Il postribolo di Schio durante la Grande Guerra

di Adriano Mazzucato e Trevellin Bruno 

Nel libro cronistorico della parrocchia di Schio dal 1911 al 1923, conservato nell'archivio parrocchiale, scritto dall'allora arciprete Elia Dalla Costa, poi vescovo di Padova e cardinale, si legge della controversa vicenda che portò all'insediamento di un postribolo ad uso militare nella cittadina scledense.

Negli ultimi mesi del 1915 l'arciprete annota che l'impianto di una casa di prostituzione, su cui avevano insistito già a partire dallo scoppio del conflitto le autorità militari, adducendo come motivo la presenza di numerosi soldati a Schio, viene mirabilmente ostacolato dagli abitanti della contrada, che reagiscono “in forma legale” presso tutte le autorità politiche, civili e militari. Protestano pure il senatore Giovanni Rossi, il deputato del collegio Gaetano Rossi, il sindaco di Schio e i sindaci dei paesi limitrofi (Torrebelvicino, Santorso), che si rivolgono direttamente al comando supremo militare.

Che la casa di prostituzione venga contrastata non solo a parole ma nei fatti, lo stanno a dimostrare anche altre iniziative. Sempre il senatore Giovanni Rossi e il proprietario del lanificio Cazzola (Luigi Cazzola) comperano due case che, pare, dovevano essere destinate al postribolo e una terza viene acquistata dallo stesso arciprete con risorse fornitegli dalla signora Federica Benetti Bertolini. Fatto sta che del postribolo a Schio per tutto il 1915 non se ne fa nulla.

“Gloria a Dio e onore ai cittadini scledensi”, scrive a fine anno il futuro cardinale nel suo Libro cronistorico.

La casa di tolleranza viene però aperta sul finire del 1916, in via Rovereto, anche se con carattere precario ”in una casa requisita allo scopo dell'Autorità militare e per i soli soldati”. Si tratta evidentemente di un compromesso tra l'esercito e la popolazione locale, che tuttavia rimane ”egualmente indignata e si domanda se siano questi i mezzi per ottenere dal cielo la pace tanto bramata e tanto necessaria”.

Si sa che spesso ciò che è provvisorio rischia di diventare definitivo e tale deve essere stata la situazione della famigerata casa, se solo l'8 Novembre del 1920, a due anni dalla fine del conflitto, venne definitamente chiusa e a seguito di “ripetute rimostranze e proteste di ogni ordine di cittadino”. Lo sfratto delle “infami persone che lo tenevano” ebbe infatti luogo solo dietro denunce e reclami, avverte l'arciprete. Lo stabile anzi venne venduto e così si scongiurò la sua riapertura.

Prostitute in una casa di tolleranza (foto caporale Bartolomeo Preti, archivio Comune di Ferrara)

Torna all'Archivio