Riemerge dalle nebbie del tempo la storia di un soldato della Catanzaro

di Mario Sacca'

(*) Questo testo fa parte dell'introduzione al libro
UN FANTE IN ROSSO E NERO.
Omaggio al soldato Placido Malerba del 142*Reggimento Fanteria ''Brigata Catanzaro''
di Giovanni Saitto, Edizioni del Poggio
Dopo 89 anni i coniugi Saitto hanno potuto rendere omaggio alla sepoltura di Placido Malerba,morto il 16 Luglio 1917, a seguito di una grave ferita infertagli dai suoi compagni della Brigata Catanzaro che si erano ribellati per difendere la speranza di vivere un po’ piu’ a lungo dopo i massacri subiti nei lunghi mesi di permanenza in prima linea ,sul Carso.
Il volto del ventenne soldato di Poggio Imperiale è il primo che emerge dalle nebbie di una storia che ha ancora tanti aspetti oscuri, probabilmente non solo per caso.
Gli storici di tutto il mondo hanno scritto su quella rivolta l’unica nel nostro Esercito con armi alla mano.
Non scoppio’ improvvisamente ma fu preceduta da eventi che maturarono le condizioni per l’ esplosione del profondo malessere che pervadeva l’ animo dei soldati, in prevalenza provenienti dalle regioni del Sud del Paese, troppo lontani dai loro affetti e spesso consapevoli di essere il sostegno a volte indispensabile delle famiglie.
Tutti avevano fatto il proprio dovere tanto che la Brigata aveva avuto riconoscimenti importanti dai comandi italiani ed era stimata e temuta, dai soldati dell’ esercito avversario. Nella letteratura austriaca della Guerra fu definita una Sehr Gut Brigaten ( una ottima brigata) ,peraltro anche molto temuta, specie nei combattimenti corpo a corpo.
1- L'inchiesta parlamentare su Caporetto e le fucilazioni
A pag 367 par 415 del II volume della Commissione Parlamentare d’inchiesta su Caporetto, nel capitolo dedicato all’ analisi dei modi in cui venne applicato il regime penale durante lo svolgimento della guerra, è scritto:
“ Tra i motivi piu’ frequenti di ammutinamenti e di rivolte sono state ricordate le promesse di periodi di  licenza che qualche comandante, anche di grado elevato, faceva alle truppe e che poi le circostanze impedivano di mantenere.
Per motivi di tal genere si ribellarono nel Maggio del 1917 ( la data corretta è il 15- 16 Luglio. Nel testo vi è un errore evidente ndr) reparti della Brigata Catanzaro, che pure era considerata come ottima, giacche’ le bandiere dei reggimenti ( 141° e 142° ndr) erano entrambe decorate: con l’ oro il 141°, con l’ argento il 142°.
La rivolta duro’ dalle 10 di sera fino al mattino successivo e fu domata soltanto con l’ intervento della cavalleria e delle automitragliatrici. Molti dei colpevoli furono immediatamente fucilati.
In tale circostanza fu lamentato che indulgenze passate non avessero tempestivamente richiamato l’ attenzione di chi poteva per taluni indizi prevedere, e con opportune misure evitare, i tristi fatti; e fu altresi’ riconosciuto che la truppa era stanca e logora dalle fatiche sopportate,mentre il Comando supremo ne ignorava lo spirito, forse perche’ non vi era stata completa sincerita’ di referti al riguardo”.
Con poche parole si è fatto cenno ad un complesso di problemi la cui conoscenza ancora oggi, trascorsi 90 anni, è assolutamente incompleta, come lo è la storia delle tante fucilazioni e delle esecuzioni sommarie,delle quali non  si conobbero tutti i casi : molti rimasero,come gran parte dei caduti, “ignoti”.
Sono migliaia le sentenze dei Tribunali Militari, mai esaminate, giacenti presso l’ Archivio Centrale dello Stato. Nessuno conoscera’ quanti sono stati gli uccisi da “ fuoco amico”, spesso solo per affermare un istinto di potenza , incontrollato ed incontrollabile da qualsiasi autorita’ responsabile, da affermare estinguendo ingiustamente la vita di un sottoposto.
La questione delle esecuzioni sommarie e delle decimazioni emerse durante i lavori della Commissione Parlamentare di Inchiesta su Caporetto.
La polemica politica che ne segui’ fu molto forte, soprattutto da parte dei socialisti attraverso una intensa campagna di stampa sul loro giornale L’ Avanti!
Era il 1919, la guerra era finita e se ne scoprivano gli aspetti ignoti alla generalita’ dei cittadini,.
La censura vigente in tempo di guerra, esercitata sui giornali e anche sulle comunicazioni private dei militari, aveva ottenuto il silenzio su molte vicende,molte delle quali dal profilo molto incerto rispetto alla corretta applicazione del Codice Penale Militare.
Sulla prima pagina dell’organo ufficiale del PSI furono pubblicate numerose testimonianze che denunciavano episodi legati ad abusi commessi da ufficiali di grado diverso verso i propri soldati che vennero uccisi, talvolta assassinati, trovando copertura nelle disposizioni del Generale Cadorna in materia di disciplina militare ed anche,in qualche, caso il suo plauso ( come quello fatto al colonnello Thermes dopo la prima decimazione subita dalla Brigata Catanzaro il 28 Maggio 1916, giorno seguente al vittorioso scontro di Monte Mosciagh).
Non si conobbe mai il numero vero delle vittime delle esecuzioni sommarie : per le fonti ufficiali fu di 152,mentre per i socialisti era stato di un migliaio.
L’inchiesta  si concluse con un  giudizio che costitui’ “ un vero e proprio falso storico” e la scelta di dare l’ immagine di un esercito “governato con spirito paterno” con “un regime disciplinare mite ed umano se non vi fossero stati gli eccessi ,peraltro episodici , dei due principali geni/demoni del conflitto, Cadorna e Capello.” ( cfr Pluviano e Guerrini,Le fucilazioni sommarie nella Prima Guerra Mondiale).
Eppure l’ organo parlamentare si era anche avvalso della relazione dell’ Avvocato generale dell’ Esercito Donato Antonio Tommasi, oggi reperibile a Milano presso il Museo del Risorgimento, che esamino’ numerosi carteggi del  cessato Reparto disciplina e ,pur avendo richiesto al Comando Supremo di collaborare ed approfondire l’ indagine, non ebbe molto sostegno.
Tuttavia presento’ le sue conclusioni ed indico’ una serie di casi in base ai quali espresse giudizi  sull’ applicazione del Codice Penale Militare in tempo di guerra : fu corretta in un numero limitato di casi ( circa 21 vittime) e illegittima negli altri ( 210 vittime) . Il giudizio di Tommasi fu negativo sul vecchio sistema disciplinare italiano e sulla eccessiva severita’ imposta da Cadorna con sue circolari che ebbero effetto analogo a quello delle leggi,pur essendo un abuso di potere mai contrastato o sottoposto a controllo da parte del Re o del Governo.
Il tempo che gli era stato concesso non consentiva altre possibilita’ sicche’ Tommasi propose il prolungamento dell’ inchiesta, che non venne concesso. Le conclusioni dell’organo parlamentare non furono,percio’,particolarmente rilevanti.
“ L’amnistia dei disertori” promulgata nel 1919 non restitui’ la liberta’ a tutti i condannati dai Tribunali Militari di Guerra, come sottolineo’ripetutamente il quotidiano del PSI l’ Avanti! per smentire le affermazioni della stampa di destra. Nel periodo tra le due guerre, diverse migliaia di soldati che non si erano macchiati di delitti di sangue, continuarono a languire nelle carceri militari italiane.
In sostanza nel complesso non emerse una “giustizia giusta” nei casi in cui sarebbe stato corretto applicarla.
Per chi vuole approfondire la conoscenza dell’ intera problematica rinvio ai libri ed ai documenti citati .
Fino al 1968 , data di pubblicazione del libro di Forcella E Monticane “Plotone di esecuzione”, non si affronto’ piu’ l’ argomento. Le famiglie non ne ebbero conoscenza perche’ le notizie sulla morte dei loro cari era pervenuta occultando la verita’. Nelle lettere che il Ministero della Guerra aveva inviato si comunicava che il militare era caduto in combattimento, o era disperso. Durante le mie ricerche ho reperito numerosi documenti di questo tipo,riguardanti sia le vittime di fucilazioni che gli uccisi dai loro compagni durante la rivolta della Catanzaro.
Fu cosi’ anche per Placido Malerba. Nessuno,pertanto, ebbe motivo per guardare dentro le cose e sapere cosa era successo.
Giovanni Saitto,nel testo che ha elaborato, racconta che cosa avvenne a Santa Maria La Longa nella notte fra il 15 e il 16 Luglio 1917 : vi furono 11 vittime dei rivoltosi e 28 fucilati.Altri quattro fucilazioni furono eseguite nei giorni successivi a San Canziano d’ Isonzo.
I motivi non sono ancora chiari e fanno parte della ricerca in corso che dovrebbe stabilire se vi fu una componente politica nella rivolta, che alcune relazioni inviate al Comando Supremo, confermate da giornalisti ad esso vicino come Rino Alessi, affermano.
Oppure si tratto’ solo di un moto dovuto alle condizioni terribili nelle quali si trovarono quei soldati, come affermano le fonti socialiste ed almeno una delle relazioni delle quali ho scritto, collegate alla speranza di essere inviati in una zona dove i combattimenti erano meno pericolosi come il Trentino. I dati rilevabili dalla pubblicazione del Ministero della Guerra “ Brigate di Fanteria” dimostrano come su quella zona del fronte si moriva moto di meno rispetto al mattatoio del Carso.
I soldati ne erano a conoscenza e la loro richiesta era,percio’, motivata.
2- La storia della mia ricerca
Il 6 Novembre 2003 scrissi su La Gazzetta del Sud, nella pagina cittadina, il mio primo articolo sulla Brigata Catanzaro.
Si sapeva poco su di essa, l’ unica notizia circolante riguardava una generica fucilazione,assunta come motivo per affermare che..tanto vabbe’..non era stata un buon esempio per ricordarne la storia.
Tuttavia in uno dei quartieri nuovi era stata dedicata una via “Brigata Catanzaro”.
Se l’amministrazione comunale aveva fatto quelle scelta ci doveva pur essere qualche buona ragione !
Dopo diverse ricerche in biblioteca, sui giornali degli anni della Grande Guerra e su quelli del 1933, data dell’ inaugurazione del nostro Monumento ai Caduti,opera dello scultore calabrese Michele Guerrisi, vincitore del concorso nazionale appositamente indetto, ebbi la convinzione che il 141° e 142° Reggimento Fanteria erano stati fra quelli piu’ eroici e decorati del conflitto.
Il primo aveva ottenuto la Medaglia d’ Oro alla bandiera,il secondo quella d’ argento, entrambe custodite a Roma presso il Museo della Fanteria di Via S Croce in Gerusalemme.Il vessillo di epoca repubblicana ed il puntale, originale, con l’ elenco delle battaglie sono visibili nel Museo del Vittoriale che ha sede all’ interno dell’ Altare della Patria.
La stampa locale, specie La Giovine Calabria e Il Potere, riportavano numerose notizie sulle gesta della Brigata,oltre a lettere di suoi componenti e necrologi dei caduti.
L’ 11 Novembre 1933, giorno dell’ inaugurazione del Monumento, il Podesta’ davanti al Re Vittorio Emanuele III, venuto per presenziare all’ inaugurazione della bella opera di Guerrisi, esalto’ l’ eroica brigata che portava il nome di Catanzaro,citta’da dove erano partite altrettanto eroiche unita’ come le Brigate Brescia e Ferrara. Tutte e tre,combattendo insieme, avevano conquistato le 4 cime del S Michele quando era stata presa Gorizia.
Anche la Societa’Meridionale Elettrica, nel consegnare un contributo di cinquemila lire al comitato pro Monumento ai Caduti, aveva ricordato il leggendario 141° protagonista, con il 142° di epiche battaglie.
Il Re era li,sul palco eretto nel mezzo della grande piazza principale, forse perche’ “motu proprio” aveva decorato con l’oro la bandiera del 141° Reggimento e la sua presenza accresceva e confermava il significato della decisione.
Non erano necessarie altre conferme, con quella documentazione la vicenda assumeva contorni molto diversi da quelli della vulgata:la fucilazione si collocava in un contesto che non rinnegava il valore della Catanzaro.
Decisi di acquisire altre notizie: in biblioteca trovai la copia del libro scritto dal capitano Adolfo Zamboni “ Il 141° Fanteria nella Grande Guerra”, arricchita da una lettera del Duca D’Aosta, comandante della III Armata durante la Guerra, stampato nel 1933, in seconda edizione, da Guido Mauro, editore e ufficiale della Brigata ( la prima edizione era stata pubblicata a Padova da Draghi).).
La ristampa era una scelta puntuale, fatta per esaltare l’ inaugurazione del Monumento ai caduti.
Dai Musei Civici di Trieste mi spedirono la pubblicazione di “ Fasti della III Armata, La Brigata Catanzaro” a cura dello stabilimento Tipografico Caprini, 1919.
In piu’ la riproduzione della cartolina della lapide che era stata affissa nella Caserma Oberdan di Trieste nel 1919, dove la nostra unita’ venne probabilemte ospitata dopo la fine del conflitto.
Il nome del martire Triestino ricorreva spesso nella pubblicistica calabrese, segno evidente che il Risorgimento ed i valori nazionali erano molto presenti nel dibattito politico e culturale del nostro Sud e costituivano uno dei motivi fondanti del consenso alla Guerra.
Il libro del colonnello Basilio Di Martino “La guerra della Fanteria”, le cui fonti principali sono i diari storici del 141° e 142° Fanteria, completo’ la prima documentazione.
Scrissi l’ articolo cui ho fatto cenno all’ inizio di questo racconto.Dopo la pubblicazione ricevetti due telefonate da Catanzaro nelle quali si metteva ancora in evidenza la storia della decimazione che apriva e concludeva un giudizio, ahime’,infondato da parte dei miei interlocutori.
Fui molto sorpreso quando, alzando il telefono, sentii : “sono Zamboni, telefono da Padova,mi congratulo per l’ articolo sulla Brigata Catanzaro.”
Non era l ‘autore del libro che ho citato ma il nipote ed omonimo ing Adolfo, custode e valorizzatore delle memorie dello zio al quale il pezzo di Gazzetta del Sud era stato spedito da un suo amico di Crotone.
Era una coincidenza? Forse non casuale, se penso a tutto cio’ che è successo in seguito.
Da quella prima conversazione sono nate due cose: l ‘amicizia e la ricerca comune che ha riportato la Brigata all’ attenzione di un vasto pubblico e di molte Istituzioni: dalla Presidenza della Repubblica, ai Comuni dove era nata ed aveva combattuto.
Lungo il cammino altri incontri hanno indicato la strada da percorrere per recuperare immagini e ricordi di eventi e di uomini. Non ho mai avuto indicazioni sbagliate dalle persone o seguendo l’ istinto che mi ha portato in alcuni luoghi e non in altri.
Questo libro ne è la testimonianza piu’ vera e significativa.
3 - Incontri ed eventi dal 2004 ad oggi
Nel Febbraio 2004 tornai al sacrario del S Michele che avevo visitato qualche anno prima : allora, entrando, ero stato colpito dalla fotografia del Capitano Ettore Vitale, medaglia d’ argento della Brigata Ferrara morto a 26 anni il 25 Novembre 1915 ; la sua memoria era ben presente nel luogo del suo sacrificio.
La seconda visita fu meno fortunata, il piccolo Museo era chiuso per ristrutturazione.I reperti erano stati depositati nel Museo della Guerra di Gorizia.
Scattata qualche fotografia ai cimeli del piazzale, agli obelischi ed alle lapidi che ricordavano anche la partecipazione della Catanzaro alla presa delle cime del S Michele, tornai verso S Martino del Carso.
Fermai la macchina vicino a un sentiero con alberi e arbusti. In questi posti a volte si vede qualche pezzo di trincea,una galleria o si trova qualche scheggia, frammento degli scontri fra gli opposti eserciti.
Mi incamminai e dopo qualche decina di metri notai dei cippi in cemento : ricordavano le Divisioni e le Brigate che avevano combattuto fra le cime uno e due del Monte; c’ era anche quello della Brigata Catanzaro: non l’ avrei mai immaginato! Ebbi la sensazione di essere stato guidato nel decidere quella sosta , forse dovevo ritrovare quel piccolo manufatto che si faceva presente a me, abitante della citta’ che recava lo stesso nome inciso sul cippo. Per di piu’ avevo scritto la storia di quei soldati.. Le trincee nelle quali avevano vissuto i tragici eventi erano li, visibili, anche se riempite con i sassi. Stavo camminando sui passi della storia: come si dice nella comunicazione di History Channel.
In un attimo il tempo colmo’ un vuoto di quasi 90 anni. coinvolgendomi in una comprensibile emozione. Intanto la neve incomincio’ a cadere e non fu facile tornare sui miei passi.
L’immagine fotografica del cippo sono visibili in questo libro e sul sito di cimeetrincee, punto di riferimento fondamentale in tutta la storia che racconto: anche Giovanni Saitto è arrivato a me e Giulia Sattolo consultandolo.
Tornai in quei luoghi nel Luglio dello stesso anno facendo un lungo giro che comprese Gorizia,Udine e Palmanova.
Avrei voluto trovare documentazioni sulla rivolta del 15-16 Luglio 1917 che aveva provocato la fucilazione di 28 soldati della Brigata Catanzaro e saperne di piu’ sulla “fossa comune” nella quale”senza nome” erano stati gettati i cadaveri dei decimati.
Santa Maria La Longa era l’ indispensabile punto di riferimento per l’ indagine. Al Comune la consultazione dei registri non forni alcuna notizia. Appresi che i documenti , un tempo raccolti in una cartella, erano stati sottratti e finiti chissa’ dove. Neppure nei registri parrocchiali vi erano annotazioni.
Tuttavia una gentile addetta all’ anagrafe telefono’ al conte Antonino di Colloredo Mells, conoscitore profondo della storia del Paese, erede di colui che la sera della ribellione ospitava D’ Annunzio ; contro la sua villa avevano sparato i soldati ammutinati individuando nel vate il simbolo dell’ esaltazione della guerra. Il poeta non aveva serbato rancore ed era stato presente all’ esecuzione dei soldati scrivendo l’ unica testimonianza completa che possiamo leggere nel Libro Ascetico della Giovine Italia sotto il titolo “ Cantano i morti con la terra in bocca e le carene valicano i monti”.
Le notizie che contiene non sono tutte esatte ma l’ emozione e la pieta’per il tragico evento sono ben espresse.Non si percepiscono critiche all’ apparato militare che D’Annunzio, estensore di poesie al Re ed a Cadorna, non avrebbe mai sottoscritto.
Bisognerebbe soffermarsi nell’ esame del testo, molto diretto verso i contadini del Sud per concludere con un ‘osservazione fondamentale : i simboli odierni di quella Guerra sono loro, il vincitore fu Diaz, colui che scrisse e musico’ la Leggenda del Piave fu E:a:Mario,tutti napoletani !
Ma quale coscienza ne ha il nostro amato Sud? Che cosa recupera, attualizza e valorizza del sacrificio di quegli uomini, partiti da questa parte d’ Italia per andare a combattere lassu’, in un’ altra parte d’ Italia per affermarne l’ indipendenza e l’ unita’? Questo,per me, è lo scopo fondante della ricerca e del recupero della memoria che è memoria storica, della vita di uomini e delle loro comunita’, di cio’ che si pensava e si sarebbe voluto motivando la partecipazione al Conflitto.
Noi non abbiamo le trincee, ne’ i monti dove erano i nostri soldati,ma dobbiamo ricostruire il contesto generale degli eventi e farne oggetto di recupero dei valori che lo sottesero che sono parte determinante della nostra identita’.
Certamente furono molti coloro che non andarono volentieri a fare il loro dovere, ma lo fecero fino in fondo: anche i decimati e gli uccisi di Santa Maria La Longa erano stati valorosi se è vero che le medaglie furono affisse sulle bandiere dei loro Reggimenti.
Il Conte di Colloredo mi racconto’ le memorie che conservava.Poi volle farmi conoscere Giulia Sattolo, studentessa della facolta’ di Storia dell’Universita’ di Udine che aveva avuto assegnata la tesi sulla rivolta della quale mi stavo occupando.
Dopo il cippo ecco un altro evento importante per la ricerca.
Il giorno dopo andai al Cimitero del Paese per visitare il luogo della decimazione narrata da Gabriele D’ Annunzio.
Vi tornai anche il giorno dopo per lasciare ai piedi del muro un fiore artificiale ed un biglietto, visibile su cimeetrincee, in memoria di quei morti e delle loro vittime.
In seguito andai a S Martino del Carso, Bosco Cappuccio, le trincee del Groviglio passano li dove aveva combattuto la Brigata Catanzaro ed erano caduti alcuni dei suoi ufficiali, fra i quali il Colonnello Arturo Cassoli,primo comandante del 142°, originario di Ferrara ma sposato nella mia citta’.
A questo punto era necessario riportare la memoria e le conoscenze all’ attenzione dei catanzaresi. Organizzai, con il consenso del Comune un convegno con le presenze dei maggiori scrittori della storia della nostra unita’: Di Martino, Pluviano e Guerrini, Zamboni e in piu’ il prof Chiara dell’ Universita’ di Messina per l’ inquadramento delle vicende nel nostro contesto storico.Venne anche Giulia Sattolo. Cimeetrincee curo’ la parte fotografica e multimediale,come si puo’ vedere sul sito ideato e gestito da Daniele Girardini,un veneziano che,come noi, ama profondamente uomini ed eventi di quegli anni.
Una bella mostra con documenti assolutamente inediti completo’ le manifestazioni, uniche del Mezzogiorno, per la celebrazione dei 90 anni dall’ inizio del Conflitto.
Da allora la Brigata Catanzaro è stata la protagonista di iniziative importanti,interamente descritte nel sito che ho gia’ citato.
I ragazzi delle scuole sono stati ad Asiago, nella circostanza sul Monte Mosciagh venne inaugurato un cippo in memoria della Brigata, ideato e realizzato da Daniele Giradini e Adolfo Zamboni. Il viaggio è proseguito a Gorizia e Santa Maria La Longa dove i nostri studenti hanno portato una corona di fiori in memoria in quel cimitero contro il cui muro il Municipio ha fatto affiggere una targa che ricorda i 28 fucilati.
Nell’ Ottobre del 2005 si è svolto un convegno organizzato dal Comune di S Maria durante il quale sono emerse le ultime documentazioni trovate e riguardanti la rivolta.
A Gorizia nel Febbraio u.s.nell’ incontro a piu’ voci, organizzato dalla Provincia e presieduto dal dott Pierluigi Lodi, ho potuto fare il punto sulla storia della Brigata e le ricerche in corso.
Oggi posseggo altre informazioni che permettono di ricostruire alcune battaglie ( Mosciagh e Gorizia) ed anche le storie di alcuni protagonisti della ribellione del Luglio 1917.
Ho avuto la fortuna di avere le memorie di un soldato del 141° Francesco Armogìda, che visse vicino Catanzaro pubblicate sulla rivista Calabria Letteraria e su internet.
Ho voluto raccontare l’ inizio e il percorso compiuto, fin qui, della ricerca. E’ stata una rivelazione progressiva che nel libro in memoria di Placido Malerba trova il suo primo e piu’ significativo compimento.
Giovanni Saitto racconta il nostro incontro e lo scambio di notizie che l’ ha portato a scrivere il testo. Oggi,grazie a Giulia Sattolo, conosciamo i nomi dei militari uccisi dai soldati in rivolta che lei ha trovato nei registri cimiteriali di Santa Maria La Longa, frazione di Mereto di Capitolo.
Al termine della Guerra i loro resti furono portati a Udine, nella Chiesa di S Nicolo’, dove i signori Saitto hanno potuto deporre un fiore sulla lapide di Placido.
Le loro profonde emozioni descritte nel libro sono le mie,quelle di tutti noi che rendiamo omaggio alla valorosa memoria del giovane soldato,morto per essere fedele al suo dovere.Non è retorico esprimere commozione per averne potuto vedere il volto bello e sereno dei suoi venti anni. Omaggio e gratitudine alla sua memoria.
Assieme a lui giace un calabrese di Vallelonga,un paesino montano delle Serre, che si chiamava Vincenzo Galati. Prima di morire nello stesso Ospedale da campo n 206, a causa dell’ identico tipo di ferita, lo avevano processato per i fatti del Mosciagh e rinviato in prima linea. Era un contadino, come la gran parte di quei soldati che erano stati insieme eroi riconosciuti e decorati ma che , desiderosi di trovare una parte dei normali desideri di uomini, si erano trovati a recitare parti contrapposte, sparandosi addosso.
I parenti lontani di Galati sono emigrati in Canada,. Ho comunicato ad uno di loro il ritrovamento della sepoltura.Mi auguro che possano visitarla, un giorno.
Un'altra delle vittime, Luigi Trevisonne, era di Lucera ma non ho altri dati.
Anche i nomi di tre fucilati, e forse di un quarto, sono noti. Massimo Vitale, giornalista della RAI di Campobasso, ne ha trovato uno scrivendone nel libro 5000 croci.
Di altri due, entrambi siciliani, ho rintracciato le generalita’ leggendo i libri dei caduti pubblicato dal Ministero della Guerra intorno al 1928.
Non ho notato ne’ calabresi, ne’ pugliesi fra i decimati. Puo’ darsi,come ho verificato in altri casi, che non siano stati inseriti per mancanza di notizie. Solo la scoperta di qualche documento ufficiale potra’ affermarlo o smentirlo.
La ricerca proseguira’ fino a che, mi auguro presto, potremo conoscere chi furono i protagonisti-vittime di quell’ evento ancora oggi coperto da tanti misteri dovuti, anche, alla inspiegabile scomparsa di documenti importanti.
Alcune notizie avute descrivono in modo terribile la decimazione:alcuni furono finiti con la mitragliatrice o dagli ufficiali con le pistole. Non tutti erano, forse, responsabili perche’12 di loro erano stati sorteggiati uno ogni dieci. Gli altri 16, come narrano le cronache, vennero colti con le armi in mano.
Ma le responsabilita’ piu’ grande, che emergono interamente dalle relazioni note, non vennero perseguite scaricandole su quei valorosi contadini, pianti dal Poeta, che avevano gia’ la stanchezza della morte troppo a lungo loro compagna inseparabile nelle lunghe giornate vissute in trincea.
Nessuno dei diari o delle memorie fino ad oggi note ha voluto dire di piu’.
La mia speranza è che per ciascuno di loro sia possibile scrivere nome e cognome, conoscere il luogo dove riposano e ricostruire la loro storia.
E’ una ricerca che si può compiere solo col cuore,con l’ affetto che si deve avere per tutti loro, che ho provato e provo per Placido Malerba, primo fra i tornati alla vita ed alla memoria del nostro tempo.
 

Si riporta l'articolo di Teresa Maria Rauzino pubblicato su foggiaweb.it in merito alla presentazione del libro.

Nel 1917, durante l’eccidio di Santa Maria La Longa, morì anche il fante Placido Malerba di Poggio Imperiale

LA TRAGICA ESTATE DELLA BRIGATA “CATANZARO”

Giovedì 5 ottobre, a Poggio Imperiale, il giornalista calabrese Mario Saccà ha presentato il libro di Giovanni Saitto, “Un fante in rosso e nero. Omaggio al soldato Placido Malerba, del 142° RGT. FTR. “Brigata Catanzaro”, pubblicato dalle Edizioni del Poggio. Saccà ha incentrato il suo intervento sulle operazioni militari della “Catanzaro” nella Prima Guerra Mondiale e sul contesto politico in cui si dibatteva l’Italia nel primo ventennio del XX secolo.

Alla manifestazione ha partecipato la dottoressa Giulia Sattolo (*) , fresca di laurea, giunta per l’occasione da Santa Maria la Longa, centro della bassa friulana a pochi chilometri da Udine. Ha relazionato così sull’episodio accaduto nel suo paese, e che vide protagonista i fanti della Brigata più volte decorata nel corso della Grande Guerra:

«A Santa Maria la Longa, importante base logistica del III Corpo d’Armata, è il 15 luglio del 1917. È domenica, e nei baraccamenti posti nelle immediate vicinanze del paese friulano stanno trascorrendo un periodo di riposo i fanti della “Brigata Catanzaro”, costituita dal 141° e 142° Reggimento Fanteria. I fanti sono stressati dal lungo tempo passato in prima linea e gli alti comandi hanno previsto per loro un lungo periodo nelle retrovie. All’improvviso, come un fulmine a ciel sereno, accade qualcosa di inatteso. Un fonogramma, giunto nella tarda serata, richiama in trincea la Brigata. Esplode la protesta degli uomini in grigio-verde. Si spara con le mitragliatrici. Si lanciano addirittura alcune bombe a mano. Si manovra come se si avesse davanti il nemico. Sono prese di mira le baracche degli ufficiali e si spara ad altezza d’uomo, cercando di colpire chi tenta di fare da paciere. Alcuni militari si portano nei pressi dell’abitazione del conte di Colloredo Mels, dove si pensa risieda il poeta-soldato Gabriele D’Annunzio, sparando colpi di fucile all’indirizzo dell’abitazione. Si contano i primi morti e feriti, tra cui il fante poggimperialese Placido Malerba: una pallottola gli si è conficcata al basso ventre, provocandogli una ferita molto grave che, il giorno dopo, gli costerà la vita. La rivolta prosegue per tutta la notte e si placa al sopraggiungere di una Compagnia di Carabinieri, quattro automitragliatrici, due autocannoni e reparti della cavalleria. Nella notte, sedata la ribellione, il Comandante della Brigata ordina la fucilazione di quattro soldati, scoperti con le canne dei fucili ancora calde. Avviene quindi la decimazione del resto della Compagnia. All’alba del 16 luglio, sedici fanti (4+12 decimati) vengono passati per le armi a ridosso del muro di cinta del cimitero di Santa Cecilia e posti in una fossa comune. È il primo caso di ammutinamento nelle file del Regio Esercito, un’onta che ancora oggi macchia il nome di una delle Brigate di Fanteria più eroiche del nostro Esercito».

Alla fine della manifestazione, la dottoressa Sattolo ha elencato i nomi degli undici militari uccisi negli scontri, mentre il giornalista Mario Saccà, studioso delle vicende della “Catanzaro”, arrivato a Poggio Imperiale da Roma con dei documenti inediti, ha reso noto, per la prima volta in Italia, le generalità dei dodici fanti fucilati. Quest’ultima notizia aprirà delle polemiche fra gli studiosi della “Catanzaro”, in quanto finora si riteneva che i fanti fucilati fossero ventotto.

Un ufficiale scrisse all’Avanti questa lettera, che fu pubblicata, senza firma, in prima pagina il 16 agosto 1919, due anni dopo l’eccidio. La riprendiamo integralmente dal sito http://www.cimeetrincee.it/longa.htm :

«Caro “ Avanti ! “

La campagna da te così coraggiosamente iniziata contro i fucilatori è sacrosanta e tutti gli onesti, a qualunque partito appartengano, devono approvarla. Ma se tu volessi registrare tutti i casi di barbarie verificatisi durante la guerra, del genere di quelli con tanto cinismo confessati da Graziani, dovresti pubblicare per parecchie settimane un numero quotidiano di 16 pagine. E nemmeno, forse, esauriresti la materia. Poiché la guerra, coi poteri straordinari e brutali conferiti a migliaia di delinquenti, degenerati, megalomani e prepotenti, investiti di comando e spesse volte premiati per l’energia dimostrata verso i disgraziati che erano alle loro dipendenze, ha giustificato dinanzi alle inumane leggi militari gli assassini compiuti freddamente, premeditatamente per puro spirito di malvagità. Chi potrà mai descrivere l’orrore delle decimazioni ordinate da Comandanti di Corpi d’Armata e di Divisioni? Compagnie, battaglioni, reggimenti, brigate intere allineate per assistere alla nefanda scena dell’assassinio dei loro commilitoni, scelti dal caso. Tristissimi ricordi che la mente vorrebbe aver per sempre dimenticati. Ti voglio citare soltanto il tragico fatto della brigata Catanzaro (così si chiamava quella composta dal 141 e 142 fanteria). Quegli infelici soldati, dopo oltre due anni di ininterrotta permanenza nell’inferno del Carso, dopo un turno di oltre quaranta giorni di trincea, scalzi, cogli abiti a brandelli, pieni di pidocchi, emaciati e stremiti dalle fatiche e dalle privazioni, ridotti ad uno stato addirittura spettrale, furono finalmente mandati a riposo a Santa Maria la Longa. Nella brigata, da parecchio tempo, serpeggiava un vivo malcontento pel rancio scarsissimo e pessimo, pei lunghi turni di trincea, pei brevissimi periodi di riposo, per la mancanza o pei ritardi enormi delle concessioni di licenze (allora v’era la licenza annuale di quindici giorni, ma quattro quinti dei soldati non riuscivano ad averla nemmeno dopo 18 o 19 mesi ! ), per lo spettacolo demoralizzante che si ripeteva ormai da troppo tempo di reparti mandati al massacro – inutile massacro ! – da capi megalomani e cocciuti, che si facevano poi belli dell’ardimento e dello spirito di combattività da essi ( ! ) dimostrato per scroccare promozioni per merito di guerra e decorazioni ! Sono cose queste che tutti quelli che sono stati al fronte sanno benissimo. Ma ritorniamo al 141 e 142. Dicevo dunque che i poveri fanti erano andati a riposo a Santa Maria la Longa. Per calmare la loro legittima esasperazione era stata sparsa fra i soldati la voce che dopo un lungo turno di riposo, tutta la brigata sarebbe stata trasferita su un fronte calmo: la Carnia o il Cadore. Passano quattro o cinque giorni ed arriva dalla Divisione un fonogramma che richiamava tutta la brigata in linea con la massima urgenza. Vistisi turlupinati in modo così barbaro, i poveri fanti che non erano riusciti nemmeno ancora a spidocchiarsi, perdettero la pazienza e si ribellarono ai propri ufficiali. Inutile dire quel che avvenne. Giudizi capitali pronunciati ed eseguiti a tamburo battente contro soldati, forse innocenti dell’ammutinamento, decimazioni, ecc. ecc. I sopravvissuti dei due reggimenti, incolonnati fra due file di automitragliatrici blindate con l’automobile del generale in testa, ricondotti, come un branco di pecore spaventate, in trincea. Sarebbe da meravigliarsi se tali soldati si fossero, alla prima occasione propizia, arresi al nemico ? Il fatto avvenne nei primi di luglio del 1917.
Che dire poi di ufficiali i quali si vantavano, pubblicamente in presenza di ufficiali e soldati, di aver ucciso a rivoltellate soldati ed ufficiali subalterni durante le azioni ?». Per la cronaca, la tragica vicenda della “Brigata Catanzaro” si concluse con l'inevitabile trasferimento di alcuni comandanti e l’archiviazione del caso. Fu un episodio isolato, forse, ma fu un segno molto evidente del logoramento a cui le durissime condizioni di guerra avevano portato le truppe dell'esercito italiano. Lasciò una dolorosa impressione in quanto era accaduto in una brigata come la Catanzaro, nota per la sua fama di eroica combattente, e più volte decorata per il suo valore. I fanti della Catanzaro, dopo questo sussulto rivoltoso, sarebbero tornati a morire con la rassegnazione e il coraggio di sempre.

(*) Giulia Sattolo si e', infatti, appena laureata con la tesi  dedicata alla fucilazione della Brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa (UD): "La rivolta della Brigata Catanzaro a Santa Maria la Longa. Storia e Memoria."

Un'immagine del pubblico presente alla presentazione del libro

 

La neo dottoressa Giulia Sattolo

 

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