Alcune pagine di storia vissute da un caporal maggiore degli Arditi appartenente al 6° Reparto d’Assalto.

Sistilli Carlo Alberto

di Fulminis Alessandro

Nato il 17 settembre 1897 a Montorio al Vomano (TE) e morto a Lanciano (CH) il 1 febbraio 1986 all’età di 89 anni. Noi nipoti eravamo affascinati dai racconti che “Umberto” (cosi chiamavo confidenzialmente mio nonno) ci faceva la sera dopo cena o nelle giornate invernali in cui i giochi sfrenati dovevano bloccarsi nostro malgrado. Questi racconti sono arrivati a noi per mezzo di uno dei suoi tanti diari, che custodisco gelosamente, e che ora mi appresto a riportare alla lettera senza alcuna modifica o correzione ( la sua istruzione scolastica si fermava alla“sesta” ). Spero possa trasmettere ai lettori le stesse emozioni che io ho sentito ascoltando dalla viva voce del protagonista, e che sento tuttora trascrivendo queste pagine.

13 settembre 1918

"Fate presto a consumare il rancio (dice il nostro Tenente) che si parte.Non è sicuro se prenderemo parte all’azione". Arrivano una ventina di camion chiamati: 15 TR. In pochi minuti eravamotutti in carrozza, e si parte. Io andavo col camion di testa ove era il Capitano, e con me era un milanese, un certo Casiraghi, il più prepotente, malvagio, impulsivo, per finire, il più delinquente del 6° Reparto. Tanto il Capitano, quanto il Tenente, avevano paura di lui, e qualunque cosa facesse lo lasciavano fare. Un giorno venne, nel nostro accampamento, un Tenente medico, (portato da un soldato che guidava il sidecar), per osservare le maschere antigas, se erano efficiente. Fummo messi per due di fronte; e la maschera in mano. Il Tenente, accompagnato dai nostri ufficiali, osservava una per una le maschere dando l’esito di esse. Questo Casiraghi invece di stare in fila,come tutti noi, si avvicina al soldato (il quale era rimasto a cavallo sulla moto), e gli dice: portami a spasso. Questo gli indica il suo Tenente, dicendo: dillo a lui se posso. Casiraghi non fa altro che prendere il pugnale e comincia a pugnalarlo. Il nostro Capitano a voce alta gli dice: Casiraghi che fai? Fermati basta. Lui risponde facendo la bava alla bocca: mi ha detto carne venduta. La visita delle maschere fu sospesa. Il soldato fu portato all’ospedale e il Tenente andò via conducendo lui stesso il sidecar. Tutto tornò normale e per Casiraghi nulla era successo.

Si viaggiava lungo la strada  pianeggiante che portava a Bassano del Grappa. Ad un lato della strada vi era la cunetta dove passava l’acqua. Di tanto in tanto vi erano delle donne che con secchi ( messi in cima ad un manico) buttava acqua sulla strada per evitare che si sollevasse la polvere. Ad un tratto questo milanese, allungando la mano e sporgendosi dal camion, dice all’autista di fermarsi. Il Capitano non parla. Quando tutti i camion si erano accodati e fermi, lui scende e dice: scendete e fatevi la provvista dell’uva. Bisogna sapere che a fianco alla strada, vi era un grande vigneto che si perdeva nella vasta pianura. Nella vigna in meno di mezz’ora era rimasto il solo gambo della vite. Prima di rimontare in macchina, sempre Casiraghi, alzando la voce, per farsi sentire a tutto il Reparto dice: conservate i raspi che vi dirò io quando metterli in opera. La colonna riparte. Si canta, si mangia, si grida a quelle donne che butta l'acqua sulle strade, mentre da lontano incomincia a vedersi la cima del Grappa. Siamo a Cittadella. Vediamo dei soldati con la fascia al braccio. Sono della Croce Rossa. In un crocivia vediamo due carabinieri; un grido secco, lanciato da Casiraghi : tirate i raspi agli aeroplani, e dà l’ordine di rallentare la colonna. Lui il primo e fà bersaglio. Un carabiniere alza il moschetto facendo l’atto di sparare, non l’avesse mai fatto. Cominciò una vera guerriglia, lancio di petardi, colpi di moschetto, in pochi minuti le vie vicino la nostra colonna rimasero deserte. Si riprende la marcia. Passiamo a Bassano e prendiamo la via piena di tornanti che conduce al Grappa. Il sole che tutto il giorno era stato scottante, si era affievolite e si declinava al tramonto. Eravamo arrivati a Campo Croce piccola pianura alla metà del Monte Grappa. Passa un ufficiale in motocicletta ed ordina di scendere. Nacque una grande confusione. Chi cercava il moschetto , chi lo zaino, perfino qualcuno le scarpe che si aveva tolto per rinfrescarsi i piedi. Campocroce piccola pianura con delle baracche di legno, è il deposito delle nostre munizioni. Ci portano nelle baracche, c’era la paglia per dormire, ma era ridotto quasi come polvere. Io non mi ero levato le scarpe da tanto tempo, e le pezze da piedi si erano fracidate, dissi fra me: adesso mi rinfresco, e mi addormentai. Lo scoppio delle cannonate mi sveglia. La baracca trema. Era un fuggi fuggi generale. Io non potevo ritrovare le scarpe. Le ritrovo e fuggo fuori. La luna illuminava quella prateria, e dava la possibilità di trovare un grosso sasso, o una pianta di grosso fusto per poterci riparare. Una bomba incendiaria colpì una baracca che in poco tempo fu distrutta. Quando tornò la calma, (cioè quando i tedeschi non spararono più), rientrammo nelle baracche ma non riuscivamo a prendere sonno.

Campocroce 14 settrembre 1918

La mattina appena svegliato un sergente mi dice che sono caporale di giornata. Maledetto. Sarei più contento ad andare a tagliare i reticolati che essere di giornata. Che fare? Chiamo due soldati, andiamo in cucina e (sotto le tende) preleviamo il caffè e si distribuisce. Verso le otto pulizia delle armi. Alle undici come al solito si distribuisce il rancio, poi il vino e l’anice. Avevo dentro il sacco a zaino, un quadro al quale avevo levato la cornice e lo avevo arrotolato (lo avevo preso in un teatro). Un paio di gambali gialli, (presi ad un ufficiale Austriaco) un paio di occhiali tutto in ferro con una feritoia trasversale, e poi un libro. Pensai di nascondere quella robba, che dopo l’azione avrei ripreso, perché se ero ancora salvo ero sicuro che andavo in licenza e portato tutto a casa. Feci una buca vicino ad un albero dove avevo un punto di riferimento, e misi tutto dentro. Finalmente si riprende il rancio della sera. Il sole cominciava a lasciarci. Io stanco di tutto l’incarico avuto durante la giornata, rientro nella baracca per addormentarmi. Mentre ero sdraiato sopra quel tritume di paglia, viene un compagno con un fiasco di vino e una scatola di sardine. Mi chiese se volevo prendere una parte dei suoi viveri. Io accettai. Si mangia, si beve, e poi pago £. 2,50 centesimi, soldi che avevo riscosso quel giorno, quando l’ufficiale aveva pagato la cinquina.

 15 settembre 1918

Era una bella giornata tutto sole. Intorno alla cima del Monte Grappa si vedevano dei palloni frenati (posti di osservazione). Qualche aeroplano (nostro) passava per gettare bombe al nemico. Il nostro Tenente (siciliano) era circondato da soldati. Mi avvicinai. Parlava quasi il suo dialetto: Ragazzi, speriamo di tornare tutti salvi. Ho 500 lire. Faremo un bel pranzo dopo l’azione e voglio tutti voi con me. Vedete? (diceva mostrando una fascia nera al braccio con due stellette) mi sono morti due fratelli in questa guerra, ed ecco perché io volontario sono in questo reparto. Non abbiate paura. Statemi sempre vicino. In questo momento un fischio attraversando l’aria fece interrompere il discorso del Tenente. Incominciò un grande bombardamento. Gli austriaci tiravano alle baracche. Diverse bombe caddero fra due baracche e subito in fiamme; tanto che in poco tempo erano completamente bruciate. Aeroplani nemici volavano ad alta quota. Forse facevano segnali alle loro batterie che facevano bersaglio. Allora l’artiglieria nostra aprì il fuoco contro gli aeroplani, e noi fummo fra due tiri. Fu di nuovo un fuggi fuggi dietro sassi, dietro alberi, e qualcuno in qualche buca che avevano scavato il Genio Zappatori. Quando tornò la calma, tutti spaventati, ci riunimmo. Io avevo due cari compagni. Uno un certo caporale Preti da Campobasso, e caporale Calabrese. Ci avvicinammo dove erano tornati i soldati del Genio che costruivano i reticolati. Vi era una ruota smeriglia. Ci mettemmo ad arrotare i pugnali. Quando questi erano ben affilati pensammo di prendere 9 pezzetti di carta e scrivemmo: Salvo – Ferito – Prigioniero – Morto. Questi fatti a forma rettangolare furono avvolti e messi dentro l’elmetto. Presi per primo io: uscì ferito. Poi Preti – morto – Calabrese – prigioniero. Io rimasi normale ma l’amico Preti divenne pallido, e disse a mezza voce: Ho fatto due anni di trincea, sono stato due volte ferito, e questa volta sarà davvero la mia fine (e cosi fu). Prima che calasse il sole, il Capitano; (e, dal caporale, all’aiutante di battaglia) passando per sentieri coperti, parte da alberi esistenti, parte truccati con frasche e canne ed altra robba che preparavano il Genio, ci incamminammo per fila indiana. Si camminava da circa due ore. Il sole era tramontato da tanto, e regnava l’oscurità perché la luna ancora usciva. Ad un tratto ogni soldato diceva a l’altro a bassa voce: siamo vicino al nemico. Fare il massimo silenzio, e fermarsi. Poi un’altra voce (come prima) tornare indietro. Finalmente, stanchi, sudati, ritornammo a Campocroce. Il Capitano radunatoci vicino a sé, dice: Ragazzi dopo mezza notte partiamo. Ora servono otto soldati per andare a tagliare ( con cesoie silenziose ) i reticolati, chi vuole andare volontario? Nessuno si fece avanti. Allora ci fece allineare di fronte ed ogni venti ne prendono uno. Ci fu un soldato che disse: Signor Capitano ho 4 figli. La risposta fu secca e imperiosa: Vai. L’ordine, cioè il compito di questi, era: primo tagliare i reticolati e poi uccidere, o prendere prigionieri le sentinelle dei posti avanzati. La notte non dormì nessuno. Ben equipaggiati di petardi, sipe e caricatori di moschetto, si parte. Camminavamo silenziosi, cercando di non perdere il collocamento del compagno avanti. L’ordine era: quando avevamo superato il reticolato nemico, di schierarci per fila indiana.

16 settembre 1918

Allo spuntar dell’alba, la nostra artiglieria sparava 52 colpi nella trincea austriaca , distante da noi circa trenta metri, tanto che sentivamo loro mentre prendevano il caffè, cioè il rumore delle gavette. Tutti i comandi erano stati adempiti. Silenziosi e pronto all’attacco, aspettando il bombardamento. Al 52 colpo, un grido solo: Savoia…. Come impazziti, si corre verso il nemico, gettando petardi. Il caporale Preti era a fianco a me sulla sinistra. Una bomba nemica scoppia fra noi. Lui casca, mi fermo, lo rialzo ma non si regge, ricasca di nuovo. Seguito la mia avanzata e salto entro la trincea austriaca. Si prendono prigionieri i pochi rimasti sani, altri sono tutti feriti o morti. Il compito nostro era fatto. Preso la posizione aspettavamo che calasse la sera e che venisse il cambio, e andare a riposo. Era alto il sole e il caldo cominciava a farsi sentire. Io con altri tre compagni, andammo oltre la trincea loro per non sentire più i lamenti dei feriti. Ci fermammo dietro un grosso sasso, e ci mettemmo a mangiare la scatoletta di carne e galletta (viveri che dovevano bastare due giorni). Prima di metterci a mangiare avevo detto ai compagni: uno alla volta, sempre dietro al masso, dovevamo spiare se salivano gli austriaci. Il primo fui io a mettermi in guardia. Non ancora i compagni avevano consumati metà dei viveri, quando vedo Arditi Ungheresi cercando di assalirci. Questo era accaduto lungo tutta la linea tenuto da noi. Già i nostri compagni fuggivano. Si indietreggiava in mezzo alle bombe che il nemico gettava a centinaia. Mentre fuggo, trovo un nostro soldato per terra che chiedeva aiuto. Dico ai compagni: portiamolo con noi, loro non ascoltano, seguitano a correre. Io lo prendo per un braccio lo trascino pochi mentri, ma era impossibile portarlo nella nostra trincea. Lo lascio. Ricordo che aveva il viso sfigurato. A pochi metri trovo l’amico Preti. Teneva ancora la bomba in mano ma era morto. Quel pezzetto di carta, tirato il giorno prima, aveva predetto la sua fine. Tornammo nella trincea formata da sacchetti di sabbia che durante questo periodo il Genio aveva preparato in caso di un nostro indietreggiamento, per ripararci la testa. Al tiro di sipe, petardi, tiro di moschetto fermammo l’avanzata degli Ungheresi, i quali si intanarono nella trincea che avevamo conquistato la mattina. Regnò la calma per qualche ora, poi l’artiglieria nostra aprì un forte bombardamento. Tornammo all’assalto ricacciando di nuovo il nemico e andammo oltre. Trovammo un passo obbligato, cioè: un grosso pino addosso ad un aglomeramento di terra e bisognava passare uno alla volta. Si sentiva il crepitio della mitraglia ma non si sapeva ove stasse. Ogni soldato che passava veniva colpito, e giù per il burrone. Ne erano precipitati una diecina. Si incomincia a gridare: io non passo. Quel Tenente siciliano con la rivoltella pronto per sparare grida: avanti, avanti o sparo. Ne passa un altro, la stessa fine. Era il turno mio. Dico: io non passo, passa lei che io lo segue. Lui fa un salto, non arriva a l’altra parte, giù nel precipizio gridando. Io ero rimasto sbalordito. Cominciai a gridare ad alta voce: un lanciafiamma. Un sergente, che era rimasto poco distante ne manda due. Si appostano vicino l’albero, incendiandolo. Cosa avevano fatto gli Austriaci? Scavato una grotta dietro il pino, avevano bucato il fusto dell’albero ove passava la canna della mitraglia, truccato con ramaglie, terra, rendendo invisibile la grotta e dentro sparavano. L’incendio era quasi finito ma la grotta era piena di fumo. Ad un tratto vediamo uscire dei cecchini con gli occhi semi chiusi (per il fumo), le mani in alto, e gridavano: buoni Italiani, buoni Italiani. In questo momento arriva Casiraghi e come uscivano questi Austriaci, li prendeva in petto, una pugnalata e giù per il burrone, fino a quando non fu sazio di farsi vendetta. Poi gli altri furono presi prigionieri. Seguitammo avanzare. Di fronte a noi era una piccola montagnola alta una quindicina di metri, formata di pietre e terra. Gli Austriaci, con la mitraglia sparavano continuamente sulla sommità di essa. Noi uno alla volta, dovevamo salire sulla cima senza sporgersi, fare lo scarico delle sipe ( per evitare che loro venissero sopra). I proiettili della mitraglia sollevava: pezzi di pietra, terra, facendo tanta polvere che facilmente non si vedeva la fine dell’altezza. Due nostri soldati che si erano esposti troppo, la mitraglia gli aveva reciso le teste. Viene il mio turno. Metto la tela smeriglia sulla mano sinistra (che serviva per accendere la bomba); dieci sipe nella tasca, dietro la giubba e prima che l’altro scendesse io ero sul posto. La sipe, prima di gettarla (al nemico) bisognava tenerla accesa e contare fino a tre, poi buttarla. Levo il cappelletto, la strofina alla tela smeriglio. Non si accende. Ne prendo un’altra, la stessa cosa. Un’altra, come la prima. Il Tenente, (che sotto mi guardava), in modo di disprezzo mi dice: Non sai accendere le bombe? Io che mi trovavo di fronte alla morte, e fra due soldati senza la testa; riprendo la sipe, la strofina allo smeriglio, la butto in faccia al Tenente dicendo: accendila tu! Il Tenente non sapeva se si era accesa, la riprende e la butta lontano. La sipe non scoppia. Intanto era salito un altro soldato. Io scendo pensando che il Tenente mi avrebbe sparato. Lui non osa nemmeno guardarmi. Riconquistata la trincea, il Capitano aveva detto di tenerla a qualunque costo, e a mezza notte sarebbe venuto il cambio. Si era fatto notte. Mi ero fatto un deposito di bombe a mano, e non facevo altro che dire ai compagni vicino di stare attenti. Al piu’ piccolo rumore che il nemico avrebbe fatto nell’avvicinarsi dare l’allarmi. Avevo un orologio da polso ed ogni volta che il menico alzava un razzo (perché la luna ancora usciva) guardavo l’ora, ma la mezza notte non arrivava mai. Ad un tratto scoppia una bomba, poi sento la voce del Capitano: un soldato venga qui. In un lampo pensai che fosse ferito, e l’unico modo di allontanarmi dalla trincea, era quello di andare da lui. Mentre pensavo tutto questo dico: "Comandi". Intanto il nemico alzava continuamente i razzi, illuminando tutto il “Roccolo” ove eravamo noi (quota 041 del Monte Grappa). "Vai sotto nella vallata, troverai il Tenente Chiozzi della 3° Compagnia, digli di ritirarsi perché ci stanno circondando". "Ma dove passo" ? Dico io - "Vai,vai " grida lui! Comincio a correre lungo la discesa, ad un tratto dietro un parapetto di un ponticello vedo sbucare due Austriaci. Torno indietro. Loro non mi sparano per non farsi scoprire. Da lontano chiamo il Capitano e dico: "Capitano ci sono i soldati Austriaci ad una cinquantina di metri da noi"- "Passa ove vuoi, ma vai, vai". Il Tenente Chiozzi mi risponde da lontano e l’eco della sua voce, si ripeteva sulle colline del monte. Impartisco l’ordine del Capitano, poi dico: Io mi ritiro con lei. "No, no, dice lui. Va e digli che sto indietreggiando". Imprecai e giurai: mai più volontario. Cominciai a risalire la collina. Arrivai dove stava il Capitano, che circondato da soldati diceva: Non spariamo più. Siamo circondati. Non è il caso di difenderci. Ad un tratto dice: Si salvi chi può. Succede un fuggi fuggi. In un passo obbligato tutti cercavano di passare per primo. Io salto, e mi si piega un piede. Casco. Mi rialzo ma tra i folti alberi rimasti in piedi e quelli abbattuti dalle granate, perde il collocamento con i compagni. Seguito a correre. Dietro di me sentivo il camminar dei soldati austriaci , i quali erano a pochi metri. Ad un tratto mi trovo entro un grosso pino, abbattuto dalle cannonate. Le folte ramate mi nascondono. Chi mi aveva dato quel fatale nascondiglio? Quale santo mi aveva spinto a ficcarmi dentro? Questo è un mistero. Passano gli Austriaci. Arrivano i nostri nella vallata del Grappa, succede l’inferno. Io sentivo le grida, le bestemmie. Chi chiamava la madre. Chi un nome, ma questo non saprei mai descrivere come fu terribile. In questo periodo non pensai più alla famiglia. Avevo una sorella di latte, morta a dieci anni, e la invocai di aiutarmi. Allora comincia l’artiglieria nostra ( che stava sulla cima del Grappa) a tirare per non far passare il rinforzo degli Austriaci, loro facevano fuoco per non far passare il nostro rinforzo. La vallata era illuminata a giorno,per lo scoppio di centinaia di bombe, delle due artiglierie. Le granate scoppiavano intorno a quel pino, dove ero nascosto. Dopo lo scoppio, una pioggia di sassi. Nessuno mi colpì. Pregai la morte. Pregavo che una bomba mi prendesse in pieno, così sarei morto senza soffrire. Buttai il pugnale, le bombe, mi tolsi la giubba da Ardito, e tra quell’inferno mi addormentai con la speranza che sarei morto nel sonno.

17 settembre 1918

Era l’alba quando mi svegliai. Tremavo dal freddo. Regnava un silenzio immaginabile. Stetti un po’ fra quelle ramaglie, poi uscii. Guardai intorno, tutto silenzio. Ad un tratto vidi un uccellino sopra un pino che svolazzava e fischiava. Rimasi meravigliato e dissi: Come mai sei qua? Fece due salti fra un ramo e l’altro e poi scomparve. Allora piansi. Piansi perché ero vivo. Non sapevo quello che era successo nella notte. Non sapevo dove erano gli Austriaci, dove erano i nostri, non sapevo orizontarmi dove poter andare. Pensavo che gli Austriaci, vedendomi solo, senza giubba e credendomi una spia, mi avrebbero sparato. Camminai carponi un centinaio di metri. Ero rimasto con i pantaloni a brandelli, perché i reticolati (seminati a pezzi per terra) mi impigliavano continuamente. Regnava ancora un silenzio perfetto. Ad un tratto mi alzo dritto, le mani in alto, correndo verso un punto a me ignoto, gridando ad alta voce come impazzito: sono Italiano! Pensavo: gl’italiani riconoscendo la lingua non sparano, se poi ci sono gli Austriaci crederanno che mi voglio dare prigioniero, non spareranno. Corro, corro; vedo una trincea, salto dentro. Vi era il 42° Fanteria. Non potevo più parlare. La lingua, le labbra si erano seccate. La paura e il freddo della notte mi avevano fatto venire la febbre alta. Facevo capire che volevo un po’ d’acqua. Un soldato chiama il suo Tenente, mi porta un po’ di caffè e anice. Mi lascia un po’ in pace, poi mi domanda di che reggimento ero. Quando il Tenente sente che ero del 6° Reparto D’Assalto mi dice: Come ci sei rimasto? I tuoi compagni sono quasi tutti morti. Sono stati sopraffatti, stanotte, dagli Arditi Ungheresi, nella vallata del "Roccolo". Mi rintanai in una buca, che stava lungo il camminamento di quella trincea, e vi rimasi a lungo. Nel pomeriggio, un Tenente della 3° compagnia con i suoi soldati, passando nei camminamenti del 42° Fanteria, va ritrovando i superstiti della mia compagnia, per ritornare a prendere la trincea lasciata la sera prima. Io levo la giubba, il moschetto, le giberne piene di caricatori ad un soldato morto, e via sulla collina assieme agli altri, tirando petardi. Mentre salto nella trincea, un soldato mi dice: parati, parati. Mi giro e vedo un Austriaco, che sebbene ferito, nascosto in una grotta della trincea, levava la baionetta dal fucile, per colpirmi. Gli do una pugnalata, e lui un morso al braccio. Intorno a me vi erano alcuni soldati del 42° e un loro Tenente. Al ciglio della trincea (verso il nemico) vi era un albero ancora in piedi. Salisco sul ciglio, e facendomi scudo dall’albero tiro le bombe. Finito le mie dico: "datemi le vostre bombe". Seguito il tiro. Ad un tratto mi dicono che sia i petardi che le Sipe sono esaurite. Vedo, dentro la trincea un Austriaco disteso, gravemente ferito ha ai suoi piedi una cassa di bombe. Scendo dal ciglio, mi avvicino, prendo con la sinistra una sua bomba, mentre con la destra tengo il pugnale, e minacciandolo gli faccio capire che volevo sapere come si spara. Lui mi fa segno: leva il coperchio, tira la cordicella, e buttala. Dico ai compagni mentre risalgo sul ciglio: "datemi le bombe". Ma anche queste finiscono. Allora grido al Tenente che sempre rimasto silenzioso e indeciso sul da farsi: "Tenente che facciamo? Le bombe sono finite perché non provvedete? Chiamate un mitragliere". In questo momento vedo un Austriaco con il fucile in alto, mi da una baionettata. La baionetta, per fortuna, colpisce la mia giberna piena di caricatori. Casco; a stento risalisco il ciglio della trincea opposta. Mi ruzzolo sulla discesa. Mi fermo dico fra me: "dove vado se non sono ferito?" Il respiro mi manca. Il braccio destro non lo posso più alzare. Seguito a scendere la collina. Trovo dei Carabinieri, che con i moschetti spianati dicono: "dove vai? Indietro o facciamo fuoco". "Sono ferito" dico con voce fievole. Allora uno di questi mi accompagna in una grotta. E’ un posto di medicazione. Vedo un altro inferno: soldati distesi per terra che gridano e attendono le prime medicazioni. Si avvicina uno della Croce Rossa, dicendomi: "Tu"? " Sono ferito" dico a mezza voce. "Dove?" "mi fa male al torace" indicandolo con la mano. A stento mi levo la giubba ma non sono stato capace a levarmi il maglione. Il soldato prende le forbici e lo spacca. Ne esce il sangue che la lana teneva nascosto, e perdo i sensi.

18 settembre 1918

Mi ritrovo fasciato, un cartellino appeso al collo e sopra la barrella. Due soldati mi portano verso la cima del Monte Grappa, nella galleria “Vittorio Emanuele”. Attraversiamo la galleria. Fuori ci sono camionette della Croce Rossa che trasportano feriti. In una di queste mettono me. Ne siamo 6, le grida, i lamenti nostri coprono il rombo del motore. A notte arriviamo all’ospedale del campo (041) vicino Cittadella di Bassano. L’ospedale è un grande camerone; un locale che prima della guerra era stato adibito per la rimessa dei cavalli. Io sono quasi nudo, ho la fasciatura intorno al torace, la cinta con i pantaloni a brandelli, e le scarpe. Una signorina della Croce Rossa, comincia a lavarmi. Sono tutto sporco di sangue e di terra. Mi vergogno, lei mi dice: "ti vergogni? Non mi guardare" . Mi addormento. La mattina mi sveglio. Vedo delle candele accese ai piedi dei letti; chi occupava quelle brande, ora sono morti. Penso: "chissà quando saranno accese per me". Da quel giorno divenni smemorato. Non mi ricordavo più come mi chiamavo, di dove ero, di che Reggimento ero. Vedevo una lampadina accesa in mezzo a questo camerone , e rivedevo quell’austriaco che mi dava la baionettata. Allora gridavo a tutto fiato: "eccolo, mi vuol uccidere". Questo me lo raccontavano sia la suora che la crocerossina "Ma non vedi che è la luce della lampadina" ed io: "No, no, è l’austriaco". Questo si verificò per una quindicina di giorni. Il quarto giorno, che ero ricoverato, viene un Generale, cerca un ardito che dietro il tronco di un albero, gettava le bombe al nemico. Il personale dell’ospedale dice al Generale: "Qui è venuto un soldato senza la piastrina, quasi nudo, non sappiamo chi sia". Lo accompagna al mio letto. Il Generale mi domanda di che Reggimento sono, io lo guardo ma non rispondo. Queste sono notizie che mi raccontano sia la suora che la crocerossina, dopo aver ripreso conoscenza. I dottori dell’ospedale credevano che la mia ferita fosse un taglio superficiale. Dopo una quindicina di giorni vengo trasferito all’ospedale di Montagnano. Mi fanno i raggi, la settima e l’ottava costola sono rotte, e fra loro una scheggia di granata. Mi fanno l’operazione. Appena finita la fasciatura sono quasi sveglio. Comincio a gridare: "dammi il pugnale" "che vuoi fare col pugnale?" mi dice il dottore "ti voglio uccidere" allora il dottore: "mi vuoi uccidere? Vedi che tenevi dentro, ti ho salvato" e mi mostra un pezzo di ferro avvolto in una garza. Io prendo quel pezzo di ferro. Mi riportano a letto. Tutto il giorno e la notte non faccio altro che gridare. Quando il dolore si alligerisce apro la mano e trovo la garza con la scheggia. Dopo pochi giorni fui trasferito all’ospedale di Novara. I giorni passano, io miglioro. In questo ospedale, arrivano continuamente feriti. Il direttore , non avendo più posti liberi, tutti i feriti che si trovavano in condizioni di poter viaggiare li manda in licenza di convalescenza. Fra questi capitai pure io. Dopo aver passato la visita, mi diede 30 giorni di licenza e lire 3,50 per il viaggio. Per me la Guerra era finita.

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