Le mitragliatrici italiane della Grande Guerra

di Max Difilippo

Breve storia

Fin dall’invenzione della povere da sparo e all’apparizione delle armi da fuoco, molti maestri armaioli tentarono invano di costruire armi che potessero sparare tanti colpi in successione. La tecnologia del tempo (sec,XIV) non poteva risolvere questo problema. Dal sec. XV si cominciarono a costruire le armi chiamate “organi”, costituite da una serie di canne di fucile messe una vicina all’altra (un totale che variava da dieci a cinquanta) e posate su uno o più piani orizzontali. Dopo una lunga operazione di caricamento. questi aggeggi sparavano molte palle imprecise in tempi così rapidi da pregiudicare la continuità del volume di fuoco. Gli “organi” erano montati su affusti a ruote e, pur con i limiti citati, vennero usati e mantenuti nel tempo (sec. XIV – XVIII), James Puckle, inglese, nel 1718 inventava il caricatore girevole. Questo permetteva di utilizzare una sola canna. alimentata da un tamburo rotante in cui erano caricati i colpi. Il brevetto di Puckle, tuttavia, era assai primitivo e così solo nella seconda metà del sec. XIX si cominciò a costruire delle mitragliatrici abbastanza efficaci. Nel 1856 l’americano Charles Emerson Barnes, consapevole o no, riprese il brevetto del 1718 migliorandolo con l’aggiunta di una manovella che spostava l’otturatore avanti ed indietro. Ciò permetteva di tirare a raffica solo con il movimento della manovella. L’arma di Barnes venne usata nella Guerra Civile americana dove si fregiò del nomignolo di “macinino da caffè”. Per la precisione il modello originario era stato modificato dal compatriota Econcetto originale degli “organi”. La mitragliatrice era manovrata da due uomini, . Ripley che aveva reintrodotto la canna multipla, tornando , senza volerlo, al un servente che sparava ed un assistente che riempiva i caricatori con le cartucce. La tappa decisiva dell’evoluzione della mitragliatrice fu percorsa da Richard Jordan Gatling, che finalmente disponeva di cartucce metalliche. La Gatling aveva un fascio di sei canne alimentate da un caricatore cilindrico a tamburo, posto sulla parte superiore dell’arma. La manovella ruotava un albero a camme che, a sua volta, faceva ruotare il caricatore. Le cartucce cadevano nel lume della canna grazie al loro peso, mentre il meccanismo di rotazione armava il percussore. La mitragliatrice Gatling (cadenza 400 colpi al minuto) ebbe numerose varianti tra cui le “Nordengeldt” e “Gardner” (1879), la “Bailey” (1881), la prima con caricatore a nastro, e molti altri modelli. Nel 1883 Hiram Maxim, armaiolo e progettista, migliorava il modello Bailey intuendo la possibilità di utilizzare l’energia liberata dai gas di scoppio del colpo in canna. Il rinculo dovuto ai gas veniva sfruttato per far arretrare l’otturatore che, nella sua corsa, espelleva il bossolo. Tenendo premuto il grilletto, la molla di recupero portava in chiusura l’otturatore che provvedeva ad inserire una nuova cartuccia in canna, producendo un altro sparo. In tal modo non servivano più manovelle ed assistenti che caricavano le cartucce (si utilizzavano il caricatore a nastro Bailey). L’arma diede alle prove risultati sorprendenti di precisione, di robustezza, di poca usura, specialmente grazie all’avvento delle polveri infumi. Si trattava di una vera e propria mitragliatrice automatica che raggiungeva la cadenza di 600 colpi al minuto. Il definitivo perfezionamento avvenne nel 1885, grazie agli studi di John M. Browning. L’arma sfruttava in modo magistrale la pressione dei gas in un meccanismo a pistone che, mosso, armava l’otturatore. Da quest’arma nacquero molteplici modelli di mitragliatrice.

L’arma regina delle battaglie in trincea, venne consacrata proprio dalla Grande Guerra, nella quale si affermava a conflitto iniziato. L’Italia, soprattutto, entrava in guerra contro gli Imperi Centrali con una scarsa dotazione di mitragliatrici “Maxim” mod. 1906 e mod. 1911 e qualche poco conosciuta “Perino”, arma ancora in fase di valutazione. Si sentì la necessità di avere più armi a raffica per aumentare la potenza di fuoco sia in difesa sia in attacco. Si richiesero pertanto mitragliatrici a Francia e Inghilterra, le quali fornirono un discreto numero di “St. Etienne” e “Hatchkiss” (provenienza francese), e “Maxim-Vickers” (inglesi). L’Italia non rimase alla finestra, iniziando lo studio di un’arma robusta, economica e multifunzionale. Così nacque la FIAT mod. 1914, diversa dalle altre armi straniere più note, per avere l’alimentazione non a nastro di tela, bensì a pacchetto contenente 50 cartucce (calibro 6,5 mm) .Questo sistema di alimentazione diminuiva la cadenza di tiro, ma in compenso sparava sempre. Due modelli di arma FIAT armarono il nostro esercito, differenziandosi dal manicotto di raffreddamento della canna: il primo aveva un manicotto scanalato ed il secondo liscio. La Fiat venne adattata agli aerei da caccia ed agli aerei da bombardamento, senza però montare il manicotto di raffreddamento e con caricatori da 100 colpi.

Descrizione e caratteristiche tecniche

 

Fucile mitragliatore Chauchat mod. 1915
Realizzato nei laboratori di Peteaux in Francia da Chauchat, Setter e Ryberolle, era un’arma di costruzione rudimentale che si inceppava molto spesso. Pesava 9,15 Kg, aveva una cadenza di tiro di 240 colpi al minuto ed era lungo 141 cm. Sparava sia a colpo singolo che a raffica, cartucce di 8 mm Lebel stipate in caricatori semilunari da 25 colpi.
 
 
 
 
 
 
Mitragliatrice Colt mod. 15 calibro 6,5 mm
D’ordinanza italiana, fornita dagli Stati Uniti all’Italia per sostituire le armi perdute nella ritirata di Caporetto. Il sistema di raffreddamento ad aria fu modificato, rivestendo la canna con uno stretto manicotto in ottone per la circolazione del liquido refrigerante. Era alimentata con caricatori a nastro di tela. Fu distribuita perlopiù al Reggimento da sbarco della Regia Marina, impiegato per la difesa della foce del Piave.
 
 

 

Mitragliatrice Fiat –Revelli mod. 1914 (rigata)
Con manicotto irrigidito da nervature che ne aumentano la superficie e migliorano la dissipazione del calore. La Fiat, nei due modelli, era lunga 1 metro e 72 cm, compreso l’affusto su treppiede. Da terra l’arma con treppiede era alta 65 cm, pesava 38,5 Kg (con treppiede), possedeva una cadenza di tiro teorica di 500 colpi al minuto (in pratica poteva sparare dai 150 ai 250 colpi al minuto) e colpiva con precisione sino a 1500 metri (la gittata raggiungeva i 2500 metri). Le sue cassette portamunizioni contenevano 400 cartucce di calibro 6,5 mm con carica in solenite (8 caricatori da 50 colpi).
 
 
 
 
 
Mitragliatrice Fiat-Revelli mod. 1914 (liscia)
Arma derivata dal modello Perino modificata su disegno Revelli nel 1910. Solo nel 1914 fu perfezionata diventando l’arma fondamentale per i mitraglieri italiani. Lo scatto dell’otturatore permetteva sia lo scatto a raffica continuo, sia quello intermittente. Il caricatore da 50 colpi (calibro 6,5 mm come4 quello del fucile “91”) era diviso in 10 comparti da 5 colpi ciascuno. Ogni comparto possedeva un dente che faceva avanzare il caricatore una volta esaurita la serie dei 5 colpi. In guerra furono adottati anche caricatori da 100 colpi. Nella foto si nota il manicotto di raffreddamento liscio che veniva alimentato da tubi collegati ad un serbatoio di acqua. Nella foto la canna è dotata di uno spegnifiamma conico da 16 cm. Per quest’arma era anche previsto uno scudo blindato a protezione dei serventi, che nella realtà non venne quasi mai utilizzato per l’eccessivo peso.
 
 
 
Mitragliatrice Gardner mod. 1886
Arma antiquata a due canne azionata a manovella. Utilizzava caricatori a gravità da 20 colpi di calibro 10,35 mm (lo stesso calibro del fucile Vetterli mod. 1870) con una cadenza di tiro di 500 colpi al minuto. Appoggiava su un treppiede molto ingombrante e pesante. L’arma era ancora in dotazione alle forze, ma molti esemplari vennero distribuiti alle truppe operanti soprattutto in montagna.
 
 
 
 
 

 

 
 
 
 
 
Mitragliatrice Hotchkiss mod. 08/1914 calibro 8 mm Label
Arma prodotta in Francia su progetto di tecnici americani, in dotazione alle truppe francesi e spagnole, fu commissionata anche dagli italiani. La mancanza di manicotto di raffreddamento ad acqua la rendeva più leggera ma impediva lo sparo di lunghe raffiche. Infatti non resisteva oltre i 300 colpi se la canna non veniva cambiata o immersa in un bidone d’acqua. Per la verità poteva essere munita di un accessorio radiatore metallico da usarsi nelle zone scarse d’acqua. Era alimentata con caricatori da 25 colpi a lastrina metallica oppure a nastro da 150 colpi. L’arma in dotazione all’Italia era montatasi una forcella ed appoggiata su un treppiede del peso di 23 Kg.
 
 
 
 
 
Mitragliatrice leggera Lewis mod. 1908
Prodotta in Inghilterra su licenza americana. Nonostante l’apparenza si trattava di un’arma raffreddata ad aria. Il grosso manicotto, che avvolgeva la canna prolungandosi ben oltre la bocca di questa, aveva infatti lo scopo si favorire la circolazione forzata dell’aria, messa in movimento dai gas di sparo. Era un’arma molto efficiente, con una cadenza di tipo piuttosto elevata, ma il tipo di raffreddamento la rendeva inadatta a sparare lunghe raffiche, perciò in Italia fu usata perlopiù sugli aerei da caccia, privata del manicotto. Tuttavia, nel dicembre del 1917 furono formate 50 compagnie di mitraglieri Lewis con 2000 armi acquistate in Inghilterra. Era lunga 128 cm e pesava 12,247 Kg. Sparava cartucce calibro 7,7 mm d’ordinanza inglese, alloggiate in un caricatore circolare contenente 47 colpi e pesanti 4 Kg pieni. Fu giudicata dai tedeschi la miglior mitragliatrice leggera della Grande Guerra.

 

 
Mitragliatrice Maxim-Vickers mod. 1911
La canna, sebbene alettata, era raffreddata ad acqua (grazie ad un tubo collegato ad un serbatoio). Originariamente la mitragliatrice montava colpi di calibro 7,65 mm (modello inglese Mk 1), non adatti al fronte italiano. Adottata dagli italiani già dalla guerra di Libia ed ordinata in numerosi esemplari nel 1915, l’arma venne modificata per il calibro 6.5 mm utilizzando caricatori su nastro di tela da 250 colpi. Sparava con precisione a 1000 metri (anche se aveva una gittata di 3500 metri) con una cadenza pratica di 400 colpi al minuto. Fu spesso in opera sugli aerei.
 
 
 
 
 
 
Mitragliatrice Perrino mod. 1908 tipo pesante
Ideata nel 1901 dal tecnico di artiglieria Giuseppe Perrino, fu la prima arma automatica di progettazione italiana (pesava 27 Kg). Nel 1910, modificata e denominata “tipo leggero” (17 Kg), , dopo alcune buone prove, fu adottata dall’esercito sabaudo assieme al modello Maxim poiché utilizzava lo stesso calibro. In tal modo si intendeva premiare un brevetto nazionale e la produzione italiana. Era alimentata con caricatori metallici a lastrina da 25 colpi ciascuno (un particolare magazzino a tramoggia poteva contenere cinque caricatori pronti per il tiro, aggiungibili dall’alto per ottenere una fuoco continuo. La circolazione dell’acqua di raffreddamento era garantita dall’azione pompante dal lungo movimento di rinculo della canna all’interno del manicotto. La cadenza teorica di tiro era di 450 colpi al minuto. Fu distribuita in quantità piuttosto limitate, pur presentando qualità nettamente superiori a qualunque altra mitragliatrice adottata.
 
 
 
Mitragliatrice Saint Etienne mod. 1907 calibro 8 mm Lebel
Raffreddata ad aria come la Hotchkiss, la Saint Etienne aveva una gittata utile di 1500 metri (la massima era di 4500 metri). Utilizzava caricatori da 25 colpi a lastrina metallica oppure a nastro da 150 colpi. L’arma in dotazione all’Italia pesava 23,3 Kg era appoggiata su un treppiede del pedo di 26,5 kg (nella foto il modello 1915 Omnibus). Si trattava di un’arma poco affidabile, soggetta a frequenti inceppamenti. I mitraglieri armati con le Saint Etienne si distinguevano per le mostrine bianco-azzurre, mentre i mitraglieri armati con le Fiat avevano mostrine bianco.rosse.
 
 
 
 
 
 
Pistola mitragliatrice Villar Perosa-Revelli mod. 1915
Fu il primo esempio di mitra portatile comparso dui fronti di guerra. Possedeva due canne di acciaio nichelato con rigatura destrorsa ciascuna con due finestrelle sulla culatta. Quella inferiore era destinata all’espulsione dei bossoli, quella superiore permetteva l’inserimento di un caricatore semilunare da 25 colpi. Usava cartucce calibro 9 mm a carica ridotta per pistola Glisenti mod. 10. Normalmente era dotata di un bipede anteriore, o direttamente di scudo metallico. Alcuni esemplari, catturati dal nemico, vennero dotati di calcio in legno. Il difetto fondamentale della Villar Perosa-Revelli era l’eccessiva rapidità della raffica. Con una cadenza pratica di 600 colpi al minuto (300 per canna) er un distanza utile di soltanto 100 metri (sebbene in teoria tirasse sino a 800)costringeva i soldati ad un continuo cambio di caricatori (12 al minuto) e, con il nemico a 100 metri, tale operazione diventava assai pericolosa. Il portacaricatori, a tracolla, aveva tre tasche dotate di scatola metallica, ognuna delle quali conteneva sei caricatori da 25 colpi per un totale di 450 colpi a zainetto.
 
 
 
 
Bibliografia:
Nevio Mantoan Armi ed equipaggiamenti dell’Esercito Italiano nella Grande Guerra 1915-1918, Gino Rossato Editore, Prima edizione. luglio 1996
 

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