Piombo italiano per un fante di Salcito?

di Massimo Vitale

Domenico è un contadino di Salcito e nella sua breve vita ha conosciuto solo la zappa e la fatica. E una donna, una compagna fedele, nelle sofferenze e nelle rinunce, nei pochi attimi di felicità: Filomena gli ha dato due figli, future, solide braccia per il duro lavoro nei campi.
Ha 31 anni ed una famiglia da mantenere, Domenico, quando giunge il richiamo alle armi.
E’ venuto alla luce, infatti, alle ore 5.15 pomeridiane del 9 aprile 1885, da Francesco Gianandrea, contadino trentatreenne, e da Caterina Mancinelli. L’atto di nascita n. 45 è stato steso davanti all’assessore Pietrangelo Rulli, “funzionante per il sindaco dimissionario”. Testimoni Luigi Mattia, 49 anni agricoltore, e Domenico D’Alisera, anch’egli agricoltore, di 52 anni.
Nulla sappiamo della fanciullezza di Domenico, che deve essere stata quella di un qualsiasi bambino di un isolato comune dell’isolato Molise di fine ottocento. A pochi anni già il sudore, ad aiutare i genitori nei campi e a badare alle bestie.
Sappiamo però che ha ricevuto una qualche istruzione perché alla visita di leva dichiara di saper leggere e scrivere.
Il ruolo matricolare annota anche altri dati: altezza m. 1,59, torace 0,84, capelli castagni lisci, occhi cerulei, colorito roseo, dentatura sana. Soldato di leva III categoria, lasciato in congedo illimitato il 30 maggio del 1905.
A 23 anni, il 21 maggio 1908, ha sposato, ad Alfedena in Abruzzo, Filomena Monacella. Quattro anni dopo casa Gianandrea è stata allietata dalla nascita del primo figlio, Francesco, nato il 28 marzo 1912. La tempesta già sconvolge l’Europa quando, l'otto maggio del 1915, viene alla luce il secondogenito, Michelangelo.
Due settimane, il “sacro egoismo”, Trento e Trieste e l’Italia scende in campo al fianco dell’Intesa. Partono i giovani di leva, partono anche da Salcito e presto giungono notizie dei primi combattimenti, dei primi massacri.
Il 27 luglio, nel Podgora, è caduto Basilio Di Salvo; in novembre, Salcito ha pianto un altro suo figlio, Luigi Zanna, ucciso il giorno 13 sull’altura di Santa Lucia.
Il fronte lontano ingoia sempre nuovi reggimenti, Domenico sa, o forse teme soltanto, che presto sarà il suo turno.
E’ un gelido giorno di febbraio, quando il messo del comune bussa alla porta di casa, al numero otto di piazzale Regina Elena. Anche la classe ’85 è richiamata, altra carne da cannone per l’inutile strage.
Domenico guarda alle care, povere cose della sua dimora; al Trigno che scorre impetuoso nel fondovalle; alla chiesa, ai vicoli che lo hanno visto crescere. Quasi a fermarli per sempre negli occhi, quasi a serbarli, gelose memorie, nei recessi dell’animo.
Un ultimo addio a Filomena, una trepida carezza per Francesco e Michelangelo che non rivedrà mai più.
E parte, Domenico Gianandrea, parte con la morte nel cuore, parte per la guerra all’Austria-Ungheria.
Il 22 febbraio 1916, un martedì, giunge finalmente a destinazione.
Una disciplina ferrea, imposta con salutare fermezza. Le direttive non ammettono sconti, il soldato italiano deve combattere e morire senza remore, gli ordini vanno eseguiti sempre, mai discussi. Per i recalcitranti, gli indecisi, i codardi, i disertori, gli autolesionisti, i disobbedienti, i disfattisti cala, inflessibile ed ineludibile, il maglio della giustizia militare.
Il 19 maggio del 1915, solo cinque giorni prima dell’inizio delle ostilità, Cadorna ha emanato la prima circolare. Non indicazioni tattiche o enunciazione di principi strategici. I dieci punti dello scritto sono tutti incentrati sul medesimo, unico concetto: la disciplina.
Nessuna intolleranza, mai, per nessun motivo, sia lasciata impunita - prescrive il Generalissimo - la punizione intervenga pronta: l’immediatezza nel colpire riesce di salutare esempio.
Ed ancora, aggiunge Cadorna, la legge dà i mezzi per ridurre ed infrangere le volontà riottose o ribelli, i comandanti delle grandi unità saranno ritenuti responsabili qualora si mostrassero titubanti nell’assumere, senza indugio, l’iniziativa di applicare, quando il caso lo richieda, le estreme misure di coercizione e di repressione.
Se ne valgono, coloro cui spetta, non hanno titubanze e reprimono con fermezza, decisione, a volte ferocia, ogni attentato, o supposto tale, alle regole.
Degradazione, rimozione, reclusione, lavori forzati, fucilazione. I tribunali militari straordinari per il tempo di guerra si adeguano alle disposizioni del Comando Supremo e vanno giù duro, anche oltre gli auspici di Cadorna.
Il peso intollerabile di una disciplina quasi disumana, sarà tra le cause non secondarie della disfatta, del presunto “sciopero militare” dei vinti di Caporetto.
Secondo alcune stime, tra il ’15 ed il ’18, le denunce furono 870.000, per altri oltre un milione. La maggior parte, 470.000, di renitenti dei quali molti, emigrati all’estero, potettero regolarizzare la propria posizione negli anni ’20 presso le ambasciate o i distretti militari di competenza, grazie all’amnistia del 2 settembre 1919. Condanne si ebbero anche dopo il 1930, di quanti, infischiandosene, mai si adeguarono o rientrarono in Italia.
I giudizi di colpevolezza furono oltre 170.000, di cui 101.685 per diserzione, 24.591 per indisciplina, 10.035 per mutilazione volontaria, 5.325 per resa o sbandamento.
15.345 gli ergastoli inflitti.
Quante le fucilazioni? I dati ufficiali parlano di 4.028 (2.967 in contumacia) condanne a morte, delle quali 750 eseguite. I francesi e gli inglesi, pur con eserciti più numerosi, passarono per le armi, rispettivamente, “solo” 600 e 330 militari.
Vanno poi aggiunte le decimazioni e le fucilazioni senza processo, sul campo. Spesso ingiuste, spesso palesemente immotivate.
Ed allora i morti di piombo italiano, con gli sbandati di Caporetto contro cui agì una impietosa giustizia sommaria, potrebbero essere più di 5.000.
Pasquale Moauro, contadino analfabeta di Poggiosannita, 93°f. brigata Messina, alle 17.30 dell’undici novembre 1917 è in attesa di partire per la linea del fuoco. Forse un’ultima bevuta, forse il cedimento morale che ha coinvolto molti uomini all’indomani di Caporetto, forse, più umanamente comprensibile, la paura. Si allontana arbitrariamente dal proprio reparto, ma dopo poche ore, alle 23, è rintracciato ed arrestato dai carabinieri. Accusato di diserzione in presenza del nemico, è giudicato e condannato a morte per mezzo della fucilazione alla schiena, dal tribunale militare straordinario, il 24 di novembre. La sentenza, come le altre di morte affissa all’uscio dell’abitazione del condannato nel paese d’origine, viene eseguita il giorno 28.
Analoga sorte per Francesco Strillaccio, al fronte dal primo giorno di guerra, condannato dal tribunale militare del VI C.d.A. per rivolta armata e fucilato, alle 14.25 del 22-5-17, a Cerovo nei pressi di San Floriano del Collio.
Fucilato alla schiena anche Giuseppe Verdicchio, calzolaio in Larino, colorito pallido e capelli ondulati neri, ardito del 236°f.. Per rivolta, a Foza, altipiano di Asiago, il 20-11-17.
Il 12 settembre dello stesso anno, accusato di diserzione, davanti al plotone di esecuzione è andato Sebastiano Margiotta di Montaquila. Una palla gli ha reciso la carotide ed è morto all’istante.
Giovanni (1), di Sepino, è condannato a morte per essersi allontanato dal corpo, a monte Lemerle, il 19 giugno 1916, durante l’offensiva austriaca sugli altipiani. Arrestato il 29 dicembre successivo, la pena è commutata in 20 anni di reclusione militare. Sospesa fino al termine della guerra, perché Giovanni viene rinviato a combattere, destino comune alla gran parte dei condannati. Il 30 ottobre 1919, libero, andrà in congedo.
E’ contadino, naturalmente, ma sa anche leggere: poco, ma sa leggere, precisa con malcelato orgoglio Antonio, di Colletorto. Il 6 giugno 1917, previo accordo con altri militari del 98°f., “vigliaccamente” recita la sentenza, si è consegnato al nemico. Condannato in contumacia alla fucilazione nella schiena, al rientro dalla prigionia il 7-2-19 è arrestato in Colletorto dai carabinieri. Viene nuovamente giudicato dal tribunale militare di Ancona che dichiara nulla la precedente sentenza e gli infligge l’ergastolo il 4-11-19. Nel ’21 pena ridotta a 10 anni; un ulteriore condono di un anno ed Antonio torna in libertà il 13 luglio 1928.
Anche Giovanni, di Campobasso, è stato condannato alla pena di morte, per diserzione con passaggio al nemico. Ma, tornato dalla prigionia, è assolto per non provata reità dal tribunale militare di Perugia.
Singolare il caso di Nicola, da Montenero di Bisaccia: terminata la licenza, non rientra al corpo e pensa di trovar rifugio all’estero. Ma è arrestato a Marsiglia dalla gendarmeria francese. Consegnato alle autorità italiane, verrà condannato all’ergastolo il 9-6-1918.
La fucilazione, dunque, o il carcere a vita, la pena per i disertori; pesanti sentenze per gli altri reati militari. Due anni ad Angelo, di Montefalcone del Sannio: al fronte dal 30-5-1915 nella 6a comp. sussistenza, nel giugno del ‘18 è stato accusato di propaganda contro la guerra; 20 anni al bersagliere del 5°reg. Salvatore, di San Massimo, per insubordinazione con insulti e vie di fatto con un superiore e per simulazione di malattia; 12 anni e 6 mesi per lesioni volontarie a Nicolino, calzolaio partito da Guglionesi; 2 mesi al bojanese Michele, per contravvenzione all’ordinanza del Comando Supremo sulla corrispondenza; 8 mesi per disfattismo a Francesco di Fossalto.
Una giustizia implacabile, anche se, al termine del conflitto, scatterà l’amnistia per la quasi totalità dei condannati. Una sanatoria peraltro indispensabile, per restituire alle famiglie migliaia di individui, per restituirli alla vita ed alle attività produttive, per favorire un clima di riconciliazione in un periodo di forti contrasti sociali ed anche di rivolte contro il caro-prezzi. (2)
Luigi, di Castelmauro, condannato nel ’16 alla degradazione ed ai lavori forzati a vita per diserzione in presenza del nemico, uscirà dal carcere il 26-10-19. Amnistia anche per Carlo, un muratore di Campobasso, allontanatosi dal reparto e arrestato a Mestre, cui erano stati inflitti 10 anni di reclusione. Simile sorte per Lionello, da Trivento ma nato a Rosario in Argentina: ergastolo commutato in 20 anni, poi l’amnistia.
Sotto le armi, tuttavia, arrivano anche fior di delinquenti, per i quali le pene applicate rappresentano la giusta punizione per reati spesso gravissimi.
Come nel caso di Nicola, un fante di Pietracatella, condannato per violenza carnale nei confronti delle due figlie minorenni, L. e M.: 16 anni di reclusione e perdita della patria potestà. O di Salvatore, di Macchia Valfortore, arrestato il 23-8-18 e condannato a 20 anni per omicidio; o ancora di Ubaldo, vinchiaturese, ergastolo per tentato omicidio, insubordinazione, diserzione e alienazione di effetti militari; o infine di Salvatore, da Sepino, 5 anni per furto con scasso in danno di persona estranea alla milizia.
Antonio invece, prima di partire per il fronte tipografo a Campobasso, la sera del 12 luglio 1916 ha bevuto oltre il lecito e dà in escandescenze: “si ubriacava in modo vergognoso e dava scandalo con il suo comportamento. Messo in prigione a viva forza, sfasciava ogni cosa e sfondava la porta, fino a che gli veniva applicata la camicia di forza”, dice il rapporto dei carabinieri che lo hanno arrestato.
E c’è anche l’altra faccia della medaglia. Giugno 1918, il giorno 2. Caporetto è ormai lontana, ma è vicina la nuova, ultima, disperata offensiva dell’impero austro-ungarico, ormai in ginocchio. L’estremo, velleitario tentativo di sconfiggere l’Italia, di cancellarla dal consesso delle nazioni europee. Come sempre alla vigilia di azioni sanguinose, cresce, sull’un fronte e sull’altro, il numero di quanti cercano di sottrarsi al destino consegnandosi al nemico. Alcuni disertori, in località Carpino, vengono affrontati dai Reali Carabinieri che tentano arrestarli. Partono alcuni colpi di fucile, una palla uccide il milite Emiliano Iannantuono, colpito alla regione sopraorbitale. Ha 21 anni ed è di Casalciprano.
Tre mesi. Tanto dura il periodo di addestramento. Tre mesi per imparare a marciare, ad eseguire i comandi, a sparare e lanciare le bombe. Tre mesi per imparare a fare la guerra, ad uccidere. A morire no, quello non si può insegnare. Quello, nell’esercito di Cadorna, deve essere retaggio, condizione e disciplina dello status di soldato.
Domenico Gianandrea ora è pronto, pronto per la linea del fuoco, per affrontare i rischi del combattimento, i tormenti della trincea.
Veste le mostrine rosso-nere del 142° fanteria, brigata Catanzaro, una tra le più affidabili e gloriose. Fanti calabresi, siciliani, lucani, molisani che si sono coperti di gloria a Castelnuovo, a Bosco Cappuccio, ad Oslavia dove la brigata ha perso 2.600 uomini.
Il giorno 18 di giugno Domenico giunge in territorio dichiarato in stato di guerra, sull’altipiano di Asiago dove la “Catanzaro” è stata trasferita per arginare l’irruenza della Strafexpedition. La brigata ha combattuto con la consueta, indomita energia sul Mosciagh e sul Cengio tanto da meritare la citazione sul bollettino di guerra n.369 del 19 maggio.
Cessato il pericolo incombente dal saliente trentino, Cadorna torna alle spallate isontine e la brigata Catanzaro, solida di uomini avvezzi alle fatiche, è della mischia. Monte San Michele, Nad Logem, Nova Vas, Nad Bregom, Hudi Log. Sono le località dove si consumano i plotoni, si dissanguano le compagnie, dove i fanti si immolano in assalti che, dopo la presa di Gorizia, tornano ad essere sanguinosissimi e sterili. Fino al giugno del ’17, sempre in 1a linea, con brevissimi turni di riposo.
Per l’agosto è in progetto una nuova grande offensiva, la “Catanzaro”avrà l’onore di parteciparvi. Occorre pertanto preparare i fanti, ritemprarli, rinvigorire i corpi e gli animi, le membra e le menti.
Il 23 giugno il I/142° riceve il cambio dai Granatieri e si porta a Redipuglia, ormai retrovia del fronte; il 24 ed il 25 tocca agli altri due battaglioni.
Il giorno successivo, al mattino presto, arrivano i camion per il trasferimento a Santa Maria La Longa, dove le compagnie giungono alle 11 ed accantonano in baracche alla sinistra della strada verso Santo Stefano. La forza presente è di ufficiali 62, truppa 2.277.
Il tempo è bello, il sole caldo, il paesino gradevole. I soldati pregustano il lungo periodo di riposo promesso dai Comandi.
Il 27 si procede alla parziale, nuova vestizione e si completa l’armamento. Poi, dal 29, arrivano i complementi. Il primo luglio il reggimento, con le compagnie mitragliatrici, torna alla piena forza: 67 ufficiali, 3.057 uomini di truppa.
Istruzione al mattino, libera uscita alla sera, bevute e mangiate nelle osterie del luogo, le ragazze del “casino” di guerra. Insomma i bravi fanti del 142°, come tutti i soldati del mondo quando sono a riposo, “fanno flanella”, godono i giorni quieti da trascorrere lontani dal fronte, dai pericoli, dalla morte.
Il 7 luglio, destinato ad altro incarico, il col. Aroldo Gagnoni lascia il comando del 142° e, dopo un breve interim del mag. Silvio Prestinari, è sostituito dal col. Gaetano Amabile. Intanto la brigata passa alle dipendenze della 45a divisione, VII C.d.A.
Nella piacevole inerzia, serpeggiano improvvise notizie, non certe ma neanche smentite. Corrono di bocca in bocca, si propagano e alimentano la rabbia dei soldati.
Il 15 Luglio è una bella domenica. Il cielo terso e il sole invitano all’ozio. Si osserva l’orario festivo e si celebra la Messa al campo.
Poi, improvviso, arriva l’ordine più temuto: si parte, bisogna tornare in linea.
La rivolta, forse preparata nelle ultime ore, forse già concertata dagli elementi più facinorosi, scoppia fulminea: <<La rivolta, disordinata, parte dai baraccamenti del 141° reggimento, quello decorato di medaglia d’oro, alle 8.30 (20.30, n.d.a.) Un gruppo di soldati, impugnate le armi, minaccia gli ufficiali ed incita alla ribellione di massa. Alcune mitragliatrici vengono conquistate dai più decisi, e messe in azione contro le baracche di ufficiali e sottufficiali. Si spara ad altezza d’uomo, mentre il fuoco della rivolta si propaga ad altre unità.>>
(Antonio Pitamitz, Storia Illustrata n.279 febbraio 1981, A.Mondadori Editore)
<<Poco dopo la ritirata alcuni militari del 141° Fanteria, che occupano le baracche di fronte a quelle del Reggimento, emettono grida sediziose e sparano dei colpi di fucile, invitando la truppa del 142° Fanteria a partecipare al movimento di rivolta.>>
(AUSSME, Diario Storico 142°reg. 15-7-1917)
Intervengono gli ufficiali che cercano di riportare la calma, di indurre alla ragione i sediziosi, ma il movimento si estende e assume la forma di un conflitto a colpi di fucile e bombe a mano. La maggioranza dei reparti, però, non aderisce, si difende anzi per non essere trascinata nella sommossa.
Durante la notte giungono truppe inviate a sedare la rivolta. Carabinieri, cavalleria, autoblindo, compagnie fidate di fanti che accerchiano le baracche degli ammutinati.
I rivoltosi si sono impossessati di tre mitragliatrici, con le quali continuano il fuoco, ma restano chiusi al centro dei baraccamenti. Così ogni loro tentativo di uscita e di allargamento del raggio della loro azione riesce vano. Ancora scontri a fuoco dunque, morti e feriti. Alla fine le vittime saranno 11, di cui 2 ufficiali, tra questi il ten. Felice Bottino del 142° . Il reggimento lamenta anche 17 feriti. Contuso il mag. Antonio Betti.
Ma prima dell’alba cessa il conflitto scoppiato nella notte precedente. Dei rivoltosi, qualcuno è riuscito a fuggire, gli altri rientrano nelle loro baracche, restando in potere del comando di reggimento, scrive ancora l’estensore del Diario Storico.
La ribellione si spegne, mentre sul posto si è portato anche il comandante la “Catanzaro”, col.brig. Adolfo Danise che ordina, senza esitazioni, la fucilazione di quattro soldati sorpresi con le armi in pugno.
La repressione è immediata, come prescrivono le circolari di Cadorna, esemplare, spietata e colpisce la VI Compagnia del Reggimento, che in massa non ubbidì agli ordini dei suoi ufficiali.
Decimazione! 12 uomini estratti a sorte e passati per le armi, altri 12 del 141°.
Molti i molisani presenti in quel momento nei due reggimenti: Luigi Di Martino di San Pietro Avellana, Evangelista Pallotto di Forlì del Sannio che è appena rientrato dalla licenza, Nicola Lucarelli di Colledanchise, Michelangelo Morrone di Riccia che in agosto sarà promosso caporale, Carminantonio Rossi di Toro, Nicola Vasile di Trivento, Antonio Massullo di Bagnoli del Trigno, Giuseppantonio Roselli di Pozzilli che il 4 ottobre cadrà prigioniero, Antonio Tamburro di Baranello. E tanti altri.
Non è dato sapere se abbiano avuto parte attiva nella rivolta, ma tutti sono baciati dalla sorte ed evitano il plotone di esecuzione.
Non così Domenico Gianandrea, il suo nome è tra quelli estratti.
“La sorte sceglie tra attori e comprimari, tra protagonisti e spettatori, tra valorosi colpevoli e timidi innocenti”, scrive ancora Pitamitz nell’articolo citato.
Sono appena le sette del mattino e le armi dei rivoltosi hanno taciuto da poco, quando altre armi sono pronte a far fuoco.
I condannati sono allineati a gruppi lungo il muro di cinta del cimitero di Santa Maria La Longa, la rapida benedizione di un cappellano militare, poi la scarica mortale.
Un fante riesce a fuggire, ma secondo una testimonianza raccolta da Pitamitz, è raggiunto nel vicino campo di granturco e freddato.
Tutto in pochi minuti.
<<Siete contadini. Vi conosco alle mani. Vi conosco al modo di tenere i piedi in terra. Non voglio sapere se siete innocenti, se siete colpevoli. So che foste prodi, che foste costanti. La legione tebana, la sacra legione tebana, fu decimata due volte. Espiate voi la colpa? O espiate la patria contaminata?…Il Dio d'Italia vi riarma e vi guarda.>>
Le parole sono di Gabriele D’Annunzio che, ospite in quei giorni della villa Colloredo Mels, ha assistito agli eventi.
Anche Domenico Gianandrea muore così, senza sapere perché, senza avere il tempo di capire e neppure di avere paura, forse senza una protesta, un lamento.
Solo il pensiero è volato alla casa di piazzale Regina Elena, a Filomena, a Francesco e Michelangelo.
Non ho rintracciato documenti ufficiali che confermino la fucilazione di Domenico, ma il suo atto di morte concede ristretti margini al dubbio: deceduto nel comune di Santa Maria La Longa, alle 7 del mattino, come risulta dal registro degli atti di morte tenuto dal 142°reg. pag.40 ed al n. 1.313 d’ordine, il 16-7-1917. Sepolto nel cimitero di Santa Maria La Longa. (3)
Le 28 salme, infatti, sono inumate in una fossa comune nel cimitero di Santa Maria, non una croce, non un fiore. Nel dopoguerra saranno rimosse e trasferite nel Sacrario di Redipuglia, ignote tra gli ignoti.
Alle 10.30 dello stesso 16 luglio, il reggimento è trasferito a Saciletto, il giorno dopo, in camion, a San Canzian dove accampa nei pressi di cascina Messenio tornando alle dipendenze della 34a div.
Il 18, il comandante la divisione, ten.gen. Lombardi, parla alla truppa riunita in quadrato: subentri nell’animo degli sconsigliati, che offuscano il fulgido passato del reggimento, la voce del pentimento e la promessa di tergere tale macchia.
La reazione degli alti comandi non risparmia neanche gli ufficiali superiori: silurato il comandante la brigata Danise, che viene sostituito dal col.brig. Ezio Alvisi. Silurato il comandante del 142° Amabile, rilevato dal col. Achille Sirchia che apre un inchiesta sull’accaduto. Sostituiti i comandanti del I/141° mag. Pietro Vernetta (al suo posto il mag. Egisto Conti) e del II/141° mag. Marino Marini (subentra il mag. Giorgio Filottrano). Il 29 luglio visita ispettiva del comandante il XIII C.d.A. ten.gen. Emilio Sailer.
Nei giorni successivi, epurazioni e trasferimenti anche tra la truppa: il fante Alessandro Vitale, di Campobasso, è destinato al 269° fanteria (4).
Né la rappresaglia ha così termine: ci saranno processi ed altre condanne, sentenze ed altre esecuzioni. Ma i fanti della “Catanzaro” avranno modo di offrire ancora sangue alla Patria. A Monfalcone-passaggio Locavac, nella zona di San Giovanni di Duino, alle quote 40, 175sud, 145nord, al viadotto di q.36, al fortino di Flondar. Quindi da ottobre saranno a Schio, accampati tra Torre Belvicino e Valle dei Mercanti, poi in linea sul fronte della Vallarsa. La brigata sarà sciolta solo nel giugno del 1920.
 
NOTE
1) Per questi ultimi ho preferito conservare l’anonimato.
2) Nel ’19, il 13 luglio, violenti tumulti scoppiarono a Rotello. Pronto l’intervento delle forze dell’ordine che fecero uso delle armi. Rimase ucciso il cap.le mag. Attilio Marcucci, del 53°art.c. che a Rotello si trovava in licenza. Era decorato di medaglia d’argento, primo a slanciarsi in un assalto.
3) Nel novembre del 2004 ho incontrato, nella casa di riposo di Poggiosannita, Angelo Michele Camillo, ragazzo del ’99 tuttora lucido e presente, anche se il 18 del mese ha compiuto 105 anni. Nativo anch’egli di Salcito, mi ha detto di ricordare il compaesano Domenico Gianandrea e la sua fucilazione a Santa Maria La Longa.
4) Alessandro Vitale, nato a Campobasso il 28-11-1885 nella casa posta in strada di porta S.Paolo, da Nicola e Liccardo Lucia. Cugino di mio nonno Francesco, fu padre di “Emmuccia” consorte del popolare Cecchino Cerone, oste in Campobasso. Con il 141°f. rimase ferito nel luglio del 1916, a marzo del ’17 era di nuovo in 1a linea. “Durante il tempo passato sotto le armi ha tenuto buona condotta ed ha servito con fedeltà ed onore”.

Brano tratto da : Massimo Vitale, 5.000 Croci, i Molisani nella Grande Guerra, Edizioni Enne, Campobasso 2004

 

 

 

 

 

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