Poesie
Non sei che una croce
Non
sei che una croce
- Nessuno forse sa più
perchè sei sepolto
lassù
- nel camposanto sperduto
sull'Alpe, soldato caduto.
- Nessuno sa più chi tu sia
soldato di fanteria
- coperto di erbe e di terra,
vestito del saio di
guerra.
- l'elmetto sulle ventitré
nessuno ricorda perché
- posata la vanga e il badile
portando a tracolla il
fucile
- salivi sull'Alpe,salivi
cantavi e di piombo
morivi
- ed altri morivano con te
ed ora sei tutto di Dio.
- Il sole, la pioggia, l'oblio
t'han tolto anche il nome
d'un fronte
- non sei che una croce sul monte
che dura nei turbini e
tace
- custode di gloria e di pace.
-
R.Perseni
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Questa
notte
- Questa notte fra
Redipuglia
- e Oslavia, si
riaccenderanno i fuochi
- sopra le alture
dove tante volte
- la battaglia
- si spense nel
sangue e sarà un fluttuare
- di ombre intorno
ai bivacchi
- perchè all'estremità
dell'oblio
- hanno freddo anche
i morti
-
- Carlo Delcroix
- Poesia inviata
da Maurizio Becherucci
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Il tempo
Se il tempo diventa
sereno
il 10 faremo l'azione
se il tempo diventa
sereno......
-
Ed i soldati scrutarono
le stelle e il firmamento,
pesarono respirando
il fremito del vento.
-
Ma il 9 si vide splendere
un cerchio intorno alla
luna
la luna era velata
d'un velo nebuloso.
I soldati e gli ufficiali
che stavan da 30 giorni
in attesa dell'azione
si guardarono l'un l'altro
si sarebbero baciati.
-
All'alba del 10 pioveva
1916. Giulio
Barni
Poesia inviata da Caterina
Giannini
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Fratelli
-
Di che reggimento
siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
foglia appena
nata
Nell'aria
spasimante
involontaria
rivolta
dell'uomo
presente alla sua
fragilità
Fratelli
-
Giuseppe
Ungaretti
Soldati
Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie
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Sono una
creatura
Come questa
pietra
del S.Michele
- così fredda
così dura
- così prosciugata
così
refrattaria
- così totalmente
disanimata.
-
- Come questa pietra
è il
- mio pianto
che non si
vede.
-
La morte
si sconta
vivendo
-
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San Martino del
Carso
Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro.
Di tanti
che mi
corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto.
Ma nel cuore
nessuna croce
manca.
E' il mio cuore
il paese più
straziato
Giuseppe
Ungaretti
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Pasubio
Morto.Lacerato.Smembrato.
Mamma,cosa ne dici? Il
figlio ti hanno preso!
Tu non lo vedrai mai più.
Neppure il suo cadavere.
Forse oggi riceverai una
lettera:
"Sono sano, sto bene".
Poter piangere, gridare,
urlare!
Più non posso mandare
giù tutto ciò, non ci riesco più!
Più non posso stare qui
seduto tranquillo!
Tutto finisce. Tutto ha
un limite.
Lanciarsi con la testa
contro questa roccia,
fino a stramazzare al
suolo, fino a perdere conoscenza.
-
Robert Skorpil
Dall'originale in
lingua tedesca
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Veglia - Cima 4 -
23 dicembre 1915
-
Un'intera nottata
buttato vicino
ad un compagno
massacrato
con la bocca
digrignata
volta al
plenilunio
con la
congestione
delle sue mani
penetrata nel mio
silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore.
non sono mai
stato
tanto attaccato
alla vita
Giuseppe
Ungaretti
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Dulce
et Decorum est
Bent double, like old beggars
under sacks,
Knock-kneed, coughing
like hags, we cursed through sludge,
Till on the haunting
flares we turned our backs
And towards our distant
rest began to trudge.
Men marched asleep.
Many had lost their boots
But limped on, blood-shod.
All went lame; all blind;
Drunk with fatigue; deaf
even to the hoots
Of tired, outstripped
Five-Nines that dropped behind.
GAS! GAS! Quick, boys!
An ecstacy of fumbling,
Fitting the clumsy
helmets just in time;
But someone still was
yelling out and stumbling
And flound'ring like a
man in fire or lime ...
Dim, through the misty
panes and thick green light,
As under a green sea, I
saw him drowning.
In all my dreams, before
my helpless sight,
He plunges at me,
guttering, choking, drowning.
If in some smothering
dreams you too could pace
Behind the wagon that we
flung him in,
And watch the white eyes
writing in his face,
His hanging face, like a
devil's sick of sin;
If you could hear, at
every jolt, the blood
Come gurgling from the
froth-corrupted lungs,
Obscene as cancer, bitter
as the cud
Of vile, incurable sores
on innocent tongues,
My friend, you would not
tell with such high zest
To children ardent for
some desperate glory,
The old Lie: Dulce et
decorum est
Pro patria mori.
Wilfred
Owen
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Dulce
et Decorum est
Piegati in due, come
vecchi straccioni, sacco in spalla,
le ginocchia ricurve,
tossendo come megere, imprecavamo nel
fango,
finché volgemmo le
spalle all'ossessivo bagliore delle
esplosioni
e verso il nostro lontano
riposo cominciammo ad arrancare.
Gli uomini marciavano
addormentati. Molti, persi gli stivali,
procedevano claudicanti,
calzati di sangue. Tutti finirono
azzoppati; tutti
orbi;
ubriachi di stanchezza;
sordi persino al sibilo
di stanche granate che
cadevano lontane indietro.
Il GAS! IL GAS! Svelti
ragazzi! - Come in estasi annasparono,
infilandosi appena in
tempo i goffi elmetti;
ma ci fu uno che
continuava a gridare e a inciampare
dimenandosi come in mezzo
alle fiamme o alla calce...
Confusamente, attraverso
l'oblò di vetro appannato e la densa
luce verdastra
come in un mare verde, lo
vidi annegare.
In tutti i miei sogni,
davanti ai miei occhi smarriti,
si tuffa verso di me,
cola giù, soffoca, annega.
Se in qualche orribile
sogno anche tu potessi metterti al passo
dietro il furgone in cui
lo scaraventammo,
e guardare i bianchi
occhi contorcersi sul suo volto,
il suo volto a penzoloni,
come un demonio sazio di peccato;
se solo potessi sentire
il sangue, ad ogni sobbalzo,
fuoriuscire gorgogliante
dai polmoni guasti di bava,
osceni come il cancro,
amari come il rigurgito
di disgustose, incurabili
piaghe su lingue innocenti -
amico mio, non
ripeteresti con tanto compiaciuto fervore
a fanciulli ansiosi di
farsi raccontare gesta disperate,
la vecchia Menzogna:
Dulce et decorum est
Pro patria mori.
-
Wilfred
Owen
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Viatico
O ferito giù nel
valloncello,
tanto invocasti
se tre compagni interi
cadder per te che quasi
più non eri,
tra melma e sangue
tronco senza gambe
e il tuo lamento ancora,
pietà di noi rimasti
a rantolarci e non ha
fine l'ora,
affretta l'agonia,
tu puoi finire
e conforto ti sia
nella demenza che non sa
impazzire,
mentre sosta il momento,
il sonno sul cervello,
lasciaci in silenzio
Grazie, fratello.
Clemente Rebora 1916
Poesia inviata da Caterina
Giannini
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Italia
Sono un poeta
un grido unanime
sono un grumo di
sogni
-
Sono un frutto
d'innumerevoli
contrasti d'innesti
maturato in una
serra
-
Ma il tuo popolo
è portato
dalla stessa
terra
che mi porta
Italia
-
E in questa
uniforme
di tuo soldato
mi riposo
come fosse la
culla
di mio padre
-
Giuseppe
Ungaretti
Locvizza il 1°
ottobre 1916
Poesia
inviata da Caterina
Giannini
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Vanità
D'improvviso
è alto
sulle macerie
il limpido
stupore
dell'immensità
-
L'uomo
s'è curvato
sull'acqua
sorpresa
dal sole
e si rinviene
un'ombra
cullata
e piano franta
in riflessi
insenati
tremanti
di cielo
-
Giuseppe
Ungaretti
Vallone il 19
agosto 1917
Poesia
inviata da Caterina
Giannini
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Ponte de Priula
- Ponte de Priula
- l'è un Piave streto
- I ferma chi che vien
- da Caporeto.
-
- Ponte de Priula
- l'è un Piave streto
- I copa chi che
- no gà 'l moscheto.
-
- Ponte de Priula
- l' è un Piave nero
- Tuta la grava
- l' è un simitero.
-
- Ponte de Priula
- l'è un Piave amaro
- I fusilai
- butai in un maro.
-
- Ponte de Priula
- l'è un Piave mosso
- el sangue italian
- l'ha fato rosso.
-
- Ponte de Priula
- Sora le porte
- i tac 'l cartel
- co su la morte.
poesia di anonimo
trovata
al Museo della Grande
Guerra
di Rovereto (questo
testo è anche considerato come canto
della GG)
Poesia inviata da Bruno
Fanton
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A un compagno
Se dovrai scrivere alla
mia casa,
Dio salvi mia madre e mio
padre,
la tua lettera sarà
creduta
mia e sarà benvenuta.
Così la morte entrerà
e il fratellino la
festeggerà.
-
Non dire alla povera
mamma
che io sia morto solo.
Dille che il suo figliolo
più grande, è morto con
tanta
carne cristiana intorno.
-
Se dovrai scrivere alla
mia casa,
Dio salvi mia madre e mio
padre,
non vorranno sapere
se sono morto da forte.
Vorranno sapere se la
morte
sia scesa improvvisamente.
-
Dì loro che la mia
fronte
è stata bruciata là
dove
mi baciavano, e che fu
lieve
il colpo, che mi parve
fosse
il bacio di tutte le sere.
-
Dì loro che avevo goduto
tanto prima di partire,
che non c'era segreto
sconosciuto
che mi restasse a
scoprire;
che avevo bevuto, bevuto
tanta acqua limpida,
tanta,
e che avevo mangiato con
letizia,
che andavo incontro al
mio fato
quasi a cogliere una
primizia
per addolcire il palato.
-
Dì loro che c'era gran
sole
pel campo, e tanto grano
che mi pareva il mio
piano;
che c'era tante cicale
che cantavano; e a mezzo
giorno
pareva che noi stessimo a
falciare,
con gioia, gli uomini
intorno.
-
Dì loro che dopo la
morte
è passato un gran carro
tutto quanto per me;
che un uomo, alzando il
mio forte
petto, avea detto: Non c'è
uomo più bello preso
dalla morte.
Che mi seppellirono con
tanta
tanta carne di madri in
compagnia
sotto un bosco d'ulivi
che non intristiscono mai;
che c'è vicina una via
ove passano i vivi
cantando con allegria.
-
Se dovrai scrivere alla
mia casa,
Dio salvi mia madre e mio
padre,
la tua lettera sarà
creduta
mia e sarà benvenuta.
Così la morte entrerà
e il fratellino la
festeggierà.
-
Corrado Alvaro
Poesia inviata da Caterina
Giannini
Voce di vedetta morta
C'è un corpo
in poltiglia
con crespe di
faccia , affiorante
sul lezzo dell'aria
sbranata.
Frode la terra.
Forsennato non
piango:
Affar di chi
può e del fango.
Però se
ritorni
tu uomo, di
guerra
a chi ignora
non dire;
non dire la
cosa, ove l'uomo
e la vita s'intendono
ancora.
Ma afferra la
donna
una notte dopo
un gorgo di baci,
se tornare
potrai;
soffiale che
nulla nel mondo
redimerà cio
ch'è perso
di noi, i
putrefatti di qui; stringile il
cuore a strozzarla:
e se t'ama, lo
capirai nella vita
più tardi, o
giammai.
-
Clemente
Rebora
Poesia inviata
da Caterina Giannini
Immagini di
guerra
-
Assisto la notte
violentata
-
L'aria è
crivellata
come una trina
dalle
schioppettate
degli uomini
ritratti
nelle trincee
come le lumache
nel loro guscio.
-
Mi pare
che un affannato
nugolo di
scalpellini
batta il
lastricato
di pietra di lava
delle mie strade
e io l'ascolti
non vedendo
in dormiveglia.
-
Giuseppe
Ungaretti
Valloncello di
Cima il 6 agosto 1916
Poesia
inviata da Caterina
Giannini
Ospedale da campo 026
Ozio dolce dell'ospedale!
Si dorme a settimane
intere;
Il corpo che avevamo
congedato
Non sa credere ancora
a questa felicità : vivere.
-
Le bianche pareti
della camera
Son come parentesi
quadre,
Lo spirito vi si
riposa
Fra l'ardente furore
della battaglia d'ieri
E l'enigma fiorito
che domani ricomincerà.
Sosta chiara,
crogiuolo di sensi multipli,
Qui tutto converge in
un'unità indicibile;
Misteriosamente sento
fluire un tempo d'oro
Dove tutto è uguale
:
I boschi, le quote
della vittoria, gli urli, il sole, il
sangue dei morti,
Io stesso, il mondo,
E questi gialli
limoni
Che guardo
amorosamente risplendere
Sul mio nero comodino
di ferro, vicino al guanciale
Ardengo
Soffici
Poesia inviata da
Caterina Giannini
|
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Prima
marcia alpina
Uno per uno
bastone alla mano
e alla salita
cantiamo
-
se chiedi le reni
rotte alla mina
se chiedi il
posto della gravina
se chiedi il
ginocchio piegato a salire
se chiedi l'amore
pronto a patire:
-
son io l'alpino,
rispondiamo
e all'adunata
corriamo
-
Ma la montagna,
alpino, è franata
ma la tua tenda,
alpino, è sparita;
alpino, tutta l'acqua
è seccata
alpino, il
vetrato gela le dita;
ma la tua penna
è folgorata
ma la gran notte
di nebbia è salita
-
Uno per uno
corda alla mano
dove non si passa
passiamo.
-
E la balma di
roccia ci ricoprirà
e l'acqua di neve
ci disseterà;
la penna il
fulmine domesticherà
la nebbia il sole
l'avvamperà
quando l'alpino
passerà.
-
Uno per uno
zaino alla mano
e nei riposi ci
contiamo
-
Alpino, tu sei
passato
ma il compagno
che manca è ferito
la mitraglia l'ha
arrivato
dalla croda l'ha
distaccato
nella gola l'ha
tranghiottito.
-
Dove sei,
compagno caro,
al paese dovevi
tornare;
se qualcuno lo
potrà rivedere
gliene chiederà
la tua mare.
Ma non sei stato
abbandonato
ma ti veniamo a
ritrovare.
-
Sei il nostro
ferito
ti riprendiamo
al paese ti
riportiamo
-
Tutti per uno,
mano alla mano
dove si muore
discendiamo.
-
Tutti per uno,
mano alla mano
dove si muore
discendiamo.
-
Ma il tuo
compagno, alpino, è spirato
al paese non può
tornare;
ma il suo lamento
è dileguato
non ti chiama
più a ritrovare.
Sulla coltrice
del nevato
resterà solo a
riposare.
-
Dove sei,
compagno caro,
se al paese non
puoi tornare
ma non sei stato
abbandonato
ma ti veniamo a
ritrovare.
-
Il viso bianco
gli rasciughiamo
il corpo stronco
gli ricomponiamo.
E' il nostro
morto
ce lo riprendiamo
alla patria lo
riportiamo.
-
Uno per uno
fucile alla mano
e lo vendichiamo.
Marzo, sopracroda.
Ai miei soldati
dell'Alpago
e a ogni alpino.
-
Piero
Jahier
Poesia
inviata da Caterina
Giannini
da Sul
Monte San Marco
-
Quello
ch'ieri dormiva
nella
trincea presso a me,
nello
stesso cubicolo, fratellino
di culla:
non
risponde,- ho chiamato!-
non
risponde più;
non
gli giunge il grido
del
mio cuore.....O, tu compagno,
mi
cerchi mi
preghi, anche
tu
,
mi
chiami......,
io non
sento
non
rispondo più!
-
Vann'
Anto'
Poesia
inviata da Caterina
Giannini
Pellegrinaggio
-
In agguato
in questi budelli
di macerie
ore e ore
ho strascicato
la mia carcassa
usata dal fango
come una suola
o come un seme
di spinalba
-
Ungaretti
uomo di pena
ti basta un'illusione
per farti
coraggio
-
Un riflettore
di là
mette un mare
nella nebbia.
-
Giuseppe
Ungaretti
Valloncello dell'albero
isolato il 16 agosto 1916
Poesia
inviata da Caterina
Giannini
Nei campi delle
Fiandre fioriscono i papaveri
- tra le file
di croci
che indicano il
nostro posto: e nel cielo
- volano le
allodole, cantando ancora con
coraggio,
appena udite in
terra tra le mani.
-
- Noi siamo i
morti, pochi giorni fa
- vivevamo,
sentivamo l'alba, vedevamo il
tramonto brillare,
amavamo ed
eravamo amati, e ora giaciamo
- nei campi
delle Fiandre.
-
- Continua la
tua lotta con il nemico
a te, con mani
trremanti, passiamo
- la fiaccola.
A te il compito di tenerla alta.
Se non mantieni l'impegno
con noi che moriamo
- noin
dormiremo, anche se i papaveri
fioriscono
nei campi delle
Fiandre.
-
- John
McCrae, medico militare. 2 maggio
1915
|
La sagra di Santa Gorizia
- E voliamo nel sole,
- anima mia!
- Facciamoci coraggio
- e, colla voce tremante
- della passione. cantiamo
- i fratelli di campo:
- quelli che vissero,
- quelli che morirono,
- quelli che fra la morte
- e la vita ,
- sbiancano nei letti
- lontani, e in sogno delirano,
- credendosi ancora sul Carso
- e sulllsonzo,
- sul Calvario
- e sul San Michele,
- nella mota rossa
- e nelle pietraie
- seminate di morti
- che guardano il cielo,
- sotto la pioggia,
- sotto la bora,
- mentre sventolano i ventagli
- delle mitragliatrici.
- Quanti mesi! Tutti i giorni
- si diceva: « Si va,
- si rompe la diga,
- si piglia la Città santa.
- Domani soneranno a distesa
- i cannoni per la sagra
- di Santa Gorizia!
- Giornate malinconiche
- di Val dIsonzo
- Tutte le notti uragani,
- acqua a rovesci,
- acqua e vento su le trincee;
- e la povera fanteria,
- la santa fanteria,
- sguazzava nelle sue fosse,
- alzando il fucile
- perché non sinterrasse
- colle gambe nel pantano
- fino ai ginocchi,
- coi piedi gonfi e lividi,
- che sprofondano sempre più,
- come il demonio
- tirasse di sotterra
- gli uomini per le piante
- per sommergerli giù
- E senza pace
- sibili e schianti,
- rulli di fucileria,
- vampe di bombe,
- e la voce arrabbiata
- della mitragliatrice,
- la terribile raganella,
- che canta, mai sazia,
- nei temporali di fuoco.
- E nella chiama notturna,
- le notti di cambio,
- quante assenze!
- quanti amici
- che non rispondevano,
- che non sentivano più!
- Sottotenentini,
- ragazzi imberbi e gioviali,
- che la gente seria,
- la gente perbene, una vo1ta,
- chiamava bèceri
- quando rompevano i vetri
- e stracciavano le bandiere
- ai Consolati dAustria,
- eran rimasti lassù,
- nel Vallone dellAcqua,
- al Lenzuolo Bianco,
- alla Casa della Morte,
- col grido tra i denti,
- col cuore in mano;
- colpiti mentre correvano
- davanti al plotone dassalto,
- come se si trattasse
- davvero di scherzare
- con leternità.
- E nel silenzio del campo
- sotto le tende grondanti,
- i superstiti dicevano
- di loro cose semplici
- e portentose, come ricordi
- di leggende lontane
- di fiabe casalinghe,
- sentite la sera dinverno,
- accanto alla cara mamma:
- tutte piene di fate,
- di genii e di cavalieri,
- di cavalieri senza paura.
- E intanto su le teste
- passavano i grossi proiettili,
- che ansimano, che ruggono,
- che urlano come dannati,
- e cercano gli accampamenti
- perché non si possa
- mai riposare,
- Chi dette il segnale?
- Tutti i settori tacevano...
- ed ecco sonare lo stormo.
- Cominciarono le bombarde
- con abbai, con rugli
- con schianti.
- Sbucavano dappertutto
- collal su i torsi pesanti;
- traballavano in aria,
- e poi giù, strepidando,
- a divorar le trincee,
- e stritolare i sassi,
- a fondere i reticolati.
- Uomini e melma,
- ferri e pietre,
- tutto tritavano, urlando,
- tutto rimescolavano,
- sfragnendo e pestando,
- come dentro le madie
- gigantesche delle doline
- impastassero il pane
- della vittoria,
- per la fame del fante.
- E il fante aveva fame;
- fame di terra del Carso
- più buona della pagnotta,
- impastata di sangue,
- cotta dalle granate,
- benedetta dai fratelli
- caduti colla bocca avanti
- per baciarla morendo.
- Ma quando tutte le bocche
- dei cannoni cantarono,
- allora fissata,
- per completare la strage,
- lansia strinse ogni gola,
- e ognuno sentì
- tonfare dentro il suo cranio
- come sopra un timpano
- spaventoso,
- la romba.
- Traballava la terra
- come una casa di legno;
- il cielo pareva incrinarsi
- ogni tanto come cristallo;
- pareva si dovesse
- spezzare e precipitare
- a schegge celesti ogni tanto tra gli
schianti egli strepiti.
- E su la prima linea
- nessuno più fiatava, sentendo il
cuore
- ognuno battere,
- come gocce di sangue,
- i minuti terribili
- che misurano il tempo
- vicino allassalto.
- E tutte le facce
- parevano in unaureola,
- e tutti erano certi
- di vincere, tutti certi
- di rompere lincanto,
- di varcare il Calvario
- e llsonzo,
- di celebrare domani
- la sagra serena
- di Santa Gorizia.
- Pronta Dodicesima!
- Divisione di bronzo, è lora!
- Brigata Casale,
- Brigata Pavia!
- Undicesimo, Dodicesimo,
- Ventisettesimo,
- Ventottesimo fanteria:
- attenti al segno,
- attenti al segno!
- Ancora tre minuti,
- due minuti,
- uno: Alla baionetta
- E tutte le baionette
- fioriscono sulle trincee.
- Tutta la selva di punte
- ondeggia, si muove,
- si butta sul monte,
- travolge gli Austriaci
- rigettandoli
- oltre le cime,
- scaraventandoli giù,
- a precipizio,
- dentro lIsonzo
- Sei nostra! Sei nostra!.
- sembra gridare lassalto.
- La Città è apparsa,
- apparsa a tutti nel piano,
- dalle vette raggiunte:
- e tende le braccia,
- e chiama,
- lì, prossima.
- tutta rivelata,
- nuda e pura nel sole
- di ferragosto,
- e libera! libera!
- sotto la cupola celeste
- del cielo dItalia
- sotto le Giulie,
- lultime torri
- smaglianti della Patria.
Vittorio
Locchi
|
|
-
In
Memoriam
Private
D. Sutherland Killed in
Action in the
German
Trench,
May
16, 1916, and the Others
who Died.
So you
were David's father,
And he
was your only son,
And the
new-cut peats are rotting
And the
work is left undone,
Because
of an old man weeping,
Just an
old man in pain,
For David,
his son David,
That will
not come again.
Oh, the
letters he wrote you,
And I can
see them still,
Not a
word of the fighting
But just
the sheep on the hill
And how
you should get the crops
in
Ere the
year got stormier,
And the
Bosches have got his body,
And I was
his officer.
You were
only David's father,
But I had
fifty sons
When we
went up in the evening
Under the
arch of the guns,
And we
came back at twilight
- O God!
- I heard them call
To me for
help and pity
That
could not help at all.
Oh, never
will I forget you,
My men
that trusted me,
More my
sons that your fathers' ,
For they
could only see
The
little helpless babies
And the
young men in their pride.
They
could not see you dying,
And hold
you while you died.
Happy and
young and gallant,
They saw
their first-born go,
But not
the strong limbs broken
And the
beautiful men brought low,
The
piteous writhing bodies,
They
screamed, "Don't
leave me, Sir,"
For they
were only your fathers
But I was
your officer.
Ewart
Alan Mackintosh, Lieutenant,
4th March 1893/21st, November
1917
In
Memoriam
-
del Soldato
D. Sutherland Ucciso in Azione
nella
Trincea Tedesca il 16 Maggio 1916,
e degli Altri che Morirono
-
Così voi eravate
il padre di David,
Ed egli era il
vostro unico figlio,
E le torbe
tagliate di fresco vanno marcendo
E il lavoro è
lasciato incompiuto,
A causa di un
vecchio che piange,
Semplicemente un
vecchio in pena,
Per David, suo
figlio David,
Che non tornerà
più.
-
Oh, le lettere
che vi scriveva,
Ed io posso
tuttora vederle,
Non una parola
sul combattimento
Ma soltanto le
pecore sulla collina
E come voi
avreste dovuto raccogliere le
messi
Prima che l'anno
si facesse più tempestoso,
E i Crucchi hanno
avuto il suo corpo,
Ed io ero il suo
ufficiale.
-
Voi eravate
soltanto il padre di David,
Ma io avevo
cinquanta figli
Quando balzammo
nella sera
Sotto l'arco
delle cannonate,
E tornammo al
crepuscolo
- O Dio ! - Li
sentivo implorare
aiuto e pietà da
me
Che non potevo
proprio soccorrerli.
-
Oh, mai vi
dimenticherò
Miei uomini che
in me avevate fiducia,
Più figli miei
che dei vostri padri,
Perchè essi
poterono veder e soltanto
I bimbetti
indifesi
E i giovanotti
nella loro fierezza.
Essi non poterono
vedervi morenti,
E sostenervi
mentre spiravate.
-
Lieti e giovani e
prodi,
Essi videro andar
via i loro primogeniti,
Ma non le forti
membra spezzate,
Ed i bei ragazzi
abbattuti,
I miseri corpi
che si contorcevano,
Essi urlavano,
"Non mi abbandoni, Signore."
Perchè essi
erano solo i vostri padri
Ma io ero il
vostro ufficiale.
Ewart
Alan Mackintosh,
tenente, 4 marzo 1893 / 21 Novembre 1917
Ode a Fossalta
- Salve
Fossalta ! In petto tu mi canti
- il valore
dei Fanti italiardenti
- Sull'argine
del Piave trincerati
- baldi e
tenaci
-
- Di minuto,
in minuto ecco una nuova :
- Cade il
fortino dinanzi l'Osteria,
- Lo
riguadagna il leonino Fante
- Subitamente.
-
- Tempestorso
il nemico attacca e preme
- Al bivio di
Losson fieri ciclisti ;
- Quella
falange si gentil d'Eroi
- Resiste e
vince.
-
- Ecco : d'un
tratto il giorno diciannove
- Fosso
Palumbo, testimone eterno,
- Di non noti
eroismi in fra gli umani
- cede e
dispera.
-
- Ma la
possente Bergamo ribelle,
- con
avanguardia i suoi celeri Arditi,
- Riconquista
di gloria la cintura
- In sul
tramonto!
-
- Salve
Fossalta! del 18 Giugno
- Quando ogn'italo
cuore trepidava
- Del Vneto a
distesa le campane
- suonavan
sempre;
-
- Io sento l'eco
di qull'ende amiche
- Sonore e
care, ammonitrici e pie :
- Quello
stormo diceva ad ora ad ora
- "La
Patria chiama''
-
- ''Perche'
viva la Patria, oggi si muore''
- Era l'urlo
dei forti, il grido santo,
- E all'assalto
correan lieti cantando
- canzoni di
guerra.
-
- .....e tu
Fossalta dimmi
- Quando del
ventitre' udisti l'alto
- Vindice
canto.
-
- Degl'itali
manipoli irrompenti
- In fra
nemiche schiere, che schiacciate
- Dileguaron
come vento dilegua
- Nuvole ai
monti.
-
- O Gioia,
amico, tu potrai narrare
- Come gli
arditi del tuo reggimento
- Con
fulminea, aggirante audace mossa
- Fur su
Fossalta!
-
- Ellero
baldo in testa a lor cadeva.
- O Gioia,
amico tu potrai ridire
- Quanto egli
opro', come irroro' di sangue
- Il patrio
suolo.
-
- ...solitario
io vengo
- A te ,
Fossalta.
-
- Addio
Fossalta, memore di giorni
- Immortali
del Giugno trionfante,
- Forse a te
non faro' mai ritorno
- La vita
passa;
-
- Nuove lotte
m'e' dato oltre affrontare
- Forse per
conquistar riva migliore;
- Ma tu,
Fossalta, mi vivrai nel core
- Ovunque io
vada.
-
- Andrea
Ciardo
- Campora,
(Salerno) Autunno 1919
- Inviata
da Dante Bettucchi
Sul Kobilek
Sul fianco biondo
del Kobilek
Vicino a Bavterca,
Scoppian gli
shrapnel a mazzi
Sulla nostra
testa.
-
Le lor nuvolette
di fumo
Bianche, color di
rosa, nere
Ondeggiano nel
nuovo cielo d'Italia
Come deliziose
bandiere.
-
Nei boschi
intorno di freschi nocciuoli
La mitragliatrice
canta,
Le pallottole che
sfiorano la nostra guancia
Hanno il suono di
un bacio lungo e fine che voli.
-
Se non fosse il
barbaro ondante fetore
Di queste carogne
nemiche,
Si potrebbe in
questa trincea che si spappola al
sole
Accender
sigarette e pipe;
-
E tranquillamente
aspettare,
Soldati gli uni
agli altri più che fratelli,
La morte; che
forse non ci oserebbe toccare,
Tanto siamo
giovani e belli.
-
Ardengo
Soffici
Poesia
inviata da Caterina
Giannini
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Canzonetta
I soldati vanno alla
guerra.
Vanno come trasognati,
e la notte li rinserra.
La strada cammina,
cammina
come una misteriosa
pellegrina,
e sulle case addormentate
tutte le stelle si sono
affacciate.
Ma i soldati sono quasi
fanciulli,
e si mettono a cantare
la ninna nanna, per
cullare
una tristezza che non si
vuole addormentare.
Le stelle
sono come gocce d'argento
e le fa tremare il vento!
E mentre dormono tutte le
belle
noi ce ne andiamo per la
bianca strada
a ritrovare un'altra
fidanzata!
Ed anche voi, dolcezza,
dormite......
e del mio bene nulla
sapete!
Volevo parlare, una sera.........
ma ogni detto fuggì dal
mio cuore
come dalla gabbia una
capinera!
E voi, bambini, fate la
nanna
e non fate disperare la
mamma.
Dormite
col guanciale bianco
sotto la testa,
e intanto viaggia la
tempesta!
O fratello ! Prima di
partire
tante cose ti volevo dire.....
Ma come foglie portate
dal vento
sono fuggite , e non me
ne rammento!
O mamma, voi sola non
dormite,
come una volta, quand'ero
malato!
E voi sola m'avete
vegliato,
e non mi potevo
addormentare
se voi non eravate al
capezzale.
Ma ero un fanciullo!
Ora , mamma, state
contenta!
Sentite? il figlio vostro
canta!
Canta e cammina per la
bianca strada
per ritrovare la sua
fidanzata.-
(ma le mamme non possono
dormire,
e quella canzone le fa
singhiozzare).
Sulle case addormentate
tutte le stelle sono
tramontate.
I soldati vanno a testa
china
e la strada cammina
cammina.
-
Ugo Betti
- Poesia inviata da Caterina
Giannini
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Principio di Novembre
Oggi l'aria è chiara e fine
e i monti son cupi e
tersi,
poveri anni persi
in fantasie senza confine.
Qui ogni pietra ha un
contorno
ogni fibra un colore,
i rami tendono intorno
una rigidità senza
languore.
Foglie gialle cadute
per troppa secchezza,
segnano l'asprezza
di grandi arie mute.
Il cielo è azzurro di
profondità
le cose son ferme e
recise.
Passò un respiro d'eternità
in queste solitudini
derise.
-
Carlo Stuparich
Novembre 1915
Poesia inviata da Caterina
Giannini
Altri morirà per la
Storia d'Italia volentieri
- e forse qualcuno per risolvere in qualche
modo la vita.
Ma io per far compagnia a
questo popolo digiuno
- che non sa perchè va a morire
popolo che muore in
guerra perchè"mi vuol bene"
- "per me" nei suoi sessanta
uomini comandati
siccome è il giorno che
tocca morire.
-
Altri morirà per le
medaglie e per le ovazioni
ma io per questo popolo
illetterato
che non prepara guerra
perchè dimiseria ha campato
la miseria che non fa
guerre, ma semmai rivoluzioni.
Altri morirà per la sua
vita
- ma io per questo popolo che fa i suoi
figlioli
perchè sotto coperte non
si conosce miseria
- popolo che accende il suo fuoco solo a
mattina
popolo che di osteria fa
scuola
- popolo noin guidato, sublime materia.
-
Altri morirà solo, ma io
sempre accompagnato:
- eccomi, come davo alla ruota la mia
spalla facchina
e ora, invece, la vita
-
Sotto ragazzi,
se non si muore
si riposerà allo
spedale.
Ma se si dovresse
morire
basterà un giorno di
sole
e tutta Italia
ricomincerà a cantare.
Pietro Jahier
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