Don Feliciano Marini : Ricordi di un Cappellano militare

Terza ed ultima parte

Archivio Fabrizio Cece

La terza parte del diario (ottobre 1916 - febbraio 1918) è incentrata principalmente sulla narrazione della ritirata di Caporetto. L'ospedaletto n. 114 di cui don Marini era cappellano militare, si trovava infatti a pochi chilometri da quella località, motivo per il quale il sacerdote folignate inizia a narrare il tragico avvenimento fin dal 23 ottobre, giorni di grandi bombardamenti, anche con granate caricate di gas. Purtroppo, non so per quale motivo, il diario si conclude con il febbraio 1918. Troppo presto insomma per poter leggere il commento di don Marini alla vittoria finale da lui tanto auspicata e della quale si era più volte mostrato certo.

 
I. Vita d'Ospedaletto. Commemorazione di caduti. La Messa alle carceri. Visite ai Cappellani militari.
 
Anno 1916
 
Ottobre
 
24. Da due mesi sono all'Ospedaletto da Campo n. 114 (1). Qui vita metodica e fuori pericolo. Abbiamo ammalati e feriti, ma segnatamente gli affetti da malattie psicopatiche. L'Ospedaletto, per la perizia dei suoi Ufficiali, è ben corredato di mezzi moderni d'igiene e di cura. In quanto all'assistenza religiosa, essa è limitata alla Messa festiva celebrata nei reparti e alla visita assidua che quotidianamente cerco di fare ai ricoverati. Ho a mia disposizione anche un buon numero di libri sani ed istruttivi che faccio passare tra i soldati a lenire la noia delle lunghe ore di cura.
 
Novembre
 
2. Oggi mi sono recato a Caporetto per assistere alla Commemorazione dei nostri gloriosi caduti fatta in quel Cimitero, ove sono raccolte le salme dei morti in questo settore. Ha cantato la Messa di rito il Cappellano della Croce Rossa, il quale dall'altare, eretto a monumento ricordo dei caduti, all'ombra di due immensi tricolori, ha pronunciato un fervido discorso (2), vibrante di patriottismo. Vi hanno assistito tutti i Comandi della zona, con a capo il Generale Tassoni (3), il Commissario civile di Caporetto, le rappresentanze delle truppe, gli alunni delle scuole e i paesani con il loro Parroco. Dopo la Messa sono state presentate le autorità al Generale Tassoni Comandante il IV Corpo d'Armata, il quale ha ascoltato con deferente simpatia anche un indirizzo di omaggio agli eroi caduti, recitato da un bambino di Caporetto. Ho lasciato il luogo della commovente cerimonia dopo aver ammirato il perfetto ordinamento del Cimitero militare, ove ogni caduto ha la sua memoria, sormontata dalla Croce e incoronata di fiori. Il nemico che più volte nei giorni passati aveva tormentato Caporetto con granate micidiali, oggi ha rispettato il sacro tributo di riconoscenza e di onore ai nostri morti.
27. A Pulfero, vicino Cicigolis, funziona il Tribunale militare a cui è annesso il carcere preventivo. Con lodevole invito del tribunale stesso ogni tanto mi reco a dir la Messa ai soldati detenuti. Vi assistono tutti con edificante devozione. Fanno il quadrato attorno all'altare e io familiarizzo con essi, senza sentire il bisogno di farli sorvegliare. Mi sembra che tutti costoro, per fortuna non numerosi, siano piuttosto deboli anzichè cattivi. Difatti me ne accorgo dalle parole accorate che essi mi rivolgono e che io cerco di lenire infondendo coraggio e speranza. Approfitto dell'occasione propizia della Messa per richiamare allo loro mente il dovere dimenticato e di risvegliare in essi quella forza latente di resistenza, di cui è stato dotato da Dio stesso il cuore dell'uomo. Giorni sono, dopo la Messa, nella quale avevo spiegato il vangelo del giorno, un soldato era rimasto impressionato dalle mie parole attorno al dovere morale e religioso del soldato in genere. Mi si avvicina con un serto sussiego e mi dice con un certo tono: " La pace ci vuole, signor cappellano, la pace ci vuole!" " Figlio mio" , gli rispondo, " vogliamo la pace? Ebbene la pace verrà tanto prima, quanto più faremo il nostro dovere!" Il poveretto rimase colpito dalla mia risposta e pianse. M'accorsi che il soldato ha bisogno d'una parola amica che lo sorregga nella dura prova, che lo rialzi se momentaneamente caduto, e sappia ridestare in lu i quello spirito di abnegazione e di sacrificio di cui è ricco il popolo italiano.
 
Anno 1917
 
Maggio
 
20. Tra i conforti più soavi provati in questi mesi debbo registrare le visite e le conferenze del Padre Semeria, di Don Rubino e di S. E. Mons. Bartolomasi, Vescovo di campo. Più volte tutti i cappellani militari si sono raccolti a Cividale, a Staro-Selo e a Caporetto per udire la parola saggia, incitatrice e patriottica dei nostri fratelli maggiori, e del padre venerato.Il Padre Semeria, dall'aspetto burbero e paterni insieme, ci ha fatto godere dei momenti indimenticabili con la sua eloquenza profonda e rara. D. Rubino, anch'esso bonario nel tratto e severo nell'aspetto, ci è stato di guida e di conforto nell'ardua missione. Il Vescovo di campo allorchè ci vedeva raccolti attorno a Lui, non poteva celare la sua emozione e richiamandoci con la sua dotta e pia parola alla rievocazione dei sacri doveri del ministero, ci era fulgido esempio nell'amore di Dio e della Patria.
 
II. Caporetto è caduto! Ritirata memoranda. Si passa il Tagliamento.
 
Anno 1917
 
Ottobre
 
23. In seguito al bombardamento incessante a base di granate e di gas asfissiante, per tre giorni e tre notti e col favore di una nebbia fittissima, il nemico è riuscito a sconvolgere le nostre linee e a determinare la nostra ritirata. Noi ci troviamo con l'Ospedaletto a Cigolis, a pochi chilometri da Caporetto. L'avanzata degli austriaci ci viene comunicata da un soldato che fuori di sè è stato condotto poco fa da due finanzieri all'Ospedaletto perchè ritenuto alienato di mente. Però la cruda e terribile verità ci viene confermata presto dai primi gruppi di soldati asfissiati dai gas mefitici che vengono a noi trasportati dalle auto - ambulanze. I poveretti, tra i quali alcuni telefonisti, sono stati sorpresi dalle bombe asfissianti di notte, e non hanno nemmeno potuto usare della maschera di protezione. A vederli non sembrano affatto gravi, ma poco dopo si manifesta l'attossicazione e ne muoiono alcuni ai quali riesco appena in tempo a prestare i conforti religiosi. Gli altri, alla vista dei deceduti, vengono tosto presi dal panico di essere vicini a morire e ci vogliono tutti i mezzi che la pietà ci ispira per ricondurli alla calma. Intanto vogliono tutti ricevere i sacramenti e dopo sembra che il timore sia quasi svanito e con esso, speriamo, anche il pericolo prossimo. Aggravandosi la situazione il Direttore dell'Ospedaletto, Prof. Agosti, dà le disposizioni per lo sgombero dei ricoverati e m'incarica di sorvegliare il loro trasporto fino a Cividale. La sera stessa vengono caricati i più gravi, alla meglio, su una carretta e verso mezzanotte, dopo un viaggio quanto mai difficoltoso, si giunge a Cividale in uno di quei Ospedali di tappa. Per tutta la strada troviamo ingombri di ogni genere. Truppe sbandate che si ritirano e truppe inquadrate che vanno in linea, camions, carrette, auto - cannoni, carriaggi e veicoli di ogni sorta, che vanno e che ritornano con una confusione indescrivibile. I 12 km che ci dividono da Cividale debbono essere percorsi in più di cinque ore. A Cividale si trova ancora più caos, io non raccapezzo a chi devonsi consegnare i poveri infelici affidatimi. Finalmente, come Dio vuole, riesco a compiere l'incarico e prendo la via del ritorno.
24. Torno a Cigolis e lo spettacolo della ritirata mi si offre più raccapricciante. Incontro una interminabile teoria di nostri soldati, disarmati, che procedono senz'ordine e senza meta, con lo sguardo smarrito. Sono truppe che hanno ripiegato inconsapevolmente di fronte all'incalzare del nemico. Essi non sanno dir nulla, hanno una sola idea, quella di ritirarsi. Da notare che nessun ufficiale, di nessun'arma, trovansi tra le truppe in ritirata. Prima di Cividale si cerca dai Comandi di riordinare i fuggiaschi che vengono fermati dai carabinieri ed avviati ai posti di concentramento. Col cuore oppresso dal triste spettacolo che non riesco a spiegarmi, arrivo al mio Ospedaletto dove trovo la massima calma e l'indecisione sul da farsi. Ma non c'è da illudersi. La speranza che avevano coltivata, di vedere subito arginata l'avanzata nemica dalle nuove forze, accorse a sostituire i fuggenti, comincia a declinare e, nella sera tarda, un ordine improvviso ci obbliga a lasciare l'Ospedaletto, senza darci il tempo a provvedere allo sgombero del materiale sanitario e degli oggetti del magazzeno. Per forza di cose dobbiamo anche lasciare alcuni oggetti personali e con l'animo triste, silenziosi come i componenti di un corteo funerario, ci allontaniamo dalla nostra terra, dal nostro luogo di la voro più che annuale, con le lacrime agli occhi.
25. Per il ponte S. Quirino, già minato, arriviamo a Cividale prima dell'alba e c'imbarchiamo con gli altri in quel gregge immenso, disordinato che disceso dalle vallate del Natisone e dello Iudrio procede, senza guida e senza meta , verso la via della fatale sconfitta. Le strade fangose, la popolazione che fugge desolata, lo sconforto universale dipinto sui volti, gli incendi crepitanti dei magazzeni e delle riserve di munizioni, i bagliori rossastri che danno in lontananza uno sfondo di fuoco, sono pennellate a tinte di sangue di questo quadro terribile che abbiamo dinanzi.
26. Ad Udine altrettanta confusione. Fuori della città, la strada Udine-Cividale rigurgita di forme umane: sono soldati che si ritirano e soldati che avanzano, borghesi che fuggono trascinando i bambini e i vecchi, tutti accomunati dallo stesso sgomento.Ecco gli aereoplani nemici che con la consueta ferocia bombardano dall'alto gli inermi e gli innocenti. E' un fuggi fuggi generale ed in un attimo la strada appare deserta. Il fragore delle bombe gettate si dilegua, il rombo dei motori si fa più lontano e tosto ricomincia la strana processione.
Il nostro esiguo reparto prende piede in una casa di campagna, vicino al Contumaciale (4), mentre gli ufficiali vanno a Udine in cerca di ordini. Io approfitto del tempo per prendere un po' di riposo, dopo due notti e tre giorni di lavoro e di veglia.
30. Partiti da Udine nelle prime ore del 27, siamo stati diretti a Trigesimo e quindi a Nimis per impiantare dei posti di medicazione per le truppe che si trovano sulle nuove linee di resistenza. Ma al di là di Nimis siamo sorpresi di trovare già la fanteria nella trincea improvvisata e dobbiamo retrocedere per mancanza di chiarezza negli ordini avuti. Abbiamo cercato di riposare la scorsa notte ad Artegna, ma a mezzanotte un clamore improvviso di grida di donne, un bagliore rossastro di incendio, ci fa precipitare la partenza per il timore di essere catturati dal nemico incalzante. Qui succede lo sbandamento del nostro reparto, poichè per la gran confusione e per l'oscurità, non riusciamo a ritrovarci che in parte sulla strada per S. Daniele del Friuli, dove c'incolonniamo con la lunga e svariata schiera di soldati, di profughi, di carriaggi che ingombrano tutta la via. Impressionati dalla lentezza con cui procede l'immane colonna di uomini e di veicoli, subodorando per l'aria la probabilità di essere fatti prigionieri prima di arrivare a passare il Tagliamento, lasciamo i carriaggi e ci precipitiamo di corsa verso il passaggio del fiume al Ponte di Pinzano. Qui affluiscono tre strade, tutte egualmente congestionate da uomini e da veicoli. Come si farà in tempo a far passare per il ponte tanta folla e tanto materiale? Noi intanto scendiamo al ponte di legno, dove è regolato a tratti il passaggio per i militari e, radunati i nostri soldati, passiamo finalmente il Tagliamento (5). Un senso di sollievo ci invade l'animo, non senza una preoccupazione vivissima per alcuni nostri uomini rimasti indietro, ai quali abbiamo affidato il carro con il carico di alcuni oggetti che siamo riusciti a riportare fino ad Artegna. Appena arrivati a Pinzano, domandiamo un po' di riposo ad un fienile, affranti più nello spirito che nel corpo.
 
III. Grida di dolore e aneliti di speranza. Fame e patriottismo. Truppe inglesi. Visite di conforto.
 
Anno 1917
 
Novembre
 
1. Da Pinzano, inseguiti già dagli srapnels nemici, che cercano d'impedire la traversata del fiume e tutta la nostra ritirata, ci incamminiamo verso Sequals, ove pernottiamo accolti con devota ospitalità da quella buona gente, impressionatissima per gli avvenimenti.
4. A tappe di parecchi chilometri, percorsi di giorno e di notte, arriviamo a Stenevrà con l'impressione che la triste verità sia piuttosto un sogno. Nella mente confusa si riaffacciano tutte le fasi della nostra ritirata, accompagnate dalle sensazioni più dolorose per il risveglio degli episodi più commoventi. Ci ritornano al pensiero i nostri soldati che non siamo riusciti a ritrovare e che forse al saltare del ponte di Pinzano, non essendo ancora passati al di qua, saranno ora prigionieri, ci par di vedere i numerosi malati e feriti gravi che abbiamo lasciati nei diversi ospedali, ora in mano del nemico, ci ripassano allo sguardo i poveri profughi, i bambini, i vecchi, le donne che, lasciato incustodito il focolare domestico, sono fuggiti per rifugiarsi sotto le ali della madre Patria, ci corrono come in una ridda fantasmagorica, nella immaginazione alterata, i paesi attraversati, le conoscenze abbandonate, le posizioni perdute, i sacrifici inutili, la gloria infranta, l'onore della Patria in pericolo. Ed in questa scorribanda immaginaria, mentre tutto sembra perduto, però, in fondo allo spirito, sentiamo improvvisamente ribellarsi una forza latente, che nutrita di fede nel Dio che abbatte e suscita, e corroborata di sangue italico, par che gridi con la sua intima voce potente: " L'Italia vincerà"
5. Passiamo il Piave e ci fermiamo a Nervesa per riposarci. Per la strada assistiamo al febbrile lavoro di resistenza all'invasore. Ci siamo trovati in imbarazzo per trovare di che sfamarci. Per 5 giorni ci siamo nutriti con un po' di polenta e di formaggio, ma i nostri epigastri protestano terribilmente. I soldati del Reparto hanno requisito un sacco di granturco che hanno ridotto in farina presso un molino e, acceso un bel fuoco all'aperto in una grande caldaia, anch'essa requisita, hanno confezionato un rancio a base di polenta. E così l'appetito si è quietato e lo scopo è stato raggiunto! Attraversando Conegliano abbiamo trovato la poca popolazione rimasta costernata dal precipitarsi degli avvenimenti. Un vecchio patriota si è messo a piangere come un bambino, imprecando anche alla sua tarda età che gl'impediva di correre alla riscossa, come un giorno lontano corse sui baluardi alpini a ricacciare lo stesso nemico. Quanto ardore si cela nei cuori di questi abitanti! Già passando per le diverse borgate abbiamo dovuto ammirare lo slancio della popolazione a soccorrere il nostro soldato. Qua erano donne che, sull'uscio della propria casa, offrivano alle truppe in marcia dei fumanti " tocchi " di polenta, là erano borghesi che regalavano ai soldati bottiglie di vino e pezzi di formaggio. " Piuttosto che lasciare la nostra roba agli austriaci" , dicevano piangendo, " prendetevi tutto voi!". Il medico condotto di un paese ci è venuto incontro ed ha invitato tutti gli ufficiali del nostro Reparto a rifocillarsi a casa sua. In men che non si dica ha fatto allestire un fumante ed appetitoso desinare e non è stato tranquillo finchè non si è assicurato della nostra piena soddisfazione. Ma le bocche sono innumerevoli e le provviste scarseggiano. Le strade sono affollate di truppe di passaggio, i campi sono invasi da soldati sbandati. Nei fossi scorgiamo cavalli e muli morenti forse per stanchezza o per fame; qualche pietoso getta alla povera bestia un pugno di fieno. Più in là giace la carcassa di qualche altro cavallo o mulo, spolpata talmente da potersi collocare in un museo zoologico. Durante la notte i soldati, specialmente gli sbandati, fanno bottino delle povere bestie abbandonate per acquietare le bramose canne!
21. Da Ghisolo e Spineda. Passando per Mantova, abbiamo salutato il monumento ai Martiri di Belfiore ed un contrasto di sentimenti e di pensieri ci ha invaso l'animo. Sono ormai centinaia di chilometri che abbiamo dovuto percorrere sempre a piedi. Le nostre scarpe ridono che è un piacere, ma i nostri garetti si sono irrobustiti! Mantova è occupata dal comando inglese. Soldati inglesi sono alle porte della città in servizio di guardia, altri girano di pattuglia. Fuori di porta altre truppe inglesi bivaccano e per la strada incontriamo reggimenti al completo che marciano al suono monotono dei tamburi e delle fanfare. Gli ufficiali inglesi sono in testa ai loro soldati cavalcando dei bei muletti. I soldati sono giovani biondi, carichi di borse e tascapani a tracolla e armati del tozzo fucile. Lasciano al loro passaggio scatole vuote, carte levigate e stagnuole, tutto l'involucro, cioè, dei loro viveri, costituiti da cioccolata, thè, carne in conserva e paste. Altri popoli ed altri costumi! Durante la dolorosa odissea, abbiamo sempre trovato ospiti gentilissimi che ci offrivano quanto di meglio potevano. Le tappe si sono fatte nei casolari di campagna ed i fienili erano da noi preferiti per rinfrescare le stanche membra. Dopo il Piave abbiamo trovato abbondanza di viveri, sebbene con qualche esagerazione di prezzo ed anche i soldati hanno avuto il oro rancio regolare.
 
Dicembre
 
3. Siamo a S. Nazzaro d'Ongina, dopo un percorso complessivo di km 550 compiuto pedestramente, con qualche tappa, nello spazio di circa un mese. Forse qua sarà la meta del nostro concentramento!
29. Sono raggruppate nei dintorni le sbandate unità sanitarie del IV Corpo d'Armata. Non si sa se saranno ricostituite. In questi giorni abbiamo avuto la gradita visita del Vescovo di Campo che è venuto a rinfrancare con la sua dotta e ardente parola le truppe qui adunate. E' venuto anche a trovarci l'infaticabile Don Rubino, il noto Padre triestino che, pieno di ardore patriottico e di vivo spirito apostolico, ha chiamato a raccolta tutti i Cappellani militari delle unità raggruppate per infervorarci a nuovo lavoro per la Fede e per la Patria. La parola fraterna ed animosa del caro Don Rubino (6) è giunta proprio opportuna a rincuorarci dalla depressione morale che anche noi, benchè sacerdoti ma pure uomini, abbiamo subito nelle vissute giornate della lacrimata iattura.
 
IV. Ancora in azione. Giro di ricognizione. Funziona il cannone. Messa interrotta. La casa del soldato.
 
Anno 1918
 
Gennaio
 
14. Col treno delle 6 parto da Padova per recarmi a sostituire il Cappellano del 114° Fanteria sull'Altopiano di Asiago ed arrivo a Bassano alle 10,45. Il paese è quasi completamente sgomberato dalla popolazione. S'incontrano soltanto soldati nostri, francesi e inglesi. Apprendo che nei giorni scorsi sono piombate nella città più di un centinaio di granate con grave danno degli edifici. Sulla torre civica vedo sventolare una bandiera bianca; non so il perchè. Mi reco alla Chiesa principale per potervi celebrare la Messa, ma la trovo chiusa. Domando a qualcuno se vi son Chiese aperte al culto, ma nessuno sa darmi una risposta esatta. Per fortuna mi imbatto in due sacerdoti bassanesi che non hanno voluto abbandonare i pochi cittadini rimasti e, mercè la loro fraterna cortesia, posso celebrare in una Chiesetta ove si venerano le insigne reliquie della Santa Protettrice di Bassano. Mi assicura uno di quei Sacerdoti che le Chiese sono tutte intatte dal bombardamento. Si leggono per le vie delle notificazioni del Comando nelle quali si fanno conoscere le fucilazioni avvenute di alcuni soldati che, dimentichi del proprio onore, furono sorpresi a saccheggiare le case abbandonate dai profughi. Con un camion giungo a Marostica e di là fino a Campo di Mezzavia. Il viaggio non è affatto piacevole, dato che il camion è carico di grosse tavole che ogni tanto, specialmente nelle numerose svolte, sembrano volermi schiacciare. Viene con me anche un gentile Tenente del 113° Fanteria che mi guida per l'ignoto cammino. Come Dio vuole, domandando a destra e a sinistra, arrivo verso le 19 a trovare il Comando del Reggimento a Pria dell'Acqua, dove sono accolto con amabile cortesia, specialmente da parte del Tenente Colonnello Colli Vignarelli. Inutile dire che non avendo mangiato in tutto il giorno che due soli mandarini feci onore alla buona mensa del Comando.
15. Ho preso già consegna del mio officio. Ho la mia baracca, il lettino da campo ed anche una stufa in continua funzione. L'ambiente è ottimo in tutto, specialmente nei rapporti del Comando, composto di ufficiali distinti per coltura e per modi. La località è piena di suggestiva bellezza; strade magnifiche tra gli abeti dal verde cupo, fiancheggiate da artistiche baracche ricoperte di rami.
17. Ho fatto delle visite ai reparti dislocati, accolto dovunque dalla stessa affabilità. Insieme ad un Tenente mi sono recato ad un osservatorio sul Kaberlaba ed ho veduto la pianura d'Asiago, i monti retrostanti ed il paese diroccato, ancora in mano del nemico. Ieri il reggimento ha avuto due morti per una fatalità dolorosa. Vennero colpiti da un nostro srapnel che era intempestivamente scoppiato nelle nostre linee, affiorando sulle cime degli abeti. Oggi il nemico si desta con un bombardamento a tempo, a base di srapnel e di gas asfissianti. Abbiamo diversi feriti e un morto che è un povero soldato, ritornato oggi stesso dalla licenza. Mi reco a confortare i feriti al vicino posto di medicazione, ove assisto a diverse importanti operazioni chirurgiche.
20. In questi giorni ho celebrato sempre la Messa in una baracca, ove ho trovato due soldati preti che avevano là dentro il loro grazioso altarino. Mi hanno anzi mostrato un quadro con l'effigie del Redentore trapassata da una pallottola di srapnel. La ferocia guerresca, che non ha risparmiato nemmeno la figura del Martire Divino, mi fa tornare alla mente le idee sulla origine misteriosa del male sulla terra. Se ne fa oggetto il discorso anche tra gli Ufficiali della mensa e, con somma mia meraviglia, ascolto una convincente e teologicamente esatta risoluzione dell'arduo problema dallo stesso Comandante del Reggimento. Già avevo avuto occasione di ammirare la vasta coltura del simpatico Ufficiale, oggi poi ho dovuto completare il mio stupore per la sua enciclopedica dottrina.
25. Anche oggi giornata di caldo: il nemico tira che è un piacere. Al primo colpo ci rifugiamo nella grotta scavata nella roccia. Quivi siamo sicuri dagli srapnels, ma non dai gas asfissianti e lagrimogeni. Anche per questi abbiamo il rimedio, c'è la maschera che ciascuno non abbandona mai nè giorno nè notte. Oggi l'abbiamo adoperata per parecchie ore e come spettacolo coreografico non c'era male!
27. A mezzogiorno in punto incomincia il nostro bombardamento sulle posizioni dell'Altopiano e va intensificandosi a grado a grado. Tuonano tutti i calibri: quelli vicini, e non sono pochi, fanno coi loro formidabili colpi traballare la terra attorno attorno.La mia baracca è situata proprio tra gli obici da 210 e ad ogni colpo che parte sembra ritornare nel nulla. Debbo abbandonarla per maggiore prudenza e chiedere ospitalità presso luogo più pacifico. Difatti le mie previsioni non sono state infondate poichè i colpi nemici di risposta si succedono nei pressi di essa e già un abete si è abbattuto proprio sulla mia povera baracca danneggiandola.
28. Seguita il bombardamento nostro, ma a tratti. L'azione si svolge in un altro settore, verso il Col Rosso e dalle notizie che ci pervengono sappiamo che procede con successo. Dalla nostra parte non si combatte; le truppe stanno sull'attenti. Non si sa mai quello che può capitare da un momento all'altro.
29. Il nemico, durante quest'azione, dev'essere stato sorpreso. Ha controbattuto in questo settore con pochi colpi. A sera tardi sono chiamato per il seppellimento d'un soldato. La scena pietosa, al chiaro della luna, in mezzo al bosco, ha del tragico e del fantastico insieme. Un gruppo di soldati compie l'opera nel più assoluto silenzio, non interrotto in questo momento nemmeno da un colpo di fucile. Lascio il luogo e torno da solo al Comando percorrendo la strada immerso nei più gravi pensieri.
 
Febbraio
3. Alla notte poco si dorme, le nostre artiglierie che ci circondano, ci tengono ben desti, poichè sparano senza interruzione e senza riguardo ai dormienti. Il nemico di notte non risponde quasi mai, si vede che ama il sonno più dei nostri, oppure è a corto di munizioni. Però abbiamo qualche sorpresa dalla sua parte. Oggi mentre mi accingevo a dir la Messa mi ha regalato uno srapnel poco al di sopra della baracca, tanto che ho dovuto spogliarmi in fretta e in furia degli indumenti sacri e trasportare il tutto nella grotta.
14. Continua la relativa calma del settore. Le truppe dei Reggimenti vengono a turno avvicendate. Scendono dalle trincee i soldati infangati, con i segni evidenti della stanchezza per la lunga sosta e vanno a rinfrancarsi verso Osteria di Granezza. Là trovano calma necessaria al riposo, apertura di cielo ed anche una leggiadra costruzione, la Casa del Soldato (7) dove trovano il sollievo per le forze morali, il conforto per il sacrificio subito e l'incuoramento per altre future imprese. Quasi sempre l'anima della Casa del Soldato è un Cappellano Militare (8).
(...)
 
Fine

 

Bibliografia essenziale.
 
Per approfondire certe tematiche e per avere dettagli sulle operazioni belliche a cui partecipò don Feliciano Marini si possono consultare, tra l'altro, le seguenti pubblicazioni:
 
- A. Berti, 1915-1917. Guerra in Ampezzo e in Cadore, Milano 1996.
- http://eiha.crs4.it/cultura/view.php3?id_opera=8&id_titolo=823
- P. Gaspari, La battaglia del Tagliamento, Udine 1998.
- Lule [L. Rughi], Le confessioni di guerra di un Cappellano militare, Roma 1919.
- G. Magrin, F.M. Fiorin, Il cappellano del Cadore. Diario di guerra di don Emilio Campi cappellano del battaglione
Pieve di Cadore,Udine 2000.
- Storia Politica della Grande Guerra 1915-1918, Milano 1998.
- A. Monticone, La battaglia di Caporetto, Udine 1999.
- R. Morozzo Della Rocca, La fede e la guerra. Cappellani militari e preti-soldati (1915-1919), Roma 1980.
- G. Pieropan, 1914-1918. Storia della Grande Guerra, Milano 1988.
- L. Rossi,Ricordi di famiglia e particolarmente del nostro caro e indimenticabile Don Bosone, Città di Castello 1982.
- C. Trabucco, Preti d'oltre Piave. Pagine eroiche del Veneto invaso, Roma 1939.
- L. Viazzi, Le aquile delle Tofane. 1915-1917. Milano 1974.
Note
 
(1) FOTO n. 1.
(2) FOTO n. 2.
(3) FOTO n. 3. Si tratta del Tenente Generale Giulio Tassoni.
(4) Ospedale adibito al ricovero di soldati sospetti di essere affetti da malattie contagiose.
(5) FOTO n. 4. Ponte di Pinzano.
(6) FOTO n. 5. Don Marini è al centro, con la croce sulla giubba.
(7) "Le Case, dalle dimensioni più diverse, da piccole baracche di legno a ex istituti spaziosi ed accoglienti o ancora a ville venete, crebbero da poche decine nel 1916 a 100 nel maggio e a 250 nell'ottobre 1917; dopo Caporetto scesero a 70 ma nell'ottobre 1918 se ne contarono più di 500 sparse oramai in tutto il paese. (...) Nelle Case i soldati potevano trovare un luogo più o meno confortevole dove trascorrere il 'tempo libero', conversare e distrarsi (...); vi si distribuiva l'occorrente per scrivere, c'erano delle piccole biblioteche, talora degli strumenti musicali e dei dischi; nelle Case più grandi funzionava un cinematografo; con il prolungarsi della guerra attorno alle Case delle retrovia si cominciarono a organizzare feste, lotterie, tombole, giochi popolari" (Morozzo della Rocca 1980, p. 36-37). Queste strutture nacquero per iniziativa di don Giovanni Minozzi.
(8) Foto n. 6. In primo piano, quasi al centro, è ben distinguibile don Marini con la fascia al braccio e la croce sulla giubba.

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