Poesie

   

Non sei che una croce

Non sei che una croce

Nessuno forse sa più

perchè sei sepolto lassù

nel camposanto sperduto

sull'Alpe, soldato caduto.

Nessuno sa più chi tu sia

soldato di fanteria

coperto di erbe e di terra,

vestito del saio di guerra.

l'elmetto sulle ventitré

nessuno ricorda perché

posata la vanga e il badile

portando a tracolla il fucile

salivi sull'Alpe,salivi

cantavi e di piombo morivi

ed altri morivano con te

ed ora sei tutto di Dio.

Il sole, la pioggia, l'oblio

t'han tolto anche il nome d'un fronte

non sei che una croce sul monte

che dura nei turbini e tace

custode di gloria e di pace.
 

R.Perseni

     

Questa notte

Questa notte fra Redipuglia
e Oslavia, si riaccenderanno i fuochi
sopra le alture dove tante volte
la battaglia
si spense nel sangue e sarà un fluttuare
di ombre intorno ai bivacchi
perchè all'estremità dell'oblio
hanno freddo anche i morti   
         
            Carlo Delcroix       
Poesia inviata da Maurizio Becherucci        
     
           

Il tempo    

Se il tempo diventa sereno

il 10 faremo l'azione

se il tempo diventa sereno......

 

Ed i soldati scrutarono

le stelle e il firmamento,

pesarono respirando

il fremito del vento.

 

Ma il 9 si vide splendere

un cerchio intorno alla luna

la luna era velata

d'un velo nebuloso.

I soldati e gli ufficiali

che stavan da 30 giorni

in attesa dell'azione

si guardarono l'un l'altro

si sarebbero baciati.

 

All'alba del 10 pioveva

1916. Giulio Barni

Poesia inviata da Caterina Giannini

     
   

Sono una creatura

Come questa pietra

del S.Michele

così fredda

così dura

così prosciugata

così refrattaria

così totalmente

disanimata.

 
Come questa pietra

è il

mio pianto

che non si vede.

 

La morte

si sconta

vivendo

 
             
           

San Martino del Carso

 

Di queste case

non è rimasto

che qualche

brandello di muro.

Di tanti

che mi corrispondevano

non è rimasto neppure tanto.

Ma nel cuore

nessuna croce manca.

E' il mio cuore

il paese più straziato

Giuseppe Ungaretti

     
   

Fratelli

 

Di che reggimento siete

fratelli?

Parola tremante

nella notte

foglia appena nata

Nell'aria spasimante

involontaria rivolta

dell'uomo presente alla sua

fragilità

Fratelli

 

Giuseppe Ungaretti

             
           

Veglia - Cima 4 - 23 dicembre 1915

 

Un'intera nottata

buttato vicino

ad un compagno

massacrato

con la bocca

digrignata

volta al plenilunio

con la congestione

delle sue mani

penetrata nel mio silenzio

ho scritto

lettere piene d'amore.

non sono mai stato

tanto attaccato alla vita

 

Giuseppe Ungaretti

     
   

Pasubio

Morto.Lacerato.Smembrato.

Mamma,cosa ne dici? Il figlio ti hanno preso!

Tu non lo vedrai mai più. Neppure il suo cadavere.

Forse oggi riceverai una lettera:

"Sono sano, sto bene".

Poter piangere, gridare, urlare!

Più non posso mandare giù tutto ciò, non ci riesco più!

Più non posso stare qui seduto tranquillo!

Tutto finisce. Tutto ha un limite.

Lanciarsi con la testa contro questa roccia,

fino a stramazzare al suolo, fino a perdere conoscenza.

 

Robert Skorpil

Dall'originale in lingua tedesca

     
 

Si sta come

d'autunno

sugli alberi

le foglie

 
     
   

Dulce et Decorum est

Bent double, like old beggars under sacks,

Knock-kneed, coughing like hags, we cursed through sludge,

Till on the haunting flares we turned our backs

And towards our distant rest began to trudge.

Men marched asleep.  Many had lost their boots

But limped on, blood-shod.  All went lame; all blind;

Drunk with fatigue; deaf even to the hoots

Of tired, outstripped Five-Nines that dropped behind.

GAS! GAS! Quick, boys!  An ecstacy of fumbling,

Fitting the clumsy helmets just in time;

But someone still was yelling out and stumbling

And flound'ring like a man in fire or lime ...

Dim, through the misty panes and thick green light,

As under a green sea, I saw him drowning.

In all my dreams, before my helpless sight,

He plunges at me, guttering, choking, drowning.

If in some smothering dreams you too could pace

Behind the wagon that we flung him in,

And watch the white eyes writing in his face,

His hanging face, like a devil's sick of sin;

If you could hear, at every jolt, the blood

Come gurgling from the froth-corrupted lungs,

Obscene as cancer, bitter as the cud

Of vile, incurable sores on innocent tongues,

My friend, you would not tell with such high zest

To children ardent for some desperate glory,

The old Lie: Dulce et decorum est

Pro patria mori.

Wilfred Owen

     

Dulce et Decorum est

Piegati in due, come vecchi straccioni, sacco in spalla,

le ginocchia ricurve, tossendo come megere, imprecavamo nel fango,

finché volgemmo le spalle all'ossessivo bagliore delle esplosioni

e verso il nostro lontano riposo cominciammo ad arrancare.

Gli uomini marciavano addormentati. Molti, persi gli stivali,

procedevano claudicanti, calzati di sangue. Tutti finirono

azzoppati; tutti

orbi;

ubriachi di stanchezza; sordi persino al sibilo

di stanche granate che cadevano lontane indietro.

Il GAS! IL GAS! Svelti ragazzi! - Come in estasi annasparono,

infilandosi appena in tempo i goffi elmetti;

ma ci fu uno che continuava a gridare e a inciampare

dimenandosi come in mezzo alle fiamme o alla calce...

Confusamente, attraverso l'oblò di vetro appannato e la densa luce verdastra

come in un mare verde, lo vidi annegare.

In tutti i miei sogni, davanti ai miei occhi smarriti,

si tuffa verso di me, cola giù, soffoca, annega.

Se in qualche orribile sogno anche tu potessi metterti al passo

dietro il furgone in cui lo scaraventammo,

e guardare i bianchi occhi contorcersi sul suo volto,

il suo volto a penzoloni, come un demonio sazio di peccato;

se solo potessi sentire il sangue, ad ogni sobbalzo,

fuoriuscire gorgogliante dai polmoni guasti di bava,

osceni come il cancro, amari come il rigurgito

di disgustose, incurabili piaghe su lingue innocenti -

amico mio, non ripeteresti con tanto compiaciuto fervore

a fanciulli ansiosi di farsi raccontare gesta disperate,

la vecchia Menzogna: Dulce et decorum est

Pro patria mori.

 

Wilfred Owen

 
   

Viatico

O ferito giù nel valloncello,

tanto invocasti

se tre compagni interi

cadder per te che quasi più non eri,

tra melma e sangue

tronco senza gambe

e il tuo lamento ancora,

pietà di noi rimasti

a rantolarci e non ha fine l'ora,

affretta l'agonia,

tu puoi finire

e conforto ti sia

nella demenza che non sa impazzire,

mentre sosta il momento,

il sonno sul cervello,

lasciaci in silenzio

Grazie, fratello.

Clemente Rebora 1916

Poesia inviata da Caterina Giannini

             
           

Ponte de Priula 

Ponte de Priula
l'è un Piave streto
I ferma chi che vien
da Caporeto.
 
Ponte de Priula
l'è un Piave streto
I copa chi che
no gà 'l moscheto.

 

Ponte de Priula
l' è un Piave nero
Tuta la grava
l' è un simitero.
 
Ponte de Priula
l'è un Piave amaro
I fusilai
butai in un maro.

 

Ponte de Priula
l'è un Piave mosso
el sangue italian
l'ha fato rosso.

 

Ponte de Priula
Sora le porte
i tac 'l cartel
co su la morte.

poesia di anonimo trovata

al Museo della Grande Guerra

di Rovereto (questo testo è anche considerato come canto della GG)

Poesia inviata da Bruno Fanton

     
   

Italia       

 

Sono un poeta

un grido unanime

sono un grumo di sogni

 

Sono un frutto

d'innumerevoli contrasti d'innesti

maturato in una serra

 

Ma il tuo popolo è portato

dalla stessa terra

che mi porta

Italia

 

E in questa uniforme

di tuo soldato

mi riposo

come fosse la culla

di mio padre

 

Giuseppe Ungaretti

Locvizza il 1° ottobre 1916

Poesia inviata da Caterina Giannini

             
           

Principio di Novembre  

Oggi l'aria è chiara e fine

e i monti son cupi e tersi,

poveri anni persi

in fantasie senza confine.

Qui ogni pietra ha un contorno

ogni fibra un colore,

i rami tendono intorno

una rigidità senza languore.

Foglie gialle cadute

per troppa secchezza,

segnano l'asprezza

di grandi arie mute.

Il cielo è azzurro di profondità

le cose son ferme e recise.

Passò un respiro d'eternità

in queste solitudini derise.

 

Carlo Stuparich

Novembre 1915

Poesia inviata da Caterina Giannini

     
   

Canzonetta

I soldati vanno alla guerra.

Vanno come trasognati,

e la notte li rinserra.

La strada cammina, cammina

come una misteriosa pellegrina,

e sulle case addormentate

tutte le stelle si sono affacciate.

Ma i soldati sono quasi fanciulli,

e si mettono a cantare

la ninna nanna, per cullare

una tristezza che non si vuole addormentare.

Le stelle

sono come gocce d'argento

e le fa tremare il vento!

E mentre dormono tutte le belle

noi ce ne andiamo per la bianca strada

a ritrovare un'altra fidanzata!

Ed anche voi, dolcezza, dormite......

e del mio bene nulla sapete!

Volevo parlare, una sera.........

ma ogni detto fuggì dal mio cuore

come dalla gabbia una capinera!

E voi, bambini, fate la nanna

e non fate disperare la mamma.

Dormite

col guanciale bianco sotto la testa,

e intanto viaggia la tempesta!

O fratello ! Prima di partire

tante cose ti volevo dire.....

Ma come foglie portate dal vento

sono fuggite , e non me ne rammento!

O mamma, voi sola non dormite,

come una volta, quand'ero malato!

E voi sola m'avete vegliato,

e non mi potevo addormentare

se voi non eravate al capezzale.

Ma ero un fanciullo!

Ora , mamma, state contenta!

Sentite? il figlio vostro canta!

Canta e cammina per la bianca strada

per ritrovare la sua fidanzata.-

(ma le mamme non possono dormire,

e quella canzone le fa singhiozzare).

Sulle case addormentate

tutte le stelle sono tramontate.

I soldati vanno a testa china

e la strada cammina cammina.

 

Ugo Betti

Poesia inviata da Caterina Giannini
             
           

Vanità

D'improvviso
è alto
sulle macerie
il limpido
stupore
dell'immensità
 
L'uomo
s'è curvato
sull'acqua
sorpresa
dal sole
e si rinviene
un'ombra
cullata
e piano franta
in riflessi insenati
tremanti
di cielo
 

Giuseppe Ungaretti

Vallone il 19 agosto 1917
Poesia inviata da Caterina Giannini
     
   

A un compagno      

Se dovrai scrivere alla mia casa,

Dio salvi mia madre e mio padre,

la tua lettera sarà creduta

mia e sarà benvenuta.

Così la morte entrerà

e il fratellino la festeggerà.

 

Non dire alla povera mamma

che io sia morto solo.

Dille che il suo figliolo

più grande, è morto con tanta

carne cristiana intorno.

 

Se dovrai scrivere alla mia casa,

Dio salvi mia madre e mio padre,

non vorranno sapere

se sono morto da forte.

Vorranno sapere se la morte

sia scesa improvvisamente.

 

Dì loro che la mia fronte

è stata bruciata là dove

mi baciavano, e che fu lieve

il colpo, che mi parve fosse

il bacio di tutte le sere.

 

Dì loro che avevo goduto

tanto prima di partire,

che non c'era segreto sconosciuto

che mi restasse a scoprire;

che avevo bevuto, bevuto

tanta acqua limpida, tanta,

e che avevo mangiato con letizia,

che andavo incontro al mio fato

quasi a cogliere una primizia

per addolcire il palato.

 

Dì loro che c'era gran sole

pel campo, e tanto grano

che mi pareva il mio piano;

che c'era tante cicale

che cantavano; e a mezzo giorno

pareva che noi stessimo a falciare,

con gioia, gli uomini intorno.

 

Dì loro che dopo la morte

è passato un gran carro

tutto quanto per me;

che un uomo, alzando il mio forte

petto, avea detto: Non c'è

uomo più bello preso dalla morte.

Che mi seppellirono con tanta

tanta carne di madri in compagnia

sotto un bosco d'ulivi

che non intristiscono mai;

che c'è vicina una via

ove passano i vivi

cantando con allegria.

 

Se dovrai scrivere alla mia casa,

Dio salvi mia madre e mio padre,

la tua lettera sarà creduta

mia e sarà benvenuta.

Così la morte entrerà

e il fratellino la festeggierà.

 

Corrado Alvaro

Poesia inviata da Caterina Giannini

     

Prima marcia alpina

Uno per uno

bastone alla mano

e alla salita cantiamo

 

se chiedi le reni rotte alla mina

se chiedi il posto della gravina

se chiedi il ginocchio piegato a salire

se chiedi l'amore pronto a patire:

 

son io l'alpino, rispondiamo

e all'adunata corriamo

 

Ma la montagna, alpino, è franata

ma la tua tenda, alpino, è sparita;

alpino, tutta l'acqua è seccata

alpino, il vetrato gela le dita;

ma la tua penna è folgorata

ma la gran notte di nebbia è salita

 

Uno per uno

corda alla mano

dove non si passa passiamo.

 

E la balma di roccia ci ricoprirà

e l'acqua di neve ci disseterà;

la penna il fulmine domesticherà

la nebbia il sole l'avvamperà

quando l'alpino passerà.

 

Uno per uno

zaino alla mano

e nei riposi ci contiamo

 

Alpino, tu sei passato

ma il compagno che manca è ferito

la mitraglia l'ha arrivato

dalla croda l'ha distaccato

nella gola l'ha tranghiottito.

 

Dove sei, compagno caro,

al paese dovevi tornare;

se qualcuno lo potrà rivedere

gliene chiederà la tua mare.

Ma non sei stato abbandonato

ma ti veniamo a ritrovare.

 

Sei il nostro ferito

ti riprendiamo

al paese ti riportiamo

 

Tutti per uno,

mano alla mano

dove si muore discendiamo.

 

Tutti per uno,

mano alla mano

dove si muore discendiamo.

 

Ma il tuo compagno, alpino, è spirato

al paese non può tornare;

ma il suo lamento è dileguato

non ti chiama più a ritrovare.

Sulla coltrice del nevato

resterà solo a riposare.

 

Dove sei, compagno caro,

se al paese non puoi tornare

ma non sei stato abbandonato

ma ti veniamo a ritrovare.

 

Il viso bianco gli rasciughiamo

il corpo stronco gli ricomponiamo.

E' il nostro morto

ce lo riprendiamo

alla patria lo riportiamo.

 

Uno per uno

fucile alla mano

e lo vendichiamo.

Marzo, sopracroda.

Ai miei soldati dell'Alpago

e a ogni alpino.

 

Piero Jahier

Poesia inviata da Caterina Giannini

     
           

Dichiarazione

Altri morirà per la Storia d'Italia volentieri

e forse qualcuno per risolvere in qualche modo la vita.

Ma io per far compagnia a questo popolo digiuno

che non sa perchè va a morire

popolo che muore in guerra perchè"mi vuol bene"

"per me" nei suoi sessanta uomini comandati

siccome è il giorno che tocca morire.

 

Altri morirà per le medaglie e per le ovazioni

ma io per questo popolo illetterato

che non prepara guerra perchè dimiseria ha campato

la miseria che non fa guerre, ma semmai rivoluzioni.

Altri morirà per la sua vita

ma io per questo popolo che fa i suoi figlioli

perchè sotto coperte non si conosce miseria

popolo che accende il suo fuoco solo a mattina

popolo che di osteria fa scuola

popolo noin guidato, sublime materia.
 

Altri morirà solo, ma io sempre accompagnato:

eccomi, come davo alla ruota la mia spalla facchina

e ora, invece, la vita

 

Sotto ragazzi,

se non si muore

si riposerà allo spedale.

Ma se si dovresse morire

basterà un giorno di sole

e tutta Italia ricomincerà a cantare.

Pietro Jahier

     
   

da  Sul Monte San Marco

 

Quello ch'ieri dormiva 

nella trincea presso a me,

nello stesso cubicolo, fratellino di culla:

non risponde,- ho chiamato!-

non risponde più;

non gli giunge il grido  del mio cuore.....O, tu compagno,

mi cerchi mi preghi, anche tu

, mi chiami......,

io non sento

non rispondo più!

 

   Vann' Anto'

Poesia inviata da Caterina Giannini

             
           

Voce di vedetta morta 

  C'è un corpo in poltiglia 

con crespe di faccia , affiorante

sul lezzo dell'aria sbranata.

Frode la terra.

Forsennato non piango:

Affar di chi può e del fango.

Però se ritorni

tu uomo, di guerra

a chi ignora non dire;

non dire la cosa, ove l'uomo

e la vita s'intendono ancora.

Ma afferra la donna

una notte dopo un gorgo di baci,

se tornare potrai;

soffiale che nulla nel mondo

redimerà cio ch'è perso

di noi, i putrefatti di qui; stringile il cuore a strozzarla:

e se t'ama, lo capirai nella vita 

più tardi, o giammai.

 

Clemente Rebora

Poesia inviata da Caterina Giannini

     
   

Immagini di guerra    

 

Assisto la notte violentata

 

L'aria è crivellata

come una trina

dalle schioppettate

degli uomini

ritratti

nelle trincee

come le lumache nel loro guscio.

 

Mi pare

che un affannato

nugolo di scalpellini

batta il lastricato

di pietra di lava

delle mie strade

e io l'ascolti

non vedendo

in dormiveglia.

 

Giuseppe Ungaretti

Valloncello di Cima il 6 agosto 1916

Poesia inviata da Caterina Giannini

             
   

Sul Kobilek

 

Sul fianco biondo del Kobilek

Vicino a Bavterca,

Scoppian gli shrapnel a mazzi

Sulla nostra testa.

 

Le lor nuvolette di fumo

Bianche, color di rosa, nere

Ondeggiano nel nuovo cielo d'Italia

Come deliziose bandiere.

 

Nei boschi intorno di freschi nocciuoli

La mitragliatrice canta,

Le pallottole che sfiorano la nostra guancia

Hanno il suono di un bacio lungo e fine che voli.

 

Se non fosse il barbaro ondante fetore

Di queste carogne nemiche,

Si potrebbe in questa trincea che si spappola al sole

Accender sigarette e pipe;

 

E tranquillamente aspettare,

Soldati gli uni agli altri più che fratelli,

La morte; che forse non ci oserebbe toccare,

Tanto siamo giovani e belli.

 

Ardengo Soffici

Poesia inviata da Caterina Giannini

     

Pellegrinaggio    

 

In agguato

in questi budelli

di macerie

ore e ore

ho strascicato

la mia carcassa

usata dal fango

come una suola

o come un seme

di spinalba

 

Ungaretti

uomo di pena

ti basta un'illusione

per farti coraggio

 

Un riflettore

di là

mette un mare

nella nebbia.

 

Giuseppe Ungaretti

Valloncello dell'albero isolato il 16 agosto 1916

Poesia inviata da Caterina Giannini

     
   

Ospedale da campo 026

Ozio dolce dell'ospedale!

Si dorme a settimane intere;

Il corpo che avevamo congedato

Non sa credere ancora a questa felicità : vivere.

 

Le bianche pareti della camera

Son come parentesi quadre,

Lo spirito vi si riposa

Fra l'ardente furore della battaglia d'ieri

E l'enigma fiorito che domani ricomincerà.

Sosta chiara, crogiuolo di sensi multipli,

Qui tutto converge in un'unità indicibile;

Misteriosamente sento fluire un tempo d'oro

Dove tutto è uguale :

I boschi, le quote della vittoria, gli urli, il sole, il sangue dei morti,

Io stesso, il mondo,

E questi gialli limoni

Che guardo amorosamente risplendere

Sul mio nero comodino di ferro, vicino al guanciale

Ardengo Soffici

Poesia inviata da Caterina Giannini

             
   

In Memoriam

Private D. Sutherland Killed in Action in the

German Trench,

May 16, 1916, and the Others who Died.

So you were David's father,

And he was your only son,

And the new-cut peats are rotting

And the work is left undone,

Because of an old man weeping,

Just an old man in pain,

For David, his son David,

That will not come again.

Oh, the letters he wrote you,

And I can see them still,

Not a word of the fighting

But just the sheep on the hill

And how you should get the crops in

Ere the year got stormier,

And the Bosches have got his body,

And I was his officer.

You were only David's father,

But I had fifty sons

When we went up in the evening

Under the arch of the guns,

And we came back at twilight

- O God! - I heard them call

To me for help and pity

That could not help at all.

Oh, never will I forget you,

My men that trusted me,

More my sons that your fathers' ,

For they could only see

The little helpless babies

And the young men in their pride.

They could not see you dying,

And hold you while you died.

Happy and young and gallant,

They saw their first-born go,

But not the strong limbs broken

And the beautiful men brought low,

The piteous writhing bodies,

They screamed, "Don't leave me, Sir,"

For they were only your fathers

But I was your officer.

Ewart Alan Mackintosh, Lieutenant, 4th March 1893/21st, November 1917

     

In Memoriam

 

del Soldato D. Sutherland Ucciso in Azione

nella Trincea Tedesca il 16 Maggio 1916, e degli Altri che Morirono

 

Così voi eravate il padre di David,

Ed egli era il vostro unico figlio,

E le torbe tagliate di fresco vanno marcendo

E il lavoro è lasciato incompiuto,

A causa di un vecchio che piange,

Semplicemente un vecchio in pena,

Per David, suo figlio David,

Che non tornerà più.

 

Oh, le lettere che vi scriveva,

Ed io posso tuttora vederle,

Non una parola sul combattimento

Ma soltanto le pecore sulla collina

E come voi avreste dovuto raccogliere le messi

Prima che l'anno si facesse più tempestoso,

E i Crucchi hanno avuto il suo corpo,

Ed io ero il suo ufficiale.

 

Voi eravate soltanto il padre di David,

Ma io avevo cinquanta figli

Quando balzammo nella sera

Sotto l'arco delle cannonate,

E tornammo al crepuscolo

- O Dio ! - Li sentivo implorare

aiuto e pietà da me

Che non potevo proprio soccorrerli.

 

Oh, mai vi dimenticherò

Miei uomini che in me avevate fiducia,

Più figli miei che dei vostri padri,

Perchè essi poterono veder e soltanto

I bimbetti indifesi

E i giovanotti nella loro fierezza.

Essi non poterono vedervi morenti,

E sostenervi mentre spiravate.

 

Lieti e giovani e prodi,

Essi videro andar via i loro primogeniti,

Ma non le forti membra spezzate,

Ed i bei ragazzi abbattuti,

I miseri corpi che si contorcevano,

Essi urlavano, "Non mi abbandoni, Signore."

Perchè essi erano solo i vostri padri

Ma io ero il vostro ufficiale.

Ewart Alan Mackintosh, tenente, 4 marzo 1893 / 21 Novembre 1917

     
           
 

Nei campi delle Fiandre fioriscono i papaveri

tra le file di croci

che indicano il nostro posto: e nel cielo

volano le allodole, cantando ancora con coraggio,

appena udite in terra tra le mani.

 
Noi siamo i morti, pochi giorni fa
vivevamo, sentivamo l'alba, vedevamo il tramonto brillare,

amavamo ed eravamo amati, e ora giaciamo

nei campi delle Fiandre.
 
Continua la tua lotta con il nemico

a te, con mani trremanti, passiamo

la fiaccola. A te il compito di tenerla alta.

Se non mantieni l'impegno con noi che moriamo

noin dormiremo, anche se i papaveri fioriscono

nei campi delle Fiandre.

 
John McCrae, medico militare. 2 maggio 1915
     
   

La sagra di Santa Gorizia

E voliamo nel sole,
anima mia!
Facciamoci coraggio
e, colla voce tremante
della passione. cantiamo
i fratelli di campo:
quelli che vissero,
quelli che morirono,
quelli che fra la morte
e la vita ,
sbiancano nei letti
lontani, e in sogno delirano,
credendosi ancora sul Carso
e sull’lsonzo,
sul Calvario
e sul San Michele,
nella mota rossa
e nelle pietraie
seminate di morti
che guardano il cielo,
sotto la pioggia,
sotto la bora,
mentre sventolano i ventagli
delle mitragliatrici.
Quanti mesi! Tutti i giorni
si diceva: « Si va,
si rompe la diga,
si piglia la Città santa.
Domani soneranno a distesa
i cannoni per la sagra
di Santa Gorizia!
Giornate malinconiche
di Val d’Isonzo
Tutte le notti uragani,
acqua a rovesci,
acqua e vento su le trincee;
e la povera fanteria,
la santa fanteria,
sguazzava nelle sue fosse,
alzando il fucile
perché non s’interrasse
colle gambe nel pantano
fino ai ginocchi,
coi piedi gonfi e lividi,
che sprofondano sempre più,
come il demonio
tirasse di sotterra
gli uomini per le piante
per sommergerli giù
E senza pace
sibili e schianti,
rulli di fucileria,
vampe di bombe,
e la voce arrabbiata
della mitragliatrice,
la terribile raganella,
che canta, mai sazia,
nei temporali di fuoco.
E nella chiama notturna,
le notti di cambio,
quante assenze!
quanti amici
che non rispondevano,
che non sentivano più!
Sottotenentini,
ragazzi imberbi e gioviali,
che la gente seria,
la gente perbene, una vo1ta,
chiamava bèceri
quando rompevano i vetri
e stracciavano le bandiere
ai Consolati d’Austria,
eran rimasti lassù,
nel Vallone dell’Acqua,
al Lenzuolo Bianco,
alla Casa della Morte,
col grido tra i denti,
col cuore in mano;
colpiti mentre correvano
davanti al plotone d’assalto,
come se si trattasse
davvero di scherzare
con l’eternità.
E nel silenzio del campo
sotto le tende grondanti,
i superstiti dicevano
di loro cose semplici
e portentose, come ricordi
di leggende lontane
di fiabe casalinghe,
sentite la sera d’inverno,
accanto alla cara mamma:
tutte piene di fate,
di genii e di cavalieri,
di cavalieri senza paura.
E intanto su le teste
passavano i grossi proiettili,
che ansimano, che ruggono,
che urlano come dannati,
e cercano gli accampamenti
perché non si possa
mai riposare,
Chi dette il segnale?
Tutti i settori tacevano...
ed ecco sonare lo stormo.
Cominciarono le bombarde
con abbai, con rugli
con schianti.
Sbucavano dappertutto
coll’al su i torsi pesanti;
traballavano in aria,
e poi giù, strepidando,
a divorar le trincee,
e stritolare i sassi,
a fondere i reticolati.
Uomini e melma,
ferri e pietre,
tutto tritavano, urlando,
tutto rimescolavano,
sfragnendo e pestando,
come dentro le madie
gigantesche delle doline
impastassero il pane
della vittoria,
per la fame del fante.
E il fante aveva fame;
fame di terra del Carso
più buona della pagnotta,
impastata di sangue,
cotta dalle granate,
benedetta dai fratelli
caduti colla bocca avanti
per baciarla morendo.
Ma quando tutte le bocche
dei cannoni cantarono,
all’ora fissata,
per completare la strage,
l’ansia strinse ogni gola,
e ognuno sentì
tonfare dentro il suo cranio
come sopra un timpano
spaventoso,
la romba.
Traballava la terra
come una casa di legno;
il cielo pareva incrinarsi
ogni tanto come cristallo;
pareva si dovesse
spezzare e precipitare
a schegge celesti ogni tanto tra gli schianti egli strepiti.
E su la prima linea
nessuno più fiatava, sentendo il cuore
ognuno battere,
come gocce di sangue,
i minuti terribili
che misurano il tempo
vicino all’assalto.
E tutte le facce
parevano in un’aureola,
e tutti erano certi
di vincere, tutti certi
di rompere l’incanto,
di varcare il Calvario
e l’lsonzo,
di celebrare domani
la sagra serena
di Santa Gorizia.
”Pronta Dodicesima!
Divisione di bronzo, è l’ora!
Brigata Casale,
Brigata Pavia!
Undicesimo, Dodicesimo,
Ventisettesimo,
Ventottesimo fanteria:
attenti al segno,
attenti al segno!
Ancora tre minuti,
due minuti,
uno: “Alla baionetta”
E tutte le baionette
fioriscono sulle trincee.
Tutta la selva di punte
ondeggia, si muove,
si butta sul monte,
travolge gli Austriaci
rigettandoli
oltre le cime,
scaraventandoli giù,
a precipizio,
dentro l’Isonzo
“Sei nostra! Sei nostra!”.
sembra gridare l’assalto.
La Città è apparsa,
apparsa a tutti nel piano,
dalle vette raggiunte:
e tende le braccia,
e chiama,
lì, prossima.
tutta rivelata,
nuda e pura nel sole
di ferragosto,
e libera! libera!
sotto la cupola celeste
del cielo d’Italia
sotto le Giulie,
l’ultime torri
smaglianti della Patria.

Vittorio Locchi

             

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