Poesie
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Non sei che una croce
Non
sei che una croce
- Nessuno forse sa più
perchè sei sepolto
lassù
- nel camposanto sperduto
sull'Alpe, soldato caduto.
- Nessuno sa più chi tu sia
soldato di fanteria
- coperto di erbe e di terra,
vestito del saio di
guerra.
- l'elmetto sulle ventitré
nessuno ricorda perché
- posata la vanga e il badile
portando a tracolla il
fucile
- salivi sull'Alpe,salivi
cantavi e di piombo
morivi
- ed altri morivano con te
ed ora sei tutto di Dio.
- Il sole, la pioggia, l'oblio
t'han tolto anche il nome
d'un fronte
- non sei che una croce sul monte
che dura nei turbini e
tace
- custode di gloria e di pace.
-
R.Perseni
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Questa notte
- Questa notte fra
Redipuglia
- e Oslavia, si
riaccenderanno i fuochi
- sopra le alture dove
tante volte
- la battaglia
- si spense nel sangue e
sarà un fluttuare
- di ombre intorno ai
bivacchi
- perchè all'estremità
dell'oblio
- hanno freddo anche i
morti
-
- Carlo Delcroix
- Poesia inviata da
Maurizio Becherucci
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Il tempo
Se il tempo diventa
sereno
il 10 faremo l'azione
se il tempo diventa
sereno......
-
Ed i soldati scrutarono
le stelle e il firmamento,
pesarono respirando
il fremito del vento.
-
Ma il 9 si vide splendere
un cerchio intorno alla
luna
la luna era velata
d'un velo nebuloso.
I soldati e gli ufficiali
che stavan da 30 giorni
in attesa dell'azione
si guardarono l'un l'altro
si sarebbero baciati.
-
All'alba del 10 pioveva
1916. Giulio
Barni
Poesia inviata da Caterina
Giannini
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Sono una creatura
Come questa pietra
del S.Michele
- così fredda
così dura
- così prosciugata
così refrattaria
- così totalmente
disanimata.
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- Come questa pietra
è il
- mio pianto
che non si vede.
-
La morte
si sconta
vivendo
-
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San Martino del Carso
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Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro.
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto neppure
tanto.
Ma nel cuore
nessuna croce manca.
E' il mio cuore
il paese più straziato
Giuseppe
Ungaretti
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Fratelli
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Di che reggimento siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
foglia appena nata
Nell'aria spasimante
involontaria rivolta
dell'uomo presente alla
sua
fragilità
Fratelli
-
Giuseppe
Ungaretti
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Veglia - Cima 4 - 23
dicembre 1915
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Un'intera nottata
buttato vicino
ad un compagno
massacrato
con la bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata nel mio
silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore.
non sono mai stato
tanto attaccato alla vita
-
Giuseppe
Ungaretti
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Pasubio
Morto.Lacerato.Smembrato.
Mamma,cosa ne dici? Il
figlio ti hanno preso!
Tu non lo vedrai mai più.
Neppure il suo cadavere.
Forse oggi riceverai una
lettera:
"Sono sano, sto bene".
Poter piangere, gridare,
urlare!
Più non posso mandare
giù tutto ciò, non ci riesco più!
Più non posso stare qui
seduto tranquillo!
Tutto finisce. Tutto ha
un limite.
Lanciarsi con la testa
contro questa roccia,
fino a stramazzare al
suolo, fino a perdere conoscenza.
-
Robert Skorpil
Dall'originale in
lingua tedesca
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Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie
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Dulce
et Decorum est
Bent double, like old beggars
under sacks,
Knock-kneed, coughing
like hags, we cursed through sludge,
Till on the haunting
flares we turned our backs
And towards our distant
rest began to trudge.
Men marched asleep.
Many had lost their boots
But limped on, blood-shod.
All went lame; all blind;
Drunk with fatigue; deaf
even to the hoots
Of tired, outstripped
Five-Nines that dropped behind.
GAS! GAS! Quick, boys!
An ecstacy of fumbling,
Fitting the clumsy
helmets just in time;
But someone still was
yelling out and stumbling
And flound'ring like a
man in fire or lime ...
Dim, through the misty
panes and thick green light,
As under a green sea, I
saw him drowning.
In all my dreams, before
my helpless sight,
He plunges at me,
guttering, choking, drowning.
If in some smothering
dreams you too could pace
Behind the wagon that we
flung him in,
And watch the white eyes
writing in his face,
His hanging face, like a
devil's sick of sin;
If you could hear, at
every jolt, the blood
Come gurgling from the
froth-corrupted lungs,
Obscene as cancer, bitter
as the cud
Of vile, incurable sores
on innocent tongues,
My friend, you would not
tell with such high zest
To children ardent for
some desperate glory,
The old Lie: Dulce et
decorum est
Pro patria mori.
Wilfred
Owen
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Dulce
et Decorum est
Piegati in due, come
vecchi straccioni, sacco in spalla,
le ginocchia ricurve,
tossendo come megere, imprecavamo nel
fango,
finché volgemmo le
spalle all'ossessivo bagliore delle
esplosioni
e verso il nostro lontano
riposo cominciammo ad arrancare.
Gli uomini marciavano
addormentati. Molti, persi gli stivali,
procedevano claudicanti,
calzati di sangue. Tutti finirono
azzoppati; tutti
orbi;
ubriachi di stanchezza;
sordi persino al sibilo
di stanche granate che
cadevano lontane indietro.
Il GAS! IL GAS! Svelti
ragazzi! - Come in estasi annasparono,
infilandosi appena in
tempo i goffi elmetti;
ma ci fu uno che
continuava a gridare e a inciampare
dimenandosi come in mezzo
alle fiamme o alla calce...
Confusamente, attraverso
l'oblò di vetro appannato e la densa
luce verdastra
come in un mare verde, lo
vidi annegare.
In tutti i miei sogni,
davanti ai miei occhi smarriti,
si tuffa verso di me,
cola giù, soffoca, annega.
Se in qualche orribile
sogno anche tu potessi metterti al passo
dietro il furgone in cui
lo scaraventammo,
e guardare i bianchi
occhi contorcersi sul suo volto,
il suo volto a penzoloni,
come un demonio sazio di peccato;
se solo potessi sentire
il sangue, ad ogni sobbalzo,
fuoriuscire gorgogliante
dai polmoni guasti di bava,
osceni come il cancro,
amari come il rigurgito
di disgustose, incurabili
piaghe su lingue innocenti -
amico mio, non
ripeteresti con tanto compiaciuto fervore
a fanciulli ansiosi di
farsi raccontare gesta disperate,
la vecchia Menzogna:
Dulce et decorum est
Pro patria mori.
-
Wilfred
Owen
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Viatico
O ferito giù nel
valloncello,
tanto invocasti
se tre compagni interi
cadder per te che quasi
più non eri,
tra melma e sangue
tronco senza gambe
e il tuo lamento ancora,
pietà di noi rimasti
a rantolarci e non ha
fine l'ora,
affretta l'agonia,
tu puoi finire
e conforto ti sia
nella demenza che non sa
impazzire,
mentre sosta il momento,
il sonno sul cervello,
lasciaci in silenzio
Grazie, fratello.
Clemente Rebora 1916
Poesia inviata da Caterina
Giannini
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Ponte de Priula
- Ponte de Priula
- l'è un Piave streto
- I ferma chi che vien
- da Caporeto.
-
- Ponte de Priula
- l'è un Piave streto
- I copa chi che
- no gà 'l moscheto.
- Ponte de Priula
- l' è un Piave nero
- Tuta la grava
- l' è un simitero.
-
- Ponte de Priula
- l'è un Piave amaro
- I fusilai
- butai in un maro.
- Ponte de Priula
- l'è un Piave mosso
- el sangue italian
- l'ha fato rosso.
- Ponte de Priula
- Sora le porte
- i tac 'l cartel
- co su la morte.
poesia di anonimo
trovata
al Museo della Grande
Guerra
di Rovereto (questo
testo è anche considerato come canto
della GG)
Poesia inviata da Bruno
Fanton
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Italia
-
Sono un poeta
un grido unanime
sono un grumo di sogni
-
Sono un frutto
d'innumerevoli contrasti
d'innesti
maturato in una serra
-
Ma il tuo popolo è
portato
dalla stessa terra
che mi porta
Italia
-
E in questa uniforme
di tuo soldato
mi riposo
come fosse la culla
di mio padre
-
Giuseppe
Ungaretti
Locvizza il 1° ottobre
1916
Poesia inviata da Caterina
Giannini
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Principio di Novembre
Oggi l'aria è chiara e
fine
e i monti son cupi e
tersi,
poveri anni persi
in fantasie senza confine.
Qui ogni pietra ha un
contorno
ogni fibra un colore,
i rami tendono intorno
una rigidità senza
languore.
Foglie gialle cadute
per troppa secchezza,
segnano l'asprezza
di grandi arie mute.
Il cielo è azzurro di
profondità
le cose son ferme e
recise.
Passò un respiro d'eternità
in queste solitudini
derise.
-
Carlo Stuparich
Novembre 1915
Poesia inviata da Caterina
Giannini
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Canzonetta
I soldati vanno alla
guerra.
Vanno come trasognati,
e la notte li rinserra.
La strada cammina,
cammina
come una misteriosa
pellegrina,
e sulle case addormentate
tutte le stelle si sono
affacciate.
Ma i soldati sono quasi
fanciulli,
e si mettono a cantare
la ninna nanna, per
cullare
una tristezza che non si
vuole addormentare.
Le stelle
sono come gocce d'argento
e le fa tremare il vento!
E mentre dormono tutte le
belle
noi ce ne andiamo per la
bianca strada
a ritrovare un'altra
fidanzata!
Ed anche voi, dolcezza,
dormite......
e del mio bene nulla
sapete!
Volevo parlare, una sera.........
ma ogni detto fuggì dal
mio cuore
come dalla gabbia una
capinera!
E voi, bambini, fate la
nanna
e non fate disperare la
mamma.
Dormite
col guanciale bianco
sotto la testa,
e intanto viaggia la
tempesta!
O fratello ! Prima di
partire
tante cose ti volevo dire.....
Ma come foglie portate
dal vento
sono fuggite , e non me
ne rammento!
O mamma, voi sola non
dormite,
come una volta, quand'ero
malato!
E voi sola m'avete
vegliato,
e non mi potevo
addormentare
se voi non eravate al
capezzale.
Ma ero un fanciullo!
Ora , mamma, state
contenta!
Sentite? il figlio vostro
canta!
Canta e cammina per la
bianca strada
per ritrovare la sua
fidanzata.-
(ma le mamme non possono
dormire,
e quella canzone le fa
singhiozzare).
Sulle case addormentate
tutte le stelle sono
tramontate.
I soldati vanno a testa
china
e la strada cammina
cammina.
-
Ugo Betti
- Poesia inviata da Caterina
Giannini
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Vanità
- D'improvviso
- è alto
- sulle macerie
- il limpido
- stupore
- dell'immensità
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- L'uomo
- s'è curvato
- sull'acqua
- sorpresa
- dal sole
- e si rinviene
- un'ombra
- cullata
- e piano franta
- in riflessi insenati
- tremanti
- di cielo
-
Giuseppe
Ungaretti
- Vallone il 19 agosto 1917
- Poesia inviata da Caterina
Giannini
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A un compagno
Se dovrai scrivere alla
mia casa,
Dio salvi mia madre e mio
padre,
la tua lettera sarà
creduta
mia e sarà benvenuta.
Così la morte entrerà
e il fratellino la
festeggerà.
-
Non dire alla povera
mamma
che io sia morto solo.
Dille che il suo figliolo
più grande, è morto con
tanta
carne cristiana intorno.
-
Se dovrai scrivere alla
mia casa,
Dio salvi mia madre e mio
padre,
non vorranno sapere
se sono morto da forte.
Vorranno sapere se la
morte
sia scesa improvvisamente.
-
Dì loro che la mia
fronte
è stata bruciata là
dove
mi baciavano, e che fu
lieve
il colpo, che mi parve
fosse
il bacio di tutte le sere.
-
Dì loro che avevo goduto
tanto prima di partire,
che non c'era segreto
sconosciuto
che mi restasse a
scoprire;
che avevo bevuto, bevuto
tanta acqua limpida,
tanta,
e che avevo mangiato con
letizia,
che andavo incontro al
mio fato
quasi a cogliere una
primizia
per addolcire il palato.
-
Dì loro che c'era gran
sole
pel campo, e tanto grano
che mi pareva il mio
piano;
che c'era tante cicale
che cantavano; e a mezzo
giorno
pareva che noi stessimo a
falciare,
con gioia, gli uomini
intorno.
-
Dì loro che dopo la
morte
è passato un gran carro
tutto quanto per me;
che un uomo, alzando il
mio forte
petto, avea detto: Non c'è
uomo più bello preso
dalla morte.
Che mi seppellirono con
tanta
tanta carne di madri in
compagnia
sotto un bosco d'ulivi
che non intristiscono mai;
che c'è vicina una via
ove passano i vivi
cantando con allegria.
-
Se dovrai scrivere alla
mia casa,
Dio salvi mia madre e mio
padre,
la tua lettera sarà
creduta
mia e sarà benvenuta.
Così la morte entrerà
e il fratellino la
festeggierà.
-
Corrado Alvaro
Poesia inviata da Caterina
Giannini
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Prima marcia alpina
Uno per uno
bastone alla mano
e alla salita cantiamo
-
se chiedi le reni rotte
alla mina
se chiedi il posto della
gravina
se chiedi il ginocchio
piegato a salire
se chiedi l'amore pronto
a patire:
-
son io l'alpino,
rispondiamo
e all'adunata corriamo
-
Ma la montagna, alpino,
è franata
ma la tua tenda, alpino,
è sparita;
alpino, tutta l'acqua è
seccata
alpino, il vetrato gela
le dita;
ma la tua penna è
folgorata
ma la gran notte di
nebbia è salita
-
Uno per uno
corda alla mano
dove non si passa
passiamo.
-
E la balma di roccia ci
ricoprirà
e l'acqua di neve ci
disseterà;
la penna il fulmine
domesticherà
la nebbia il sole l'avvamperà
quando l'alpino passerà.
-
Uno per uno
zaino alla mano
e nei riposi ci contiamo
-
Alpino, tu sei passato
ma il compagno che manca
è ferito
la mitraglia l'ha
arrivato
dalla croda l'ha
distaccato
nella gola l'ha
tranghiottito.
-
Dove sei, compagno caro,
al paese dovevi tornare;
se qualcuno lo potrà
rivedere
gliene chiederà la tua
mare.
Ma non sei stato
abbandonato
ma ti veniamo a ritrovare.
-
Sei il nostro ferito
ti riprendiamo
al paese ti riportiamo
-
Tutti per uno,
mano alla mano
dove si muore discendiamo.
-
Tutti per uno,
mano alla mano
dove si muore discendiamo.
-
Ma il tuo compagno,
alpino, è spirato
al paese non può tornare;
ma il suo lamento è
dileguato
non ti chiama più a
ritrovare.
Sulla coltrice del nevato
resterà solo a riposare.
-
Dove sei, compagno caro,
se al paese non puoi
tornare
ma non sei stato
abbandonato
ma ti veniamo a ritrovare.
-
Il viso bianco gli
rasciughiamo
il corpo stronco gli
ricomponiamo.
E' il nostro morto
ce lo riprendiamo
alla patria lo riportiamo.
-
Uno per uno
fucile alla mano
e lo vendichiamo.
Marzo, sopracroda.
Ai miei soldati dell'Alpago
e a ogni alpino.
-
Piero Jahier
Poesia inviata da Caterina
Giannini
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Altri morirà per la
Storia d'Italia volentieri
- e forse qualcuno per risolvere in qualche
modo la vita.
Ma io per far compagnia a
questo popolo digiuno
- che non sa perchè va a morire
popolo che muore in
guerra perchè"mi vuol bene"
- "per me" nei suoi sessanta
uomini comandati
siccome è il giorno che
tocca morire.
-
Altri morirà per le
medaglie e per le ovazioni
ma io per questo popolo
illetterato
che non prepara guerra
perchè dimiseria ha campato
la miseria che non fa
guerre, ma semmai rivoluzioni.
Altri morirà per la sua
vita
- ma io per questo popolo che fa i suoi
figlioli
perchè sotto coperte non
si conosce miseria
- popolo che accende il suo fuoco solo a
mattina
popolo che di osteria fa
scuola
- popolo noin guidato, sublime materia.
-
Altri morirà solo, ma io
sempre accompagnato:
- eccomi, come davo alla ruota la mia
spalla facchina
e ora, invece, la vita
-
Sotto ragazzi,
se non si muore
si riposerà allo
spedale.
Ma se si dovresse
morire
basterà un giorno di
sole
e tutta Italia
ricomincerà a cantare.
Pietro Jahier
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da Sul Monte San
Marco
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Quello ch'ieri
dormiva
nella trincea
presso a me,
nello stesso
cubicolo, fratellino di
culla:
non risponde,- ho
chiamato!-
non risponde più;
non gli giunge il
grido del mio cuore.....O,
tu compagno,
mi cerchi mi preghi, anche tu
, mi chiami......,
io non sento
non rispondo più!
-
Vann'
Anto'
Poesia inviata da Caterina
Giannini
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Voce di vedetta morta
C'è un corpo in
poltiglia
con crespe di
faccia , affiorante
sul lezzo dell'aria
sbranata.
Frode la terra.
Forsennato non
piango:
Affar di chi può
e del fango.
Però se ritorni
tu uomo, di guerra
a chi ignora non
dire;
non dire la cosa,
ove l'uomo
e la vita s'intendono
ancora.
Ma afferra la
donna
una notte dopo un
gorgo di baci,
se tornare potrai;
soffiale che nulla
nel mondo
redimerà cio ch'è
perso
di noi, i
putrefatti di qui; stringile il cuore
a strozzarla:
e se t'ama, lo
capirai nella vita
più tardi, o
giammai.
-
Clemente Rebora
Poesia inviata da Caterina
Giannini
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Immagini di guerra
-
Assisto la notte
violentata
-
L'aria è crivellata
come una trina
dalle schioppettate
degli uomini
ritratti
nelle trincee
come le lumache nel loro
guscio.
-
Mi pare
che un affannato
nugolo di scalpellini
batta il lastricato
di pietra di lava
delle mie strade
e io l'ascolti
non vedendo
in dormiveglia.
-
Giuseppe
Ungaretti
Valloncello di Cima il 6
agosto 1916
Poesia inviata da Caterina
Giannini
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Sul Kobilek
-
Sul fianco biondo del
Kobilek
Vicino a Bavterca,
Scoppian gli shrapnel a
mazzi
Sulla nostra testa.
-
Le lor nuvolette di fumo
Bianche, color di rosa,
nere
Ondeggiano nel nuovo
cielo d'Italia
Come deliziose bandiere.
-
Nei boschi intorno di
freschi nocciuoli
La mitragliatrice canta,
Le pallottole che
sfiorano la nostra guancia
Hanno il suono di un
bacio lungo e fine che voli.
-
Se non fosse il barbaro
ondante fetore
Di queste carogne nemiche,
Si potrebbe in questa
trincea che si spappola al sole
Accender sigarette e pipe;
-
E tranquillamente
aspettare,
Soldati gli uni agli
altri più che fratelli,
La morte; che forse non
ci oserebbe toccare,
Tanto siamo giovani e
belli.
-
Ardengo Soffici
Poesia inviata da Caterina
Giannini
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Pellegrinaggio
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In agguato
in questi budelli
di macerie
ore e ore
ho strascicato
la mia carcassa
usata dal fango
come una suola
o come un seme
di spinalba
-
Ungaretti
uomo di pena
ti basta un'illusione
per farti coraggio
-
Un riflettore
di là
mette un mare
nella nebbia.
-
Giuseppe
Ungaretti
Valloncello dell'albero
isolato il 16 agosto 1916
Poesia inviata da Caterina
Giannini
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Ospedale da campo 026
Ozio dolce dell'ospedale!
Si dorme a settimane
intere;
Il corpo che avevamo
congedato
Non sa credere ancora a
questa felicità : vivere.
-
Le bianche pareti della
camera
Son come parentesi quadre,
Lo spirito vi si riposa
Fra l'ardente furore
della battaglia d'ieri
E l'enigma fiorito che
domani ricomincerà.
Sosta chiara, crogiuolo
di sensi multipli,
Qui tutto converge in un'unità
indicibile;
Misteriosamente sento
fluire un tempo d'oro
Dove tutto è uguale :
I boschi, le quote della
vittoria, gli urli, il sole, il sangue
dei morti,
Io stesso, il mondo,
E questi gialli limoni
Che guardo amorosamente
risplendere
Sul mio nero comodino di
ferro, vicino al guanciale
Ardengo Soffici
Poesia inviata da Caterina
Giannini
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In Memoriam
Private D.
Sutherland Killed in Action in the
German Trench,
May 16, 1916, and
the Others who Died.
So you were David's
father,
And he was your only son,
And the new-cut peats are
rotting
And the work is left
undone,
Because of an old man
weeping,
Just an old man in pain,
For David, his son David,
That will not come again.
Oh, the letters he wrote
you,
And I can see them still,
Not a word of the
fighting
But just the sheep on the
hill
And how you should get
the crops in
Ere the year got stormier,
And the Bosches have got
his body,
And I was his officer.
You were only David's
father,
But I had fifty sons
When we went up in the
evening
Under the arch of the
guns,
And we came back at
twilight
- O God! - I heard them
call
To me for help and pity
That could not help at
all.
Oh, never will I forget
you,
My men that trusted me,
More my sons that your
fathers' ,
For they could only see
The little helpless
babies
And the young men in
their pride.
They could not see you
dying,
And hold you while you
died.
Happy and young and
gallant,
They saw their first-born
go,
But not the strong limbs
broken
And the beautiful men
brought low,
The piteous writhing
bodies,
They screamed, "Don't
leave me, Sir,"
For they were only your
fathers
But I was your officer.
Ewart
Alan Mackintosh, Lieutenant,
4th March 1893/21st, November 1917
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In Memoriam
-
del Soldato D.
Sutherland Ucciso in Azione
nella Trincea
Tedesca il 16 Maggio 1916, e degli Altri
che Morirono
-
Così voi eravate il
padre di David,
Ed egli era il vostro
unico figlio,
E le torbe tagliate di
fresco vanno marcendo
E il lavoro è lasciato
incompiuto,
A causa di un vecchio che
piange,
Semplicemente un vecchio
in pena,
Per David, suo figlio
David,
Che non tornerà più.
-
Oh, le lettere che vi
scriveva,
Ed io posso tuttora
vederle,
Non una parola sul
combattimento
Ma soltanto le pecore
sulla collina
E come voi avreste dovuto
raccogliere le messi
Prima che l'anno si
facesse più tempestoso,
E i Crucchi hanno avuto
il suo corpo,
Ed io ero il suo
ufficiale.
-
Voi eravate soltanto il
padre di David,
Ma io avevo cinquanta
figli
Quando balzammo nella
sera
Sotto l'arco delle
cannonate,
E tornammo al crepuscolo
- O Dio ! - Li sentivo
implorare
aiuto e pietà da me
Che non potevo proprio
soccorrerli.
-
Oh, mai vi dimenticherò
Miei uomini che in me
avevate fiducia,
Più figli miei che dei
vostri padri,
Perchè essi poterono
veder e soltanto
I bimbetti indifesi
E i giovanotti nella loro
fierezza.
Essi non poterono vedervi
morenti,
E sostenervi mentre
spiravate.
-
Lieti e giovani e prodi,
Essi videro andar via i
loro primogeniti,
Ma non le forti membra
spezzate,
Ed i bei ragazzi
abbattuti,
I miseri corpi che si
contorcevano,
Essi urlavano, "Non
mi abbandoni, Signore."
Perchè essi erano solo i
vostri padri
Ma io ero il vostro
ufficiale.
Ewart
Alan Mackintosh, tenente, 4
marzo 1893 / 21 Novembre 1917
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Nei
campi delle Fiandre fioriscono i papaveri
- tra le file di
croci
che
indicano il nostro posto: e nel cielo
- volano le allodole,
cantando ancora con coraggio,
appena
udite in terra tra le mani.
-
- Noi siamo i morti,
pochi giorni fa
- vivevamo, sentivamo
l'alba, vedevamo il tramonto brillare,
amavamo
ed eravamo amati, e ora giaciamo
- nei campi delle
Fiandre.
-
- Continua la tua
lotta con il nemico
a
te, con mani trremanti, passiamo
- la fiaccola. A te
il compito di tenerla alta.
Se
non mantieni l'impegno con noi che
moriamo
- noin dormiremo,
anche se i papaveri fioriscono
nei
campi delle Fiandre.
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- John McCrae,
medico militare. 2 maggio 1915
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La sagra di Santa Gorizia
- E voliamo nel sole,
- anima mia!
- Facciamoci coraggio
- e, colla voce tremante
- della passione. cantiamo
- i fratelli di campo:
- quelli che vissero,
- quelli che morirono,
- quelli che fra la morte
- e la vita ,
- sbiancano nei letti
- lontani, e in sogno delirano,
- credendosi ancora sul Carso
- e sulllsonzo,
- sul Calvario
- e sul San Michele,
- nella mota rossa
- e nelle pietraie
- seminate di morti
- che guardano il cielo,
- sotto la pioggia,
- sotto la bora,
- mentre sventolano i ventagli
- delle mitragliatrici.
- Quanti mesi! Tutti i giorni
- si diceva: « Si va,
- si rompe la diga,
- si piglia la Città santa.
- Domani soneranno a distesa
- i cannoni per la sagra
- di Santa Gorizia!
- Giornate malinconiche
- di Val dIsonzo
- Tutte le notti uragani,
- acqua a rovesci,
- acqua e vento su le trincee;
- e la povera fanteria,
- la santa fanteria,
- sguazzava nelle sue fosse,
- alzando il fucile
- perché non sinterrasse
- colle gambe nel pantano
- fino ai ginocchi,
- coi piedi gonfi e lividi,
- che sprofondano sempre più,
- come il demonio
- tirasse di sotterra
- gli uomini per le piante
- per sommergerli giù
- E senza pace
- sibili e schianti,
- rulli di fucileria,
- vampe di bombe,
- e la voce arrabbiata
- della mitragliatrice,
- la terribile raganella,
- che canta, mai sazia,
- nei temporali di fuoco.
- E nella chiama notturna,
- le notti di cambio,
- quante assenze!
- quanti amici
- che non rispondevano,
- che non sentivano più!
- Sottotenentini,
- ragazzi imberbi e gioviali,
- che la gente seria,
- la gente perbene, una vo1ta,
- chiamava bèceri
- quando rompevano i vetri
- e stracciavano le bandiere
- ai Consolati dAustria,
- eran rimasti lassù,
- nel Vallone dellAcqua,
- al Lenzuolo Bianco,
- alla Casa della Morte,
- col grido tra i denti,
- col cuore in mano;
- colpiti mentre correvano
- davanti al plotone dassalto,
- come se si trattasse
- davvero di scherzare
- con leternità.
- E nel silenzio del campo
- sotto le tende grondanti,
- i superstiti dicevano
- di loro cose semplici
- e portentose, come ricordi
- di leggende lontane
- di fiabe casalinghe,
- sentite la sera dinverno,
- accanto alla cara mamma:
- tutte piene di fate,
- di genii e di cavalieri,
- di cavalieri senza paura.
- E intanto su le teste
- passavano i grossi proiettili,
- che ansimano, che ruggono,
- che urlano come dannati,
- e cercano gli accampamenti
- perché non si possa
- mai riposare,
- Chi dette il segnale?
- Tutti i settori tacevano...
- ed ecco sonare lo stormo.
- Cominciarono le bombarde
- con abbai, con rugli
- con schianti.
- Sbucavano dappertutto
- collal su i torsi pesanti;
- traballavano in aria,
- e poi giù, strepidando,
- a divorar le trincee,
- e stritolare i sassi,
- a fondere i reticolati.
- Uomini e melma,
- ferri e pietre,
- tutto tritavano, urlando,
- tutto rimescolavano,
- sfragnendo e pestando,
- come dentro le madie
- gigantesche delle doline
- impastassero il pane
- della vittoria,
- per la fame del fante.
- E il fante aveva fame;
- fame di terra del Carso
- più buona della pagnotta,
- impastata di sangue,
- cotta dalle granate,
- benedetta dai fratelli
- caduti colla bocca avanti
- per baciarla morendo.
- Ma quando tutte le bocche
- dei cannoni cantarono,
- allora fissata,
- per completare la strage,
- lansia strinse ogni gola,
- e ognuno sentì
- tonfare dentro il suo cranio
- come sopra un timpano
- spaventoso,
- la romba.
- Traballava la terra
- come una casa di legno;
- il cielo pareva incrinarsi
- ogni tanto come cristallo;
- pareva si dovesse
- spezzare e precipitare
- a schegge celesti ogni tanto tra gli
schianti egli strepiti.
- E su la prima linea
- nessuno più fiatava, sentendo il
cuore
- ognuno battere,
- come gocce di sangue,
- i minuti terribili
- che misurano il tempo
- vicino allassalto.
- E tutte le facce
- parevano in unaureola,
- e tutti erano certi
- di vincere, tutti certi
- di rompere lincanto,
- di varcare il Calvario
- e llsonzo,
- di celebrare domani
- la sagra serena
- di Santa Gorizia.
- Pronta Dodicesima!
- Divisione di bronzo, è lora!
- Brigata Casale,
- Brigata Pavia!
- Undicesimo, Dodicesimo,
- Ventisettesimo,
- Ventottesimo fanteria:
- attenti al segno,
- attenti al segno!
- Ancora tre minuti,
- due minuti,
- uno: Alla baionetta
- E tutte le baionette
- fioriscono sulle trincee.
- Tutta la selva di punte
- ondeggia, si muove,
- si butta sul monte,
- travolge gli Austriaci
- rigettandoli
- oltre le cime,
- scaraventandoli giù,
- a precipizio,
- dentro lIsonzo
- Sei nostra! Sei nostra!.
- sembra gridare lassalto.
- La Città è apparsa,
- apparsa a tutti nel piano,
- dalle vette raggiunte:
- e tende le braccia,
- e chiama,
- lì, prossima.
- tutta rivelata,
- nuda e pura nel sole
- di ferragosto,
- e libera! libera!
- sotto la cupola celeste
- del cielo dItalia
- sotto le Giulie,
- lultime torri
- smaglianti della Patria.
Vittorio
Locchi
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