Don Feliciano Marini : Ricordi di un Cappellano militare

Prima parte

Archivio Fabrizio Cece

Introduzione

La pubblicistica post guerra dei sacerdoti che avevano ricoperto l'incarico di Cappellano Militare, è piuttosto contenuta, forse i diari di guerra non superano il numero di 30. Molti di essi ebbero un carattere "retorico" o celebrativo, pochi si caratterizzarono per una forma nuova e concreta. Tra questi ultimi si ricordano le memorie di personaggi quali don Mazzolari, don Minzoni, don Minossi. Morozzo della Rocca, nella sua fondamentale pubblicazione sui cappellani in guerra (1), aggiunge a questi anche l'eugubino don Luigi Rughi (2). Il testo del sacerdote folignate don Feliciano Marini, pubblicato nel 1923, di certo non può annoverarsi tra i documenti fondamentali della pubblicistica ecclesiastica; tuttavia, sia per il suo indubbio valore documentario (testi e immagini), sia per il fatto che la pubblicazione è oramai quasi introvabile (il sistema ISBN indica che copia del volumetto esiste solo nella Biblioteca Centrale Nazionale di Firenze), si è ritenuto utile trascriverne il contenuto che verrà ripartito in tre blocchi, rispettando la divisione in tre parti voluta dall'autore medesimo. Le fotografie, considerato che nella pubblicazione sono di dimensioni ridotte e di qualità non sempre buona, sono state scansionate e le migliori inserite in ciascuna delle tre parti. Il diario copre il periodo che va dal maggio 1915 al febbraio 1918 ed è diviso in tre parti corrispondenti ad altrettanti periodi di attività militare di don Marini. Essi sono: I parte : maggio 1915 - dicembre 1915, prete soldato in una sezione di sanità; II parte : gennaio 1916 - giugno 1916, cappellano militare al 70° reggimento fanteria; III parte: luglio 1916 - dicembre 1917, cappellano militare all'ospedaletto da campo n. 114; gennaio 1918- febbraio 1918, cappellano militare al 114° reggimento fanteria. Il diario di don Marini non ha note, le poche aggiunte in accompagnamento della trascrizione sono mie. La copia utilizzata per la trascrizione e per la scansione delle immagini è conservata nella Biblioteca dell'Archivio Vescovile di Gubbio. Ringrazio don Ubaldo Braccini, archivista, per la disponibilità mostrata.

Don Feliciano Marini: nota biografica

Nato a Foligno (PG) il 27 ottobre 1883, don Feliciano Marini entrò quale aspirante al sacerdozio nel seminario diocesano. Fu ordinato il 25 maggio 1907 dal vescovo mons. Carlo Bertuzzi, il quale lo nominò in pari tempo cappellano della Confraternita del Suffragio e Mansionario della Cattedrale. Successivamente don Feliciano ricoprì anche altre cariche tra le quali quella di economo della parrocchie di Fiamenga, Cave e Maceratola. Fu parroco di Fiamenga per 16 anni. Nella Grande Guerra fu nominato cappellano militare. Seguì i reparti al fronte dal 1915 al febbraio 1918 quando venne trasferito all'ospedale militare di Foligno. Fu pure redattore del bollettino ufficiale della diocesi folignate. Nel 1927 fu nominato Canonico del Capitolo Cattedrale di Foligno e fu insegnante di storia presso il Seminario locale. Il 24 gennaio 1931 fu nominato dal Comando Generale della M.V.S.N. cappellano militare della 103a Legione di stanza a Foligno con il grado di Centurione e nell'aprile dello stesso anno fu insignito dell'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia. Il 28 maggio 1932 celebrava il Giubileo sacerdotale (4). Nel 1936 partì volontario come cappellano militare per la campagna d'Etiopia (1935-1936) e nel 1940 per la campagna d'Africa Settentrionale dove prendeva parte a varie imprese belliche portando il conforto della fede ai soldati impegnati nei combattimenti. Don Feliciano fu insignito di numerose decorazioni. Per le sue benemerenze ricevette l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine Coloniale e della Croce al valor militare. Nel 1950 fu promosso alla Dignità capitolare di Primicerio della Cattedrale. Cultore di storia locale ed ecclesiastica, don Feliciano Marini è autore di alcune opere a stampa tra cui "I ricordi di un cappellano militare" (1923), "Fiamenga e le sue chiese" (Foligno 1927) e "I vescovi di Foligno. Cenni biografici"(Vedelago-Treviso 1948). Don Feliciano Marini Mori nel 1951. Presso la Biblioteca Jacobilli di Foligno è conservata una interessante collezione numismatica dono del prelato folignate.


Don Feliciano Marini

RICORDI DI UN CAPPELLANO MILITARE

con illustrazioni Società Tipografica "Leonardo da Vinci", Città di Castello .1923 (5)

A chi legge

Chi non ha vissuto la vita di trincea e non ha famigliarizzato coi combattenti, si sarà fatto un'idea inesatta della nostra guerra, a causa forse delle narrazioni, alle volte troppo poetiche, dei giornali. E' necessario dunque che a dissipare certe concezioni errate, a chiarire certe idee vaghe, ponga la sua opera, sia pur modesta, chi è stato testimone ai fatti. La storia, come un mosaico, si compone di piccoli fatti avvicinati tra di loro e armonizzati al vero. Ogni piccola notizia vera può servire allo storico per la sua opera grandiosa. Questo è stato il concetto, che mi ha guidato nel dare alla luce questa parte del mio diario di guerra. Il fine propostomi è stato quello di far conoscere, quale accoglienza ha fatto il soldato italiano in guerra al sentimento religioso. Perchè poi queste piccole note non dovessero perdere d'interesse e di vivezza, l'ho pubblicate tali e quali mi furono dettate dalle impressioni del momento. Vi ho inserito anche alcune lettere, che scrissi dal fronte e che furono stampate a suo tempo, ne " La Gazzetta di Foligno". Sarò pago, se avrò raggiunto lo scopo prefissomi, di eccitare cioè nei lettori l'amore ai sacri ideali Dio e Patria, che condussero l'Italia alla gloriosa vittoria.
Foligno, nell'Anniversario della Guerra, 1923.
 

I. Partenza per il fronte. Le Prealpi cadorine. Prime impressioni di guerra. Cortina d'Ampezzo. Anno 1915-1916

 

Maggio.

 

12.Quest'oggi mi è stato consegnato il foglio di precetto per il richiamo alle armi, come soldato della IX Compagnia di Sanità a Roma (6). 14. Dopo numerose manifestazioni di affetto e di dolore per la mia partenza, da parte dei miei parrocchiani (7), mi sono diviso da essi e dalla mia famiglia, per recarmi dove mi chiama il dovere di cittadino.

15. Giunto a Roma mi son recato al Celio, presso l'Ospedale Militare, dove insieme con gli altri richiamati, ho indossato la divisa della Patria lasciando quella della Chiesa, rimanendo però nell'animo soldato dell'una e dell'altra. Sono con me diversi altri Sacerdoti e Religiosi, che seguono la mia stessa sorte (8).

17.Verso le 17,30, dopo un tragitto di 4 km. fatto a passo militare con lo zaino affardellato, partendo dal Celio, siamo giunti alla stazione di Portonaccio, per essere avviati con un treno speciale alla frontiera, non ancora però dichiarata zona di guerra. Qui parenti ed amici, che salutano i partenti con malcelati sentimenti diversi. Ci fermiamo ad osservare il nostro Cappellano, che per la circostanza veste calzoni lunghi, stiffelius (9) e cappello a cencio. In generale, grande allegria, morale sollevato e ardite speranze. Circa le 19 e mezza si parte con l'animo tranquillo, col solo pensiero e con la sola speranza, che il Signore ci aiuterà in ciò che ci sta preparato, poichè facciamo ora parte dell'Esercito d'Italia, che forse dovrà combattere per una giusta e santa causa. Ripensando alla mie parrocchia, alla buona gente che rimaneva senza pastore, al nuovo compito che Iddio mi offriva, non ho potuto fare a meno di ripetere: Fiat voluntas tua!

19. Siamo arrivati a Conegliano verso l'aurora, dopo un viaggio di due notti e un giorno. Abbiamo percorso la linea Roma-Firenze-Bologna-Padova, e nel complesso il viaggio, a parte i vagoni bestiame nei quali ci hanno caricati, è stato gaio e divertente assai. I soldati hanno cantato e scherzato per tutta la strada. In ogni stazione, in ogni passaggio a livello, dappertutto feste di popolani, che ci regalavano fiori, applaudivano e salutavano al nostro passaggio. Aggiungi la pittorica poesia della ridente campagna in pieno sviluppo, con le sue messi ancora verdeggianti, con gli alberi in fiore, con la sua magnifica varietà, caratteristica del nostro bel suolo, che tante appetitose brame suscita sempre in tutti gli stranieri, amici e nemici.

Partiamo per Conegliano, dove ieri ho celebrato la S. Messa, accolto con affabilità del Parroco del luogo, che tanto me quanto gli altri Sacerdoti e Religiosi ha ricolmato di cortesie e gentilezze. Prima di lasciarci, il detto Parroco ci ha abbracciati e baciati, augurandoci la buona fortuna nel fare il bene e la preservazione da ogni male. Vada da queste povere linee, tracciate in fretta e in furia, la mia gratitudine al caro Parroco, che forse non rivedrò mai più. Dopo una marcia, che chiamerò militare in senso rigido, con un percorso di 27 km. si giunge sul tardi a Fadalto, dove ci siamo accampati, o per dir la verità, dove io ho dovuto pernottare sotto un carro, e giacere sull'erba rinfrescata dalla recente pioggia e dall'aura montanina del luogo alpestre. Ma chi pensa ai disagi? Le bellezze naturali del luogo, disseminate di caratteristici e svariati laghetti, come di pietre preziose incastonate in un monile, circoscritte dai paurosi burroni e dalle infinite punte di masso, che si elevano al disopra di noi, come i pinnacoli d'un immenso tempio, rallietate dalle innumerevoli cascatelle, che dall'alto delle rocce, precipitando da centinaia di metri, forano nel fondo un corso velocissimo di acqua rumorosa e spumeggiante, sono un premio ambito alle fatiche della lunga e laboriosa marcia sulle Alpi. Difatti nessuno si lamenta: si canta, si ride, si motteggia, si è allegri come ad una festa. Chi per un solo momento guarda indietro col pensiero a casa, alla famiglia, alle comodità lasciate, presto è travolto dalla gaiaezza della natura e torna a ridere, a cantare e a scherzare con gli altri.
22. Al mattino ci aspettano altri 33 km. di marcia verso Longarone. Qui si trova grande movimento di truppa, specialmente di alpini e di fanteria. Ci sarà o non ci sarà la guerra? Nessuno lo sa, ma pare, che tutti siano persuasi della inevitabile certezza e attendano da un momento all'altro, con alto spirito di abnegazione e di speranza radiosa, la fatidica nuova. Leggiamo nei volti di tutti, che nuovi eventi stanno per maturarsi, e che nuovi orizzonti stanno per schiudersi all'avvenire della Patria nostra. Però le domande ansiose rimangono ancora senza risposta.
24. Partiamo da Longarone ancora con l'ansia tesa, e dopo 18 km. di ascesa siamo a Forno di Zoldo. A mezza strada in un punto strategico leggiamo la lapide che ricorda il valore dei Zoldani, allorchè un manipolo di eroi ricacciò indietro il tracotante invasore della nostra Italia. Chi sa dire quanto ardore d'italianità abbia iniettato nei cuori dei passanti il modesto ricordo del patriottismo alpigiano? Ci arriva la nuova, del resto attesa e preveduta, della dichiarazione di guerra. Un nuovo ardore accende i cuori, mille disegni si scambiano tra di noi. Tra un mese a Vienna! è il motto d'ordine di tutti noi.
26. Da tre giorni siamo a Forno di Zoldo: un piccolo paese con la Chiesa bellissima del 400, un poco discosta in località detta Pieve di Zoldo (10). Ha il campanile alto ed acuto come un ago, simbolo forse della fede ardimentosa di questi paesani. Anche qui, come a Longarone, ho la fortuna di celebrare la S. Messa, accolto affabilmente dai colleghi del luogo.
27. Da Forno a Mareson sono 12 km., e ieri l'abbiamo percorsi assai bene, sempre s'intende con lo zaino sulle spalle, come abbiamo fatto del resto in tutte le marce, sia nel piano che nella montagna (11). Infine chi guarda più alla fatica della strada, al disagio dei sonni, alle privazioni imposte da questa guerra che ci fa intravedere una mèta fulgida di gloria e di grandezza della Patria? 29. Da quattro giorni siamo fermi a Mareson, dove ho potuto celebrare la Messa in una Cappellina del paese. Anzi vi ho fatto anche un funzione serale del Mese Mariano per i soldati. Grande cortesia e gentilezza fioriscono negli abitanti di questi paesi, come in tutti i luoghi che abbiamo visitati. Al contrario si comincia a sentire la mancanza di viveri, ad eccezione del rancio del soldato. Abbondano, come prodotti locali, il latte ed il formaggio, ma non sembrano di buona qualità, poichè specie il latte è cibo quassù poco assimilabile, almeno dai nostri stomachi. Si parte per Pescul a 14 km. 31. Ho visitato il Parroco, sempre accolto dalla tradizionale ospitalità. Questi paesi alpigiani non differiscono tra di loro: poche case e grandi baracconi di muro e di legno, ad uso fienili detti tabià (12). Quasi sempre questi tabià sono stati i nostri accampamenti e ciò per un soldato è anche troppo!
 
Giugno
3. Partiamo da Pescul per recarci a Selva di Cadore, che dista circa 5 km. E' un grazioso paese, situato proprio sul vecchio, ingiusto confine italo-austriaco. I nostri lo hanno già oltrepassato da qualche giorno e si trovano alcuni chilometri avanti. Selva di Cadore ha delle belle costruzioni, degli hotels eleganti, ma, data la moltitudine dei soldati che vi sono passati, difetta di viveri, nè si trova in grado di rifornirsi per difficoltà di trasporti e di strade.
5. Un ordine superiore ci obbliga a rifare il cammino fino a Forno di Zoldo, percorrendo sentieri ripidi e difficoltosi per il peso dello zaino. Arriviamo a Cibiana dopo 8 chilometri di cammino assai faticoso. Mentre la sera si stava per arrivare a Cibiana, abbiamo un episodio eroicomico. Una pattuglia di fanteria in perlustrazione, dopo affannose ricerche, ha arrestato, credendolo un austriaco spione, un nostro soldato, attendente, che girava solo nell'oscurità. Poco è mancato che il malcapitato non fosse finito a colpi di rivoltella; tanto ero lo sdegno legittimo dei nostri soldati, che egli si era ingiustamente attirato. Il catturato non è stato creduto, finchè non fu portato al Comando, che ne ha ordinato tosto la liberazione. Al passaggio della pattuglia con la preda, anche i nostri di Sanità del mio reparto hanno inveito verso il creduto austriaco. Del resto l'avventura serve a dare un'idea dello spirito, con cui il nostro soldato inizia la grande guerra.
7. Si giunge a S. Vito del Cadore, distante 18 bei chilometri. Anche qui intenso movimento di truppe, di automobili, di camions. Sostiamo fino al giorno 10, in attesa di ordini. Intanto ho avuto facilità di celebrare alla Parrocchiale, insieme agli altri Sacerdoti, che, come me, sono soldati nel reparto. Abbiamo visitato anche la storica chiesetta antica, eretta dai Cadorini alla Madonna della Difesa, per voto in seguito alla vittoria ottenuta verso il 1500 per intercessione di Maria SS.ma, riuscendo con pochi valorosi ad impedire al solito teutonico d'inoltrarsi verso l'Italia. Ecco, ho pensato, un altro monumento del vero patriottismo! La Fede rende invincibile il soldato che combatte per la sua Patria!
9. Da S. Vito siamo partiti di buon ora, coll'impazienza nelle vene di trovarci quanto prima sul campo, vicino ai nostri fratelli già combattenti. Si passa il vecchio confine a 4 chilometri, tra le entusiastiche grida e le acclamazioni di tutti noi all'Italia. Il vecchio cancello sconquassato fu travolto nell'avanzata, per non più chiudere il passo agli Italiani, legittimi padroni della terra contesa. La garitta austriaca giaceva spezzata nel sottostante burrone, e alla sua vista tutti si sono fatti un dovere di sferrare contro di essa, simbolo d'una tirannia, un insulto più o meno parlamentare. Appena passato il confine, non si è fatto ancora un chilometro di strada, e si sente già da ogni parte tuonare il cannone. All'istante la scena, di cui noi siamo i protagonisti, si cambia, da chiassosa si fa muta. Non è nulla. E' la prima audizione della musica guerresca, che produce sempre tali effetti. A poco a poco ci faremo l'abitudine ed anche il cannone diventerà il nostro buon amico. Difatti, a mano a mano che si avanza per la strada d'Alemagna, ritorna in noi la gaiezza e nasce anzi la curiosità di vedere la manovra per lo sparo del cannone. Siamo arrivati a Cortina d'Ampezzo (13), dove troviamo ancora la popolazione, come in territorio di pace. Alberghi bellissimi e maestosi, alcuni sul limitare della strada, altri tra il verde cupo degli alti abeti destano la nostra meraviglia. Nel paese troviamo i negozi aperti, botteghe di operai in attività, uomini, donne, fanciulli andare per i fatti loro, per le loro faccende come se nulla fosse, come se la guerra iniziata da pochi giorni non li riguardasse per nulla. Eppure sono essi i nostri fratelli irredenti per i quali si combatte! Perchè tanta freddezza? Perchè tanta indifferenza? Mistero!
10. Ci troviamo a Pocòl, accantonati in un fienile dell'albergo Tofana. Questi luoghi, una volta austriaci, sono splendidi, assai meglio praticabili per la comodità delle strade e perciò più frequentati, della vallata di Zoldo, che abbiamo lasciato.
II. La guerra che trasforma. I primi feriti. Mancano i Cappellani. Ritorno a Dio.
 
10. Alberghi numerosi sono disseminati sull'ampia ed agevole strada, che, da Cortina proseguendo a zigh e zagh sulle alture, percorre tutte le Dolomiti fino a Bolzano. Questi alberghi sono quasi tutti abbandonati dai proprietari, non so se per paura della guerra o per coazione del nemico, che si è ritirato. Il fatto è, che li troviamo con evidenti tracce di fughe precipitose: tavole apparecchiate, bottiglie dimezzate, e tutto in perfetto ordine. Oh! quali contrasti si offrono alla nostra mente alla vista di questi luoghi, ieri deliziosi, oggi teatro di rovina! Quassù ieri carovane di forestieri, muniti di alpenstoc e di passamontagne, trovano tutti i conforts moderni, quassù i signorotti viennesi venivano a godersi giornate di ozio, qui gli escursionisti, gli skiatori riempivano le vallate di gaia spensieratezza. Ogni anno quassù feste, canti, balli, amori e quanto di più raffinato sapeva trovare l'aristocrazia viennese, soggiogata dalle bellezze naturali del Cadore d'Italia. Oggi invece? O ironia della storia! Gli alberghi sontuosi sono cambiati in alloggi per Ufficiali, in Ospedali, in Infermierie, in magazzeni, in polveriere, e i boschi ridenti , sempre verdi, in campi riparati di concentrazione di truppa, in punti strategici di agguato. Le larghe e comode strade ben costruite, servono mirabilmente per accelerare i trasporti dei pezzi da 75 e da 149, che ad ogni istante vediamo transitare con abbastanza celerità, trainati da più paia di colossi. Ecco la gloriosa divisa degli alpini, difensori naturali di questi luoghi, ecco i fucilieri baldi e sereni, che gareggiano con essi nelle marce e nelle ascese, ecco i forti artiglieri, dai muscoli d'acciaio, che guidano i cannoni, pronti a sostituirsi ai quadrupedi nel traino difficile ed aspro! Noi della sanità a tanto spettacolo di forza e di coraggio. a dir la verità, siamo un po' mortificati, non perchè siamo inutili nel congegno multiforme dell'esercito che combatte, ma per un certo egoismo che non possiamo vantare. Ma anche per la Sanità è riserbata la pagina gloriosa e in un sì vasto campo tutti potremo coprirci di gloria! Intanto abbiamo impiantato una tenda di medicazione e una piccola infermeria nell'albergo Tofana.
16. Prendo la penna con mano tremante e col cuore oppresso da una passata visione di dolore. Sono stati trasportati da noi circa un centinaio di feriti della Brigata Reggio (14). E' la prima dura prova, a cui è sottoposta la nostra sensibilità. Sono poveri giovani colpiti dalle pallottole nemiche, che alla faccia, chi al petto e chi in altre parti del corpo, mentre si slanciavano all'assalto delle trincee austriache. I più erano feriti al torace, con probabili gravi conseguenze. Abbiano lavorato nell'opera pietosa di soccorso tutta la notte, fino alle 5 del mattino, coadiuvando il bravo Capitano Medico Prof. Pontano di Roma. Tra i feriti ve n'erano alcuni massacrati addirittura, irriconoscibili. Un ufficiale, certo Tenente Palmas, è morto durante il tragitto. Altri due ufficiali, ambedue giovanissimi, giacciono morenti su poca paglia. Uno di essi soffre assai per ferite all'addome e per un braccio spezzato, l'altro sembra abbia nulla, anzi cerca di confortare il vicino. Ma, strana sorte, egli muore prima dell'altro tra le lagrime dei presenti. Ciò che mi è passato dinanzi ieri e questa notte, non potrò giammai dimenticarlo. Ma la scena di dolore mi è stata lenita da una soddisfazione, che il Signore ha voluto inviarmi in mezzo a tanto sgomento. Un povero ferito, certo Vinci Alfredo di Roccapriora (15), si trovava tra gli altri, orribilmente massacrato da una pallottola esplosiva, che gli aveva asportato tutto il mento. Respirava a stento anche dopo la tracheotomia. Mi avvicino a lui e gli chiedo, che mi rivelasse, coi segni, se era credente in Dio e se bramasse l'assistenza di un Sacerdote. Parve illuminato da un lampo di gioia, e con le mani il poveretto si tolse il rosario, che aveva in tasca. Capii tutto, mi feci conoscere e gli detti l'assoluzione , ringraziando Iddio di avermi reso utile in quel frangente.Anche ad altri feriti gravi ho dato il conforto della Fede, assolvendo meglio che potevo il doppio ufficio di infermiere e di sacerdote.
Quello che è avvenuto, mi ha dato occasione di fare un rilievo, ed è di dover lamentare la mancanza di un Cappellano in questi accentramenti di feriti. Che può fare un soldato prete, senza alcun segno (16) del suo carattere, e perciò non conosciuto da chi forse lo brama vicino nei tragici istanti della morte? In ciò hanno colpa i regolamenti militari, compilati da persone profane in materia di assistenza religiosa, i quali assegnano un solo Cappellano per ogni Sezione di Sanità, anche quando questa si divida in più reparti lontanissimi tra di loro. Il Cappellano allora dovrebbe avere il dono della bilocazione! Però, a dire il vero, i miei Ufficiali non mi hanno impedito di esercitare il mio ministero presso i feriti.
27. Giornata di gioia. Oggi finalmente, dopo 19 giorni di privazioni, mi è stato concesso di poter ricelebrare la Messa. Chi sa dire, la consolazione che si prova, ritornando ai sacri Misteri, dopo parecchi giorni, da cui si è stati forzatamente lontani? L'abitudine quotidiana col Divin Sacrificio ci fa purtroppo acquistare troppa confidenza col Signore, da affievolirne la dolcezza spirituale, ma la guerra ci arreca anche questo vantaggio: ci fa gustare di più le recondite bellezze della S. Messa. Ne sia lodato Iddio, che mi ha fatto giungere a tanta beatitudine, con una circostanza abbastanza singolare. Ed ecco come. Viene qui all'albergo Tofana per la mensa il Generale Panicali, Comandante della Brigata Reggio. Ieri l'altro, mentre gli passavo dinnanzi, per quella indefinita nota individuale, che fa riconoscere un prete anche sotto la divisa militare, mi volle chiamare, per accertarsi meglio se ero un Sacerdote. Degnandomi della sua confidenza e saputo che non celebravo più da parecchi giorni per mancanza di una Chiesa vicina, manda a richiedere l'Altare da Campo al Cappellano del 46° Fanteria. L'Altare difatti giunse ieri sera, ed oggi, preparato in una cameretta dell'albergo, alla presenza di parecchi soldati e di qualche ufficiale ci ha servito lo splendore della fede. Ma purtroppo non è che un lampo di luce, poichè l'altare ritorna al suo destino, e chissà quando si potrà riavere.
 
III. Le Cinque Torri. Prima Messa al campo. Il Capitano Trivulzio. Sparano sulla Sanità
Anno 1915.
 
Luglio
Si parte da Pocòl per le Cinque Torri, località più avanzata e più alta. E' chiamata così per cinque massi giganteschi (17) che, a guisa di torri medievali, ne incoronano la cima. Si direbbero costruiti dalla mano titanica di uomini favolosi, tanto perfetta hanno la figura di torri. Per l'altezza del monte durante il giorno spira un'aria mite, ma di notte, per chi come noi dorma sotto la tenda, sulla nuda terra, il freddo si fa un po' sentire. Forse di notte si avranno tre o quattro gradi sotto zero. Non c'è male per il mese di luglio! La posizione è incantevole, specialmente per le alte cime da cui è circondata e dove fioriscono gli edelweis. Qua l'Averau, là il Nuvolau, più indietro il Sorapis e di fronte le magnifiche Tofane, nido tenace degli austriaci, e più a destra il granitico monte Cristallo. E inenarrabile lo spettacolo meraviglioso, che si ammira quassù in un tramonto di sole. Tutte le punte dei monti rosseggiano come metallo incandescente, dando l'idea che stiano là collocati appositamente per una festa grandiosa. Quassù, ai piedi dei grandi massi, s'erge un piccolo ma grazioso fabbricato, detto albergo delle Cinque Torri. Anch'esso ha tracce di fughe precipitose da parte dei padroni; vi troviamo il registro dei visitatori con una infinità di firme, segno evidente della deliziosità del luogo. La curiosità mi fa osservare che i visitatori sono stati in maggioranza tedeschi: i meno che vi figurano sono i francesi. Fra gl'Italiani spicca la firma dell'Avv. Fusinato.
6. Oggi mi è capitata una fortuna insperata. Ho ritrovato un altro Altare da campo e vi ho celebrato a cielo scoperto per la prima volta. Me lo ha fornito il Cappellano degli Alpini Don Arisio, un simpatico giovanotto di Torino. Ho adattato un posticino su una piazzola, formata di scogli, sul pendio ripido della montagna. Un cespuglio fiorito sul crepaccio era un bouquet vivo sulla Mensa divina. Al punto preciso dell'elevazione, il cannone coi suoi cupi boati e gli scoppi delle granate e degli srapnels, pareva rendere omaggio al Dio degli eserciti, che scendeva sulla terra, infesta di guerra e di odio, apportatore di pace vittoriosa e di amore tra gli uomini. Mi sono scese sulle gote lagrime insistenti al pensiero di questi contrasti, ed una preghiera fervida mi è salita dall'intimo dell'anima, preghiera per la grandezza dell'Italia, non più inceppata dalla opposta e cieca forza nemica, ma ingigantita invece nella libera espansione delle sue terre, definite dallo stesso Dio, per virtù e genio della stirpe nostra (18). Ma in questi contrasti, mi risovvengo della ragione universale di tutti i fatti storici gloriosi, che nel tormento e nella prova si sono fabbricati la grandezza. Aiuta, o Dio, ho implorato, il valore italiano a perseverare nella lotta con uguale ardimento per la gloria finale! Ma veniamo al mio Cappellano degli Alpini. A differenza del nostro, che non si è fatto più vedere, forse per la distanza dell'altro reparto, questi indossa la gloriosa divisa degli Alpini, con la brava penna sul cappello d'ufficiale e con le scarpe ferrate. Domenica scorsa disse la Messa sul campo, o, per meglio dire, sul pendio degli scogli. Fu questa la prima Messa al campo che ho veduto. Chi può dire quanta commozione susciti nei cuori una Messa al campo? E' impossibile trattenere le lagrime pensando che quei bravi soldati, là sull'attenti davanti a Dio, giurano di vincere o di morire per la Patria.
Dopo la Messa, gli alpini debbono avviarsi ad un'azione imminente. Un capitano, vestito da soldato, munito di giberne e fucile, certo Trivulzio, col suo bonario e forte discorso, dà gli ultimi avvisi ai suoi soldati. Le sue parole eccitano i baldi montanari all'ardimento, e un'impaziente attesa di iniziare immediatamente l'impresa designata si diffonde tra di loro. S'incrociano il fucile coll'alpestoc a sostegno dello zaino già in spalla, e via, tutti gli alpini col morale altissimo e, fieri del loro Capitano, spariscono tra gli abeti del monte. Il giorno dopo li vediamo sulla montagna di fronte, aggrappati alla roccia per ore ed ore, come ostrighe allo scoglio, pronti a dar l'assalto nella notte. Riusciranno all'impresa? Il cuore, trepidante per loro, ci fa sperare di sì!
9. Scrivo ad un mio amico di Foligno, D. Celestino Bordoni.
 
Dal Fronte, 9 luglio 1915
Carissimo,
Qui mi trovo abbastanza bene. Nel mio reparto siamo sette sacerdoti soldati e qualche ordinato in sacris, però tutti religiosi regolari, chi francescano, chi passionista e chi benedettino; il nostro unico sergente è un francescano diacono. Come vede è proprio un convento di frati! L'unico sacerdote secolare sono io, ed essendo anche più anziano degli altri, sono riconosciuto dai colleghi come il superiore della comunità . Ma quando si parla delle nostre funzioni ecclesiastiche, il tutto si riduce a qualche Messa celebrata di trafugo, se possiamo rimediare dai Cappellani reggimentali l'altare portatile, a qualche confessione ricevuta camminando o sotto la tenda, ed alla recita serale del Rosario, nascosti in un cantuccio. In un mese ho potuto celebrare due sole volte. L'ultima volta fu il giorno 6 corr. e può immaginare quale soddisfazione si prova nell'indossare dopo tanto tempo i sacri paramenti e nel vedersi di nuovo rivestito dell'autorità Sacerdotale. E che solennità fu quella del 6! La volta del cielo formava la grandiosa cupola del tempio, una specie di tavolo era l'altare, le vette maestose delle Alpi, frastagliate da infini te punte rocciose, erano le colonne, i capitelli, le statue e le decorazioni gigantesche della nostra magnifica cattedrale; un cespuglio fiorito nello scoglio completava la poesie dell'ambiente. Proprio nel momento dell'elevazione, come se fosse dato un segnale, diversi colpi di cannone salutarono l'Ostia di pace, che scendeva dal Cielo proprio sul suolo di guerra. Voglia il Buon Dio che da quell'Ostia vittima volontaria per l'uomo, si spandano all'intorno i raggi del suo Divino amore e trionfi senza ulteriore spargimento di sangue umano il nostro sacrosanto diritto nazionale! Questa fu la preghiera che con tutto il cuore rivolsi in quel momento d'emozione profonda al Dio degli Eserciti. Ho cercato pure l'occasione più d'una volta, sebbene sotto la semplice divisa del soldato, di assistere segretamente negli ultimi momenti qualche ferito che veniva portato al nostro posto di soccorso, e posso dire d'aver confortato più d'un morente con gli aiuti della Religione. Oh! che contrasto di dolori e di gioia ho sentito in me stesso in queste circostanze: di dolore per la visione di giovani vite che si spegnevano innanzi tempo, di gioia per esser giunto ad addolcire con la parola della misericordia divina le ultime ore di chi fu vittima gloriosa del dovere. Forse avre i potuto far di più se avessi avuto il mezzo di farmi conoscere; ma finora non mi è giunta la nomina di cappellano e cerco di usare del ministero sacerdotale, mentre esercito il mio ufficio di aiutante di Sanità. Sabato scorso feci conoscenza con un simpatico cappellano degli Alpini, vestito da tenente. Ho assistito commosso alla sua Messa celebrata la domenica in mezzo ai suoi baldi soldati dalle scarpe ferrate, ed ho visto con ammirazione dopo la Messa affollarsi intorno a lui ufficiali e soldati che chiedevano immagini sacre, medaglie e corone. Gli stessi ufficiali ne distribuivano ai soldati. Bisognava vedere con che rispetto assistevano tutti al S. Sacrificio. Martedì di buonissim'ora gli Alpini partirono da noi ed il Tenente Cappellano, col quale in questi pochi giorni avevo passato, conversando, delle belle ore, mi fece svegliare per salutarmi e baciarmi. Ci lasciammo commossi, augurandoci fortuna nel far del bene ai nostri valorosi compagni, che con slancio meraviglioso vanno ad acquistare a prezzo del loro sangue ciò che Iddio stesso ha naturalmente consacrato al diritto italiano. Mentre sto scrivendo, il cannone tuona da ogni parte e si ode davvicino il crepitìo della fucileria. Arrivano ogni tanto notizie di avanzata dei nostri e di fuga dei nemici. Queste notizie ci allargano il cuore alla speranza che presto le nostre genti canteranno vittoria, sapendo che il tricolore sventola dovunque si parla la bella lingua di Dante. (...)
 
11. Da quattro giorni tuona incessantemente il cannone. I colpi si succedono, si raddoppiano con un fracasso infernale. Chi è nuovo alla guerra, non può averne un'idea. Ogni tanto qualche proiettile, sibilando, ti passa sopra la testa e va a ficcarsi nel terreno, scoppiando poi a pochi passi da te. Appena si avverte la venuta di uno srapnel o di una granata, è un fuggire verso il sicuro, seguìto da un gesto d'ilarità, se la loro azione è innocua. Per fortuna un proiettile avvertito, è sempre per noi un colpo innocuo. Noi ci troviamo veramente in un punto, dove pochi proiettili arrivano a scoppiare. 12. Il nostro Reparto ha dovuto inviare diverse squadre di portaferiti al seguito degli alpini e della fanteria. Fin dall'inizio della guerra, era nostra convinzione, che il servizio di Sanità sarebbe stato rispettato come neutrale dai belligeranti, ma il fatto ha dimostrato, che i nostri soldati di sanità, esponendosi al pietoso lavoro di raccogliere i feriti, sono stati fatti segno del fuoco nemico. Oggi stesso un certo Breccola, soldato del mio reparto, è stato ferito da pallottola al braccio, mentre trasportava un ferito in barella. Gli altri tre compagni si sono salvati per miracolo, nascondendosi dietro le rupi e trascinandovi il ferito. In un posto di medicazione si è tentato d'innalzare la bandiera italiana con la croce rossa, ma dovette venire tosto ritirata, perchè era fatta bersaglio dei colpi nemici. Ma dunque che c'è a fare la convenzione di Ginevra? Che avviene intanto? Molti feriti rimangono sul campo in mezzo alle pene più atroci, senza alcun soccorso e abbandonati ad una morte lenta e terribile. Giorni sono fu ricoverato da noi un ferito, che per un giorno e due notti era vissuto nel fondo di un burrone con una gamba spezzata ed era sfuggito dalla certa fine, perchè, trascinatosi col favore delle tenebre, raggiungeva da sè le nostre linee. Il poveretto aveva la gamba in incipiente cangrena! E' vergognoso, è barbaro, è inumano questo che avviene da parte del nemico, ed un rimedio pronto ed efficace deve, da chi lo può, trovarsi ad ogni costo!
29. Siamo ancora alle 5 Torri. Quasi tutti i soldati sono stati affetti da gastricismi, non si sa se per causa delle acque troppo fredde, o per altra causa. Nemmeno io sono stato risparmiato, e dal giorno 16 sono stato obbligato a tenere il letto, o meglio il giaciglio, con febbre alta persistente, e con forte reumatismo. Ma ora sono ristabilito, ed oggi riprendo regolarmente il mio posto. In questi giorni poca azione nel settore, salvo un bombardamento improvviso d'un albergo sul Nuvolau, nel quale si era installato un Comando . Risultato: diversi soldati feriti, alcuni gravemente e il trasloco provvisorio del Comando, che viene ad invadere l'albergo occupato da noi. Così avviene la cosa più naturale di questo mondo, che ubi maior minor cessat!
 
IV. Liete notizie. Onoranze ad un caduto. E' arrivato l'Altarino! Risveglio di fede. Un cappellano che si fa onore.
Anno 1915.
 
Luglio
29. Arriva e circola con insistenza una lieta notizia. Si parla di grandi vittorie riportate dai nostri, in altri punti del fronte. Tra l'altro si dice, che fin dal 25 corr. è stata conquistata Gorizia, con 25 mila prigionieri. Ma non è ancora giunta la conferma di questa vittoria. 30. Seguita il cannoneggiamento, benchè ad intervalli, e le granate nemiche ci piovono vicinissime con grande fragore, ma con nessun danno.
 
Agosto
1. Tanto oggi che ieri, violento bombardamento da ambe le parti. Tra le vittime di ieri dobbiamo lamentare un giovane ufficiale del 17° Artiglieria, un certo Binetti, la cui salma è stata condotta dai suoi affezionati soldati qui alle Cinque Torri. Fu colpito da una pallottola di srapnel, che lo fulminò sul Col di Bois, mentre stava impiantando un posto d'osservazione. Fatalità della sorte! Il poveretto era giunto la sera innanzi da una piccola licenza, ed era subito accorso generosamente al suo posto di lavoro. Questa mane il Cappellano d'artiglieria ha celebrato la messa in suffragio del valoroso che, al dire dello stesso Cappellano, era un giovane di virtù elette, specialmente di forti sentimenti religiosi. Fu lui che s'interessò più volte della Messa al campo per i suoi soldati.
2. Approfitto dell'occasione dell'altarino per tornare ai S. Misteri. Chi sa quando potrò avere un altare da campo a mia disposizione! L'ho chiesto da molte parti, ma ancora non si vede. Intanto si andrà avanti con le occasioni propizie, ed il Signore ci farà più gustare la sua presenza spirituale, quanto più di rado ci concederà quella reale. Verso le 15 è stato fatto il trasporto, verso il basso, dell'ufficiale morto ieri l'altro. Il maggiore di artiglieria ha dato all'eroico estinto l'estremo saluto ispirato a vivi sentimenti cristiani, con voce interrotta dai singhiozzi. La cerimonia, benedetta dal Cappellano, ha destato in tutti un senso di profonda commozione per la sorte del povero Binetti, che ha lasciato gloriosamente la vita non appena varcata la soglia del campo dell'onore.
9. Sono trascorsi questi giorni con noiosa monotonia. In tempo di guerra si sente il bisogno di novità, si vorrebbe ad ogni istante o vedere, o sentire, od operare cose nuove e fatti nuovi. Ma anche la guerra, come ogni essere organico, vuole il suo riposo.
Però la giornata di oggi occorre che la ricordi, perchè segna il compimento di un mio vivissimo desiderio: E' giunto finalmente l'altarino da campo! E' stata così intensa la gioia, quanto più lunga è stata l'attesa. Da circa tre mesi l'ho aspettato con ansia indicibile, oggi finalmente debbo esser contento, perchè così, benchè soldato mi sentirò meglio sacerdote, e, benchè in terreno di guerra, saprò di essere più intimamente unito al Dio della pace e dell'amore.
12. Invio la seguente letterina a D. Bordoni:
Dal fronte, 12 agosto 1915
Carissimo
Da quattro giorni ho la fortuna di poter celebrare la S. Messa quotidianamente. Ora mi sembra di non essere più in guerra, sebbene il cannone tuoni incessantemente, e le granate scoppino ai lati del nostro rifugio. In tutto si fa l'abitudine, ed anche la guerra è cosa come un'altra. Domenica dirò la Messa all'aperto per comodo dei soldati, che sono confinati quassù col nostro reparto. E' assai confortante per noi, il constatare nei nostri bravi soldati l'assoluta mancanza del rispetto umani in fatto di Religione. Nell'esercitare il mio servizio di aiutante di Sanità, non mi è ancora successo di trovare un soldato che non avesse indosso una medaglina al collo. Alcuni poi, e sono quasi la totalità, la portano legata al berretto con un nastrino tricolore. E' la ingenua e spontanea unione che fa il soldato italiano dei sublimi ideali. Fede e Patria! Iddio non può non benedire questi cari figliuoli. (...)
 
15. Ecco un'altra data che non dimenticherò ! Ho festeggiato la Assunzione di M.V. celebrando la Messa al campo all'aperto (19), nel piazzale dell'albergo delle Cinque Torri. Vi ha assistito tutta la truppa, gli ufficiali della Brigata con a capo il Generale Panicali. I soldati, nuovi alla scena, guardavano con stupore alla preparazione dell'altare, e chiedevano, tra di loro, dove mai fosse il sacerdote celebrante. Crebbero le meraviglie quando, sopra la divisa del soldato , indossavo i paramenti sacri. In tutto il tempo della Messa, tutti hanno tenuto un contegno edificante, dall'umile soldato al Generale.
20. Le giornate ora mi passano veloci. Dipenderà dalla celebrazione quotidiana della Messa. Ai profani della vita religiosa, forse ciò sarà un enigma, ma, per un credente e per un sacerdote, non lo è. Avvicinarsi sempre più intimamente a Dio, è una grande fortuna e una più solida risorsa, che fa sopportare qualunque privazione e ogni sacrificio. Spero da Dio di non essere più privato, in avvenire, di sì grande felicità, accompagnandomi ogni giorno col Viatico divino.
21. Sono due o tre giorni di risveglio bellico, si accentua il cannoneggiamento nostro. Questa notte il boato è stato incessante e produce in noi una certa trepidazione, non solo per il fragore, e l'opera di distruzione che compie, ma per quello che susciterà di risposta dall'altra parte. Giungono oggi notizie consolanti di notevoli progressi delle nostre truppe, sebbene con parecchi inevitabili sacrifici di vite umane e di feriti. L'azione, pare, proseguirà intensa, finché non sia raggiunto lo scopo voluto dal Comando. Le granate nemiche ci scoppiano vicinissime, producendo larghe e profonde buche nel terreno, ma grazie a Dio, senza produrre danni notevoli. L'albergo delle Cinque Torri sembra invulnerabile, sarà perchè forse è compreso nel campo della parabola, che ha la tangente all'altezza delle Torri. Benchè ogni giorno dall'altra sponda ci vengano regalati non pochi proiettili di grosso calibro, pure non abbiamo tra noi da deplorare alcun danno significante. Il Signore ci protegge con la sua bontà e ne sia ringraziato!
22. E' la seconda domenica che celebro all'aperto. La Messa viene ascoltata con molta religiosità dai soldati ed il rito si compie sempre fra la più intensa commozione. Questa volta ho disposto l'altare davanti ad una finestra dell'infermeria, cosicchè vi hanno potuto assistere anche i feriti e i malati. Terminata la funzione sacra, alcuni ufficiali mi esprimono la loro impressione nel trovarsi presenti per la rima volta alla Messa al campo, vogliono essere informati dell'altarino, degli arredi sacri, dei riti che si possono svolgere dal Sacerdote sul campo. La guerra ha destato anche negli indifferenti, un interesse per le cose religiose, di cui prima non si sentiva il bisogno, e questo, credo, non sarà un male. Chissà che la Provvidenza non operi lentamente nel cuore di tanti, fin qui alieni dal fattore religioso, facendo nascere, nei momenti decisivi della vita, le ineffabili dolcezze della vita spirituale. Quando il seme è gettato in un buon terreno, è impossibile che non germogli, che non fiorisca e che non fruttifichi!
Oggi giungono notizie poco liete circa l'azione pronunciata nel settore. Si parla di una ritirata di nostri, con perdite dolorose, benchè non rilevanti. Si vuol sperare che le voci siano esagerate e che la vittoria non tardi ad arridere alle nostre armi. Intanto prosegue l'azione delle fanterie, protetta dalle artiglierie che incessantemente brontolano da tutte le parti. E' da registrare ancora una novità. Oggi quassù, benchè alla fine di agosto, nevica a tutta possa, come se fossimo nel crudo inverno, però la neve si scioglie subito al contatto del terreno, rimanendo invece ad imbiancare solo le cime più alte dei monti.
24. Ritornando le squadre dei nostri soldati di sanità dalle prime linee (20), ove si erano recati per il trasporto dei feriti. Narrano episodi dolorosi di feriti e di morti, ma confermano l'esagerazione delle notizie pervenute il giorno 22. Tra morti e feriti in tutta l'azione sembra non sia raggiunta nemmeno la cifra di 200. Se si consideri la difficoltà dei passaggi inaccessibili, la quantità delle truppe impiegate, le perdite, benchè dolorose, pure non possono dirsi gravi. Si aggiunga, che molti sono rimasti feriti cadendo tra i massi e battendo sugli scogli, mentre si precipitava la ritirata, dovuta ad un malinteso e ingiustificato allarme. Tra gli episodi di eroismo e di coraggio, che non mancano mai tra le fila dei nostri bravi solati, si è distinta l'opera d'un Cappellano degli Alpini, di cui mi duole ignorare il nome. Il valoroso sacerdote, incurante del pericolo, era sempre tra i suoi soldati combattenti a confortarli, a incoraggiarli, a benedirli, non badando alla propria persona, accorrendo dovunque potesse essere utile il suo ministero.. Mi piace notare l'eroismo nascosto di questo Cappellano, perchè mi \è stato di gran conforto il sentirne parlare con ammirazione, anche da chi vantava principi di ateismo. Del resto il fatto, per se stesso, non deve far meraviglia a chi sa chi è il cappellano militare: nel suo cuore deve albergare forte e radicato il duplice dovere di ministro di Dio e soldato della Patria.
 
Alle Tofane. I volontari alpini. Una granata intelligente. Congelamento.
Anno 1915
 
Settembre
29. Messa al campo e distribuzione ai soldati di immagini e medaglie sacre, che mi sono state inviate da gentili persone. I soldati fanno a gara per riceverle e se ne fregiano il petto e il berretto con un nastrino tricolore. E' consolante questo fatto psicologico del soldato italiano in guerra, il quale mentre forse nel proprio paese, in tempo di pace, ostenta indifferenza religiosa ed anche ateismo, qui ascolta la Messa con devozione, si segna della croce, prega Iddio e vuole essere prov visto di amuleti sacri. Molti vorranno spiegare il fenomeno, come prodotto della paura, ma, per quanto si dica, è sempre la fede avìta che la gioventù italica ritrova nel fondo della sua anima. Anche in tempo di pace si verifica la paura, e i critici della psicologia del soldato credente, invece delle medaglie sacre, sono i primi a preferire gli amuleti del pregiudizio sciocco. Invece, pur ammettendo l'influsso indiretto della paura, spiego il fenomeno della Fede in guerra con l'assenza del rispetto umano, superato da una vita intessuta di atti coraggiosi ed eroici, che non si riscontrano nella vita quotidiana delle proprie case. Del resto la Fede religiosa quassù non è soltanto manifestata dai poveri di spirito, ma anche dagli Ufficiali, dai Generali, e dal ceto intellettuale senza reticenze, ed io ne possiedo delle molteplici prove. Abolite il rispetto umano anche nel fronte interno, ed ecco il segreto per il trionfo della Fede!
 
Settembre
14. Grande monotonia, salvo qualche granata che si ricorda di noi. Nel settore nulla d'importante. Dal primo del mese si attendeva l'ordine di muoverci per altra località, ma solo oggi si parte dalle Cinque Torri, dopo più di due mesi di permanenza. Con sole tre squadre, al Comando di un Tenente medico, con una marcia di discesa ed ascesa, percorrendo circa 6 km. di aspra montagna con lo zaino in spalla, raggiungiamo la prima Tofana, ove ci attendiamo. E' inutile dire, che indivisibile mi segue, benchè con qualche difficoltà e contrasto, l'altarino da campo.
15. Con 12 soldati, sono inviato ai posti avanzati, proprio alla prima linea di fuoco, nella selletta tra la prima e la seconda Tofana, occupata da poco dai nostri. Qui piove sempre a pallottole, ma, data la natura del luogo, non possono colpirci che di rimbalzo. Dietro a noi l'artiglieria batte il nemico con colpi formidabili. Poco dopo il nemico risponde e, con tiri aggiustati, riesce a colpire un nostro pezzo, senza però danneggiarlo seriamente, tanto che questo valorosamente prosegue il tiro. E' una musica vera mente sublime! Alle nostre spalle vediamo in alto ancora in piedi la piccola trincea, dove morì eroicamente il Gen. Cantore, che alle esortazioni di ritirarsi dalla vista nemica aveva risposto: La pallottola per me non è ancora fabbricata! Era salito quassù da robusto alpino, per studiare le posizioni sul luogo anzichè sulla carta, ma il suo coraggio gli fu fatale, e l'esercito perd in lui un grande fattore di sicura vittoria. Ho celebrato la Messa sulle rocce. Impiantiamo la tenda sulla neve, che al mattino ci sorprende quassù letteralmente sepolti.
16. Sono giunti per ardua azione, cioè per la conquista della cima prima Tofana, i volontari alpini del Battaglione Feltre. Sono circa 150. Chi non ha mai avvicinato questi meravigliosi giovani, non ancora ventenni, non può farsi un'idea dell'entusiasmo che li anima per la guerra. I loro discorsi non si svolgono che sulle operazioni da farsi, sul modo più acconcio a cacciare il nemico, sul come si diporteranno per farsi onore. Domattina devono essere immancabilmente sulla cima altissima della montagna, e impadronirsi dell'importante osservatorio nemico, che tanto ostacola la nostra avanzata, per piantare il tricolore sulla vetta più alta. Li ho invitati ad assistere alla Messa, che hanno ascoltato con raccoglimento, dopo la quale il Maggiore ha esaltato il loro patriottismo, esponendo il piano di azione a augurando completa riuscita. Voglia Iddio degli eserciti coronare col successo l'ardore giovanile di questi coraggiosi volontari e risparmiarli dalle sventure, che hanno seguito purtroppo altri tre precedenti tentativi, per l'occupazione completa della Tofana. Durante la giornata, abbiamo dovuto nasconderci nelle anfrattosità delle rocce per non essere colpiti dalle schegge di granata che ci piovono addosso. Verso sera, ricevo ordine di riportarmi alle metà della Tofana, presso il Tenente medico, che vi ha impiantato un posto di medicazione.
19. Ieri cannoneggiamento furibondo sulla Tofana. Nonostante l'infuriare del nemico, vediamo i volontari alpini ascendere la montagna come camosci. Questa notte viene trasportato al posto di medicazione un sottotenente, certo Sanna Francesco, morto per lo scoppio di una mina. Egli cooperava insieme ad una quarantina di fanti volontari all'azione degli alpini, ma una mina, nascosta insidiosamente dal nemico, lo aveva ucciso. Gli trovo indosso una medaglia religiosa. Arrivano anche degli alpini volontari leggermente feriti. Oggi, domenica, cerco di dir la Messa al campo, alla quale procuro di farci intervenire una compagnia di soldati, qua accantonati. Di particolare: mentre si dice la Messa, una granata scoppia sulla roccia soprastante ed una scheggia viene a conficcarsi a quattro passi dall'altare, senza recare alcun danno. Evidentemente Iddio ci guarda! Ho un ritaglio di tempo per scrivere al solito amico di Foligno.
Dal fronte, 19 settembre 1915
D. Celestino carissimo.
Mi trovo ad una altezza di circa tremila metri, a pochissima distanza dalle nostre trincee. Cannoneggiamento e fucileria non cessano mai, si affievoliscono solo durante la notte. Sembra che fra i combattenti vi sia l'accordo di concedersi un po' di riposo. Fin qui non ero stato mai così prossimo alla linea del fuoco, sebbene le granate e gli srapnels non abbiano mancato di visitarci ogni giorno. Ora c i passano sul capo fischiando anche le pallottole, ma fortunatamente sempre senza cattiva intenzione. Mentre scrivo, da tre ore, romba, come un uragano, un violento duello d'artiglieria, al quale prende parte anche il nostro valoroso Reggimento cittadino, 1° Artiglieria. Sopra le cime, che ci sovrastano, si susseguono scoppi tremendi seguiti da una pioggia rovente di ferro e di piombo e segnalati dai bianchi pini di fumo. Questa mane, Domenica, mentre celebravo la messa al campo, circondato da ufficiali e soldati, una scheggia di granata è venuta a cadere, ronzando fortemente, a quattro metri dall'altare. Nessuno si è mosso dal suo posto, per la fiducia che, dove è Iddio, ivi è lontano il pericolo. Nella mia duplice missione di sacerdote-soldato mi è dato ogni giorno più di constatare la religiosità dei nostri soldati. Appena mi riconoscono, mi si fanno intorno e vogliono oggetti di devozione. Ne vogliono continuamente, sebbene siano provvisti, e poi si vantano d'averne dappertutto. Quando non m'è possibile contentarli, mi limito a far loro auguri di buona fortuna, che essi accettano con grande fede dal sacerdote, come una benedizione del cielo. Non potrò mai dimenticare l'emozione provata poche sere fa, quando, seduto su di un sasso, confortavo nel sacramento della confessione alcuni soldati genuflessi ai miei piedi. Ve n'erano di quelli che non s'erano mai confessati, ed io andavo tra me ammirando le meravigliose vie della Provvidenza nel chiamare le anime a salute, e ringraziavo Iddio che in mezzo al ferro e al fuoco, mi dava tante soddisfazioni morali che i disagi e i sacrifici della vita militare in guerra, mi sembravano inezie. Nella certezza che presto le nostre armi ci daranno un'Italia più grande e più vicina a Dio, mi è caro inviare un saluto cordiale. (...)
 
25. Nelle notti passate grande azione di avanzata sulla Tofana. Noi siamo spettatori dell'immane duello della artiglieria e fucileria. I volontari alpini son decisi di occupare la vetta della Tofana e liberare il monte dal tenace nemico, che da lassù molesta troppo efficacemente le nostre truppe. Si ha la certezza del felice esito dell'operazione. Il cuore ci palpita per la sorte di tante preziose vite, esposte eroicamente alla morte. Iddio ci aiuti!
27. Dopo 10 giorni di lotta ardua e cruenta, scendono a riposarsi gli alpini volontari, che in parte hanno raggiunto la meta. Resta da liberare sul Tofana soltanto il Castelletto, ma anche questo non tarderà a cadere. Gli alpini mi offrono i trofei della vittoria, cioè cartucce tedesche ed austriache, che io contraccambio con sigarette. Hanno avuto 6 morti e una dozzina di feriti: non è perdita rilevante di fronte all'ardua impresa riuscita. Si teme però, che il freddo sopravveniente ostacoli la nostra avanzata su questo fronte, che raggiunge l'altezza di più di tremila metri. Le truppe già ne vanno danneggiate per il congelamento delle estremità, e già parecchi soldati vengono al posto di medicazione, assiderati specialmente nei piedi. A prevenire tali effetti disastrosi del freddo, si stanno costruendo alacremente in diversi punti baraccamenti di legno con stufe. 28. Come di consueto ci scoppia qualche granata a poca distanza, si corre ai ripari e poi si torna al lavoro: e così ogni tanto facciamo la spola. Ogni mattina celebro ora sul campo, ora sotto la tenda. Che conforto per me in queste ore tragiche! Passano continuamente feriti, però pochi gravi. A questi imparto sempre l'assoluzione sub condicione
 
Ottobre
3. Oggi ritorniamo alquanto indietro per impiantare un ricovero provvisorio per feriti a Vervei. Molto fango per la strada e sul luogo di fermata. Qua in compenso temperatura più mite, e meno pericolo di granate nemiche. Si respira perciò un po' d'aria più sicura. La salute è sempre ottima e Iddio mi concede di celebrare ogni giorno immancabilmente. Conservo l'altare da campo gelosamente, quasi più di me stesso.
 
VI. Cadrà il Castelletto? Delusione amara. Un inciampo. Verso la vita. Canti di guerra e inni di pace.
Anno 1915
 
Ottobre
17. Eccoci di nuovo in azione. Verso le 3 pom. un ordine improvviso ci fa portare fino alle basi del Castelletto, che questa notte deve essere espugnato. Dopo una faticosa ascesa, in parte sulla neve, giungiamo al destino circa le 8 pom. Troviamo sul luogo 100 alpini volontari, pronti per l'assalto al Castelletto (21), così chiamato per la sua figurazione, ma che in realtà non è che un gruppo di rocce frastagliate, ove sono annidati da circa 4 mesi gli austriaci, che molestano seriamente i nostri, specialmente sulla strada delle Dolomiti, che conduce a Falsarego. Più volte si è tentato di occupare il Castelletto, ma sempre purtroppo con esito non buono e con perdite di vite. Questa volta si vuol tentare l'assalto dalla parte più difficile e scabrosa. Sono preparate scale a pioli e a corda, e sono già piazzate due mitragliatrici, delle quali una proprio al nostro fianco. Gli ufficiali danno gli ultimi avvertimenti e fanno distribuire le bombe a mano ai soldati, che ne riempiono i tascapani. Intanto incomincia l'azione nel più perfetto intimato silenzio. Un nugolo di ferro e di fuoco si precipita sul Castelletto da tutte le batteria, disseminate nella zona, mentre dal telefono, impiantato vicino a noi, arrivano e partono ordini ed avvisi con tesa nervosità. Cessato il violento bombardamento, che tra parentesi ci incute un certo nervosismo, data la prossimità del bersaglio, i robusti alpini vanno con ardore all'assalto. Non si ode altro che il tac-tac-tac della mitragliatrice ed il battito del nostro cuore. Stiamo tutti in attesa trepidanti, mentre nel nostro intimo auguriamo felice successo ai coraggiosi.
18. Ma ecco che torna tutto affannoso il tenente, che comanda l'operazione, si getta al telefono e comunica ai Comandi superiori le difficoltà dell'impresa. Mentre ancora si svolge febbrile il colloquio, giunge un altro ufficiale e, con le lagrime agli occhi, comunica che i nostri hanno dovuto ripiegare con qualche perdita. Gli austriaci nascosti nelle numerose caverne, si erano gettati improvvisamente, come felini infuriati, sui nostri, che ascendevano con le corde sulla cima, tempestandoli di bombe, di sassi e di colpi di fucile. Per fortuna i feriti non sono molti, due soli gravissimi, e gli altri leggeri. Tra i dolorosi commenti si apprestano loro le prime cure e quindi i soldati ritornano tutti con lo sconforto palese nel volto, mentre verso le 4 del mattino tutto è tornato nel silenzio. L'impressione mia è che forse si è esagerato nel giudizio della resistenza nemica, e che la subitanea caduta dei primi feriti abbia fatto nascere negli altri un timor panico ingiustificato. Ciò mi sembra confermato dalla poca entità delle nostre perdite. La notte, mentre è stata splendida per la luna e per il cielo stellato, è stata però angosciosa per tante fatiche buttate inutilmente e per il sacrificio delle due giovani vite, che forse non sopravviveranno per le gravi ferite.
Sul far del giorno dobbiamo ripartire, ma c'è da passare allo scoperto per un tratto di 200 metri. Il nemico, appostato sempre sul Castelletto, spia il passaggio e tira inesorabilmente alla vista d'un soldato, con il suo fucile munito di telescopio, ed anche con la mitragliatrice. Nondimeno passiamo un po' alla volta, distanziati e correndo, tra il sibilo di qualche pallottola. Quando viene il mio turno, carico d'un sacco con 6 coperte, coll''alpestoc e con la mantellina, mi slancio anch'io per il sentiero segnato sulla neve e tento di passare. Un sibilo mi accarezza l'orecchio, penso a Dio e alla Vergine e accelero la corsa. A mezza strada però, un inciampo mi fa cadere e con me cade il sacco delle 6 coperte, che abbandonato a se stesso, precipita nel fondo del burrone. Arrivo in salvo tra l'ilarità dei compagni, alleggerito del peso, ma non senza una accelerata pulsazione cardiaca. Alle 12 circa siamo di nuovo a Vervei, ove riprendiamo il servizio di prima.
21. Oggi ho fatto una scappata a Cortina d'Ampezzo. Questa graziosa cittadina, che attraversammo il 9 giugno, è molto più animata del primiero nostro passaggio. Alcune famiglie, che si erano allontanate al principio delle ostilità, vi sono ritornate, gli hotels in gran parte sono riaperti ed accolgono specialmente Ufficiali superiori, i negozi funzionano al completo e la vita cittadina sembra fiorire gaia e serena, come in qualunque città interna. Senonchè vige lo stato d'assedio, e pattuglie di carabinieri perlustrano la città per ogni dove. Alcuni fatti antecedenti, di malcelate simpatie per il vecchio regime, e di altri indizi di mene austriacanti, hanno suggerito al Comando simili misure di prudenza. Se si fosse adottato prima tal contegno di prudente energia, forse si sarebbero risparmiate chissà quante vittime! Mi son recato a Cortina, facendo naturalmente la prima visita alla graziosa Chiesetta, soggiogata dal monumentale campanile. Ho pure visto il luogo, ove nel mese di luglio un aereoplano nemico aveva gettato delle bombe, che uccisero due soldati, due donne, vari cavalli e ferirono parecchie persone. Rimangono ancora le tracce della vile impresa: vetri infranti, ferri contorti, porte sforacchiate, testimoni eloquenti della tragica scena. Dopo una modesta refezione in uno degli eleganti restaurants, ritorno a Vervei, lieto di aver ritrovato dopo circa 5 mesi un po' di vita borghese.
 
Novembre
1. Oggi, solennità dei Santi, ho celebrato la Messa alla presenza di ufficiali e soldati (22). La neve insistente mi costringe a dirla nella baracca della medicazione, anzichè all'aperto. Nei giorni passati ci hanno visitato gli aereoplani nemici, ma senza gettar bombe come è loro costume. Ieri se ne udiva il rombo di due, che tentavano di far la solita traversata di ricognizione, ma i nostri cannoni, insieme ai fucili, li fecero retrocedere. Bisogna vedere con che slancio i nostri si preparano all'accoglienza degli ingrati ospiti! Fucili alla mano, occhi penetranti nello spazio infinito, per individuare e colpire la preda. Ma questa volta l'attesa rimane delusa, gli aviatori hanno subodorato il vento infido ed hanno preso coraggiosamente la via del ritorno. Sono giunte pure notizie consolanti circa l'azione di questo settore. In questi giorni e specialmente durante le notti, il cannone non ha mai taciuto. Vi sono state delle ore, in cui il fuoco era acceleratissimo ed accanito. S'udiva il caratteristico tac-tac-tac della mitragliatrice e la fucileria, che imperversava tra un bombardamento e l'altro. Giungono voci che al Col di Lana, poco lontano da noi, i nostri abbiano fatto già 300 prigionieri. L'altro giorno ne incontrai uno sulla strada maestra: parlava benissimo l'italiano ed era molto disinvolto, sebbene portasse i segni della stanchezza e delle privazioni. Volesse il cielo che le notizie ottimistiche corrispondano al vero, e che una prossima nostra gloriosa vittoria ci arrechi la sospirata pace!
7. Sono ritornato a Cortina. Da molto tempo desideravo di poter celebrare la Messa in qualche Chiesa, con tutte le regole della liturgia, ciò che non mi è stato concesso fin dall'8 giugno! Ho raggiunto così il mio desiderio nella bella Chiesetta di Cortina. Poscia mi son trattenuto alla Messa cantata da un Cappellano militare. Vi assisteva il presidio, con a capo il Generale Comandante il Corpo d'Armata e con il Vescovo di Campo Mons. Bartolomasi, mentre all'organo eseguiva una musica discreta la schola cantorum, composta di sole donne. Avrei preferito vedere sulla cantoria dei baldi soldati a lodare il Signore, ma forse l'uso del paese si sarà sovrapposto alle convenienze delle attualità. Ho colto l'occasione di ossequiare personalmente il nostro vescovo di campo, che è in giro d'ispezione per i servizi religiosi.
17. Oggi mi sono rammentato degli amici, e affido alla posta queste righe:
Dal fronte, 17 novembre 1915
Carissimo
Mi fo vivo dopo un lungo silenzio, dovuto, più che ad altro, alla ravvicinata attività di questi ultimi giorni. Domenica scorsa ottenni il permesso di recarmi ad una vicina e ridente cittadina, già austriaca, per poter celebrare la S. Messa almeno una volta, in una Chiesa, dopo oramai sei mesi, che l'ho dovuta dire all'aperto o sotto qualche tenda da campo. Arrivai mentre un'infinità di soldati di ogni arma e di ogni grado assisteva alla Messa cantata, celebrata da un cappellano militare. Non dimenticherò mai il contegno ammirevole col quale i nostri prodi assistevano alla solenne funzione, resa più imponente dalla presenza del Vescovo Castense, e dal Comando del Corpo d'Armata col picchetto in alta tenuta. All'organo si eseguiva scelta musica liturgica da una Schola cantorum, composta di sole donne. In tempo di guerra gli uomini, specialmente in questi paesi, hanno ben altro da fare! Al vangelo il Cappellano rivolse alle truppe un ardente discorso, improntato al più alto patriottismo unito al sentimento religioso, incitando il soldato a compiere in nome di Dio, tutto il suo dovere d''Italiano e di Cristiano, non solo nel momento attuale, ma anche quando, dopo la pace vittoriosa, egli sarà tornato in seno alla famiglia, al consueto lavoro. La funzione terminò destando in tutti un senso di spirituale sollievo, specialmente per l'inattesa visita di Mons. Bartolomasi. Io potetti celebrare circondato da ogni riguardo, ma le dico sinceramente, che dopo tanto tempo di assenza dal tempio, mi ci trovavo quasi a disagio; sarà stata l'emozione del momento, o che so altro, è certo che terminai a stento il Divin Sacrificio. Dopo la Messa fui onorato dell'attenzione speciale di S.E. il Vescovo di Campo, che volle conoscere tutte le fasi della mia vita militare, lasciando in me il più gradito ricordo della sua gentilezza d'animo. Me ne ritornai verso sera all'accampamento sui monti e tra la neve, ma più alacre di prima, e più disposto ad affrontare nuove fatiche e nuovi disagi per l'onore e per la grandezza della patria. Le invio una fotografia fatta ora all'accampamento, dove si vede che la neve ci serve benissimo da ottimo e soffice tappeto: quello a cavallo è un tenente cappellano (23)
 
VII. Da Vervei a Falsarego. Il nepote del Papa. Servizio religioso. Natale a casa.
Anno 1915
 
Novembre
22. Arriva l'ordine di spostare da Vervei al bivio Falsarego. Quando ci siamo adattati ad un ambiente, il doversi trasferire arreca sempre qualche disappunto. E ciò è avvenuto anche a me, dopo che a Vervei mi ero formato il mio "entourage", composto di soldati ed ufficiali tutti affezionatissimi, ed anche perchè, a dire il vero, non è simpatica la prospettiva di un luogo più pericoloso. Giungo a destinazione verso sera, non senza aver passato un brutto tiro da parte del nemico, che ci bersagliava al passaggio di certi tratti della strada delle Dolomiti. La nostra baracca è situata tra i cannoni di medio calibro, che sono nascosti parte nel fondo del rio Costeana e parte nelle anfrattuosità del terreno, cosicchè, mi sembra che dovrà essere facilmente esposta al fuoco nemico, quando s'inizieranno i duelli d'artiglieria. Ma speriamo sempre nell'aiuto di Dio: ne abbiamo passate delle peggio ed eccoci qua!
25. Oggi abbiamo una visita, in verità non tanto gradito. Sono gli "srapnels" nemici, che per un'oretta e più ci tengono inchiodati alle pareti rocciose. Ma il luogo non è tanto sicuro, poichè le palline infuocate ci piovono con impeto ai piedi. Si vede l'odio, come le grandi passioni, è cieco, poiché non ha riguardi nemmeno a noi, che ci troviamo quassù non per offendere, ma per fare il bene agli infelici!
 
Dicembre
3. Il Tenente Dott. Benzi, che comanda il mio reparto è appassionato di fotografia. Nelle ore di ozio mi vuole nel suo sgabuzzino, che ha trasformato in un laboratorio fotografico, a coadiuvarlo nell'utile passatempo. Debbo ringraziarlo da queste linee della cordiale amicizia di cui mi onore. La sua gentile confidenza mi offre occasione di recarmi preso alcuni Comandi, e di avere delle conversazioni piacevoli con Ufficiali di artiglieria. Un Maggiore d'artiglieria fa le sue più vive meraviglia nel sapere che io, oltre ad essere povero soldato, sia anche sacerdote, e per di più pastore di anime, in una parrocchia importante, ed abbandonando per un istante l'etichetta della disciplina gerarchica, mi fa un'infinità di complimenti e m'invita a bere un rinfresco coi suoi ufficiali. Con lo stesso Tenente mi è concesso di frequentare il Comando di gruppo del Maggiore De Marchi, dove trovo come Sottotenente il Marchese Giuseppe Della Chiesa, nepote di Benedetto XV.
5. Oggi ascesa alla Trevenanzes. La neve ricopre tutta la zona e si procede con oculata cautela per il timore di essere scoperti, e quindi fatti segno al fucile o alla mitragliatrice del nemico insidioso. Però tutto va bene nella andata, solo al ritorno un piccolo incidente. Percorrendo un bosco, mi capita di sprofondarmi nella neve, che celava un burrone. Vi rimango sepolto fino alla gola, ma per fortuna sono soccorso in tempo per non annegare nel soffice e candido elemento.
12. Dopo circa un mese e mezzo, per gli accordi con il Maggiore De Marchi, torno a celebrare la Messa al campo per i suoi soldati del 3° Gruppo di Assedio. Vi assistono gli ufficiali al completo (24), compreso il Nepote del Papa, che mi ringrazia di avergli procurato la dolcezza infinita del sacro rito. I soldati ne sono gongolanti e il fatto mi fa chiedere a me stesso, perchè nel congegno dell'esercito, mentre tutti i servizi procedono con tanta esattezza, solo per quello religioso vi è tanta deficienza. In tutto questo tempo non ho incontrato che pochissimi Cappellani militari, mentre il desiderio della truppa e degli ufficiali è così vivo da legittimare la utilissima presenza. Figuratevi che nell'ordinamento della guerra, un Cappellano, per essere utile ai suoi soldati, dovrebbe percorrere centinaia di chilometri, e quand'anche lo potesse senza difficoltà, non riuscirebbe, per la natura delle cose, nemmeno a trovare il luogo dove sono gli individui assegnati alle sue cure. E' per questo che molti soldati non sanno nemmeno se nell'esercito esista un Cappellano militare. Il servizio religioso, secondo me, dovrebbe andare di pari passo col servizio Sanitario: dare alla truppa tanti sacerdoti per quanti sono i medici. Alle difficoltà di qualunque genere, si potrebbe provvedere con i cappellani volontari, con o senza alcun grado militare. Ma lasciamo la questione a chi è in dovere di risolverla!
15. Sento il bisogno di comunicare con il solito amico di Foligno e scrivo:
Dal fronte, 15 dicembre 915
Carissimo Canonico.
Ho veduto pubblicate le mie lettere dal fronte nella "Gazzetta di Foligno" e La ringrazio tanto. Sono oramai circa sette mesi che mi trovo a l fronte e grazie a Dio me la son passata sempre bene. E noti che dei pericoli ne ho passati tanti! In moltissimi casi ho dovuto proprio sperimentare con tutta evidenza l'aiuto di Dio e del mio S. Feliciano. Come mi era spontanea la invocazione del nostro Protettore in certi momenti! La guerra, creda pure, insegna qualche cosa anche a noi Sacerdoti; se non altro ad apprezzare sempre più il valore della fede, per poterla difendere maggiormente dagli attacchi degli stolti. L'altro giorno, Domenica, ho detto la Messa al campo, ed ho avuto tra i presenti, oltre ai soldati, gli ufficiali del Comando al completo. La bandiera nazionale, intrecciata a quella della Sanità, sventolava sopra l'altare e posso dirle che unione più legittima per un cuore italiano non poteva esser più bene espressa. Religione, patria e carità splendevano al sole nei simboli, mentre la mia povera preghiera s'innalzava al cielo perchè splendessero anche nella mente e nel cuore di tutta l'umanità. Sa? Alla mia Messa assisteva anche un nepote del Papa. Lo vedrà segnato nella fotografia che Le invio e che spero gradirà. E' ufficiale d'artiglieria, ed è figlio dell'ammiraglio Marchese Della Chiesa. (...)
 
22. Finalmente dopo sette mesi e mezzo di vita bellica, mi viene concessa una licenza di 15 giorni per rivedere la mia Parrocchia e la mia famiglia. Ringraziando il Signore di avermi prediletto con la sua bontà, conservandomi in vita pure tra i più duri cimenti e i più aspri disagi, prendo con Animo lieto a piedi la via del ritorno.
23. Ho pernottato in un piccolo albergo di Borca. Non so descrivere l'impressione che ho provato a coricarmi su di un buon lettuccio, che sapeva di odor di bucato, dopo tanti mesi dacchè ho dormito sulla nuda terra o sopra una tavola, senza mai spogliarmi. Sarebbe facile ad ognuno farsene un'idea, poichè dovunque trovansi soldati reduci dal fronte, che potranno narrarvi la vita che si mena in guerra, magari infiorandola di tutta la sua poesia, ma non trascurando anche la sua prosa. Si tratta infine di una trasformazione psicologica, non disgiunta da certa purificazione corporea. Debbo segnalare l'atto gentile, patriottico e, dirò anche, squisito, del padrone dell'albergo, che al mattino nulla ha preteso della prestata ospitalità.
25. Natale. Scrivo questa fausta data a casa, dove sono giunto oggi alle ore 11. Inutile descrivere la commozione della famiglia e di tutti i miei parrocchiani che, preavvisati del mio arrivo, erano ad attendermi in folla dinanzi alla canonica. Aggiungeva colore alla scena anche la divisa che indosso di semplice soldato, ed una diminuita efflorescenza della mia cera che, mi dicono, sia un po' emaciata. I più hanno versato lacrime ed anche io ero più che commosso. Sono circostanze che capitano di rado nella vita e che, per il complesso dei sentimenti che suscitano, non potranno giammai venir dimenticare, nè espresse esaurientemente dalle parole. La commozione accrebbe di grado, quando salì tosto l'altare per celebrarvi la Messa di Natale.
 
Fine prima parte
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NOTE
 
(1) R. Morozzo della Rocca 1980.
(2) Lule [Luigi Rughi] 1919.
(3) Notizie tratte dal "Bollettino Storico della città di Foligno", n. 19 e da "Il bollettino pro-restauri della cattedrale di San Feliciano" (settembre 1951). Ringrazio qui don Sergio Andreoli e Roberto Tavazzi.
(4) Cioè il XXV di sacerdozio.
(5) L'imprimatur del vescovo di Foligno, mons. Stefano Cordini, è del 10 maggio 1923.
(6) Non pochi furono gli ecclesiastici umbri che vennero aggregati alla IX compagnia di sanità, in pratica un centro di smistamento per i cosiddetti preti-soldati che avevano ricevuto gli ordini maggiori. I sacerdoti potevano aspirare anche alla carica di cappellano militare ma il maggior numero di loro fu aggregato alle compagnia di sanità. Gli altri ecclesiastici "non in sacris" era invece trattati come il resto dei richiamati. Chierici, conversi, seminaristi dovettero quindi, di norma, imbracciare il fucile ed uccidere.
(7) Questa passaggio deve essere interpretato perchè, in base alla legge vigente, i sacerdoti parroci ritenuti indispensabili per il servizio ai fedeli, erano dispensati dalla chiamata alle armi mediante attestato del proprio ordinario (vescovo).
(8) Durante la Grande Guerra vennero mobilitati circa 28.000 ecclesiastici: 15.000 sacerdoti, 10.000 preti-soldati, 2.738 cappellani militari (1350 operanti al fronte, 742 dislocati negli ospedali territoriali, 18 nella riserva, 591 come aiutanti negli ospedali territoriali, 37 in Marina) (Morozzo della Rocca 1980, pp. 7-12).
(9) "Cappotto molto appoggiato alla vita in genere lungo e allargato verso il fondo" (Dizionario Zanichelli).
(10) Si tratta della pieve di San Floriano, chiesa del XV secolo con campanile ottocentesco alto circa 80 m.
(11) FOTO n. 1. Don Feliciano Marini.
(12) FOTO n. 2.
(13) FOTO n. 3.
(14) Formata dai reggimenti di fanteria 45° e 46°.
(15) Esistono due località con simile nome: la più famosa in provincia di Roma, l'altra in provincia di Ancona.
(16) I cosiddetti preti-soldati vestivano la normale uniforme del Regio Esercito. I cappellani militari, invece, oltre che vestire abiti appropriati al loro ruolo, anche in divisa erano distinguibili per la croce rossa cucita sulla parte sinistra della giubba all'altezza del petto.
(17) FOTO n. 4.
(18) Credo sia perfettamente inutile avvisare che certe frasi vanno contestualizzate nel clima dell'epoca in cui furono scritte; clima politico, sociale e religioso. Di certo don Marini, come dimostrerà la sua carriera religioso-militare, aveva tutti i numeri per diventare un ottimo cappellano. Certi commenti - sarebbe interessante sapere se essi furono coevi al diario o non magari frutto di "ritocchi" successivi - appaiono perfettamente in linea con quelli cha erano i tipici modi di pensare dei Cappellani, ai quali, oltre che la cura delle anime, venne affidata anche la propaganda da svolgere tra le truppe.
(19) FOTO n. 5. Sulla porta dell'"Albergo Cinque Torri" si vede un cartello con la scritta: "R. Esercito Italiano. Reparto Someggiato". Il numero di tale reparto è coperto dalle figure dei soldati.
(20) FOTO n. 6.
(21) FOTO n. 7.
(22) FOTO n. 8.
(23) FOTO n. 9.
(24) FOTO n. 10.
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