Fanteria, ed in particolare nelle giornate della VIa Battaglia dell’Isonzo il 19° fu posto alle dipendenze della Brigata Catanzaro, col compito di guardare l’ala sinistra del fronte della Brigata. Ungaretti iniziò a poetare proprio nelle trincee lungo le falde del Monte S. Michele, tra il 1915 ed il 1916. Fu in un momento di riposo nelle retrovie del S. Michele che il tenente Ettore Serra incontrò un soldato che lo incuriosì, come egli stesso descrisse, “… pel suo fare trasandato e disattento, per il disordine della tenuta e della persona…col capo stanco un po’ reclinato, come di chi ha molto sofferto e mediti tra se il suo dolore e sia pronto a soffrire ancora con rassegnazione.” E quel tenentino casualmente incontrato fu il primo editore di Ungaretti, di cui raccolse ne “Il Porto Sepolto” (stampato ad Udine nel 1916 in ottanta esemplari) le poesie scritte su “…cartoline in franchigia, margini di vecchi giornali, spazi bianchi di care lettere ricevute, pezzettini di carta strappati agli involucri delle pallottole…”. Su quei foglietti - scrisse Ungaretti stesso - “… da due anni andavo facendo giorno per giorno il mio esame di coscienza, ficcandoli poi alla rinfusa nel tascapane, portandoli a vivere con me nel fango della trincea o facendomene capezzale nei rari riposi, non erano destinati a nessun pubblico. Non avevo idea del pubblico e non avevo voluto la guerra e non partecipavo alla guerra per riscuotere applausi, avevo ed ho oggi ancora, un rispetto tale d’un così grande sacrificio com’è la guerra per un popolo, che ogni atto di vanità in simili circostanze mi sarebbe sembrato una profanazione…” (riprendi)

(8) Il tenente Carlo Salsa, nel suo “Trincee. Confidenze di un fante”, così descrisse la vita in una delle trincee del S. Michele (Fig. 8 e 9): “Tutto quanto il primo plotone insalsicciato in questo budello profondo un metro; guai a chi, durante il giorno, si permetta di allungare uno stinco. Qua, spazio netto, battuto da fucili puntati durante tutta la notte. Poi, buca del comando di compagnia. A destra, altra zona scoperta, trattata come l’altra. Di là fino a noi, tane d’appostamento e qualche breve tratto di scavo, protetto da pochi sacchetti a terra e da molti morti che ci fanno da riparo. Bisogna farci lo stomaco, ai morti: vedrai domani, alla luce del sole. Senti che tanfo? (Oh, alla sera – io non so il perché cominci a salire, alla sera – questo lezzo ci ammorba e ci sgomenta. Orribile! Oh! Orribile!). Ebbene, anche qui, sotto questi sacchetti, c’è una carcassa di ungherese, conficcata nel fango. Che devo fare? Toglierla? Impossibile. Ci dormo su.” (riprendi)

(9) La Brigata Catanzaro fu tra quelle che trascorsero il maggior numero di giornate nelle trincee di prima linea. Infatti nell’anno 1916 essa fu impiegata in prima linea complessivamente per 7 mesi e 12 giorni, mentre trascorse a riposo solamente 4 mesi e 18 giorni. Così Carlo Salsa fece commentare ai soldati nel suo libro “Trincee” il destino delle Brigate più in gamba: “Se una brigata si comporta bene non se la cava più. Le danno del fumo di parole come supplemento viveri, ma poi è sempre lei che deve rosicchiarsi gli ossi fuori ordinanza. Le brigate scalcinate invece le mandano in licenza nel Trentino.” (riprendi)

(10) I reparti tenuti in riserva nel settore dei Monti S. Michele e S. Martino trovavano ricovero nei ruderi della filanda di Sdraussina, situata sulla riva sinistra dell’Isonzo. Una passerella, tenuta costantemente sotto tiro dall’artiglieria austro – ungarica, univa Sdraussina al Castello di Gradisca. Fu proprio alla filanda di Sdraussina il 27 settembre 1915 che il sottotenente Adolfo Zamboni, appena uscito dalla Scuola Militare di Modena, raggiunse il 141° Fanteria per prestare il servizio di prima nomina e gli venne assegnato il comando del 4° plotone dell’8a Compagnia del II Battaglione. Adolfo Zamboni alla vigilia del suo arrivo in territorio dichiarato in stato di guerra il 27 settembre 1915, così scrisse: “L’indomani notte, 27 settembre, si deve raggiungere il nostro reggimento alla Filanda di Sdraussina; nella breve attesa scriviamo alle nostre famiglie, a tutte le persone care. Molti affidano a una semplice lettera le loro ultime volontà: è una cosa dolorosa, ma bisogna pur farla, quando il pericolo è imminente. Ognuno vuole lasciare qualche cosa di sé; se non ha beni materiali, ne ha di morali, e sono per certo i più sacri; d’ordinario gli amici più intimi sono designati custodi di queste disposizioni testamentarie.” Anche il sottotenente Zamboni scrisse il proprio testamento (che è oggi conservato presso l’Archivio di Storia Contemporanea del Museo del Risorgimento a Milano) e lo spedì all’amico più caro, insieme ad una lettera di accompagnamento.

Zona di guerra il 28 settembre 915
Carissimo Rossi,
come già ti scrissi da casa, il 27 corr.te sono partito per servizio, in zona di guerra. Ti accludo nella presente un documento che tu farai il favore immenso di conservare e di far conoscere alle autorità superiori (ti informerai quali) nel caso – molto probabile del resto – che io non ritorni più. E’ inutile che io ti preghi perché conosco a pieno la tua amicizia per me, amicizia che mi è tanto più cara in quanto mi sarà di grande, immenso aiuto se perirò, per quello che sentirai. Non credere che io sia sfiduciato, sono calmissimo e pieno di entusiasmo; ma è necessario prendere ogni misura. Chiedo a te una protezione morale sulla mia famiglia e in particolar modo sui miei fratelli. Se potessi ottenere quanto chiedo, sarei contento di morire, o per meglio dire – siamo esatti – morirei contento. Non mi faccio illusioni: i pericoli sono molti e gravi. Ti scriverò quanto più spesso potrò, ma non è facile. Tu che hai tempo dammi tue notizie; ma sta attento, chè la censura è rigorosa ed è giusto. Se sentissi come è piacere sentire il cannone rombare e le pallottole fischiare anche di lontano! Salutami gli amici, ma non comunicare che ai pochi intimi che io sono nelle prime linee; voglio che mia madre ignori ogni cosa, supponga che sono al sicuro. Alla meglio spero che i miei se la cavino; li aiuterò anch’io di qui. Se avrò bisogno di fare delle spese, specialmente di vestiti in lana, ti scriverò e ti incaricherò. Scrivimi, appena riceverai questa mia e dimmi se hai compreso ogni cosa. Ti ringrazio immensamente.

Il tuo aff.mo

Adolfo

Sottotenente nel 141° regg. Fanteria

28° Divisione – 14° Corpo d’Armata

Zona di Guerra

Dalla Zona di Guerra

il 28 settembre 1915

Dopo tante fatiche sostenute da me solo, privo di ogni mezzo, stavo per laurearmi in Lettere all’Università di Padova. La Patria mi ha chiamato a compiere il mio dovere, ed io ho risposto con entusiasmo. Se dovessi perdere la vita in combattimento lascerei un solo desiderio insoddisfatto. Siccome il soddisfacimento di esso ha costituito la meta dei miei sforzi e sacrifici immensi, prego fervidissimamente le Autorità competenti di esaudire questi miei voti estremi. Lascio due fratellini, Alberto e Angelo Zamboni, l’uno di dieci, l’altro di cinque anni; i miei genitori sono affatto poveri. Io avevo fatto unico scopo della mia vita dare ad essi un po’ d’istruzione. Per poter ottenere questo, ho lavorato molto, ho studiato e superato mille difficoltà tra gli stenti e le privazioni. Oramai ero riuscito. Nei convitti nazionali ci sono posti gratuiti per alunni poveri. Possano i miei due fratelli venire accolti in uno di questi istituti, e ivi ricevere quella istruzione che basti a procurar loro una modesta professione. Siano ringraziati e benedetti coloro che si interesseranno per me.

Zamboni Adolfo di Giovanni

Sottotenente di complemento

Nel 141° Regg.to Fanteria

A proposito di questo testamento di guerra, così scrisse Renato Bonivento nel volume “Memoria di Adolfo Zamboni” : “Queste righe, scritte da un sottotenente di complemento di 24 anni, non sono certo retorica. Sono l’espressione di un umile e schietto spirito di sacrificio. Sono gli esempi quelli che trascinano e allora la parola raggiunge direttamente il cuore…” “Quel suo radicato, innato senso del dovere, … gli brillò dinanzi agli occhi senza il più lieve offuscamento, senza il minimo tentennamento fin dalla prima giovinezza…” (riprendi)

(11) In “Trincee” di Carlo Salsa si legge questo dialogo tra un ufficiale ed un soldato mentre salgono per la prima volta sul San Michele: “Ricordo la notte mentre ci si arrampicava su per quell’inferno fangoso (che bufera di pallottole e che urla di feriti nel buio!): egli, che mi arrancava dietro, mi andava ripetendo affannosamente ad ogni sosta: Signor tenente, de chi vem giò più” (riprendi)

(12) Così Alice Schalek descrisse le buche di granate come le apparvero nella prima delle sue quattro visite alla primissima linea: “Sul San Michele ve ne sono a centinaia di migliaia… Non c’è palmo dell’enorme plateau che non abbia un frammento metallico. Pallette di shrapnel, schegge, punte di proiettile sono sparse a centinaia di migliaia. Ciò che impressiona di più sono i giganteschi proiettili inesplosi…” La giornalista e fotografa viennese Alice Schalek ( 1874 – 1956 ) fu una tra le primissime inviate di guerra. Come corrispondente del giornale “Neue Freie Presse” trascorse alcuni mesi sul fronte dell’Isonzo tra la primavera e l’estate del 1916 e pubblicò le proprie esperienze nel libro “Am Isonzo. Maerz bis Juli 1916”, edito a Vienna nello stesso anno da L. W. Seidel & Sohn. La Schalek condivise coraggiosamente, sia pure per breve tempo, i disagi ed i rischi della trincea e descrisse la vita dei semplici soldati, così come le era stato chiesto dal generale Boroevic, comandante della “Isonzo Armee”, che le aveva detto che “… sull’Isonzo non vi sono nomi, non vi sono personalità. L’Isonzo è tenuto dal soldato semplice e dal sottufficiale.”(riprendi)

(13) La “granata a pallette” (o “shrapnel”, così denominata dal nome dell’ufficiale inglese che la aveva inventata all’inizio dell’Ottocento) era un proiettile d’artiglieria da usare contro bersagli animati, contenente una carica esplosiva e numerose pallette metalliche che per mezzo di un congegno a tempo veniva fatta scoppiare lungo la traiettoria, prima di urtare contro il bersaglio. La spoletta, che originariamente era di tipo rudimentale a miccia, successivamente venne perfezionata con meccanismi del tipo a tempo regolabile, che ne resero sicuro ed efficace l’impiego. L’esplosione avveniva in aria, dopo un tempo prestabilito graduando la spoletta. La carica di scoppio lanciava le pallette radialmente, disperdendole con violenza in un cono largo e profondo, in modo da investire con una rosa di centinaia di micidiali pallette l’interno delle trincee o le aree dove le truppe nemiche erano in movimento o ammassate. (riprendi)

(14) Questo dialogo compare nel réportage della Schalek. (riprendi)

(15) Così Gabriele D’Annunzio descrisse il San Michele: “… tragico monte dalle quattro cime, meta di sei battaglie, tomba di innumerevoli eroi.” (riprendi)

(16) Augusto Gaddo, trentino, soldato del 4° Reggimento Kaiserjaeger, così descrisse nel suo diario la vita sul S. Michele: “… era un continuo bombardamento, se non era le granate era le pietre: difatti ogni granata che scoppiava distante anche 20 – 30 metri portava aspri blocchi di sasso”. Ed i soldati italiani, che oltre che ai rischi della guerra erano sottoposti a pesanti fatiche, alla privazione del sonno ed alle sofferenze della vita nelle trincee (infestate da parassiti e topi, spazzate dalla gelida bora invernale o calcinate dal sole delle torride estati carsiche), colpiti da polmoniti, congelamenti, colera e tifo e tormentati dalla sete (mezzo litro d’acqua era la razione giornaliera) cantavano amaramente: “A Villa Vicentina ci stanno gl’imboscati e in cima al San Michele ci stanno i disperati.” (riprendi)

(17) La Brigata Brescia (19° e 20° Reggimento) combattè a fianco della Brigata Catanzaro per parecchi mesi, condividendo i pesantissimi disagi della vita di trincea ed i sanguinosi i fatti d’arme di Bosco Cappuccio, M. S. Michele, S. Martino, Opacchiasella, Castagnevizza. La Brigata contava tra i sui soldati il poeta Giuseppe Ungaretti, semplice fante del 19° Reggimento. Egli scrisse nelle trincee del San Michele una tra le più tragiche delle sue poesie: VEGLIA / Cima Quattro il 23 dicembre 1915 / Un’intera nottata / buttato vicino / a un compagno / massacrato / con la sua bocca / digrignata / volta al plenilunio / con la congestione / delle sue mani / penetrata / nel mio silenzio / ho scritto / lettere piene d’amore / Non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita. (riprendi)

(18) L’impianto per i gas asfissianti era stato realizzato dal Battaglione Specialisti della Scuola di Krems lungo l’intera prima linea della 20a e 17a Divisione. La guerra chimica moderna aveva fatto il suo esordio il 22 aprile 1915 ad Ypres, in Belgio, dove i Tedeschi avevano effettuato un attacco sperimentale con l’impiego di gas, con un effetto devastante oltre le previsioni. Nel tratto di fronte lungo circa 6 chilometri tra Langemarck e Bixschoote 168 tonnellate di cloro sprigionate da 4.000 bombole avevano provocato la morte di circa 5.000 soldati francesi, oltre ad intossicarne altri 10.000 circa. Il fosgene (cloruro di carbonile), gas altamente tossico ad azione soffocante, particolarmente insidioso perché incolore, aveva fatto la sua prima comparsa il 23 giugno 1916 sul fronte francese, a Verdun. Il fosgene mescolato col cloro venne impiegato per la prima volta sul fronte italiano. (riprendi)

 (19) All’alba del 29 giugno 1916 la nube giallo-verdastra di gas cloro e fosgene, sprigionata da 3.000 bombole disposte lungo una dozzina di chilometri, spinta da un leggero vento favorevole, investì la prima e seconda linea italiana lungo le falde del Monte S. Michele tenuta dalla 21° e 22° Divisione (XI° Corpo d’Armata). L’effetto del gas fu particolarmente nocivo nel settore più a Sud, difeso dalle Brigate Regina (9° e 10° Reggimento) e Pisa (29° e 30° Reggimento). La fanteria nemica potè così penetrare facilmente nelle trincee di prima e seconda linea e massacrare barbaramente con mazze ferrate i difensori storditi per l’effetto dei gas, in particolare il fosgene, contro il quale le rudimentali maschere antigas in dotazione all’esercito italiano era inefficaci. Subito però i superstiti di quelle stesse Brigate, con in testa i generali Sailer (Comandante della Brigata Regina) e Briganti (della Brigata Pisa) ed i colonnelli Gandolfo (Comandante del 10° Fanteria), Faccini (del 29°) e Ronchi (del 30°) con un furioso contrattacco appoggiato dal fuoco di sbarramento dell’artiglieria italiana, ripresero le posizioni raggiunte dagli Austriaci e catturarono 380 prigionieri, tra cui 9 ufficiali. Al contrattacco parteciparono anche le Brigate Brescia (19° e 20° Fanteria) e Ferrara (48° Fanteria). Complessivamente le perdite italiane ammontarono a circa 200 ufficiali e 6.500 uomini di truppa, di cui la metà uccisi dai gas. Questi furono sepolti nel “Cimitero degli Asfissiati”, nei pressi del paese di Sdraussina Poggio Terzarmata, vicino all’Isonzo. Degli altri 4.000 fanti rimasti gassati, molti morirono dopo lunghi e dolorosi ricoveri in ospedale. (riprendi)

(20) Gli Austriaci avevano affidato la difesa del Monte S. Michele a due linee (Fig. 13) che, a partire dalla riva sinistra dell’Isonzo, si mantenevano fino all’orlo dell’altopiano ad una distanza reciproca di 500 – 700 metri, convergendo poi verso le case di S. Martino. La prima di queste due linee difensive consisteva di due ordini di trincee, distanziati tra loro mediamente di una cinquantina di metri; per un breve tratto in corrispondenza di Cima 3 le trincee di prima linea erano disposte su tre ordini. Fino a q. 124 la prima trincea, ricavata dal rafforzamento di una linea avanzata, risultava poco profonda e più debole della seconda. Al contrario dopo q. 124 la prima trincea era più robusta, profonda un paio di metri e dotata di un parapetto molto rialzato di pietre e sacchi munito di feritoie scudate, mentre non risultavano ancora completati i lavori di costruzione della seconda trincea. La prima linea austriaca era dotata di numerosissimi ricoveri in caverna (capaci normalmente di dare riparo ad un plotone). Sulle cime del S. Michele due gallerie collegavano la prima trincea con le retrostanti doline. Dall’Isonzo a q. 164 gli Austriaci avevano disposto a sbarramento una linea di cavalli di frisia, mentre da q. 164 in poi i cavalli di frisia erano addossati su 5 o 6 file. La seconda linea difensiva, ad andamento poco spezzato, era stata scavata con gran cura e munita di una o due file di cavalli di frisia. Una terza robustissima linea di difesa, scavata in roccia, si svolgeva oltre il Vallone, da Nova Vas, passava ad est di Opacchiasella, ad Ovest di Lokvica, toccava la cima del Nad Logem per scendere infine al Vippacco. (riprendi)

(21) Così Alice Schalek descrisse la linea avanzata del S. Michele “… è simile ad una fortezza. La trincea, profonda un metro, è scavata nella roccia, e agli orli ci sono mucchi di sassi alti pure un metro, e così, dietro a questa parete, anche l’uomo più alto può passare inosservato. Non si valuterà mai abbastanza l’incredibile quantità di lavoro necessaria per la costruzione di queste trincee, eseguite con sprezzo della morte. Ogni sasso dovette essere portato di notte, ogni colpo di vanga dato al buio, in spazi ben noti a centinaia di cecchini.” “Per tutto un lungo anno essi (n.d.r.: la Schalek si riferisce ai quattro reggimenti ungheresi che tenevano il Monte S. Michele) si sono alternati nelle trincee, rimanendovi otto giorni e otto notti ciascuno, senza dormire, senza spogliarsi, ogni notte in battaglia. Poi passavano quattro notti sul dorso del Monte S. Michele, nelle cosiddette postazioni delle riserve, dove potevano dormire di giorno, mentre di notte dovevano fare il pesante lavoro di scavare nella pietra.” (riprendi)

(22) La particolare conformazione del terreno non aveva consentito agli Austriaci una netta suddivisione in settori della linea di difesa. Essa era stata perciò ripartita in sezioni, denominate “Biene”, corrispondenti ad una Compagnia. La Biena più vicina all’Isonzo portava il numero 1, mentre alla Biena vicina alla palude del Lisert, in prossimità del mare, era stato assegnato il numero 72. Da ciò si deduce che la prima linea austriaca dall’Isonzo al mare era occupata da 72 compagnie. In particolare, dalle informazioni attendibili dei prigionieri austriaci e dai rilievi fotografici degli aviatori, all’inizio di Agosto 1916 il tratto di fronte del San Michele, tenuto dalla 20a Divisione, che si stendeva dalla località Boschini – nei pressi dell’Isonzo – fino alla Casa Bianca di S. Martino, era suddiviso in 15 Biene, così ripartite in 4 settori di Battaglione: dall’Isonzo allo sperone di Q. 124; dallo sperone di Q. 124 alla Cima 1; dalla Cima 1 alla Cima 4; dalla Cima 4 alla Casa Bianca di S. Martino. (riprendi)

(23) Grosswardein è la denominazione in tedesco della cittadina ungherese di Oradea. (riprendi)

(24) Stuhlweissenburg è il nome tedesco della cittadina di Székesfehérvàr, situata nelle vicinanze di Budapest. (riprendi)

(25) Secondo una relazione riservatissima datata 1° agosto 1916 redatta dalla Seconda Sezione-Informazioni del Comando della IIIa Armata distribuita ai Comandi dei reparti italiani alla vigilia della battaglia, la 20a Divisione Honvèd (che teneva fin dall’estate 1915 il fronte da Boschini a Cima 4 del M. S. Michele) era costituita dalla 39a Brigata (3° e 4° Reggimento Honvèd, ognuno su 3 Battaglioni) ed 81a Brigata (1° e 17° Reggimento Honvèd, ognuno su 3 Battaglioni). Lo scaglionamento delle forze prevedeva normalmente che ogni Divisione tenesse due Reggimenti in prima linea e due in riserva (di Brigata, di Divisione, di Corpo d’Armata o talvolta d’Armata), dislocati nelle località di riposo retrostanti. Di regola le trincee di prima linea erano presidiate da una forza ridotta, allo scopo di limitare il logoramento delle truppe e le elevate perdite dovute alla loro esposizione al fuoco delle artiglierie. Perciò normalmente la 20a Honvèd aveva 8 compagnie in prima linea, 2 in riserva di Battaglione, 6 in riserva di Reggimento, 4 in riserva di Brigata, 4 in riserva di Divisione, 12 in riserva di Corpo d’Armata e 12 in riserva d’Armata. Ogni Compagnia manteneva in trincea un plotone di giorno e due durante la notte, mentre gli altri plotoni stavano in ricoveri disposti lungo le trincee o al massimo distanti un centinaio di metri. Le riserve di Battaglione stavano in caverne a circa 300 passi dalla prima linea, quelle di Reggimento stavano in caverne o baracche a 700 – 800 passi dalle trincee. La 20a Divisione, insieme ad altre 3 Divisioni (17a, 43a e 9a) risultava far parte del VII Corpo d’Armata austriaco, che teneva il fronte della zona Carsica dal Vippacco al mare, la cui composizione subiva continue modificazioni. In totale i Battaglioni erano 61, dei quali 33 dell’esercito comune, 18 di Landwehr od Honvèd e 10 di Landsturm, oltre a 12 Battaglioni di marcia. Normalmente 25 Battaglioni occupavano la prima linea, mentre i rimanenti stavano in riserva. Comandava la 20a Divisione Honvèd il generale Geza von Lukachich. (riprendi)

(26) Alla vigilia della battaglia il Comando della IIIa Armata aveva distribuito agli ufficiali in linea un opuscolo ricco di informazioni intitolato ”Sistemazione difensiva austriaca sul S. Michele al 1 agosto 1916”. (riprendi)

 (27) I cannoni disposti nelle trincee austriache erano generalmente di calibro 37. (riprendi)

(28) La 20a Divisione Honvèd era dotata di 2 lanciabombe da 400 mm e 2 da 280 mm, a disposizione del Comando di Divisione, poste ad un centinaio di metri sul rovescio delle trincee o nei valloncelli e nelle doline circostanti. Ognuno dei quattro Reggimenti che costituivano la 20a Honvèd disponeva di 6 lanciabombe da 90 mm e di 6 da 70 mm, privi di postazioni fisse, che sparavano dalle trincee o dalle immediate vicinanze. (riprendi)

(29) Tra le vittime più lacrimate furono gli ufficiali medici Dott. Giuseppe Passarelli e Archito Zito, le cui salme vennero composte ad eterno riposo nel cimitero di Sdraussina (Poggio Terza Armata). (riprendi)

(30) Questa osservazione è della Schalek, la quale, sempre a proposito del versante settentrionale del monte, scrisse “Solo di notte è possibile arrivare strisciando in queste posizioni…sono esposti ad un’interrotta sparatoria… Questo monte viene preso, perduto e ripreso di ora in ora, di giorno in giorno.” E nel capitolo “Fuoco tambureggiante sul Monte San Michele”, sempre la Schalek, immaginando di rivolgersi al Presidente del Consiglio italiano Antonio Salandra (il quale dopo il fallimento delle trattative con l’Austria per la cessione delle terre irredente aveva denunciato il patto di alleanza con la Triplice e si era orientato verso l’intervento a fianco dell’Intesa), così afferma: “Salandra, tu a Roma, quanti chilometri ti separano da qui? Ogni metro di distanza cambia il giudizio! Tiù, tiù – assi, travi, stracci volano in giro per aria. La tua gente non ha riparo, nessun parapetto, nessuna copertura. Se tu fossi qui, Salandra, vedresti anche come le teste troncate volano per aria.” (riprendi)

(31) Il 141° Reggimento Fanteria si formò a Catanzaro, presso il Deposito del 48°, sotto la guida Colonnello Gaetano Perella, il 1° marzo 1915, quando cioè la guerra si considerava inevitabile, ed ebbe - come il confratello142° (costituito il 1° gennaio 1915 dal Deposito del 19°) - pretta fisionomia calabrese, poichè Calabresi erano per la massima parte gli elementi che lo costituivano. Da «Catanzaro» ebbe nome la Brigata cui si voIle assegnare per mostrine il rosso e il nero, colori fatidici che voglion dire «sangue e morte»; e infatti da essi sorse il motto non mai smentito: «Sanguinis mortisque colores gestamus: ubique victores» (portiamo i colori del sangue e della morte: ovunque vincitori)”. Il 141° Reggimento Fanteria era un’unità della cosiddetta “Milizia Mobile”. Esso apparteneva, cioè, a quelle unità che (similmente ai reparti della Landwehr tedesca) secondo i piani di mobilitazione andavano ad affiancarsi - sullo stesso livello - alle unità permanentemente alle armi anche in tempo di pace. Alla vigilia dell’entrata in guerra la fanteria dell’Esercito Italiano contava 48 Brigate (una di Granatieri e quarantasette di Fanteria) del cosiddetto “Esercito Permanente”. Le Brigate di Milizia Mobile che lo Stato maggiore aveva ordinato di creare con la circolare del 14 dicembre 1914, erano 25, e tra queste la “Catanzaro”. Secondo il R. D. 22 luglio 1897 ogni Brigata di fanteria era costituita da due Reggimenti, ciascuno dei quali aveva uno Stato Maggiore, tre Battaglioni di quattro Compagnie di 250 uomini ciascuna ed un deposito. Perciò ogni Brigata disponeva di circa 6.000 uomini. Ogni Divisione era composta da 2 Brigate. La Divisione disponeva anche di artiglieria (quella italiana di 8 batterie su 4 pezzi ciascuna, mentre quella austriaca era meglio dotata, potendo disporre di 7 batterie, ognuna su 6 pezzi). Ogni Reggimento avrebbe dovuto teoricamente disporre di 6 mitragliatrici su 2 sezioni. Ma all’inizio della guerra il 141° aveva una sola sezione mitragliatrici (altri Reggimenti di nuova formazione non ne avevano affatto). Al comando della brigata Catanzaro e dei sui due Reggimenti si succedettero, nel corso del conflitto, parecchi comandanti. Tra quelli che comandarono più lungamente il 141° Reggimento va ricordato il colonnello Attilio Thermes (dal 9 ottobre 1915 al 14 ottobre 1916). Particolarmente amato dai suoi soldati, egli fu poi promosso, col grado di Maggior Generale, comandante della brigata Catanzaro (dal 22 ottobre 1916 al 14 giugno 1917). Tra i Comandanti della brigata Catanzaro merita di essere citato anche il maggior generale Carlo Sanna (che la comandò dal 23 agosto 1915 al 21 ottobre 1916). Così il tenente Zamboni descriveva i suoi uomini. “Piccoli, bruni, curvi sotto il peso del grave fardello, scesero aIle stazioni delle retrovie e si incamminarono verso le colline Carsiche gli umili fantaccini della remota Calabria, la forte terra dalle montagne boscose e dai clivi fioriti dove pascolano a mille i placidi armenti. Chiamati lontano dalla Patria in armi, questi poveri figli di una regione abbandonata lasciarono le loro casette sperdute tra i monti, abbandonarono i campicelli e le famiglie quasi prive di risorse e vennero su nelle ricche contrade che il nemico mirava dall'alto, bramoso di conquista e di strage. Percorsero tutta la penisola verdeggiante e sostarono nelle trincee scavate nella roccia e bagnate di sangue. Fieri e indomiti, cresciuti nella religione del dovere e del lavoro, i Calabresi non conobbero la viltà, non coltivarono nell’animo gagliardo il germe della fiacchezza: alla Patria in pericolo consacrarono tutta l’energia dei loro rudi cuori, tutto il vigore delle floride vite. Apparivano selvaggi, ed erano pieni d’affetti nobilissimi; sembravano diffidenti, ed aprivano tutto il loro animo a chi sapeva guadagnarsi il loro amore; all’ingenuità ed al candore quasi puerili univano il coraggio e la risolutezza dei forti. Un piccolo servigio, una cortesia usata loro, ve li rendeva fedeli fino ad affrontare per voi con indifferenza il pericolo.” La Brigata Catanzaro trascorse sul fronte Carsico gran parte del periodo tra il 1915 ed il 1917. In particolare dal 22 luglio al 26 agosto 1915 combattè a Sagrado, Sdraussina, Castelnuovo del Carso, Bosco Cappuccio, Sella S. Martino del Carso); dal 18 settembre al 4 Novembre fu in linea a Bosco Cappuccio e sulle pendici del M. S. Michele). Tra il 19 gennaio e l’11 febbraio 1916 combattè alle Q. 112 e 133 di Oslavia; dal 2 marzo al 13 maggio fu in linea nel settore di M. Fortin. Il 18 Maggio 1916 la Brigata Catanzaro, considerata dal Comando Italiano tra le più valorose e tenaci (giudizio unanimemente riconosciuto anche dal Comando Austriaco), fu inviata sull’Altopiano d’Asiago per contribuire all’arresto dell’offensiva austriaca di Maggio (“Strafexpedition”). Essa sostenne tra il 24 maggio e l’8 giugno 1916 durissimi combattimenti a M. Interrotto, M. Catz, M. Cengio, M. Belmonte, M. Magnaboschi, M. Lemerle, M. Pau, Val Canaglia, M. Busibollo). In particolare il 141° Reggimento si distinse come protagonista dell’episodio della riconquista di una batteria di cannoni italiani catturata dagli Austriaci sul Monte Mosciagh (27 Maggio), che sollevò il morale di tutta la Nazione perché segnò il primo successo italiano dopo lo scatenamento dell’offensiva nemica e lo sfondamento del fronte. Per quel fatto d’armi il Reggimento meritò la medaglia d’oro (una delle poche - ventuno in tutto – concesse ai duecentoquarantasei Reggimenti di Fanteria) ed il sottotenente Zamboni, che in quell’assalto ai cannoni fu gravemente ferito, ricevette la prima delle sue numerose decorazioni al valor militare. La brigata tornò in linea il 5 luglio 1916 nel settore di S. Martino del Carso e Groviglio, fino alla vigilia dell’attacco per la presa del M. S. Michele. Dopo la VI battaglia dell’Isonzo il 141° fanteria sostenne molti altri combattimenti, tra cui i principali: tra settembre e dicembre 1916 attacco a q. 208 sud e q. 208 nord (Nova Vas), Nad Bregom, q. 206, q. 238, Lukatic. Nel 1917 combattè a Udi Log, q. 247, q. 224, Jamiano, settore di Monfalcone, San Giovanni, q. 40, q. 75 sud, q. 145 nord, fortino di Flondar, Posina e Astico, dove rimase anche nel 1918 fino al termine del conflitto. Così lo scrittore Riccardo Bacchelli ne “La città degli amanti” definì la “Catanzaro”: “… una delle brigate più valorose … che tanto sangue e valore ha sparso a Castagnevizza.” Nel luglio del 1917 la Brigata Catanzaro fu protagonista di uno dei più drammatici episodi della guerra, l’ammutinamento di alcuni soldati durante il periodo di riposo nei baraccamenti di Santa Maria la Longa, che vide coinvolto soprattutto il 142° Reggimento e, in misura minore, anche il 141°. Riporta il Diario Storico del 141° alla data del 15 luglio 1917: “Verso le ore 22,30 si udirono negli accantonamenti della Brigata colpi di fucile dovuti ad alcuni facinorosi in segno di protesta contro il ritorno dei reggimenti verso il fronte. L’intervento degli ufficiali valse a calmare la truppa ed a frenare i rivoltosi. Si ebbero a lamentare le seguenti perdite: ufficiali uccisi Tenente Pileo Sig. Roberto; feriti Maggiore Janni Cav. Vincenzo, Tenente Bassi Sig. Giulio. Truppa: uccisi 3, feriti 11.”. Il giorno successivo il Diario del 141° riporta laconicamente: “Dodici militari del Reggimento per i fatti precedentemente espressi sono fucilati in seguito a sentenza del Tribunale Straordinario di Guerra. Il reggimento si trasferisce per via ordinaria a S. Maria la Longa a Perteole … “. Alla fine della guerra il 141° Fanteria, imbarcato sulla corazzata “Re Umberto”, sbarcò il 17 novembre 1918 a Trieste, dove rimase oltre un anno a presidio, ospitato nella caserma Guglielmo Oberdan. Il Reggimento venne sciolto il 21 giugno 1920 nella caserma Cernaia di Torino e la sua gloriosa bandiera, adorna della più alta ricompensa al valor militare, è conservata a Roma presso la tomba del Milite Ignoto, tra le più fulgide reliquie della Patria. Il nome del valoroso Reggimento venne fatto rivivere nel 1975 quando, in occasione della ristrutturazione dell’Esercito Italiano, fu costituito il Battaglione “141° Catanzaro”, inquadrato nella Brigata Motorizzata Aosta (poi divenuta nel riordinamento del 1992 Brigata Meccanizzata Aosta). Le vicende del 141° Fanteria sono state recentemente oggetto di un approfondito studio condotto dal colonnello Basilio Di Martino, già autore di varie opere sulla Grande Guerra. Nel suo volume “La Guerra della Fanteria 1915 – 1918: Carso – Oslavia – Altopiano di Asiago – Val d’Astico”, edito alla fine del 2002, l’Autore ha preso come caso di studio proprio il 141° Reggimento della Brigata Catanzaro, e si è servito delle vicende più importanti di quella unità, che ha illustrato collocandole sullo sfondo più ampio della guerra, per descrivere ed analizzare con completezza ed accuratezza storica l’organizzazione dell’esercito italiano, le armi, le tattiche di combattimento della fanteria e la loro evoluzione nel corso della guerra. (riprendi)

(32) La Brigata Catanzaro riprese posizione in prima linea il 5 luglio 1916 e vi rimase ininterrottamente fino al 14 agosto. Dapprima tenne il Settore di S. Martino del Carso – Groviglio col 142°. L’11 luglio il 141° fu schierato nel Settore di Peteano (Rocce Rosse). Il 6 agosto la Brigata fu riunita e partecipò all’azione della 22a Divisione su M. S. Michele (Costone Viola Alto, Cima 1 e Cima 2). Il 9 agosto, sotto la 23a Divisione, raggiunse Sella di M. S. Michele (tra Cima 2 e Cima 3) ed il 10 occupò Cotici, q. 242, q. 193 e Brestovic. L’11 andò all’attacco del Nad Logem, che conquistò il giorno 12. Successivamente partecipò all’attacco del Pecinka. La Brigata fu inviata a riposo il 15 agosto a Fratta e poi a Villesse. “I militari di linea non erano rimasti che 300. E eppure questi pochi superstiti furono lasciati in pace dagli Austriaci; infatti, essendo il Reggimento attendato nei pressi di Villesse, un giorno incominciarono a piovere granate, le quali per fortuna non produssero che poche perdite; allora il campo fu spostato tra Perteole e Saciletto, dove finalmente i fanti trovarono pace e ristoro al lungo doloroso travaglio.” (riprendi)

(33) Lo scopo della VIa Battaglia dell’Isonzo era insieme tattico (per sfruttare la crisi del nemico, che stava subendo sul fronte orientale l’offensiva del generale russo Brusilov) e morale (per segnare la riscossa in risposta alla “Maioffensive” austriaca in Trentino). Gli obiettivi non potevano che essere limitatati all’eliminazione della testa di ponte austriaca di fronte a Gorizia, perché la controffensiva italiana sull’Altopiano aveva assorbito notevoli risorse in uomini e mezzi. L’offensiva doveva essere caratterizzata da celerità e sorpresa. Il piano d’operazioni, formulato dal Duca d’Aosta e presentato al generale Cadorna il 27 giugno, prevedeva un’azione secondaria a partire dal 4 agosto 1916 con un violento attacco diversivo da parte del VII° Corpo d’Armata nel settore di Monfalcone, con lo scopo di disorientare il nemico, ingannandolo dapprima e tenendolo successivamente impegnato per non permettergli di trasferire truppe verso Gorizia. L’azione principale, con inizio il 6 agosto, aveva per obiettivo due attacchi contro i pilastri della testa di ponte di Gorizia (Sabotino – quota 188 da un lato e Podgora – Grafenberg dall’altro) ed un terzo attacco di collegamento nella zona intermedia (Oslavia). Tali attacchi dovevano essere accompagnati da un energico attacco dimostrativo a sud contro il Monte S. Michele, oltre che da uno a nord nella zona di Plava, volti ad impegnare sulle due ali il nemico. Il Duca d’Aosta aveva schierato in la IIIa Armata su sei Corpi d’Armata. L’ordine di battaglia era il seguente.

-VI Corpo d’Armata (con le Divisioni 45a, 24a, 11a e 12a in linea d’attacco e le Divisioni 43a e 47a in riserva) che operava contro la testa di ponte Sabotino – Podgora lungo un fronte di 14,5 chilometri).
-XI C. d’A. (con la 22a e 21a Divisione in prima linea e la 23a in riserva) che operava contro il Monte S. Michele e San Martino) su un fronte di circa 7 chilometri.
-XIII C. d’A. (con la 31a Divisione e la Brigata Macerata) nella zona del M. Sei Busi.
-VII C. d’A. schierato dal M. Sei Busi al mare (con la 16a e 14a Divisione più la 1° Divisione di cavalleria appiedata).
-VIII e XXVI C. d’A. (rispettivamente con la 48a e la 46a Divisione) costituivano la riserva d’Armata, insieme alla 49° ed alla 34a Divisione (quest’ultima ancora in fase di trasferimento dal Trentino).
 
In totale le forze italiane erano costituite da 201 battaglioni di fanteria, 41 squadroni di cavalleria, 1.176 pezzi d’artiglieria e 774 bombarde.

Ad esse si contrapponevano due dei tre Corpi d’Armata di cui disponeva la Va Armata austro – ungarica, dispiegata dal Monte Nero al mare, che poteva contare su posizioni ben fortificate ed organizzate per la difesa, spesso sovrastanti le linee italiane. Il XVI° ed il VII° Corpo d’Armata austriaci contavano complessivamente su 110 battaglioni e 688 pezzi d’artiglieria. L’intera V Armata aveva in riserva solamente una Brigata, per di più situata nella zona di Comen, lontana dal settore su cui si sarebbe concentrata l’offensiva avversaria. La Va Armata dell’Imperial Regio Esercito era comandata dal maggior generale Svetozar Boroevic von Bojna, un croato che dopo i successi ottenuti contro i Russi dalla sua IIIa Armata sul fronte orientale culminati nella riconquista di Przemysl, fu alla testa della “Isonzo Armee” per tutta la durata della guerra contro l’Italia. La sede del comando della Va Armata era a Postumia. Alle ore 07:00 del 6 agosto le artiglierie italiane aprirono il fuoco sul fronte del VI C. d’A., alle 08:00 su quello dell’XI. Alle ore 15:30, accompagnate dal graduale allungamento del tiro delle batterie italiane, scattarono all’assalto le fanterie dell’XI° C. d’A., alle 16:00 quelle del VI°. Mentre il nemico resisteva all’urto di dieci colonne lanciate all’attacco del centro della testa di ponte, il pilastro del Sabotino venne sorpassato di slancio, caddero il Calvario, il Grafenberg ed Oslavia. L’irruente assalto dei fanti italiani conquistò le quattro cime del San Michele. San Martino del Carso venne quasi raggiunta. Gli Austriaci resistevano a Piuma, su quota 188, sulla vetta del Podgora e tentarono invano un contrattacco sul San Michele. Il giorno 7 agosto, sotto la pressione italiana, cadde il Podgora e si consolidò la conquista del San Michele. Quattro accaniti e disperati contrattacchi austriaci sul Monte Calvario vennero respinti. Nella notte gli Austriaci iniziarono a ritirarsi dalla testa di ponte, facendo saltare alle ore 5 del giorno 8 tutti i ponti, tranne quello di Salcano, che venne attraversato di slancio dagli Italiani all’inseguimento del nemico. Alle 14:45 la prima pattuglia italiana attraversò a guado l’Isonzo di fronte a Gorizia. Sul S. Michele vennero respinti tre forti attacchi austriaci. Il mattino del 9 agosto la bandiera italiana sventolava sulla stazione ferroviaria di Gorizia. Il Duca d’Aosta, comandante della IIIa Armata, emanò quel giorno un proclama che così iniziava: “Vittoriosi della Terza Armata! Nei combattimenti dei giorni passati, coronati dalla presa di Gorizia, avete scritto la pagina fino ad ora più bella della nostra guerra.” Le truppe italiane lanciate all’inseguimento del nemico urtarono contro la seconda linea del campo trincerato di Gorizia, protetto da un potente sbarramento di artiglieria, dove erano confluiti i reparti austriaci in ritirata e quelli di riserva accorsi dalle retrovie. Nella notte gli Austriaci si ritirarono dal S. Michele, attestandosi oltre il Vallone. Il giorno 10 gli Italiani tentarono di avanzare ulteriormente, ma senza successo, non riuscendo a superare le forti linee di difesa austriache che l’artiglieria, ancora lontana, non aveva potuto intaccare. Nei giorni successivi vennero effettuati altri tentativi di progredire, ottenendo solo limitati vantaggi locali, finchè il 16 agosto l’offensiva italiana venne sospesa. (riprendi)

(34) Grazie alla rete ferroviaria e stradale della pianura Veneta, il Comando Supremo italiano era riuscito nella seconda metà di Maggio 1916 a spostare ingenti forze dal fronte orientale a quello delle Prealpi Venete, riuscendo così ad arginare l’offensiva degli Austriaci, che erano sfavoriti dalla scarsità e dalle caratteristiche delle strade di montagna a loro disposizione, ancora in parte ingombre di neve. Altrettanto rapido fu il trasferimento delle nostre truppe e dei materiali dagli Altopiani al Carso. Con una manovra in tre fasi brillantemente concepita ed efficientemente organizzata ed attuata (che vide l’impiego di 24.000 carri ferroviari e 350 autocarri), vennero trasferiti circa 300.000 uomini, 60.000 quadrupedi, 25 batterie di grosso calibro, 51 di medio calibro, 81 di piccolo calibro e 37 bombarde. La prima fase ebbe inizio subito dopo che da parte austriaca era stata sospesa il 24 giugno l’offensiva sull’Altopiano di Asiago (sia per suo naturale esaurimento che per effetto dell’offensiva dell’Esercito Russo scatenata il 4 giugno dal generale Brusilov lungo 350 chilometri del fronte orientale) e durò dal 28 giugno al 26 luglio, col movimento soprattutto dell’artiglieria. Nella 2a fase, in soli otto giorni dal 27 luglio al 5 agosto, fu spostata gran parte delle truppe, mentre il resto del trasferimento avvenne a battaglia già incominciata. La rapidità della manovra e la segretezza con cui fu realizzata colsero di sorpresa il Comando austriaco, che aveva sottovalutato la capacità dell’Esercito Italiano ed ignorato o sottovalutato alcune avvisaglie quali la riduzione del traffico radiotelegrafico nella zona della pianura vicentina, l’intensificazione dei voli di ricognizione italiana sul Carso, il trasferimento di alcuni reparti italiani (al Comando austriaco era noto, tra l’altro, che la Brigata Catanzaro era stata trasferita nuovamente sul fronte carsico). (riprendi)

(35) In particolare l’ XI° Corpo d’Armata, del quale faceva parte la Brigata Catanzaro, schierava 249 pezzi d’artiglieria e 210 bombarde, mentre il VI° C. d’A., in linea di fronte alla testa di ponte austriaca di Gorizia, disponeva di ben 603 pezzi d’artiglieria e 390 bombarde. (riprendi)

(36) Le corvée per il trasporto del munizionamento per le batterie di piccolo calibro e soprattutto per le bombarde, posizionati in prossimità delle trincee avanzate, erano molto pesanti. Infatti il proiettile per le bombarde da 240 mm pesava 67 chilogrammi e doveva essere trasportato a spalla da due soldati (Fig. 17), che stentavano a farsi strada negli stretti camminamenti dal fondo irregolare, affollati di fanti ed ingombri di materiali. Delle bombarde da 240 esistevano i modelli C (“corto”, con il tubo di lancio da un metro) ed L (“lungo”, col tubo da un metro e mezzo). Servito da una squadra di 7 bombardieri, questo pezzo aveva una gittata ottimale tra 500 e 1000 metri. Per aprire un varco largo 10 metri in un reticolato profondo 5 metri erano necessarie da 12 a 15 bombe. Ben diversi erano stati agli inizi della guerra i mezzi a disposizione dei fanti italiani, come narra Carlo Salsa: “ Il reticolato! Il coraggio non può nulla contro questa misera e terribile cosa: la massa non può nulla. Eravamo sprovvisti di tutto: e le ondate s’impigliarono in queste ragnatele di ferro, vi s’infransero come contro scogliere di granito… quasi tutti i reggimenti vennero pressoché annientati… Ma i comandi sembravano impazziti. Avanti! Non si può! Che importa? Avanti lo stesso. Ma ci sono i reticolati intatti! Che ragione! I reticolati si sfondano coi petti o coi denti o con le vanghette. Avanti! Era un’ubriacatura. Coloro che confezionavano gli ordini li spedivano da lontano; e lo spettacolo della fanteria che avanzava, visto al binocolo, doveva essere esaltante. Non erano con noi, i generali; il reticolato non l’avevano mai veduto… Ma quello che avvilisce, che demoralizza, che abbatte è di veder morire così, inutilmente, senza scopo. Oh, non si muore per la patria, così; si muore per l’imbecillità di certi ordini e la vigliaccheria di certi comandanti. … Ecco tutto ciò che ha ridotto i soldati, quegli eroici soldati che sono giunti fin qui, a un gregge sfiduciato, passivo…Tutta la zona…è granellata di morti: morti di questa estate che levano una risataccia bianca di denti, morti recenti che fondono i loro volti nerastri come maschere di catrame: mucchi di stracci, seminati da un bivacco di zingari.” Le bombarde, impiegate per la prima volta in modo massiccio nella VI Battaglia dell’Isonzo, furono uno dei fattori che più contribuirono al suo successo. Il Diario della Brigata Catanzaro annota: “Nella notte continua ad affluire il munizionamento delle bombarde. Per il trasporto di tal materiale molto pesante e attraverso i camminamenti lunghi e stretti sono impiegate numerose corvé di uomini di fanteria e il servizio continuò per la giornata con sciupio di forze, sicchè alle ore 13 ho dato ordine di sospenderlo per modo che la truppa abbia un po’ di riposo prima di cominciare l’attacco e i reparti possano raccogliersi e riordinarsi.” (riprendi)

(37) La batteria Amalfi era posizionata sulla riva sinistra dell’Isonzo, tra Sdraussina e Peteano a ridosso delle falde del Monte S. Michele, a meno di un chilometro dalla prima linea. La sua vicenda presenta alcune singolarità. Infatti essa apparteneva al Gruppo Amalfi, costituito dal personale della Regia Marina superstite dell’affondamento dell’incrociatore corazzato Amalfi. Questa nave, che operava in Adriatico per la difesa di Venezia, apparteneva alla classe “Pisa”, stazzava 9.800 tonnellate ed era armata di 4 pezzi da 25,4 cm e 8 pezzi da 19 cm. Venne silurata ed affondata il 7 luglio 1915 a circa 20 miglia al largo di Venezia dal sottomarino tedesco UB-14, che era stato trasferito da Brema a Pola smontato per ferrovia ed il cui equipaggio era interamente germanico. La vera nazionalità di questa unità era tuttavia celata sotto la sigla U-26 della marina Asburgica, non esistendo ancora formalmente uno stato di guerra dichiarata tra la Germania e l’Italia. Nel siluramento persero la vita 66 marinai italiani. L’incrociatore era dotato anche di pezzi da sbarco da 76/17, che vennero posti in salvo e con i quali vennero costituite due batterie che furono di grande aiuto alla fanteria, di cui appoggiarono continuamente l’azione lungo le pendici del Monte San Michele a partire già dal 20 luglio 1916. A disposizione dell’ XI Corpo d’Armata era stata posta anche la Compagnia Fucilieri precedentemente imbarcata sull’Amalfi. Narra Carlo Salsa: “Un soldato mi indica una specie di merlatura di sacchetti a terra dalla quale sbucano quattro tubi di acciaio che contemplano il cielo come occhi di pachidermi attoniti. Dice: La batteria dell’Amalfi. Ci sono i marinai: bravi ragazzi! Pare che vedano tutto, come noi, da quaggiù. Gli è che sono quattro, e ce ne vorrebbero cento. Ma quei marinai, bravi ragazzi!” E così parla un guardiamarina: “Dobbiamo tener a bada quel flagello noi soli, e bisogna stare in gamba altrimenti sono pasticci… battiamo il punto più importante del Carso…”. I fanti, che hanno fiducia nella precisione dei cannonieri dell’Amalfi, i cui tiri, per poter colpire le trincee nemiche poche decine di metri più avanti, devono sfiorare la loro testa, dicevano: “Quelli dell’Amalfi tirano col doppio decimetro alla mano.” Ma nonostante la bravura di quei cannonieri di marina, che non lasciavano mai raffreddare i loro piccoli rabbiosi pezzi, e nonostante il loro eroismo nel resistere ai continui tiri di controbatteria diretti su di loro dalle numerosissime artiglierie nemiche: “…ma cosa si può fare contro il trincerone della cima, e contro quei reticolati a paletti di ferro tenuti nel cemento? Cosa si può fare con quei quattro clisteri dell’Amalfi, con le nostre vanghette e i nostri fucili? Nemmeno tutto l’esercito ci riuscirebbe. Quanti reggimenti si sono sfasciati contro quei quattro cocuzzoli, lo so io!” Il tenente Zamboni conservò come ricordo un dizionario tedesco – italiano appartenuto alle batterie Amalfi, come indica la dedica datata “Peteano 4/1-916”. (Fig. 18 e 19) (riprendi)

(38) Così annotava il tenente Zamboni: “Sia lecito ricordare, per tutti, il nome di un valoroso comandante, il capitano Guido Splendorelli, che tanto contribuì a spianar le difficoltà ai fanti del S. Michele.” (riprendi)

(39) Il Diario della Brigata reca scritto: “Efficacissima era stata anche l’azione dei due gruppi del 37° Artiglieria da campagna, che da Monte Fortin tenevano sotto il loro fuoco d’infilata tutte le trincee del Costone Viola e battevano con tiri aggiustati le cime. Molto deve la Brigata alla cooperazione fraterna di questo reggimento, come molto deve ai bombardieri del VI gruppo, parecchi dei quali pagarono generosamente il loro tributo.” (riprendi)

(40) La XXII Divisione aveva come riserva l’ XI Battaglione della Regia Guardia di Finanza. (riprendi)

(41) La Brigata Catanzaro, alla quale era affidato il compito più impegnativo e che occupava il tratto di fronte tra il Costone Viola e Cima 2, suddiviso nei settori B2, B3 e B4, schierava – oltre ai suoi due Reggimenti, il 141° ed il 142° Fanteria – anche il II Battaglione del 19° Reggimento disposto all’ala sinistra tra l’Isonzo e il noto Valloncello; l’86° Reparto Mitragliatrici Francesi (modello 1907F, che aveva lo svantaggio del calibro 8 mm, diverso da quello 6,5 mm di tutte le armi leggere italiane); la Batteria Amalfi appartenente alla Regia Marina con i suoi sei pezzi da 76/17, il VI Gruppo Bombardieri; una sezione della 10a Batteria Someggiata dotata di cannoni da 75 B; una Sezione Lanciafiamme con 4 coppie di apparecchi; il LX Battaglione Zappatori del Genio (Compagnie 132a, 140a e 167a). La 18a Batteria da Montagna, con i suoi cannoni da 65 a deformazione, proveniente da S. Giorgio di Nogaro, sarebbe giunta a Peteano solo alle ore 4 del mattino del 6 agosto. Uomini e quadrupedi erano molto affaticati dalla lunga marcia. Inoltre, poiché il trasporto a salma fino alla posizione prescelta era impossibile, si era dovuto provvedere a trasportare a spalla il materiale, con notevole ritardo, cosicché la 1a Sezione raggiunse la posizione solo alle ore 12 e la 2a Sezione addirittura alle 16. La Brigata poteva inoltre richiedere direttamente il tiro del 37° Reggimento d’artiglieria, appostato a Monte Fortin, il quale normalmente dipendeva dal comando di artiglieria divisionale. Lo schieramento della Brigata era il seguente. 1a linea: II/19° dall’Isonzo al Valloncello; I/141° dal Valloncello al Naso; II/141° dal Naso alla testata del Canalone Gatti; II/142° e III/142° dal Canalone Gatti al camminamento Lazzari, con 2 compagnie ciascuno in prima linea. 2a linea: III/141° riserva reggimentale del 141° Fanteria nel Canalone Gatti; quattro compagnie (due del II/142° e due del III/142°) riserva reggimentale del 142° Fanteria nel Canalone Tivoli. 3a linea: I/142° riserva a disposizione del Comandante di Brigata. LX Battaglione del Genio nei ricoveri a Sdraussina. Gli ordini del generale Sanna, in applicazione di quanto disposto dal tenente generale Dabalà comandante la 22a Divisione, prevedevano la concentrazione dello sforzo principale d’attacco nel tratto di fronte Costone Viola Alto – Cima 1 – Cima 2. Così il Diario della Brigata: “Tutti debbono irrompere violentemente sulle posizioni avversarie con preponderanza di forze su Cima 1 che si deve tentare di avviluppare. Il battaglione di sinistra II/19° deve mantenere stretto collegamento col 141° e guardare il fianco sinistro dello schieramento per impedire infiltrazioni dalla parte del fiume. Per quanto riguarda l’impiego delle bombarde gli obbiettivi assegnati risultano dall’ordine di operazione. Alla batteria Amalfi assegno come compito speciale quello di battere il tratto di fronte Boschini, quota 124 e cima 2, prendendo d’infilata i camminamenti e i ricoveri delle trincee del Costone Viola, mentre il 37° Artiglieria prende a sua volta d’infilata le trincee stesse. Alla Sezione 75 B quello di battere il tratto di fronte antistante alle trincee del II/19°. Il reparto mitragliatrici 1907 F deve incrociare i suoi fuochi sulle cime. La batteria da montagna ha egualmente per obiettivo le cime 1 e 2. A ogni battaglione di prima linea è assegnato un plotone del genio. L’azione della fanteria, da svolgersi per ondate successive deve essere improvvisa, senza alcuna preparazione di fuoco di fucileria, di sorpresa, travolgente appena l’artiglieria avrebbe allungato il tiro. Oltrepassata la prima e seconda linea delle trincee avversarie sistemarsi a difesa sulle posizioni conquistate sulle quali saranno immediatamente inviati tutti i mezzi a mia disposizione compresa la batteria da montagna.” (riprendi)

(42) Il colonnello Thermes, comandante del 141° Fanteria, aveva stabilito nel suo Ordine d’Operazione N° 1 (riprodotto in Fig. 22) che al momento dell’inizio del fuoco di demolizione da parte delle bombarde e delle grosse artiglierie le truppe di prima linea avrebbero dovuto portarsi circa 100 metri indietro, lasciando in trincea solo poche vedette. (riprendi)

(43) Le bombarde avevano ricevuto il compito di aprire cinque varchi sul fronte d’attacco della Brigata Catanzaro: tre da 50 metri di larghezza tra il Valloncello ed il Naso, tra il Naso ed il Quadrivio Alto e tra il Quadrivio Alto e Cima 1; due da 100 metri di larghezza davanti a Cima 1 e Cima 2. Dal Diario della Brigata: “Gli effetti dei medii calibri e particolarmente quelli delle bombarde erano già visibili, interi tratti di trincea erano sconvolti e varchi importanti erano aperti nei reticolati, ridotti altrove un informe groviglio.”Alle 14.30 informazioni dei comandanti del reggimento mi riferivano che i risultati del tiro erano tali da dare l’affidamento di tentare l’assalto. Maggiore era stata l’efficacia delle bombarde e delle artiglierie sul fronte dal Valloncello alla testata del Canalone Gatti. Poca efficacia si era invece raggiunta sul fronte fra cima 1 e cima 2, anzi su quest’ultima solamente appariva delineato un varco di una diecina di metri. Per il che richiesi su quel tratto una maggiore azione dei medii calibri, ordinai al Comando del 142° fanteria di valersi per l’irruzione dell’unico varco che vi era e di farne aprire altri dalla prima ondata, perché l’azione fosse sempre decisa e senza esitazione.” L’Ordine d’Operazione della Brigata aveva previsto che l’azione delle bombarde fosse completata da quella dei lancia torpedini e dei mozziconi di tubi, questi ultimi gettati da squadre ardite durante la preparazione di artiglieria e dagli esploratori della prima ondata. Il generale Sanna aveva inoltre stabilito che ogni battaglione in prima linea avesse un drappello del Genio con strumenti da zappatore e pinze tagliabili. A tale scopo il LX Battaglione aveva messo a disposizione del 141° due plotoni di 50 zappatori. (riprendi)

(44) Dal Diario della Brigata: “L’artiglieria nemica rispose col tiro preciso sulle nostre trincee e sul rovescio e specialmente lungo il Canalone, bersaglio ben noto ai suoi colpi, producendo le prime perdite.” (riprendi)

(45) Nel corso del 1915 e durante la prima metà del 1916 gli assalti delle fanterie italiane erano stati scarsamente supportati dall’azione dell’artiglieria, sia per lo scarso numero di pezzi disponibili, sia per le carenze del metodo d’impiego, causate soprattutto dallo scarso coordinamento con l’azione dei fanti. Il comandante di un posto d’osservazione dell’Imperial Regia Artiglieria dichiarò all’inviata di guerra Alice Schalek a proposito dell’impiego dell’artiglieria da parte degli Austriaci: “Solo il perfetto collegamento tra l’artiglieria e la fanteria fa sì che si possa tenere l’Isonzo. La fanteria, grazie all’esperienza di duetti eseguiti alla perfezione, ha ormai acquistato una tale fiducia nell’artiglieria che si fida ciecamente di lei.”, mentre a proposito del carente coordinamento tra artiglieria e fanteria italiane lo stesso ufficiale austriaco si chiede: “A che cosa è servita la loro preponderanza di forze, lo slancio, il coraggio, davanti al quale tutti i nostri soldati si inchinano con rispetto, se la mancanza di puntualità ha poi guastato tutto?” La Battaglia di Gorizia segna un nuovo modo d’impiego delle artiglierie da parte italiana, che è ben descritto nell’Ordine d’Operazione disposto dal tenente generale Dabalà, comandante la 22a Divisione, nel punto in cui impartisce istruzioni per la fase dell’avanzata delle fanterie: “Quest’ultima fase non dovrà essere caratterizzata da nessun accenno a minore intensità del fuoco delle artiglierie, le quali anzi con maggiore, più intenso e violento fuoco e allungando gradatamente il tiro, dovranno battere man mano avanti alle nostre fanterie il terreno sul quale il nemico potrebbe a sua volta avanzare o permanere. Le bombarde che sono in grado di allungare il tiro regoleranno la propria azione in base agli ordini dei comandanti di settore. Sul fronte di ciascuna Brigata dovrà funzionare un ufficiale osservatore d’artiglieria che avanzerà colla fanteria. I comandanti dei reggimenti d’artiglieria faranno all’uopo prelevare gli apparecchi telefonici occorrenti … Gli ufficiali osservatori di artiglieria saranno provvisti anche di pistole Very per le segnalazioni in caso di interruzioni telefoniche. L’avanzata delle fanterie dovrà essere rapida, decisa, travolgente, a ondate successive, impetuose e ravvicinate. Le truppe sopravvenienti non dovranno fermarsi sulle prime posizioni conquistate sulle quali basterà si arrestino insieme a drappelli del genio i primi scaglioni giunti; bensì dovranno spingersi risolutamente al di là per piombare sui rincalzi, sulle riserve e sulle retrostanti linee di difesa. Le fanterie avanzanti dovranno essere sostenute da artiglierie leggere e da mitragliatrici che saranno spinte risolutamente innanzi. Per il collegamento colle linee retrostanti ciascun reggimento avrà a disposizione due coppie di apparati telefonici… Sarà fatto largo impiego di dischi indicatori e di segnalazione, anche di giorno, colle pistole Very per segnalare contrattacchi nemici e richiedere il tiro dell’artiglieria (cartucce rosse) o per fare allungare il tiro della nostra artiglieria (cartucce verdi)…” (riprendi)

(46) Il Diario di Brigata riporta: “All’ora stabilita, 15.30, le prime ondate del 141° e 142° fanteria partirono splendidamente, mentre le artiglierie allungavano leggermente il tiro, furono subito rincalzate dalle ondate successive.” Nel suo Ordine d’Operazione il maggior generale Sanna aveva raccomandato l’applicazione delle norme per il combattimento in trincea: “1) Non lasciarsi influenzare dalle inevitabili fluttuazioni della lotta su altri settori ma perseguire fino all’estremo il proprio obiettivo. 2) Tenere alla mano i propri uomini sia con l’occhio vigile dell’Ufficiale come con apposite pattuglie fidate. Non permettere che alcuno si allontani specialmente per troppa e non veritiera pietà per i feriti, ai quali provvedono esclusivamente i portaferiti. 3) Evitare dopo la conquista delle trincee camminamenti nemici, dove un solo tiratore ardito può fermare un reparto. La pulizia dei camminamenti sia affidata a pochi uomini specialmente arditi con bombe a mano e bajonette. 4) Non chiedere rinforzi, se non in casi estremi. 5) Prevedere l’impiego di gas da parte del nemico. Portare la maschera al collo e gli occhiali sull’elmetto. Al minimo dubbio far mettere le maschere. 6) Mandare informazioni ad ogni 50° minuto d’orologio, anche negative, ma procurare che non siano negative. 7) Tutti i militari porteranno due o tre sacchetti infilati nella cintura per averli pronti al momento opportuno. 8) Mantenere sempre guarnita la trincea di partenza e ricordarsi in caso disperato che quella trincea non si abbandona per nessuna ragione. Questo ordine è tassativo: VI SI MUORE DENTRO MA NON SI FA UN PASSO INDIETRO.” L’Ordine d’Operazione N° 1 del 141° Fanteria (Fig. 22), sviluppando le direttive impartite dal Comandante della Brigata, aveva stabilito che la 1a ondata sarebbe stata costituita dal reparto zappatori e da un plotone del Genio, per ogni Battaglione. Questa ondata avrebbe dovuto portarsi celermente sulla prima trincea, allargare i varchi nei reticolati e se necessario portarsi avanti, contro la seconda linea nemica. La 2a ondata sarebbe dovuta partire appena la prima fosse giunta alla trincea nemica. Questa ondata sarebbe stata formata dalle due Compagnie di prima linea di ciascun Battaglione ed avrebbe avuto il compito di oltrepassare la prima trincea nemica, raggiungere la prima ondata e trascinarla avanti per espugnare la seconda linea nemica. L’Ordine d’Operazione prevedeva altre tre ondate: la 3a ondata, formata da un Plotone per ciascuna Compagnia, sarebbe dovuta partire al raggiungimento della prima trincea nemica da parte della 2a ondata. I suoi compiti sarebbero stati di rincalzo e di stesura della linea telefonica. La 4a ondata, formata da due Plotoni per ognuna delle Compagnie di rincalzo ed accompagnata dalle sezioni mitragliatrici, lanciabombe e cannoncini da trincea, sarebbe partita al momento in cui la 3a ondata avrebbe oltrepassato la trincea nemica. Il suo compito sarebbe stato l’annientamento dei difensori ancora eventualmente annidati e di portare i materiali per allestire i ripari. Infine la 5a ondata (composta dai rimanenti Plotoni delle Compagnie di rincalzo che avrebbero portato con sé il munizionamento nonchè i materiali eventualmente rimasti indietro) avrebbe seguito a circa 50 metri l’ondata precedente e si sarebbe dovuta fermare nella prima trincea, rovesciandone la fronte e le relative difese. Il Colonnello Thermes disponeva minuziosamente che “… ogni militare prima dell’attacco fosse provvisto a) di tre sacchi a terra, che verranno fissati sul petto, adattandoli sotto il cinturino e la cinghia reggi cartucciera; b) di almeno due bombe a mano” “Gli zappatori ed i plotoni del Genio dovranno essere provvisti di gravina, badili e pinze tagliafili. Questi reparti dovranno con tutta la celerità possibile iniziare lo scavo di una trincea od un parapetto di sassi e sacchi a terra, al di là della seconda linea nemica.” “Tenere sempre la maschera fuori della custodia appesa al collo e gli occhiali sull’elmo. I Comandanti di Battaglione portino le pistole Very e ricordino che alcuni spari con cartucce rosse significano richiesta di fuoco di artiglieria, con cartucce verdi, avvertimento all’artiglieria di allungare il tiro. Portare dischi bianchi per indicare all’artiglieria le nostre nuove posizioni.” Così proseguiva il Colonnello Thermes: ”L’attacco deve riuscire a costo di qualunque sacrificio. Non badare dunque alle perdite, né di uomini, né di armi, né di materiali. E’ tassativamente vietato,alle ondate di attacco, di fermarsi sulla prima trincea nemica. Avanti, avanti, con arditezza, con slancio, con ferma volontà di vincere, senza sparare il fucile, senza gridare, senza neanche parlare, precipitarsi sul nemico alla baionetta ed a colpi di bombe a mano. Presa la seconda trincea lasciarvi pochi uomini per rovesciarne la fronte e le difese accessorie e portarsi cinquanta, cento metri avanti, ove si stabilirà la nostra nuova linea. Riempire subito i sacchi a terra e crearsi un primo riparo per poter incominciare lo scavo della trincea.” Il Comandante del 141° ribadiva che “Le posizioni conquistate devono essere mantenute ad ogni costo. … Ogni accenno ad esitanza o tentennamento venga represso per parte degli Ufficiali, passando immediatamente per le armi i pusillanimi. Sulle posizioni conquistate vi si deve rimanere a qualunque costo, o vivi o morti.” La Fig. 25 illustra l’orologio da tasca del sottotenente Zamboni, fermo all’ora dell’attacco (15:30). (riprendi)

(47) Così l’attesa del momento dell’assalto è descritta dal soldato – poeta Vittorio Locchi ne “LA SAGRA DI SANTA GORIZIA”: “E su la prima linea / nessuno più fiatava, / sentendo sul cuore / ognuno battere, / come gocce di sangue, / i minuti terribili / che misurano il tempo / vicino all’assalto. / …Ogni fante è proteso; / ogni ufficiale è davanti / ai suoi fucili. / I colonnelli estatici, / muti, stanno per dare / il segno ai reggimenti. / Nel cielo passano / ombre e ombre, / ombre di mamme, / ombre di figli, / ombre di giorni / lontani d’adolescenza, / visi amati, / mani sante / carezzevoli / su tutte le facce: / parole d’amore / aliti di labbra, / gesti religiosi. / E’ l’ultimo addio, / il consolo dei vivi / ai morituri che partono / che vanno / verso i confini / della vita terrena, / verso la luce, / verso la gloria / … attenti al segno, / attenti al segno! / Ancora tre minuti, / due minuti, / uno: “Alla baionetta!” / E tutte le baionette / fioriscono sulle trincee. / Tutta la selva di punte / ondeggia, si muove, / si butta sul monte / travolgendo gli Austriaci, / rigettandoli / oltre le cime, / scaraventandoli giù, / a precipizio, / dentro l’Isonzo.” “La Sagra di Santa Gorizia” è la più nota opera di Vittorio Locchi. Questo poemetto, che narra con toni epici popolareggianti la battaglia per la presa di Gorizia, fu pubblicato postumo. Infatti Vittorio Locchi morì nel 1917 nel mar Egeo a causa del siluramento della nave che trasportava truppe italiane verso Salonicco. Nato nel 1889, egli era andato a combattere con l’entusiasmo dei ventenni per la “bella guerra” e fece la stessa fine di quei “sottotenentini” di cui parlano alcuni versi di questa stessa poesia che esalta la conquista di Gorizia: “Sottotenentini, / ragazzi imberbi e gioviali, / che la gente seria, / la gente perbene, una volta, / chiamava bèceri / quando rompevano i vetri / e stracciavano le bandiere / ai Consolati d’Austria, / eran rimasti lassù, / nel Vallone dell’Acqua, / al Lenzuolo Bianco, / alla Casa della Morte, / col grido tra i denti, / col cuore in mano; / colpiti mentre correvano / davanti al plotone all’assalto, / come se si trattasse / davvero di scherzare / con l’eternità”. (riprendi)

(48) Dal Diario della Brigata: “Sulle truppe di prima linea si abbattè immediatamente il fuoco di fucileria e mitragliatrici e quello delle artiglierie nemiche, che tempestavano anche i canaloni ove supponevano i rincalzi. Malgrado tale resistenza, la linea, rinforzata dalle varie ondate, avanzò. La prima trincea nemica del Costone Viola fu conquistata e cominciarono ad affluire i prigionieri. Contro cima 1 reparti del 141° e 142° convergevano i loro sforzi. Contro cima 2 il 142° aveva gettato la propria ondata, e qui la resistenza nemica era più accanita e il terreno meno favorevole.” (riprendi)

(49) Così narra il Diario di Brigata: “Alle 18:30 contro le nostre posizioni sulle cime dopo intenso bombardamento si sferra un violento contrattacco nemico. Il combattimento è breve accanito ma l’occupazione delle cime rimane saldamente assicurata.” (riprendi)

(50) Il generale Sanna aveva subito disposto l’invio di una Compagnia Zappatori del Genio a ciascun reggimento per lavori di rafforzamento. (riprendi)

(51) Alle ore 23 il nemico attaccò nuovamente in forze il Costone Viola e Cima 1. Narra il Diario di Brigata: “E’ nettamente respinto dalle brave truppe del 141° che avrebbero anche inseguito se quel Comandante di reggimento avesse avuto reparti disponibili. Un secondo contrattacco sullo stesso fronte alle ore 24 è del pari troncato.” (riprendi)

(52) Il 141° Fanteria il 6 agosto, all’inizio della battaglia, era forte di 64 ufficiali e 3602 uomini di truppa. Le perdite annotate nel Diario Storico del Reggimento durante la giornata del 6 agosto contavano tra gli ufficiali 2 morti e 19 feriti, e tra la truppa 68 morti, 417 feriti e 165 dispersi. (Fig. 31) Il compito di compilare il Diario Storico del Reggimento era stato affidato proprio al sottotenente Zamboni (sulla cui designazione aveva probabilmente pesato la sua laurea in lettere, brillantemente ottenuta all’Università di Padova il 30 giugno 1916, durante il ricovero nel locale ospedale a seguito della grave ferita riportata nel combattimento sul Monte Mosciagh – Altopiano d’Asiago). La Fig. 20 riproduce la pagina dattiloscritta del Diario Storico del 141° Fanteria dedicata alla prima giornata della VI Battaglia dell’Isonzo, il 6 agosto 1916. La Fig. 21 riproduce il relativo manoscritto di pugno del sottotenente Zamboni. (riprendi)

(53) Alle ore 18:00 il generale Sanna aveva chiesto rinforzi al suo comandante di Divisione col seguente messaggio: “Da Comando Brigata Catanzaro a Comando 22a Divisione. L’ardita avanzata ha portato molte perdite; le posizioni occupate han richiesto subito rincalzo, che ho dovuto assolutamente inviare impegnando tutte le mie riserve. Urgono reparti freschi in rinforzo. Almeno un reggimento per parare specialmente possibili contrattacchi. Sarebbe doloroso rischiare di perdere il frutto di un’operazione riuscita fino ad ora splendidamente. Prigionieri 600 – 24 ufficiali. F.to Gen. Sanna.” (riprendi)

(54) Così il generale Dabalà, comandante della 22a Divisione, rispondeva alla richiesta di rinforzi da parte del generale Sanna il 6 agosto alle ore 20:00: “Comando della Brigata Catanzaro. Assegno a codesta Brigata il 1° regg.to Granatieri che giungerà stasera a Gradisca e proseguirà per Peteano. Inoltre la 82a comp. Genio che giungerà alle ore 22 a Gradisca e proseguirà subito per Peteano per essere impiegata nei lavori di rafforzamento della 1a linea. Prego predisporre ordini circa impiego delle truppe. F.to Gen. Dabalà.“ (riprendi)

(55) Così scrisse Ungaretti ne “Il Carso non è più un inferno”: “Una comune sofferenza, la nostra e quella di chi ci stava di fronte e che dicevano il nemico, ma che noi, pure facendo senza viltà il nostro cieco dovere, chiamavamo nel nostro cuore fratello”. (riprendi)

(56) Il capitano Ippolito venne colpito a morte nel pomeriggio del 7 agosto mentre dirigeva i lavori di fortificazione, essendosi troppo esposto in luogo scoperto. (riprendi)

(57) Il Diario Storico del 141° Fanteria annota le seguenti perdite nella giornata del 7 agosto: tra gli ufficiali 2 dispersi e tra la truppa 19 morti, 276 feriti e 94 dispersi. Tra gli ufficiali dispersi c’era il sottotenente Salvatore Cicero, di cui non venne più ritrovato il corpo. (riprendi)

 (58) Il volumetto (riprodotto in Fig. 28), che reca in copertina le scritte “Szent Biblia -Budapest, Kiadja a Brit és Kuelfoeldi Biblia – Tàrsulat, 1911”, venne rinvenuto aperto al Vangelo di Matteo. Il tenente Zamboni lo conservò come un caro cimelio che gli ricordava le epiche giornate del S. Michele. (riprendi)

(59) Il messaggio (riprodotto in Fig. 29) inviato il 7 agosto portava la firma del generale Dabalà, Comandante la 22a Divisione, ed era indirizzato al Comando di Settore. (riprendi)

 (60) Così scrisse il tenente Zamboni: “Va segnalato l’atto audace compiuto l’8 agosto da due semplici fanti, certi Spadaro ed Urrata, calabrese il primo, siciliano il secondo. Conquistata la cima del S. Michele, per procedere oltre si rendeva necessario snidare ad una ad una le mitragliatrici nemiche: impresa quasi disperata, perché il nemico era bene al sicuro e dalle sue tane gli era facile colpire i nostri soldati, come un buon tiratore un grande bersaglio a breve distanza. La nostra artiglieria, col suo fuoco ben misurato, aveva saputo dopo alcuni giorni liberarci quasi del tutto da queste armi insidiose; ma sul rovescio del monte ne restava una che crepitava di repente appena i nostri mettevano il capo fuori dalla trincea. I fanti Spadaro e Urrata, tenuto consiglio tra loro, stabilirono il piano per una irruzione con bombe a mano nel luogo dove era appostata la mitragliatrice. Li attendeva un premio di cento lire ed una licenza di dieci giorni. Partirono, strisciando tra masso e masso, approfittando di ogni piega del terreno, non curando il fischiare delle pallottole. Dopo lunga e silenziosa manovra, essi furono sopra il nemico: si sentì uno scoppio fragoroso di due bombe e s’alzò una densa nube di fumo nerissimo; tacque il crepitio della mitragliatrice. Gli avversari, vistisi perduti, uscirono dalla loro tana e si diedero alla fuga; i due intrepidi entrarono nella piccola caverna abbandonata e ne trassero l’arma; però, mentre si disponevano a far ritorno, uno degli ungheresi si voltò d’improvviso e lanciò una bomba a mano. La detonazione fu seguita da un urlo e poi da queste dolorose parole pronunciate dal soldato Urrata: “Oh madonnina bedda ! mamma mia, non ti vedrò più “. Il disgraziato aveva tutto il volto insanguinato e non ci vedeva più: il suo atto eroico gli era costata la vista.” (riprendi)

(61) Così il Generale Sanna iniziava l’Ordine del Giorno dell’8 agosto 1916 della Brigata: “Ufficiali, sottufficiali, caporali e soldati della Brigata Catanzaro! Sono onorato ed orgoglioso di essere al vostro comando. I giovani soldati, nuovi al fuoco, hanno marciato come i vecchi di Castelnuovo - Bosco Cappuccio – S. Martino – Oslavia – Mosciagh – M. Cengio – Magnaboschi – Lemerle. Non ne dubitavo. I soldati della Brigata Catanzaro sono ben noti per il loro valore alla Nazione come al nemico. Avete occupato di slancio posizioni fortissime ed organizzate che da più di un anno tenevano sotto la loro sorveglianza tutta la pianura …” (riprendi)

 (62) Così annota il Diario del 141° Fanteria relativamente al giorno 9 agosto: “… fu un succedersi di violenti attacchi e contrattacchi; alla fine, dopo aspra lotta durata circa un’ora, il nemico dopo aver subite numerose perdite venne cacciato sulla 3a linea. Le perdite nei reparti del 3° Battaglione e 2 Compagnie del 2°, che avevano sostenuto l’urto e respinto l’attacco, furono gravi, il Comandante del 3° Battaglione rimase ferito, i reparti quasi privi di ufficiali.” “Ancora giorno il Reggimento era rimasto con un unico Capitano, con soli pochissimi ufficiali, 5 mitragliatrici danneggiate dal tiro di artiglieria; i reparti erano di molto assottigliati.” (riprendi)

 (63) Le perdite registrate dal Diario Storico del 141° Reggimento (Fig. 31) il giorno 9 agosto ammontano a 4 morti ed 11 feriti tra gli ufficiali ed a 7 morti, 111 feriti e 19 dispersi tra la truppa. (riprendi)

 (64) Alle ore 10:00 il Comando di Settore ordinò di avanzare per occupare la 3a linea nemica ed inseguire il nemico, procedendo a scaglioni. Alle 12:00 il Comando di Brigata ordinò di avanzare ancora, assecondando il movimento della 22a Divisione sul fronte tra il Cimitero di Cotici e q. 242. (riprendi)

 (65) “La quota 212 era più nota sotto il nome di Nad Logem; era questa una posizione formidabile: i trinceramenti risultavano scavati nella nuda roccia, dalla quale apparivano soltanto le feritoie munite di mitragliatrici; per arrivare alle trincee bisognava infrangere un groviglio di reticolati della profondità di parecchi metri. Il povero fante dovette fermarsi e rannicchiarsi sotto la fortezza inespugnabile in attesa dell’indispensabile opera di distruzione dell’artiglieria pesante e delle bombarde. Nel pomeriggio del giorno stesso giunsero i bombardieri e piazzarono le loro armi che destavano sbigottimento nel nemico. La mattina successiva (12 agosto) si videro salire nell’aria, capovolgersi e piombare sulle posizioni avversarie migliaia di terribili bombe da 240 mm le quali, scoppiando, producevano uno schianto nell’anima. Verso mezzogiorno, compiuta l’opera di preparazione, le fanterie, già duramente provate durante l’attesa, mossero all’assalto e con ripetuti sforzi poterono occupare il Nad Logem che costituiva uno dei più forti capisaldi della nuova linea; oltre 600 prigionieri, quasi tutti ungheresi, che si erano battuti come leoni, e alcuni pezzi d’artiglieria pesante (comandata da Germanici, come stavano ad attestare alcuni elmi col famoso chiodo) caddero nelle mani dei nostri soldati.” (riprendi)

(66) Così il Diario del 141° : “Il Comando della Brigata Catanzaro con ordine d’operazione ricevuto alle ore 3 avverte che alle ore 6.30 s’inizierà il fuoco di demolizione delle nostre artiglierie e bombarde; durerà fino alle 11.30, alla quale ora tutte le fanterie dovranno muovere all’attacco delle posizioni nemiche per snidare l’avversario ed inseguirlo. All’ora precisa s’inizia il fuoco d’artiglieria di piccolo e medio calibro, unitamente a quello, efficacissimo, delle bombarde. Le trincee nemiche ed i reticolati vengono sconquassati. Giunta l’ora stabilita, allungatosi il tiro delle nostre artiglierie, le fanterie mossero all’assalto che riuscì mirabilmente.” (riprendi)

(67) Il Comandante dell’ XI Corpo d’Armata, tenente generale Cigliana, così scrisse nel suo messaggio del 12 agosto 1916 al Comandante della Brigata Catanzaro (riprodotto in Fig. 30): “Prego la S. V. volere ancora una volta confermare alla Brigata Catanzaro, alla formazione della quale sono orgoglioso di aver presieduto, tutto il mio compiacimento per aver constatato anche in questa circostanza che sa mantenere le sue belle tradizioni.” (riprendi)

(68) Tra il 5 luglio ed il 14 agosto 1916 la Brigata Catanzaro perdette 69 ufficiali (22 morti, 40 feriti e 7 dispersi) e 3.395 soldati (363 morti, 2.439 feriti e 593 dispersi). Le perdite sofferte per la presa del S. Michele e del Nad Logem dal 141° Fanteria e registrate giornalmente nel Diario Storico tra il 5 ed il 13 agosto 1916 sono dettagliatamente riportate nella tabella di Fig. 31, ed assommano a 42 ufficiali (7 morti, 33 feriti e 2 dispersi) e 1565 uomini di truppa (134 morti, 1.085 feriti e 346 dispersi). Le perdite complessive nel corso della Battaglia di Gorizia furono da parte italiana 1.759 ufficiali e 49.475 soldati; da parte austriaca 862 ufficiali e 39.285 soldati. Tale era stato il prezzo per la conquista di una fascia di terreno profonda circa 6 chilometri e lunga circa 25. (riprendi)

 (69) Ordine del giorno del 23 agosto 1916. Ufficiali, sottufficiali, caporali e soldati della Brigata Catanzaro. S.A.R. il Comandante della 3a Armata, per testimoniare il suo Augusto compiacimento pel contegno valoroso tenuto dalla Brigata nelle brillanti operazioni compiute dal 6 al 14 agosto, si è degnato passare oggi in rivista i reggimenti. L’onore che vien fatto dal Principe Reale valoroso nostro duce è grande ricompensa a quanto tutti abbiamo fatto per la gloria della nostra ITALIA in questi giorni di lotte accanite e fortunate, durante i quali il nostro sleale nemico ha sentito ben duro l’urto delle armi nostre. Ma l’alto onore impegna anche maggiormente per l’avvenire le nostre forze per far si che le tradizioni già gloriose della giovane Brigata non si smentiscano mai. Diamo con fiducia e con orgoglio a una tale ora tutti noi stessi per il buon nome della nostra Brigata, per l’immancabile successo della nostra guerra. Sarà nostro motto d’ora innanzi quello che l’Augusto Principe si è ieri compiaciuto designare per la Brigata: PIU’ AVANTI – PIU’ IN ALTO ! Più avanti, più in alto; ora e sempre per il RE e per la PATRIA. Il presente ordine sarà letto alla truppa per tre giorni consecutivi. Il Maggior Generale Comandante la Brigata f.to Sanna.” (L’originale del testo è riprodotto in Fig. 32) (riprendi)

(70) Il 141° Reggimento nel corso della guerra 1915-1918 ebbe 75 ufficiali morti, 119 feriti ed 11 dispersi; le perdite tra la truppa furono di 1138 morti, 6223 feriti e 1437 dispersi. Il Reggimento gemello, il 142°, ebbe 57 ufficiali morti, 162 feriti e 19 dispersi, mentre tra la truppa contò 952 morti, 5575 feriti e 619 dispersi. (riprendi)

 (71) Il Re concesse “motu proprio” alla bandiera del glorioso 141° Reggimento Fanteria (Fig. 34, al centro della quale è ritratto il sottotenente Zamboni) la MEDAGLIA D’ORO al valor militare con questa motivazione: “ PER L’ALTISSIMO VALORE SPIEGATO NEI MOLTI COMBATTIMENTI INTORNO AL SAN MICHELE, AD OSLAVIA, SULL’ALTIPIANO DI ASIAGO, AL NAD LOGEM, PER L’AUDACIA MAI SMENTITA, PER L’IMPETO AGGRESSIVO SENZA PARI, SEMPRE E OVUNQUE FU DI ESEMPIO AI VALOROSI (Luglio – Agosto 1916) “ (riprendi)

(72) Per il comportamento tenuto durante l’assalto al Monte San Michele il sottotenente Zamboni ricevette la seconda delle sue tre medaglie d’argento al valor militare, con la seguente motivazione (Fig. 35):

4309
ZAMBONI Adolfo
da Berra (frazione Cologna) (Ferrara)
sottotenente reggimento fanteria
Con risoluto e calmo contegno e con mirabile fermezza, sotto l’intenso fuoco nemico, fermava, radunava e riconduceva al combattimento dei militari dispersi, incitandoli con la parola e con l’esempio alla lotta.
Monte San Michele, 6 agosto 1916

Adolfo Zamboni tornò più volte a visitare i luoghi dove in gioventù aveva combattuto. In occasione di uno di quelli che chiamava i suoi “pellegrinaggi al Carso”, così egli scrisse: “Mentre contemplo questi luoghi di triste e gloriosa memoria, rivolgo un pensiero ai tanti compagni che partiti con me, baldi di giovinezza, dalla scuola di Modena, perdettero quassù la vita nei reiterati assalti a questo fortilizio della difesa nemica… A diciotto anni di distanza io sono venuto qui dove nelle giornate di quel terribile autunno voi foste fulminati dalla mitraglia davanti a queste stesse trincee, o miei gloriosi compagni. Io vi ricordo, io vi sento presenti nell’animo, o valorosi commilitoni della brigata “Catanzaro”. E quando, compiuto il mio pellegrinaggio d’amore e di fede, sarò tornato alla grama esistenza quotidiana, voi continuerete a vivere nel mio cuore insieme con gli altri che caddero a Oslavia, sul Mosciagh, nei cento luoghi del Carso dove il glorioso figlio della “Catanzaro”, il 141° fanteria, portò il suo segno di vittoria.” “Che tranquillità e che pace quassù, e che contrasto con l’infernale frastuono d’un tempo! A Sdraussina la vita è normale…in una di queste case io e i miei compagni, provenienti freschi freschi da Modena, prestammo giuramento nelle mani del comandante del 141° fanteria, il 3 ottobre 1915. Ricordo che il brav’uomo, terminata la cerimonia modesta e insieme solenne – ogni tanto scoppiavano gli shrapnels o passava il fischio delle pallottole – non si sentì la forza di pronunciare che poche parole rotte dalla commozione; ritirandosi e quasi fuggendo nella stanza attigua, seppi poi che disse: “Quanti di questi giovani ufficiali saranno in vita tra pochi giorni?” No, mio buon Colonnello: tutti vivono ancora, perché i morti per la Patria sono più vivi dei vivi.” (riprendi)

FOTO

1 : Ritratto fotografico del sottotenente Adolfo Zamboni, 1915
2 : Retro della fotografia del sottotenente Zamboni, 1915
3 : Manoscritto del sottotenente Zamboni con la1a pagina della memoria sulla VIa battaglia
4 : Il Monte San Michele visto dall’Isonzo (da “Pellegrinaggio al Carso”, 1934)
5 : Legenda della carta topografica 1:25000 del 15 Luglio 1916 (Comando III Armata)
6 : Carta topografica 1:25000 con le difese austriache 15.7.1916 (Comando III Armata)
7 : Manoscritto di Giuseppe Ungaretti della poesia “Sono una Creatura” (Garzanti, 1969)
8 : Trincea sul Monte San Michele (Bruno Piccioli, Sagrado, epoca imprecisata)
9 : Trincea detta il pulpito (Bruno Piccioli, Sagrado, epoca imprecisata)
10 : I progressi delle armi italiane (“Sui Campi di Battaglia”, T.C.I., 1928)
11 : Le 11 Battaglie dell’Isonzo (“L’Italia Storica”, T.C.I., 1961)
12 : Legenda Carta topografica 1:5000 Trincee M. San Michele (in dotazione agli ufficiali)
13 : Carta topografica 1:5000 Trincee M. San Michele (in dotazione agli ufficiali)
14 : Camminamento sul Monte S. Michele (Bruno Piccioli, Sagrado, epoca imprecisata)
15 : Trasporto di sacchi di pane sul S. Michele (Bruno Piccioli, Sagrado, epoca imprecisata)
16 : Il Campo Trincerato di Gorizia (“Sui Campi di Battaglia”, T.C.I., 1928)
17 : Trasporto di proiettile per bombarda da 240 sul San Michele (Bruno Piccioli, Sagrado)
18 : Copertina del dizionario appartenuto alla Batteria Amalfi
19 : Dedica alla Batteria Amalfi (4/1/916)
20 : Diario Storico 141° Fanteria, giornata del 6 agosto 1916 (A.U.S.S.M.A., Roma)
21 : Minuta manoscritta dal sottotenente Zamboni per il Diario Storico del 141°
22 : Ordine d’Operazione N° 1 – Comando 141° Fanteria, 5.8.1916 (dattiloscritto originale)
23 : 2a pagina dell’ Ordine d’Operazione N° 1 – Comando 141° Fanteria, 5.8.1916
24 : 3a pagina dell’ Ordine d’Operazione N° 1 – Comando 141° Fanteria, 5.8.1916
25 : Orologio del sottotenente Zamboni (indica l’ora dell’assalto alle trincee nemiche)
26 : Lapide posta su Cima 3 del Monte San Michele (Bruno Piccioli, Sagrado)
27 : Monumento ungherese alla Cappella Diruta (Bruno Piccioli, Sagrado)
28 : Bibbia trovata dal sottotenente Zamboni nella trincea nemica di Cima 1 (S. Michele)
29 : Comunicazione del Generale Dabalà, 7 agosto 1916 (dattiloscritto originale)
30 : Elogio del Generale Cigliata, 12 agosto 1916 (dattiloscritto originale)
31 : Prospetto della forza e delle perdite del 141° Fanteria dal 5 al 13 agosto 1916
32 : Ordine del Giorno della Brigata Catanzaro del 23 agosto 1916 (dattiloscritto originale)
33 : I risultati della Battaglia di Gorizia (“Sui Campi di Battaglia”, T.C.I., 1928)
34 : Il sottotenente Zamboni accanto alla bandiera del 141° decorata di medaglia d’oro
35 : Motivazione della medaglia d’argento al sottotenente Zamboni (6 agosto 1916)
36 : Lapide sul piazzale di Cima 3 sul Monte San Michele (foto di Mario Saccà)
37 : Cippo commemorativo della Brigata Catanzaro sul S. Michele (foto di Mario Saccà)

FONTI D’ARCHIVIO, ICONOGRAFICHE E BIBLIOGRAFICHE

 - Archivio Adolfo Zamboni jr.
- Nel quarto anniversario della dichiarazione di guerra, Adolfo Zamboni, ed. Società Cooperativa Tipografica, Padova, 1919
- Scene e Figure della Nostra Guerra, Adolfo Zamboni, Casa Editrice R. Caddeo & C., Milano, 1922
- Il 141° Reggimento Fanteria nella Grande Guerra, Adolfo Zamboni, Libreria Editrice A. Draghi di G.B. Randi & F., Padova, 1929
- Il 141° Reggimento Fanteria nella Grande Guerra, Adolfo Zamboni, Guido Mauro Editore, Catanzaro, 1933
- Pellegrinaggio al Carso, Adolfo Zamboni, Guido Mauro Editore, Catanzaro, 1934
- Sistemazione difensiva austriaca del versante nord-occidentale della zona carsica (San Michele) quale risulta dai rilievi fotografici degli aviatori e da informazioni attendibili di prigionieri. 1° Agosto 1916. Comando della 3a Armata. Seconda Sezione - Informazioni
- Diario Storico del 141° Reggimento 1.12.1915 – 30.11.1916. Archivio Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito, Roma, Rep. B-1 Racc. 136D 1213f
- Diario Storico della Brigata Catanzaro 1.8.1916 – 31.10.1916, Archivio Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito, Roma, Rep. B-1 Racc. 136D 1208f
- La Battaglia di Gorizia, ten. col. Zingales, Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito, Roma
- Sui campi di battaglia del medio e basso Isonzo, Guida storico-turistica, Touring Club Italiano, Milano, 1928
- Zona Sacra Monumentale Monte S. Michele – Serie 1a, 2a e 3a, Ed. Bruno Piccioli, Sagrado
- Memoria di Adolfo Zamboni, edito dal Liceo Scientifico Statale “Ippolito Nievo” di Padova, 1961
- Trincee. Confidenze di un fante, Carlo Salsa, ed. Mursia, Milano, 1982
- Sentieri di Guerra- Le trincee sul Carso oggi, Lucio Fabi, Edizioni Svevo, Trieste, 1991
- San Michele – 1917 e dintorni, Walter Rogato, ed. la bassa, Latisana, 1998
- La guerra della fanteria 1915 – 1918: Carso – Oslavia – Altopiano di Asiago – Val d’Astico, colonnello Basilio di Martino, Gino Rossato Editore, Valdagno, 2002
- Isonzofront, Alice Schalek, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2003

 (Proprietà letteraria Adolfo Zamboni, Padova, 2004. Tutti i diritti riservati)

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