Don Feliciano Marini : Ricordi di un Cappellano militare

Seconda parte

Archivio Fabrizio Cece

La seconda parte del diario inizia con la narrazione della vita di retrovia al 69° fanteria, ma la parte più interessante e drammatica è incentrata ovviamente sulle giornate di maggio e giugno 1916, quando la brigata Ancona fu duramente impegnata in battaglia in seguito alla " Strafexpedition " austro-ungarica. Non mancano anche in questo caso dei veri e propri cammei narrativi incentrati, per esempio, sul piccolo alpino, su un gruppo di prigionieri austriaci o sul fatale destino del sottotenente De Fabiis. Anche la clamorosa cattura di Cesare Battisti trova spazio nelle pagine di don Marini.

 

I. Da soldato a Tenente Cappellano. Nuovi amici. Le truppe si divertono. Tremila comunioni. Anno 1916

 

Gennaio

 

Di ritorno al fronte dopo la licenza invernale. A Pieve di Cadore sono sequestrato dal Comando di tappa, e portato ad alloggiare in un locale, che più che tana, era letamaio. Mi riuscì però a svignarmela, eludendo la vigilanza delle guardie e ad avviarmi a piedi verso il mio destino.

14. Incolonnato con altri soldati, sono avviato verso S. Vito. Per la strada riesco a farmi ascoltare da uno "chauffeur", che, "rara avis", mi fa salire sul "camion" fino a Cortina. Mi risparmio così la lunga marcia e, più che altro, il pericolo di un'altra nottata in un poco pulito alloggio. Giunto a Cortina mi prendo il lusso di visitare uno dei più aristocratici alberghi della cittadina, e pernotto in una bellissima camera dell' Hotel Vittoria. Grande pulizia, somma cortesia e, cosa strana, prezzi mitissimi. Celebro a Cortina e poi raggiungo Pocòl, dove trovo, con mia sorpresa, trasferito il mio Reparto.

17. Ieri mi è stata comunicata la nomina a Cappellano Militare del 70° Fanteria (1). Congratulazioni da parte dei soldati e degli ufficiali del Reparto, e via subito al nuovo destino.

18. Sono a Treviso per presentarmi all'Ufficio del Vescovo di Campo, dove apprendo la località del Reggimento. Trovo molti colleghi, anch'essi di passaggio, i quali mi sono prodighi di fraterna accoglienza. Arrivo a Coseano presso S. Daniele del Friuli, ove sta in riposo il 70° Fanteria. Sono ricevuto con soave e cordialissima accoglienza da parte del Comando (2) e specialmente dal Colonnello Gioppi. Questi al primo aspetto dà l'idea di un uomo burbero e severo, ma presto, dal tratto pieno di signorilità e di gentilezza, ti convinci che è una brava persona, che ispira confidenza e amorevole fiducia. Il suo primo pensiero è di farmi ristorare, e poi di trovarmi un alloggio decente ed adatto per un Cappellano. Difatti sono albergato presso il Parroco Don Podrecca, che mi accoglie come un fratello nella sua bella e comoda canonica.

 
Febbraio
 
29. Giornate di riposo, che però sono utilissime per l'affiatamento con i soldati e con gli ufficiali del mio Reggimento. Ogni sera si recita il Rosario nella vasta Chiesa Parrocchiale, che si gremisce di soldati e ogni Domenica vi è la Messa del Soldato con discorso. Il Colonnello Gioppi è il più puntuale all'orario della Messa, ed insieme ad altri ufficiali, prende posto vicino all'Altare. Tiene al buon esempio, come egli mi dichiara, primieramente come cattolico e poi come Capo del Reggimento. Prevedo che con tale ambiente, potrò fare molto bene a questi bravi soldati, ai quali già mi sento unito come a tanti figli. Ho a mia disposizione l'aiuto del buon Parroco, che si prodiga di zelo e di amore verso i nostri soldati. Egli mi è di amabile compagnia durante il giorno, come mi è di cordiale ospitalità. Ho approfittato del tempo libero per visitare i luoghi pittoreschi del Friuli, accolto dovunque con superlativa cortesia. In genere tutti i Friulani abbondano di ospitalità generosa. I soldati sono i padroni graditi delle loro case e familiarizzano con essi, e qualcuno anche troppo.
 
Marzo
 
15. I soldati si allenano e si preparano alle future battaglie. Ogni giorno manovre, marce ed istruzioni sui nuovi congegni di guerra. Assisto anch'io alle esercitazioni tattiche di essi e li seguo nelle marce polverose. Il Colonnello s'è dato premura di impararmi a cavalcare (3), e nelle sue gite per le ispezioni e le istruzioni alla truppa, mi vuole compagno indivisibile sia nel trottare che nel galoppare. Anche nelle passeggiate a piedi sono con lui, tanto che ufficiali e soldati vengono spesso da me per farmi avvocato presso il Colonnello per le solite richieste. Ed il Colonnello, bontà sua, quasi mai rifiuta la grazia ai miei "clienti". Anzi, per la sua finezza di tratto, egli in qualche caso si degna cedere a me il posto d'onore, ed alle mie inutili proteste risponde: " Il Cappellano è più del Colonnello!". Io ammiro dentro di me stesso tanta squisita delicatezza, che si direbbe perfino esagerata, ma chi conosce l'uomo deve dire, essa è il prodotto d'una tempra adamantina d'un autentico soldato cristiano. Auguro alla Patria nostra Ufficiali come il Colonnello Gioppi!
 

L'altro Reggimento della Brigata Ancona, il 69°, trovasi accantonato nei paesi vicini e noi andiamo a vederlo. Tra la truppa trovansi anche due vecchi volontari (4), antichi reduci di altre guerre nazionali. I soldati del 69° hanno escogitato la maniera di tenersi allegri, e di temprare, con il divertimento, anche le energie dello spirito. Difatti ci hanno invitati ad una rappresentazione filodrammatica che hanno preparato all'aperto. L'invito accolto dal mio Colonnello, mi permette di assistere allo svariato programma che gli improvvisati attori svolgono con grande maestria. Tra gli esercizi ginnici, canzonette napoletano, spunti di commedie bene eseguiti, un soldato si presenta sulla scena truccato da donna (5) con perfetta trasformazione. Oltre alla truppa del 69° assistono alla rappresentazione anche il Generale e gli Ufficiali della Brigata, nonchè alcune signore del paese. Grande allegria e, se vogliamo, buona allegria! Non posso però fare a meno, in mezzo a tanta spensieratezza, di evocare alla mente la tragedia immane che si svolge sulla scena del fronte, e di rappresentarmi le parti che saranno assegnate a ciascuno di noi, agli ufficiali e ai soldati presenti. Ma è un attimo e la realtà delle cose presenti sovrasta la corriva immaginazione.

21. Nei giorni passati, giorni di riposo, ho cercato di avvicinare tutti i miei buoni soldati. Chi può ridire quanta messe si presenta in questo campo al Sacerdote? Mi sento spinto a comunicare ad altri le mie osservazioni nell'opera che sto svolgendo, e oggi stesso scrivo:

 

Dal fronte, 21 marzo 1916

Carissimo Don Celestino,

Lei sa quanto ho desiderato esser Cappellano militare tra le truppe combattenti, piuttosto che rimanere per tutta la guerra quale semplice soldato di sanità. Là fungevo da sacerdote quasi di trafugo, qua invece sono al mio posto e soltanto mi addolora il pensiero del grave compito in confronto alle mie forze. Pur tuttavia uso di fare del mio meglio, e spesso, quando non arrivo, mi valgo dell'opera di altri Cappellani vicini che accorrono, anzi volano, al primo invito. In questi giorni difatti, coadiuvato dal Parroco del luogo e dagli amici colleghi, ho iniziato la soddisfazione del Precetto di Pasqua, distribuendo ai soldati che si comunicano il ricordino che le accludo e che essi poi mandano alle famiglie. Bisogna vedere come vengono numerosi questi bravi figliuoli e come fanno bene il loro dovere di cristiani. Ne ho in tutti più di tremila e prima di Pasqua son certo che pochi rimarranno senza essersi comunicati. Ogni sera recitiamo insieme il Rosario nella Chiesa Parrocchiale, poi ciascuno prega per conto suo, chi col proprio libretto di devozione, chi con la corona, chi assorto con lo sguardo, come rapito in estasi, chi fisso con gli occhi ad un'immagine sacra e chi con il capo tra le mani. Vorrei essere nell'animo di ciascuno per leggere quanti e quali pensieri di famiglia, di patria, di amici, di interessi troncati e di tante altre cose, si agitano nella calma e mistica penombra del Tempio. Non si ode un rumore, le scarpe ferrate si posano con accurata dolcezza sul pavimento, nessuno si accorge del compagno, solo qualche sospiro che parte dal cuore, rompe il sacro silenzio! E tutte queste anime fiduciose si pongono nelle mani di Dio! E solo da Lui impetrano il valore per la lotta tremenda, è da Lui che aspettano il giorno radioso della pace vittoriosa, è a Lui che chiedono il conforto dell'ansia per i loro cari che han lasciato a languire nelle case, è da Lui solo che vogliono e che si aspettano il premio di tutto l'insieme di pericoli, di fatiche e di ignote privazioni. Ed il loro spirito, temprato nella fede, adagiato nelle mani di Dio, accarezza la dolce e soave speranza di tornare salvi e vittoriosi a riabbracciare presto le loro famiglie. Oh! come escono sorridenti, più gai, più sereni i nostri soldati dalla Chiesa! Vorrei seguitare per un pezzo la descrizione della rinnovata vita religiosa del nostro soldato, ma ecco che il dovere mi chiama altrove, e debbo rimettere ad un tempo migliore il mio desiderio

 
Aprile
 

Il mio Reggimento, insieme a tutta la Brigata, si è trasferito al di là di S. Vito al Tagliamento. E' terminato il riposo ed ora si tornerà in azione. Dove si andrà? Nessuno la sa, ne può saperlo. Intanto siamo a Pozzecco ad aspettare gli ordini.

23. Oggi Pasqua, celebro la Messa del Soldato, con discorso adatto a rievocare le gioie familiari e ad invitare i presenti all'unione degli spiriti, nell'assenza corporea, dei loro cari in un unico ideale, in Cristo risorto. Nei giorni scorsi, da quando eravamo nell'alto Friuli, avevo già iniziato tra i soldati l'opera per la soddisfazione del Precetto pasquale. Qua l'ho terminata, e posso allietarmi della buona disposizione trovata nella truppa. Il nostro soldato è buono, ed io credo che con tale elemento, purchè bene adoperato, la Patria nostra è capace di grandi imprese. Basta saperlo guidare. Coadiuvato da altri colleghi e dagli ufficiali del reggimento, distribuendo la giornata alle diverse Compagnie secondo le esigenze del servizio, conto di aver raggiunto il massimo della corrispondenza da parte dei soldati. Sono accorsi quasi tutti alla Mensa di Dio. Sono venuti parecchi, che non si erano mai accostati ai Sacramenti, ed hanno dovuto fare perciò la loro prima Comunione. Io ne ho provato grande consolazione e sprone a più arduo lavoro. Con la distribuzione dei ricordini, appositamente preparati, controllata anche dagli altri Cappellani, che mi hanno coadiuvato, ho registrato circa 3000 comunioni. Ne sia lodato il Signore che corona la nostra debole opera con si largo successo! Le consolazioni provate in questi giorni m'incitano a farne partecipi gli amici, e prendo la penna per scrivere la seguente:

 

Dal fronte, 27 aprile 1916

Carissimo

Non avrei mai creduto di provare tante consolazioni in un'ora così tragica e trepidante! Son diventato il papà dei miei buoni soldati. Tutti hanno qualche cosa da dirmi, qualche pensiero da svelarmi. Li visito negli accampamenti, li seguo nelle marce, mi trovo con loro sul campo. Questi giovanotti, che forse un giorno nei loro paesi guardavano con occhio bieco il prete, oggi invece lo vogliono vicino, ci vogliono parlare, vogliono ascoltare la sua voce. Quando ritorneranno a casa, molti di essi, son certo, si ricorderanno che il sacerdote fu l'unica persona che, in sì duri frangenti, ha avuto per loro una parola amica, che fece ritornare il sereno alle menti agitate, il sorriso ai cuori abbattuti. Il cappellano militare è il rifugio di tutti i dubbi, di tutte le ansie, di tutti i dolori di chi è nella guerra. Egli è un ufficiale e come tale dovrebbe essere con il soldato a dovuta distanza: ma non è così. Il cappellano, anche quando non veste l'abito talare, è riconosciuto subito dalle insegne speciali e la croce che porta sul petto, toglie la barriera del grado ed avvicina il suo cuore di padre a quello dei soldati suoi figli. Tutti i miei pensieri, tutta la mia premura sono di addolcire la loro attuale condizione, necessariamente piena di sacrifici e di pericoli. Il sabato santo ho cercato di richiamarli al ricordo del focolare domestico, in questi giorni così lindo per le premure delle loro donne, portando la benedizione ai loro giacigli. Ho distribuito degli oggetti di devozione a tutti ed ho colto l'occasione per spronare a venire al Precetto Pasquale quelli che furono riottosi al primo invito. Speravo che la mia voce non sarebbe stata gettata invano, e difatti il martedì vennero a confessarsi di un solo battaglione circa 400 soldati. Altrettanto conto di averne dagli altri battaglioni, cosicchè posso esser lieto che le mie previsioni si sono bene avverate. Sono gli operai dell'ultim'ora, però ugualmente accetti al Signore! Nel giorno di Pasqua volli organizzare una Messa solenne e mi servii di una "Schola Cantorum" diretta da un prete friulano. Nel vangelo volli ricordare ai soldati la più grande festa cristiana parlando della missione sublime del dolore che ha avuto in Cristo risorto la sua glorificazione, invitando tutti ad esser forti nell'affrontare l'attuale momento, mirando unicamente alla prossima epoca radiosa di pace, che dovrà essere indubbiamente foriera di nuova e migliore vita sociale. Voglia Iddio coronare i miei sforzi per il trionfo della Fede e della Patria.

 

II. Verso l'azione. Giornate tremende. Valore italiano. Triste epilogo. I profughi. Anno 1916

 

Aprile

 

29. Alla stazione di Codroipo tre treni sono allineati per trasportare il Reggimento nella sfera d'azione. Ormai è tempo che le truppe, rinfrancate dal lungo riposo, debbano essere utilizzate per la linea, se non altro per dare agio ad altre truppe affaticate di riposarsi alla loro volta. Si arriva oggi stesso a Thiene e di là fino a Carrè.

 

Maggio

 

8. Dopo piccole tappe a Caltrano e a Cogollo, ci stabiliamo a Seghe di Velo. Splendida vallata, ove si fondono in placido amplesso il Posina e l'Astico. Sull'altura si vede Arsiero, quasi a guardia della valle. Disseminate tra i boschi e circondate di aiuole, ricche di fiori sbocciati, occhieggiano le graziose ville, predilette e immortalate dal Fogazzaro. La Villa Verena nascosta tra i larici e le glicini, accoglie una Sezione di Sanità con tutti i suoi servizi in funzione. Nella Cappellina della Villa, che ricorda nel marmo le preghiere e le ansie della madre del Poeta, ho celebrato la Messa ed ho tenuto dei sermoni serali ai soldati raccolti per la preghiera. Nel reggimento una novità. Il Colonnello Gioppi, tra il rimpianto di tutti, viene sostituito dal Colonnello Magliulo. A me particolarmente ha addolorato la partenza del Gioppi, col quale mi ero assai affezionato, e speravo di poter svolgere, sotto di lui, tutta la mia azione con la più ampia simpatia ed incoraggiamento. Ma pazienza! Spero che anche il nuovo Colonnello sarà di buoni sentimenti e vorrà coadiuvarmi con la sua autorità e benevolenza.

15. Un ordine improvviso ci chiama tutti verso la linea d'operazione. Prima di partire da Seghe di Velo, gli ufficiali del I° Battaglione dietro mio invito, si fanno fotografare ai piedi del Salvatore per essere da Lui benedetti nella prossima azione. Auspicio migliore non può essere affidato a più tenera speranza. Il Reggimento, a marce forzate, si porta sulle posizioni avanzate di Cima Maronia, Campiluzzi e Valbona. Si arriva a Valbona circa la mezzanotte, e troviamo la zona ancora tutta ricoperta di neve. Si battono i denti per il freddo e non abbiamo da ricoprirci. L'ordine è stato così urgente, che non abbiamo condotto con noi che i soli indumenti di dosso. Per fortuna troviamo da ripararci in una capanna ad aspettare il giorno.

16-17. Giornate memorande nella mia vita di guerra. Non so spiegarmi come ancora io sia vivo. La zona occupata da noi è stata battuta letteralmente dal nemico con le artiglierie di grosso calibro. Non ci resta che raccomandarci all'aiuto di Dio. Intorno a me si svolgono scene raccapriccianti da straziare l'animo anche al più allenato agli orrori della guerra. La nostra baracca è più volte colpita da schegge di granata. Un povero soldato viene ucciso là dentro da una grossa scheggia, che dopo aver fatto la sua vittima si sprofonda nel suolo. Aiuto a sollevare il morente, al quale imparto i conforti della Fede. Il povero giovane mi stringe convulsamente le mani nello spasimo della morte e spira col nome di Dio sul labbro. Mi ritraggo dalla scena pietosa, mi accorgo di essere tutto intriso di sangue ed un'oppressione di sensi mi invade tutta la persona. Ma occorre fortezza d'animo ed affidarsi nelle braccia della Divina Provvidenza, che non vorrà certo privarci dei suoi ausili morali e materiali. Intanto la lotta prosegue e le scene di dolore si moltiplicano intorno a noi. I colpi si succedono ai colpi, le baracche sono travolte dal ferro nemico, le truppe di rincalzo vengono colpite in pieno. I feriti tra i rottami, sulla strada, sotto le macerie invocano ad alte grida soccorso, ma per il momento nessuno può muoversi per ordine degli ufficiali. Appena il fuoco rallenta la sua diabolica missione, corrono da tutte le parti squadre di soldati a soccorrere i fratelli feriti e a radunare gli eroi caduti. Accorro al posto di medicazione e là trovo raddoppiata e intensificata la desolante visione. Là vengono trasportati tutti i feriti, compresi i moribondi e quivi, come in un libro aperto, si scorgono i più eloquenti danni della guerra. E mentre si svolge l'opera pietosa dei Sanitari, di fuori continua inesorabile la furia devastatrice di vite umane. Oh quante volte in simili circostanze ho dovuto gridare all'uragano di ferro e fuoco: " basta basta! " Ma il sacrificio non è ancora compiuto e nuove vittime vengono incessantemente a chiedere i soccorsi della pietà e della scienza. Mentre gli ufficiali medici prestano con abnegazione e perizia i loro uffici ai numerosi feriti, io vado in cerca dei più gravi e procuro, come meglio posso, di confortarli con parole di speranza e di augurio. In una parte della baracca ne trovo parecchi gravissimi e ne prendo occasione per far innalzare a tutti i presenti preci a Dio, che " unico" sa consolare le anime nelle angustie della vita, quando è cessato ogni mezzo umano. Ad un tratto è gettato un grido d'allarme che sconvolge tutti, dai feriti agli ufficiali medici: " il nemico s'avanza, è a due passi da noi!" Che succederà? Quale sorte sarà per noi decisa dal nemico? Gli stessi ufficiali medici ne sono preoccupati e, fatto un breve consiglio, decidiamo noi tutti di porre un segnale neutrale sulla porta del posto di medicazione e nel rifugio dei feriti. Anche questi sono in orgasmo e, tra gli spasimi delle ferite sanguinanti, si lamentano anche del pericolo che li sovrasta. Li assicuro con energia che, anche nella triste ipotesi di un'avanzata nemica, essi saranno immancabilmente risparmiati, ed ottengo l'effetto voluto. Intanto sul campo la lotta infuria sempre più violenta e, quanto più è imminente e sicuro il pericolo, tanto più si accresce il valore del nostro soldato. Con una manovra rapidissima, sebbene ostacolata dal fuoco micidiale, i nostri riescono ad appostare una mitragliatrice sul fronte del canalone, dove stanno ascendendo gli austriaci, e riescono mirabilmente ad arrestare e a fugare il nemico. La lotta allora perde d'intensità e dei feriti austriaci, rimasti sul terreno al limitare dello sbocco sulla vallata, vengono trasportati per essere curati al nostro posto di medicazione. Il valore italiano ha così ancora una volta impresso una dura lezione al nemico e ci ha salvato dalle mani adunche dell'invasore! Durante questa battaglia, che dura già da due giorni senza interruzione, ho dovuto ammirare il sangue freddo e l'eroismo dell'Artiglieria. Una batteria da campagna che era piazzata alla nostra sinistra, aveva aperto un fuoco vivacissimo a tiro diretto. Ma ecco che il nemico la scopre e, con alcuni tiri aggiustati, manda i pezzi tutti all'aria e mette fuori combattimento ufficiali e soldati. Noi, spettatori trepidanti del tragico ed emozionante duello, vorremmo correre in aiuto dei bravi artiglieri, ma non v'è bisogno, poichè di gran galoppo arriva un'altra batteria che in un attimo trovasi già pronta. I pochi soldati rimasti, benchè fasciati per ferite, ritornano eroicamente ai pezzi e ricominciano il fuoco con altrettanta vivacità. Di fronte a tale intrepidezza e tanta abnegazione non credo che vi siano adeguate ricompense che possano premiare degnamente l'eroismo inaudito della nostra artiglieria. Ma il valore e la tenacia dei nostri, che hanno trattenuto l'impeto furioso del nemico, non valgono a trattenere l'ordine superiore di ritirarsi di qualche chilometro.

19. La scorsa notte si è effettuata la ritirata. Noi siamo stati gli ultimi a lasciare le prime linee perchè il mio Colonnello aveva la direzione della ritirata. Un po' di trepidazione per tema di sorpresa, ma poi tutto procede nel modo migliore poichè il nemico non sembra nemmeno accorgersi della nostra operazione. Piange il cuore a lasciare le terre bagnate dal sangue di tanti figli d'Italia e conquistate a palmo a palmo, ma siamo persuasi che saranno presto riconquistate con maggior gloria. Purtroppo mentre si provvede a far saltare munizioni, a bruciare depositi di legname ed a rendere inservibili i cannoni, molte spoglie mortali dei caduti debbono invece rimanere sulle strade e allo scoperto, abbandonate ed insepolte, al nemico che avanza. A Malga Zolle si occupa la nuova linea di difesa, mentre compagnie di alpini vengono lanciate incontro al nemico per ostacolarne la rapida avanzata. Dopo alcune notti di veglia trepidante, finalmente le stanche membra richiedono il sonno ristoratore e accoccolati alla meglio, sotto gli alberi, vicino alle mitragliatrici, dormiamo per alcune ore saporitamente, nonostante qualche colpo di " srapnel " . E' tanto profondo il sonno, che non mi accorgo di essere durante la notte trasportato dal mio attendente in un luogo più sicuro.

21. La nostra ritirata, ordinatissima, ha proceduto fino ad Arsiero. L'esodo delle truppe è stato commoventissimo. Ho visto passare degli alpini che avevano le lacrime agli occhi; tanto dolore ha ispirato al nostro soldato, a tutti, questa dolorosa ritirata! Una triste novità ci attende ad Arsiero e a Seghe di Velo, che abbiamo lasciate in piena vita cittadina. Ora sono state evacuate dalla popolazione civile e tutte le case e i negozi hanno lugubremente le porte e le imposte chiuse. Povera gente, che 5 giorni prima, nemmeno poteva sognarsi di dover lasciare il tetto natio, la bella Chiesetta dominante la vallata, il Cimitero dei loro cari! Eppure oggi è realtà , ed una lacrima sgorga spontanea al pensiero dei vecchi, delle donne e dei bambini costretti a vivere profughi, sia pure accolti generosamente dal cuore inesauribile della patria! Questo dolore si rinnova ogni volta che s'incontrano per la strada profughi (6) o che trasportino le misere masserizie sui carretti a mano, o che trascinino il poco bestiame che la requisizione aveva rispettato come indispensabile alla loro esistenza. Attraversando la linea a cremagliera Asiago-Rocchette, ci siamo imbattuti in un treno con vagoni scoperti, carichi di vecchi e bambini e di malati, adagiati in sacchi di paglia. Benchè adusati a più gravi spettacoli, pure il cuore ci palpita per tante miserie!

22. Siamo a Calvene. Attraversando i diversi paesi notiamo il panico della popolazione alla quale noi cerchiamo di dare l'assicurazione che per essa non v'è il pericolo di sloggiare. Ma ci accorgiamo che gli abitanti, nonostante le nostre parole, fanno collocare al sicuro le cose più care ed anche i mobili non indispensabili alla vita quotidiana. " La prudenza" , dicono, " non è mai troppa, e a riportare a posto la roba si fa presto!" A Calvene scendono altri profughi dall'altopiano. Molti sono guidati dai loro parroci che provvedono a tutto con ammirabile zelo, penso all'alloggio e al necessario per il loro gregge spaurito e fuggente all'appressarsi del lupo.

 

III. Riposo marciando. Di nuovo in linea. La Madonnina della Compagnia. Verso la riscossa. Un imbarazzo. Anno 1916

 

Maggio

 

22. Dopo 7 memorabili giorni di assenza, torno all'altare. Quanti sentimenti mi affollano l'animo nel contatto intimo con Dio! Il Comando fa il bilancio della battaglia e numerosi vuoti sono registrati tra gli ufficiali e soldati. L'onore del reggimento è stato tenuto altissimo e una gloria di più rifulge attorno al 70° Fanteria. Però i soldati rimasti, dopo le accanite giornate, sono ora mal ridotti, hanno i vestiti a brandelli, sono sforniti di biancheria, perfino di gavetta ed hanno bisogno di un po' di riposo.

23. Da Calvene si parte di notte, sotto un temporale orribile, che non allieta certo la faticosa e lunga marcia. Si arriva a Maglio in quel di Breganze ed ivi la truppa si attenda per due giorni. Poi, sempre con pioggia dirotta ed insistente, si va a S. Tomio, vicino ad Isola Vicentina.

 

Giugno

 

1. Oggi ho detto la Messa al Campo, presso Rocchette. Il nostro riposo è stato di breve durata. Dopo 2 giorni a S. Tomio, siamo ritornati a Carrè e a Chiuppano, ove abbiamo sostato altri due giorni. In questi paesi continua l'esodo della popolazione, tanto che difficilmente si trova chi ci alloggi.

4. Bisogna spostarsi sempre di notte, per non permettere la conoscenza dei movimenti di truppa al nemico, che sta facendo l'ultimo sforzo per scendere in pianura. Ma dovrà fare i conti con i petti gagliardi dei nostri soldati! Da S.Ulderico si sale al Monte Novegno, dove ci accampiamo senza per ora entrare in linea. Nel salire la montagna abbiamo a fare attenzione a qualche pallottola cieca e a qualche granata che ci scoppia vicino senza preavviso. Abbiamo qualche raro ferito.

10. In questi quattro giorni abbiamo passato dei seri guai. Il Reggimento è andato parte in linea e parte in rincalzo. Il Comando trovasi con un battaglione a Cima Alta, luogo assai battuto dalle grosse artiglierie nemiche e completamente sprovvisto di ripari. Una granata intanto ci scoppia sopra alle rocce, facendo precipitare su di noi un torrente di sassi. Rimane ucciso un soldato e feriti parecchi, tra i quali, benchè leggermente, anche il Comandante del Reggimento. Un'altra granata ha sfondato una baracca della Divisione. L'accanimento nemico è ostinato, vuol superare ad ogni costo l'ultimo baluardo per scendere al piano. Ma abbiamo ferma fiducia che lo sforzo, benchè terribile, dovrà infrangersi sui petti dei nostri fantaccini, tanto valorosi quanto modesti. Per due volte, in un giorno solo, la Compagnia ha avuto tutti gli ufficiali fuori combattimento e questa è la terza assegnazione. Pare che il cieco furore della crudeltà nemica abbia preso di mira questa eroica falange di valorosi. Voglia Iddio concedere ad essi l'invocato aiuto!

12. Scendo a S. Orso con un " camion" carico di feriti. In uno svolto della strada siamo avvistati dal nemico che c'invia parecchie granate. Ne scoppia una a poca distanza dal "camion" e una pioggia di sassi colpisce qualcuno. Un sasso toglie il volante di mano allo "chaffeur" che per fortuna spegne il motore a tempo e ferma la macchina. Scendiamo tutti abbandonando il veicolo e riparandoci alla meglio verso luogo più sicuro. Più avanti troviamo altri "camions" fermi, senza conducenti, in mezzo alla strada ingombra di macerie e di grosse pietre, mentre i colpi sembrano inseguirci. Chi ha buone gambe sgattaiola per i sentieri traversi e scende più presto degli altri al sicuro. Un ufficiale, che saliva su di un mulo, viene sorpreso dallo scoppio d'una granata ed ha la bestia massacrata, mentre egli è incolume. Meglio così, sarebbe stato peggio il viceversa!

13. Mentre il reggimento, che è sceso dalla linea e si è attendato in pianura, aspetta ordini, io mi reco a Schio, graziosa e laboriosa cittadina. Però ora è quasi spopolata: la popolazione, edotta dalla triste esperienza dei paesi più avanzati, per il timore di guai improvvisi, ha preferito non aspettare il fatto compiuto e si è in massima parte internata. Del resto è stata una precauzione esagerata, perchè siamo certi che il nemico ormai è inchiodato sull'altura e dovrà presto anche ritirarsi. Tutt'al più seguiterà ad inviare a Schio qualche granata isolata, o qualche bomba d'aereoplano. Ma ciò non può giustificare l'esodo di molti cittadini.

20. Il Reggimento è ancora accampato a Torre Belvicino, grazioso paesello, meta di soggiorno in tempo di pace per le sue acque terapeutiche. Per le strade, al seguito di alcuni soldati, incontro un piccolo alpino (7), armato di tutto punto. Gli domando cosa farà e mi risponde serio serio: "Voglio anch'io combattere per l'Italia! " Mi assicurano i soldati che il piccolo alpino vuole assolutamente seguirli. Domenica 18 ho celebrato la Messa al Campo, con soddisfazione di tutta la truppa. Alcuni ufficiali mi hanno fatto preparare l'altare, ed hanno voluto collocare sopra di esso un quadretto dipinto con la Vergine. Mi hanno assicurato che il sacro cimelio è stato da loro per parecchio tempo gelosamente custodito e posto sempre in trincea alla vista di tutti i soldati della compagnia come in un altare. Terminata la Messa, lo hanno ripreso per conservarlo come simbolo di fede. Maria, Madre della misericordia, vorrà coronare le speranze dei suoi devoti e premiare l'omaggio dei suoi figli, che sanno rafforzare il proprio coraggio con la fiducia celeste!

23. Verso mezzanotte tutto il Reggimento è pronto per la partenza con una lunga teoria di "camions", nei quali salgono una ventina di uomini per ognuno. Si arriva a Staro, per poi proseguire a piedi fino a Cima di Mezzo. La gita è fantastica, sia perchè siamo sballottati sui pesanti veicoli, sia perchè si procede ora a fila indiana per i sentieri ondulati ed infrascati della traversata. Due battaglioni vengono subito schierati sulla linea, ed il Comando, con l'altro di riserva, è a poca distanza, ricoverato in una caverna rocciosa. Arrivano notizie consolanti sulle nostre operazioni. Si spera che sia giunta per il nemico finalmente la discesa della parabola!

26. Il nemico indietreggia sotto la pressione continua delle nostre armi. Dobbiamo avanzare in conseguenza verso la Vallarsa. Si procede però con cautela, poichè arrivano ogni tanto dei proiettili sulla strada, facendo anche dei feriti. Appena rallenta il fuoco è un altro sbalzo in avanti, finchè, tra una sosta forzata ed una corsa circospetta, si arriva fino a Foxi. L'avanzata non c'impedisce di osservare lo spettacolo desolante dei paesi abbandonati e di visitare le case scoperchiate e bruciate dal nemico. Da lontano si vedono di notte immensi bracieri che illuminano l'oscurità della vallata di sinistri bagliori. Nelle case, che visitiamo, troviamo i segni della fuga precipitosa del nemico. Sedie, tavoli, stoviglie ed altri mobili gettati alla rinfusa per le strade, insieme a fucili, casse di munizioni, giornali e libri militari. In una casa troviamo un magnifico servizio di porcellana, stemmato, appartenente forse a qualche Comando superiore austriaco. Siamo dolenti di non essere in grado di rifornirne la nostra mensa, perchè per il momento " maiora premunt!" A Foxi è saltato il ponte e la truppa deve passare sul letto del torrente. Nella serata passo un brutto quarto d'ora. D'ordine del Colonnello mi reco con un soldato a trovare un ricovero per la notte. Trovatolo, mando il soldato ad avvertire il superiore. Però mi sorprende in quella piccola capanna un intenso bombardamento che gli austriaci hanno iniziato per impedire l'avanzata dei nostri. Resto così bloccato per circa 4 ore, solo, nella oscurità, circondato dallo scoppio vicinissimo delle granate, con l'impressione di essere da un momento all'altro travolto sotto le macerie. Mi rannicchio in un canto e rassegnato a qualunque evenienze, mi rimetto nelle mani di Dio. O come si sente vicino Iddio in certi momenti! Rallentato il bombardamento, prendo coraggio e tra l'intervallo dei colpi tento d'uscire da quel frangente per mettermi al sicuro. La notte profonda, rischiarata solo dallo scoppio dei proiettili, mi impedisce di orizzontarmi. Cadendo, precipito da qualche metro di altezza in un burrone, senza però farmi del male, mi rialzo, mi impiglio tra i vigneti finchè incappo in un'altra sorpresa. Sento gridare un uomo, ma non riesco a capirlo, sento un colpo di rivoltella: lì per lì, data l'oscurità, ho la sensazione di essere caduto tra i nemici. Riesco poi a sapere che l'individuo che ha gridato e ha poi sparato è un ufficiale che, non potendo trovare i suoi soldati, si è messo a chiamarli e a sparare con la speranza di farsi sentire.

 
IV. Nemici fatti amici. Vigneto insidioso. Colpiti d'infilata. Anno 1916
 
Giugno
 
29. L'azione offensiva dei nostri soldati procede bene. Passano una sessantina di prigionieri austriaci (8), con qualcuno dei quali mi intrattengo per chiedere notizie. Sono uomini di tutte l'età, dai 18 ai 45 anni, coi segni della più evidente letizia per essere catturati, nonchè della fame sul viso emaciato ed incolto. Difatti la prima loro richiesta è per il pane che il nostro soldato, sempre pronto a ritornare oggi amico col nemico di ieri, offre loro generosamente. Questa "cameraderie" è piena di suggestività!
30. Un nostro battaglione, con il Comando reggimento, è nascosto tra i pampini verdeggianti di una vigna, debole rifugio per soldati. Il nemico ha scoperto la truppa che male s'adatta all'immobilità e ci prende d'infilata con violenti raffiche di proiettili, per fortuna di piccolo calibro. In pochi minuti abbiamo però delle perdite dolorose, otto morti ed un centinaio di feriti, tra i quali qualche ufficiale. Ho benedetto le salme ed ho procurato loro onorevole sepoltura sulla sponda del torrente, per quanto era concesso sotto il continuo bombardamento. Accorro al piccolo posto di medicazione. Anche laggiù infuria il fuoco e nella trepidazione del pericolo pressante, gli ufficiali medici prestano le prime medicazioni ai feriti ed io assisto i moribondi e conforto i più gravi. Benchè ormai avvezzi a simili circostanze, pure l'ansia e il battito del cuore si fanno sentire sempre dinanzi a tali scene di dolore e di morte! Un povero moribondo mi stringe a sè e non vorrebbe lasciarmi a nessun costo, parlandomi con accento accorato dei suoi figli. Ma come fare? Io debbo correre di qua e di là , ove bisogno lo richiede e con dolce violenza debbo lasciarlo promettendogli di ritornare subito, dopo averlo però confortato con i sacramenti e con le espressioni che Iddio solo sa suggerire in quei momenti difficili. Corro da altri feriti e cerco di affrettare il ritorno al moribondo. Ma è vana la mia fretta, poichè il soldato è già annoverato tra i gloriosi caduti. Un senso subitaneo di mestizia mi invade e cerco di divagare altrove lo sguardo ed il pensiero! Sembra ora che sia cessato il fuoco. I feriti sono già trasportati nelle retrovie ed io voglio ritornare al Comando. Passando dagli ufficiali del battaglione, mi fermai un momento a conversare con loro, e specialmente con un giovane sottotenente De Fabiis, che sapevo avere studiato Teologia. Lo trovo a leggere un romanzo, ed io, con la mia abituale franchezza, gli fo osservare, ridendo, che veramente non sono questi i momenti da leggere romanzi. Quale triste profezia racchiudono le mie confidenziali parole! Non ho tempo di fare pochi passi che si sente dietro di me un sibilo e uno scoppio lacerante. Mi getto a terra e, riavutomi dall'impressione, ritorno indietro verso il luogo dello scoppio e trovai, haimè , il povero sottotenente freddato da una pallina di "srapnel" al cuore, stringendo ancora il libro tra le mani! Povero giovane, qual mistero doveva racchiudere la sua vita! Oggi giornata terribile! Mi porto finalmente al Comando che trovasi in un luogo non meno pericoloso. Già il primiero bombardamento aveva ucciso due caporali, seduti li dinanzi. Ora ricomincia la triste sinfonia. Ci rimpiccioliniamo, come il riccio, in una buca del terreno, ed attendiamo la fine del fuoco.Ancora uno "srapnel" ci viene a trovare, le palline infuocate sfondano la lamiera che ci ripara ed ancora una vittima dobbiamo registrare, insieme a parecchi feriti. L'attendente del Colonnello, colpito alla testa, mentre io cerco di sollevarlo, mi spira tra le braccia. Finalmente un ordine superiore ci fa ritirare dalla pericolosa situazione, dove abbiamo subito parecchie perdite, senza nemmeno la soddisfazione di aver combattuto!
 
V. La sete in Vallarsa. Battisti prigioniero. Morti insepolti. Anno 1916
 
Luglio
 
4. Dopo tre giorni di relativa calma, in un posto più riparato, si avanza di notte tempo verso Valmorbia. I proiettori nemici ci scrutano, ma con qualche manovra riusciamo a non farci individuare.
6. Siamo sotto il tiro della fucileria e degli "srapnels" . Il nostro reggimento ha avuto ordine di iniziare tentativi di attacco, ma le molteplici difficoltà di accesso per i canaloni di Monte Spil non ci hanno dato che lievi successi. Si ha la certezza che tutti gli ostacoli dovranno cedere sotto la tenacia e l'ardore dei nostri soldati. Purtroppo in questi tentativi il nostro Reggimento ha subito altre dolorose perdite, tra cui tre ufficiali. Abbiamo fatto altri due prigionieri, dei quali uno tirolese che era rimasto ferito nel contrattacco pronunciato dal nemico. Le nostre truppe sopportano con ammirabile rassegnazione i più gravi sacrifici, tra i quali primeggia la sete. Non per nulla siamo in Vall'Arsa! Il provvedersi l'acqua è un problema; ve n'è una sola conduttura, alla quale attingono tutti i reggimenti dislocati quassù. Vengono riempite le "ghirbe" di tela e caricate sugli asinelli che fanno un servizio eccellente. Ma le "ghirbe" arrivano in trincea dimezzate per la filtratura della tela e l'acqua viene distribuita col misurino, come fosse un prelibato liquore. Si sono dati dei casi di svenimento per sete e di soldati che sono ricorsi allo stratagemma di sottoporsi all'olio di ricino per procurarsi l'acqua che accompagna la purga. Però anche questo servizio in breve migliora ed ora si sta quasi bene anche per l'acqua, benchè il tiro continuo del nemico impedisce di giorno il servizio logistico e di notte l'ostacoli alquanto. Il nostro ricovero è una vecchia fornace di carbone (9), ma è alquanto ristretta e per dormire non si riesce a stendere le gambe: è giocoforza stare rannicchiati. La fornace è aperta dall'alto e ci offre la sensazione di una tomba di esseri viventi. Oh delizie del momento!
10. Questa notte vi è stata un'azione importante sul Monte Corno ed il Monte Spil. Risultato: piccola avanzata ma non raggiungimento dell'obiettivo per gli sbarramenti nemici. Non abbiamo avuto perdite sensibili. Il nostro bombardamento sulle posizioni nemiche era infernale. I nostri cannoncini da montagna sparavano come mitragliatrici. Sulla nostra testa passavano sibilando le pallottole nemiche e qualcuna ci pioveva attorno. Mi si stringeva il cuore pensando agli artefici della furiosa battaglia e pregavo per essi. S'udivano le grida dei combattenti ed il fatidico: "Savoia!" ripetuto nell'assalto da cento, da mille petti, anelanti alla vittoria. Il mio Reggimento ha operato in collegamento con gli alpini del Battaglione Vicenza e non ha avuto perdite sensibili, tranne un paio di morti e una venticinquina di feriti. Comincia a profilarsi un po' di stanchezza tra la truppa, benchè questa resista ancora mirabilmente. Un po' di riposo dopo tante azioni gioverebbe non poco! Ieri rimase ferito gravemente al collo il Maggiore Maggiani, nobile figura di ufficiale. Si era voluto spingere oltre le trincee, ma lo raggiunse una pallottola austriaca, mentre, come il Generale Cantore, ritto col binocolo osservava le posizioni nemiche. Viene trasportato tosto nelle retrovie coll'augurio di completa guarigione, ma con il timore che non possa sopravvivere. La ferita gravissima, forse interessante la spina dorsale, gli ha già prodotto la paralisi degli arti.
11. Ieri ed oggi calma assoluta. Sappiamo che nell'azione della notte del 9 sono rimasti prigionieri quasi tutti gli alpini del Battaglione Vicenza, compresi gli ufficiali, tra i quali, dicesi, si trovava Cesare Battisti. L'insuccesso credesi sia dovuto alla mancata cooperazione dei rinforzi e delle truppe collegate alle ali, inquantochè, spintosi il battaglione troppo innanzi, si è trovato poi tutto circondato dal nemico e fatto prigioniero. L'Austria sarà gongolante per la pingue preda e chi sa quale livore sfogherà verso l'intrepido ed eroico Deputato di Trento!
14. Mi viene riferito che sul Monte Trappola giacciono insepolti parecchi morti. Con una squadra di uomini parto per l'opera di seppellimento.Giunti sul luogo , che è scoperto dal nemico, una scena terrificante mi si presenta agli occhi. Sono una trentina di soldati morti, tra i quali alcuni austriaci, giacenti nei più tragici atteggiamenti ed in avanzata putrefazione. Fucili, cartucce alla rinfusa, reticolati sconvolti, trincee distrutte, indumenti disordinati, tutto dà l'idea di una terribile mischia alla baionetta. Come Dio vuole, si giunge al seppellimento, ed ora le misere spoglie, senza distinzione di parte, riposano in pace. Particolare da notarsi: il nemico non ci ha molestati col tiro nella pietosa impresa. Ho trovato, tra le carte disperse nel terreno, vicino ad un soldato una Immagine della Madonna con l'invocazione:"Regina della Pace prega per noi!" L'ho religiosamente raccolta e messa in una buca del terreno, come a venerazione. Mai come in quel momento l'ho invocata con tanto fervore, perchè conceda al nostro valoroso Esercito la fortuna delle armi, che con la vittoria dovrà portare la pace restauratrice alla Patria!
17. Questa notte ci ha destato un intenso fuoco di fucileria: era verso Coni Zugna. Ieri ci ha bersagliato un innocuo bombardamento. Molti proiettili, cadendoci vicini, per fortuna non esplodevano. Gli austriaci sono costretti ad adoperare materiale scadente, segno della prossima loro decadenza definitiva!
20. Sono 27 giorni che non posso più celebrare la Messa. Come mi sento avvilito! Penso anche ai miei soldati che chissà quanto bramerebbero ascoltare quassù il Divin Sacrificio. Ma le circostanze non lo hanno permesso. Partiti all'improvviso da Torrebelvicino, con l'assicurazione di ritornare subito, non ho potuto condurre con me l'Altare da campo. Continuamente in moto per l'avanzata e per le azioni non c'è stato verso di farlo arrivare quassù per le difficoltà di lontananza e di pericoloso transito. Nei paesi vicini abbiamo delle Chiese, ma anch'esse hanno seguito la sorte delle abitazioni. Il cannone devastatore non rispetta neanche la santità del tempio. Le Chiese sono tutte sforacchiate. Gli arredi sacri, le canne dell'organo, le statue dei Santi e i ceri sono in una caotica confusione frammischiati con le tegole, le travi e le desolanti macerie. Qualche volta si trova miracolosamente in piedi, ed ancora eretta nel suo luogo di venerazione, qualche Immagine del Crocefisso (10) e della Madonna. L'odio, scatenato dal genio malefico della guerra, sarà stato forse rispettoso dei simboli più puri e più sacri dell'amore?
 
VI. Un prigioniero russo. Andata e ritorno. Messa desiderata. Nuova destinazione. Anno 1916
 
Luglio
 
22. Siamo sempre infastiditi dal tiro noioso del nemico. Appena appena mi riesce a far qualche visita ai soldati in linea. Vi sono dei passi pericolosi da azzardare con buone gambe e con migliore fortuna. Ogni tanto si deve registrare qualche vittima nei soliti punti scoperti. Benchè lo spirito si mantenga sempre altissimo, pure la materia tenta ribellarsi. Di notte si dorme poco e per di più assai incomodi, sopra a delle casette austriache che ci procurano un letto, non soffice. Durante il giorno bisogna stare accoccolati nella fornace per non correre il rischio di buscarsi qualche fucilata, si mangia un boccone sempre freddo alla meglio e si sta aspettando con filosofica calma che gli eventi migliorino le nostre condizioni fisiche. Oggi si è presentato alle nostre linee un russo, prigioniero degli austriaci, sfuggito al nemico tagliando i reticolati. Ci dice che fu ferito e catturato in Galizia nel luglio dell'anno scorso e che gli austriaci ora lo adibivano con altri connazionali in lavori di prima linea. Rimane assai soddisfatto nel sapere che ora i Russi son tornati ai Carpazi.
25. Mi viene comunicata una licenza per gravi motivi di famiglia e debbo partire immediatamente. Occorre però fare un tratto di 200 metri allo scoperto. L'ho tentato di corsa seguito dalle pallottole del "cecchino" che mi ha sparato per tutto il tratto. Appena superato il pericolo, non so, se per l'emozione o per la debolezza, conseguenza di una lunga serie di giornate disagiate, sono caduto in terra esausto di forze. Il primo mio pensiero è stato di ringraziare ancora una volta Iddio, che volle preservarmi anche da questo pericolo.
 
Agosto
 
5. Finita la licenza ritorno al mio Reggimento. Arrivo a Valmorbia, circa le 19 e trovo ancora la truppa in linea. So che in questi giorni non vi è stata azione importante, ma ciò nonostante si attende un prossimo riposo. Trovo il mio giaciglio occupato dal nuovo Capitano medico e mi è forza farmi scavare una buca sottoterra (11), onde ripararmi dalle schegge.
10. Oggi finalmente ho fatto assistere i soldati alla Messa dopo circa 2 mesi di privazione. Tornando dalla licenza ho portato quassù l'altarino che ho preparato sopra un sostegno, fatto con i fucili. Il luogo scelto per la messa è però pericoloso, tanto che i soldati per ascoltarla devono rimanere ciascuno al posto riparato. Solo l'altare è visibile a tutti. Celebro la Messa con emozione, mentre qualche pallottola passa, miagolando, sopra la mia testa.
12. Ieri il Comando si è trasferito a Zocchio, poichè la fornace s'era cominciata a "riscaldare". Anche la truppa viene avvicendata alternativamente per il riposo, sempre però vicino alla linea.
15. Oggi festa della Madonna, celebro la messa in una Chiesa "sui generis" (12). I miei soldati mi hanno fatto l'improvvisata di prepararmi l'altare in un andito di una casa abbandonata. Vi hanno intrecciato frasche verdi, hanno composto il basamento con cassette di munizioni ed hanno riempito di fiori dei bossoli lucenti austriaci da dar l'impressione di essere in una graziosa chiesetta. Nel discorsetto che ho loro tenuto, l'ho ringraziati del bel pensiero invitandoli a non dimenticare mai le dolci consolazioni della fede.
19. E' venuto a sostituirmi l'altro Cappellano. Io domani sono comandato a raggiungere la nuova destinazione, il 114° Ospedaletto da Campo. Ho un momento di tregua: penso subito agli amici.
 
Dalla fronte, 16 agosto 1916
Carissimo
Mentre ferve la mischia, mentre l'uragano di ferro e di fuoco c'investe da ogni parte, mentre le grida dei combattenti, i lamenti dei feriti, lo scoppio dei proiettili, si succedono in una confusione inenarrabile e vertiginosa, non si pensa che alla guerra: ciascuno sta al suo posto per fare tutto il proprio dovere. Ma quando è passata la tempesta, quando viene quella che noi chiamiamo calma, allora le idee si riaffacciano riordinate nelle nostra mente, ed il pensiero, astraendo subito dalla terribile realtà e dalla tragica visione, corre lontano per centinaia di chilometri a trovare il paese natio, la famiglia la folla degli amici. E' un raggio di sole che viene dopo la bufera, è un istintivo bisogno dell'uomo che vuol divincolarsi dalla violenta tensione subita e depositare nel cuore delle persone care tutte le emozioni provate. Altri vorrà raccontare che cosa è la guerra, quanti pericoli ha scampati, quali gli avvenimenti impreveduti e straordinari che gli passarono dinanzi, gli atti di valore e le imprese ardite: io ho amato sempre far rilevare lo spirito religioso del nostro soldato in guerra. Più d'una volta le raccontai come si prepara alla battaglia dal lato spirituale il soldato italiano. Nei periodi, qua alla fronte, pochi sono quelli che non adempiono ai loro doveri cristiani ed io posso ben testimoniare che non vidi mai tanta devozione nelle nostre Chiese, tanta religiosità nella gioventù maschile ed in genere negli uomini, quanta ne ho incontrata nell'elemento militare che si prepara alla guerra. Questo nelle retrovie. Nelle trincee poi abbiamo ancora di più: si giunge perfino a fare degli altarini, come fanno i nostri fanciulli. Spesso ho veduto dei soldati che si gloriavano di conservare per lungo tempo un quadretto della Madonna trovato in qualche avanzata: mi asserivano di tenerlo sempre in vista durante i periodi più critici. Altri conservano scrupolosamente in dosso, sotto la giubba, dei " non piccoli" Crocifissi, non so come trovati. Non parlo poi delle meraviglie e delle immagini sacre che portano a dovizia: nè si pensi che ciò riguarda solo i soldati. Un ufficiale mi diceva giorni fa: "Vede, signor cappellano, io non sono divenuto credente durante la guerra; lo sono stato sempre e nel momento dei maggiori pericoli mi stringe forte al petto la mia Madonna che porto sempre al collo. Ne ho passate tante, durante tutto il tempo della guerra, ne ho visti morire parecchi vicinissimi a me, la Ma donna ha pensato essa a salvarmi sempre". Quasi tutti gli ufficiali hanno la loro medaglina scusa, affidata con una catenina d'oro al braccio e ne ho veduti alcuni che l'avevano perfino appesa al petto accanto al nastrino della campagna. Bisogna riconoscerlo! I nostri ufficiali sono glorioso esempio pio di eroismo per nostri soldati come lo sono anche di pietà religiosa! Quando devo dire la Messa al campo, sono essi che mi fanno preparare tutto l'occorrente. Si trova il posto adatto, si fa avvertire la truppa, si fanno sospendere tutti i servizi e gli ufficiali in gruppo si mettono al posto d'onore vicino l'altare. Terminata la Messa, durante la quale tengono un esemplare contegno, mi si affollano vicino e con ingenua curiosità mi domandano cosa vuol significare e come si chiama ogni singolo oggetto dell'altarino. Tutti, ufficiali e soldati, amano la Messa al campo come l'oasi di pace e di amore nel grande deserto dell'odio e della guerra; nè vi può essere alcuno per quanto indifferente che non risenta di quella soavità spirituale che spande intorno una Messa sul campo di battaglia. Erano trascorsi circa due mesi e dati i movimenti e le molteplici azioni a cui abbiamo preso parte, non mi era più riuscito di poter celebrare la Messa ai miei soldati. Me ne domandavano continuamente, ma purtroppo, con mio vivo dolore, dovevo annunciar loro l'impossibilità a cui ero tenuto. Un bel mattino finalmente la lieta notizia si spande nella truppa: " E' arrivato l'altarino, oggi c'è la Messa!" Ma il luogo è pericoloso, aggruppamenti di uomini non sono permessi, c'è il nemico vicinissimo che spia i movimenti e spara maledettamente. Tutti devono star nascosti nelle buche, dalle quali non si esce che di notte. Come si fa? La Messa, dopo tanto tempo di mancanza, bisogna pur dirla! Si rimedia subito: ciascuno resta nella sua buca, si trova un posto veduto da tutti e là con dei fucili appoggiati ai sassi, si appresta il piano per l'altare: non so se il "cecchino" ci ha avvistato. Qualcuno trepida per me che, unico fra tutti, mi trovo scoperto, ritto in piedi, così vestito di bianco: ma son calmo e termino la mia Messa con commozione sì, ma anche con completa fiducia nel Dio che mi sta vicino. Il giorno dell'Assunta fummo più fortunati. Potei dir la Messa con più sicurezza, fare qualche comunione e rivolgere anche un discorsetto ai soldati. Mi avevano preparato una "cappellina" in una specie di andito di una casa abbandonata dai fuggiaschi. Tutto aveva servito per addobbare la chiesetta: coperte, casse di munizioni, bossoli di proiettili ed a nche quadri sacri trovati nelle case diroccate. Le pareti erano coperte addirittura da rami di verdura, v'erano anche dei candelabri con candele racimolate qua e là. Bisognava vedere come i costruttori di questa cattedrale "sui generis" andavano superbi della loro opera! Come non essere soddisfatti di questi bravi giovanotti, di quest'ambiente così fertile di sentimento religioso? E tutto questo non credo vada spiegato semplicemente come fenomeno di superstizione o di paura, perchè il nostro soldato mentre porta le medagline e le immagini sacre, mentre ascolta devotamente in ginocchio la Messa, non bestemmia più, non parla più oscenamente, non si lamenta più dei disagi, non si rifiuta più di obbedire ai superiori, non teme più i pericoli, ma compie eroicamente tutto il suo dovere fino al supremo sacrificio, perchè sa che questo, in caso, è voluto da Dio per la grandezza della Patria, il di cui amore è santo. E tutto fa con animo sereno fiducioso in Dio, o perchè lo scampi dalle disgrazie, o perchè lo riceva tra le sue braccia se debba soccombere sul campo. Non ho mai udito dalla bocca dei morenti il benchè minimo lamento sulla loro sorte; li ho visto anzi accettare la morte con la più cristiana rassegnazione, con evidente soddisfazione dell'animo di aver fatta la suprema volontà di Dio e confidando grandemente nella sua misericordia. Ho ancora nella mente un povero ferito gravissimo che non voleva assolutamente che io mi allontanassi da lui, mentre dovevo correre anche presso gli altri morenti. Mi teneva avvinto per le gambe e dovetti staccarmi con dolce violenza, promettendo di ritornarvi presto. Fui da lui poco dopo, ma non feci in tempo a raccogliere l'ultimo respiro, emesso con un sorriso cosciente di ultima soddisfazione. No, non è superstizioso chi vuole essere unito con Dio nei momenti del pericolo, per aver maggior forza d'animo nel compiere il più arduo dovere e per averlo vicino quando tutto sfugge d'intorno o si rimane senza conforti umani! Bisogna invece purtroppo compiangere quei pochi che per loro sventura non sono illuminati dalla fede; poveretti! Io non so qual punto d'appoggio sosterrà i loro spiriti quando disgraziatamente colpiti a morte, si dovessero trovare a risolvere il problema dell'altra vita, abbandonati da tutti sul campo di battaglia. Ma è da sperare che anche per costoro sia prodiga di bontà la mano di Dio! Ecco quanto desideravo scriverle dopo l'ultima violenta azione, che mi aveva alquanto scosso. Se crede faccia conoscere queste mie osservazioni ai lettori della "Gazzetta." Esse, son certo, saranno di conforto a quelle famiglie cristiane che hanno qua i loro cari. Si persuaderanno che le fatiche, i disagi e i pericoli della guerra saranno grandemente alleviati per chi crede e spera in Dio.
 
20. Parto con un certo dolore, dovendo lasciare tanti amici e tanta gente che l'identità degli ideali, per cui siamo stati esposti ai pericoli e ai disagi della guerra, mi aveva reso fratelli. Dopo otto mesi di reggimento, sono destinato ad un ufficio meno pericoloso, ma non meno adatto a svolgere la mia missione di Sacerdote. Spero con l'aiuto del Signore di giovare anche in questo campo ai nostri buoni e valorosi soldati.
 
Fine della seconda parte
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NOTE
 
(1) Con il 69° formava la brigata Ancona.
(2) FOTO n. 1.
(3) FOTO n. 2. Il primo da destra a cavallo è don Marini.
(4) FOTO n. 3.
(5) FOTO n. 4.
(6) FOTO n. 5.
(7) FOTO n. 6. Sulla destra è don Marini.
(8) FOTO n. 7.
(9) FOTO n. 8. Don Marini è il primo da destra.
(10) FOTO n. 9.
(11) FOTO n. 10. Don Feliciano Marini.
(12) FOTO n. 11.

 

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