IL CIMITERO MILITARE AUSTROUNGARICO DI SAN MICHELE AL TAGLIAMENTO (VE)

Lettura di un monumento che riporta a un dramma, purtroppo, sempre attuale.

di Galasso Massimiliano

Milioni di turisti oggi raggiungono il mare percorrendo le nostre strade, colonne di auto e autobus carichi di tedeschi, cechi, ungheresi si dirigono verso Bibione; facendo centinaia di km al volante e passando ore cocenti imbottigliati dal traffico, attirati dal fascino delle nostre spiaggie. Oggi loro si spingono fin qui per fare le ferie, ma, a metà del primo decennio del'900, già altri salisburghesi, carinziani, magiari, cechi, croati, boemi, ecc. furono mandati sulle coste adriatiche per combattere: era la prima guerra mondiale, e dentro le trincee scavate a picconate lungo le pietraie carsiche difesero Trieste dalle offensive italiane sull'Isonzo del '15- '17 e poi, dopo la "Rotta di Caporetto" dell'ottobre '17, occuparono il Veneto Orientale; riuniti in un esercito, quello dell'impero Austroungarico, che riusciva a far coesistere, riunendo le varie etnie in precisi reggimenti "regionali" con ampie libertà di manifestarsi, uomini molto diversi per lingua, usi, costumi e religione, spesso lontanissimi tra loro. Proprio a San Michele c'è un "cimitero di guerra" che raccoglie ben 483 salme di soldati dell'esercito Asburgico caduti in questa zona tra il '15 e il '18; uomini feriti in combattimento e deceduti poi su una branda d'ospedale o morti sotto le bombe, per malattia, di stenti, o per infezioni. Uomini morti e buttati dentro una fossa comune lontano dai loro cari, distanti anche decine di giorni di ferrovia da casa; in un periodo in cui la pietà per la morte del singolo individuo era stata subissata dall'immane stillicidio quotidiano di giovani vite. Questo ossario si trova all'interno del cimitero di San Michele, e da qualche mese viene segnalato anche da appositi cartelli stradali marroni opportunamente posti negli incroci lungo la strada che porta a Bibione. E' composto da 10 file di tozze lapidi di cemento, seminterrate e intaccate dal muschio, recanti un fregio cruciforme sulla parte superiore. Subito sotto, scritti su una piastrina metallica (posta nel 1984 a coprire l'incisione dell'epoca, ormai illegibile) si possono scorgere il nome e cognome di ognuno: ci sono cognomi tipicamente austro- tedeschi, altri di inconfondibile origine slava e balcanica, altri di provenienza italiana, oppure i lunghi e contorti cognomi ungheresi, e quelli di chiara origine latina dei rumeni; e la data di morte (in qualche caso anche quella di nascita: il soldato più anziano ivi sepolto risulta essere del 1863, il più giovane dell'anno 1900). Centralmente si trova un monumento marmoreo a forma di croce "patente" circondato da due piccoli cipressi, inaugurato nel 1984 quando il piccolo ossario fu restaurato, con la collaborazione del governo austriaco, ed a lato, esternamente al perimetro, un cippo a forma di tronco di cono con iscrizioni in italiano ed austriaco, posto nel maggio di quest'anno durante la Benedizione del piccolo ossario ed una visita della delegazione austriaca. Anche i caduti italiani del '15- '18 furono raccolti in piccoli camposanti come questo, disseminati tra Friuli e Veneto ma vennero tutti smantellati negli anni '30 e le salme furono trasportate dentro ad ossari maestosi quali Redipuglia, Oslavia, Nervesa della Battaglia. Il Fascismo volle così esaltare l'esercito vincitore, mentre dall'Austria non ci fu più nessun interesse a riunire le salme dei soldati dell ex- impero Austroungarico (smembratosi nell'ottobre 1918) sparse in terra straniera. Scorrendo le date di morte e i nomi incisi sulle lapidi il visitatore può ricostruire le tappe dell'agonia, della morte lenta del secolare impero degli Asburgo durante quei duri anni di guerra. Alcuni, perlopiù ungheresi (si ricordi che sul Carso la maggioranza dei reggimenti operanti, che uscivano decimati da ogni battaglia, era composta da fanti reclutati dai distretti di Budapest, Pecs, Szeged; ma lo può evincere anche solamente dai cognomi: Vagyoezki, Szabo, Symek, Lasijczuk, Kowalsky, Nagy..) ma anche cechi, sloveni, croati e austriaci risultano morti tra l'estate 1915 e l'inverno1916- 1917: erano i soldati della 5a armata imperiale, catturati dai nostri fanti sull'inferno Carsico o a Gorizia durante le sanguinose offensive estive, trasportati feriti o malati fino agli ospedali da campo di San Michele e San Giorgio e poi deceduti in prigionia per i postumi del morbo o per infezione. Altri, la maggioranza, risultano morti nell'estate- autunno 1918; il Friuli e il Veneto Orientale erano stati occupati dalle armate Austroungariche provenienti da oriente e il fronte si era installato lungo il fiume Piave; San Michele diventò retrovia austriaca e l'ospedale ora accoglieva i feriti e i malati provenienti dalle trincee di San Donà e Capo Sile. Nell'estate '18 scoppiò una furiosa epidemia di febbre "spagnola", che, assieme alla malaria che serpeggiava tra le truppe al fronte, dette il colpo di grazia al già disgregato e morente esercito Austroungarico (l'impero era stremato da 4 anni di "embargo", le fabbriche non erano più in grado di produrre armi nè munizioni e i campi erano incolti). Dal Piave, di notte per sfuggire ai bombardamenti, venivano portati a villa Biaggini (sede del 1602° Feldspital ) carri colmi di feriti bendati con pezzi di carta, uomini febbricitanti, denutriti, coi piedi tumefatti (per lunga permanenza dentro trincee allagate): non c'erano più garze né disinfettanti e medicinali come il chinino erano finiti, così la mortalità tra l'agosto e l'ottobre del '18 raggiunse picchi spaventosi, mentre il personale medico, impotente per la mancanza di mezzi, nulla poteva fare per arginare quello stillicidio di vite. Il 24 ottobre 1918 l'esercito italiano dette il via all'offensiva generale chiamata poi "Battaglia di Vittorio Veneto" e, dopo alcune resistenze, il fronte fu sfondato e furono riconquistati in una decina di giorni Veneto e Friuli. Quello che era stato l'esercito Austroungarico si era nel frattempo smembrato, migliaia di soldati scappavamo malamente verso casa, razziando campagne e villaggi, sparando ai propri ufficiali, rinnegando la bandiera degli Asburgo ed innalzando i vessilli nazionali magiari, croati, boemi: in quei frangenti le poche incursioni aeree e delle avanguardie italiane sortirono gravissime perdite tra gli Austroungarici, non più in grado di difendersi armi alla mano. Il 3 novembre 1918 l'Austria-Ungheria si arrese ed accettò quindi il Trattato di Pace impostogli dai vincitori. Terminò così il conflitto, gli eserciti furono smobilitati, i soldati ritornarono a casa; ma quanti fratelli, padri, figli e mariti non fecero ritorno. Nel piccolo ossario di San Michele mani amorevoli accolsero fraternamente nel grembo della nostra Italia le salme dei nemici morti esuli in prigionia, vittime dell'illogico odio dell'uomo contro i suoi simili, che non porta niente oltre che l'annientamento e la distruzione della civiltà. IM TODE VEREINT (AFFRATELLATI NELLA MORTE ) questa iscrizione posta sulla croce innalzata al centro del cimitero austroungarico di S.Michele al Tagliamento ci deve far riflettere: è possibile che solo così i popoli possano stare in Pace tra loro?

Foto di Gira

 


STORIA DELL' EROICO MAGGIORE FERRUCCIO SOLIMAN, DIFENSORE DEL MONTE PLECA, PLURIDECORATO AL VALOR MILITARE E MORTO IN PRIGIONIA

Di Galasso Massimiliano

Ferruccio Soliman di Antonio naque a San Michele al Tagliamento (Venezia) il 13 marzo 1882, i suoi genitori si trovavano ad abitare qui da poco perchè provenivano da Este (Padova) e in seguito si trasferiranno nuovamente in quel di Padova. Nell'anno 1900 il giovane Ferruccio si iscriverà all'Accademia Militare e ne uscirà nel 1902 con una laurea e col grado di sottotenente in Servizio Permanente Attivo, nel Corpo degli alpini. Nel 1910 sposerà a Venezia Margherita Salviati, da cui avrà un unico figlio, Antonio; nel novembre 1911, col grado di tenente, lascerà il suolo italiano e partirà, destinato al fronte libico, per la guerra italo- turca. Entrerà da subito a far parte del prestigioso staff di comando dell'8° reggimento alpini, dislocato in Cirenaica, e sarà per un periodo anche ufficiale d'ordinanza dell'allora comandante reggimentale colonnello Antonio Cantore, energico e valoroso ufficiale, divenuto poi generale e morto, in circostanze non chiare, nel luglio 1915. Nominato capitano poco prima dello scoppio della Grande Guerra, verrà inviato presso il 6° reggimento alpini al comando di una compagnia del battaglione "Bassano", dislocato in Cadore e successivamente trasferito nell'alto Isonzo. Il 12 febbraio 1916 un attacco a sorpresa dei kaiserjager austriaci strappa la vetta (q. 1.765) del monte Cukjia alle fanterie italiane; subito la 24a divisione fa aprire il fuoco delle artiglierie contro il monte ed ordina il contrattacco: a portarlo avanti, per due giorni e due notti, sono i bersaglieri dell'11° rgt e gli alpini dei btg. "Bassano" , "Ceva", "V. Camonica" e "Saluzzo". Il giorno 14 durante un'azione offensiva il capitano Soliman viene seriamente ferito alla mano destra, ma resta coraggiosamente in trincea per guidare i suoi uomini durante l'attacco e viene decorato medaglia di bronzo al V.M. (convertita poi, dopo la guerra, in medaglia d'argento) con la seguente motivazione: Al capitano Soliman cavalier Ferruccio, 6° Reggimento Alpini. Ferito tra i primi durante un attacco, continuava a comandare la compagnia, dando mirabile prova di fermezza. Non si faceva curare che ad azione ultimata e dopo di aver riordinato il reparto. Monte Cucla 14 febbraio 1916. Guarito dalla ferita e promosso maggiore nel 1917 verrà nominato comandante del battaglione "Monte Albergian" del 3° rgt. alpini (facente parte del V° Gruppo Alpino, 43a divisione), con cui combatterà durante la 10a ed 11a offensiva italiana lungo la linea dell'Isonzo, sull'Altopiano della Bainsizza e sulla dorsale dei monti Mrzli e Vodil. Nei giorni dell'offensiva austro- tedesca di Caporetto il reparto si trovava in trincea presso la dorsale del monte Nero, sul monte Plece (q. 1.304): al battaglione fu ordinato di non retrocedere e il maggiore Soliman e i suoi uomini resistettero, dall'alba del 24 ottobre 1917, a due giorni di scontri contro forze nettamente superiori per numero ed armi; gli ufficiali non si arresero e gli alpini non si sbandarono, impegnando così le truppe nemiche avanzanti con contrattacchi e fuoco di fucileria e coprendo la ritirata del grosso della divisione aldilà dell'Isonzo. La notte tra il 25 e il 26 ottobre il reparto, ormai accerchiato e sfinito (da due giorni non riceveva viveri né munizioni), cercò di sganciarsi dalle avanguardie avversarie ritirandosi lungo la vallata del torrente Rocica per ripiegare poi oltre l'Isonzo: mentre alcuni alpini riuscirono a mettersi in salvo e raggiungere il monte Volnik il maggiore Soliman, assieme a molti suoi soldati superstiti, venne catturato; gli austriaci, riconoscendo cavallerescamente il suo valore, gli concessero l'onore delle armi. Per le azioni di quei tristi giorni l'eroico comandante verrà nuovamente decorato con una medaglia d'argento al V.M.: Al maggiore Soliman cavalier Ferruccio, 3° Reggimento Alpini, Comandante di un Battaglione attaccato dal nemico soverchiante in forze, pur essendo rimasto isolato per il ritirarsi dei reparti laterali, coll'esempio del proprio mirabile contegno, animava incessantemente i dipendenti ed opponeva all'avversario, per due giorni, resistenza accanita, rintuzzando due impetuosi attacchi di reparti d'assalto e provocando per sè e per i propri uomini l'ammirazione dello stesso attaccante. Monte Pleca (Monte Nero) 25 ottobre 1917. E per il comportamento tenuto dagli ufficiali e tutti gli alpini del suo reparto durante quella stessa azione, nel 1922, durante una solenne cerimonia, verrà appuntata una medaglia d'argento al labaro del btg."Monte Albergian" (compagnie 83a, 127a e 128a): Il battaglione Albergian, rimasto completamente isolato e in grave situazione, pur intuendo di essere perduto persisteva per due giorni nella più fiera ed ostinata difesa delle importanti posizioni ad esso affidate. Ributtava vigorosamente più volte il nemico preponderante di forze e di mezzi, finchè , in procinto di essere sopraffatto, con disperata energia eroicamente tentava di aprirsi un varco colle armi per raggiungere la nuova linea di difesa. Monte Pleca 24- 25 ottobre 1917. Il maggiore Soliman verrà trasferito prima in Austria e successivamente in Germania, nella regione di Hannover, nell'Offiziergefangenenlager (campo per ufficiali nemici) di Cellelager (dove, tra gli altri, era rinchiuso anche l'allora tenente degli alpini, divenuto poi famoso scrittore, Carlo Emilio Gadda). Morirà ricoverato nel lazzareto di quel campo per malattia contratta in prigionia il 29 marzo 1918, a 36 anni; il corpo, dopo il funerale celebrato da don Giovanni Montrucchio, cappellano militare del 3° reggimento alpini, compagno di Soliman sia al fronte che nel lager, venne sepolto pietosamente dagli altri ufficiali prigionieri nel camposanto militare per i caduti italiani di Cellelager. La salma rientrerà in Patria solo nell'aprile 1923 e verrà tumulata nel cimitero di Padova; sul feretro verranno deposte le decorazioni (2 medaglie d'argento al V.M., i nastrini delle Campagne di Guerra 1915, '16 e '17, la medaglia Commemorativa della Campagna di Libia e quelle, postume, della Vittoria Interalleata e della Guerra Nazionale '15-'18) e gli onori militari durante la cerimonia funebre furono portati da un battaglione del 58° reggimento fanteria con la fanfara e da un reparto del 19° reggimento cavalleggieri "Guide". La sede dell'ANA di San Michele al Tagliamento dal 1970 è intitolata proprio al valoroso maggiore Ferruccio Soliman. (sotto: il maggiore Soliman negli anni '10)


TESTIMONIANZE: SAN MICHELE DURANTE L'INVASIONE AUSTROUNGARICA DEL 1917

Racconto di Teresa Casasola, classe 1911

di Galasso Massimiliano

"Nel periodo della prima guerra mondiale abitavo a San Michele, davanti alla villa De' Buoi, coi miei genitori, che lavoravano i campi, e i miei fratelli. Dei giorni della ritirata del 1917 (durante la "Rotta di Caporetto", in cui l'esercito italiano si ritirò dal fronte isontino fin sul Piave, n.d.r.) ho ricordi confusi, perchè successero tante brutte cose in poco tempo, durante la battaglia sul Tagliamento il paese era circondato da scoppi e fumo e noi bambini andavamo a spiare i soldati italiani che sparavano con i cannoni sopra l'argine, ma ci allontanavano subito. C'era una colonna di militari con carri e cavalli, che ingombrava tutta la strada verso Portogruaro e i fanti italiani, che erano quelli della terza Armata, venivano per le case a domandare cibo: guai a chi non apriva la porta o faceva finta di non essere in casa, a chi aveva fatto così avevano rubato tutto, perchè i soldati, buttati dentro i fossi il fucile, la divisa e lo zaino, erano diventati come dei banditi. Il giorno che arrivarono gli austriaci restammo tutti chiusi in casa, riunendoci nelle camere del piano alto e io che ero la più piccola fui ficcata sotto il letto: da là sentivo il forte chiasso che proveniva dalla strada, le urla in tedesco e in slavo, mentre il cielo era illuminato di rosso dai grandi roghi crepitanti provenienti dalle molte case date alle fiamme. Quei soldati, i quali me li ricordo tutti sporchi ed infangati, entravano di casa in casa, sparavano alle botti, spaccavano i vetri tirando le sedie e lanciavano fuori dalle finestre, per passarli ai propri complici che stavano in strada, materassi, lenzuola, tende, posate, vestiti (anche quelli di mia mamma e della zia), bottiglie, sedie, sgabelli ed infissi (per accendere dei fuochi); stare in mezzo alla via faceva paura. Entrarono anche in casa nostra, lanciarono le sedie della cucina contro le finestre spaccando i vetri, ci dettero un'occhiataccia, rubarono tutte le posate, disfarono i letti per frugare dentro i materassi ed uscirono, trascinandosi dietro anche un sacco di patate che trovarono in cantina. Passati anche quei giorni di terrore, a villa De' Buoi gli austriaci installarono poi un grande comando: c'erano un ospedale, uno stallone pieno dei cavalli dei gendarmi e una mensa; di continuo andavano e venivano soldati e ufficiali, quest'ultimi anche con le automobili e le carrozze. Là stavano bene, alcuni soldati addirittura un giorno uccisero a fucilate un grosso maiale, lo trascinarono per strada, facendo molto chiasso ed usando come portantina due frondosi rami di pioppo, fino al giardino della villa, poi lo cucinarono intero, budella e tutto, usando come "griglia" un erpice, sotto il quale avevano acceso un fuoco che alimentarono con la legna di un grosso albero appena abbattuto. Gli austriaci ci avevano requisito subito tutta la farina e portarono via anche il raccolto, c'era molta fame così noi bambini andavamo spesso a cercare cibo dentro la grande villa: ci mettevamo in fila, con piatti di stagno, pentolini di rame, vecchie scodelle di ceramica scheggiate, davanti alla porta secondaria della cucina militare e aspettavamo: i cuochi ci allungavano sempre qualche piccola razione a testa di pane, biscotti secchi, brodo o pezzetti di carne lessa. Ma la fame era davvero tanta, e per anni il nostro stomaco non riuscì mai ad essere, come noi avremmo voluto, veramente sazio "da esplodere", come si dice adesso.Così noi bambini (non tutti, solo i più furbi!) entravamo di nascosto nelle stalle dei cavalli, ci tuffavamo dentro le greppie e frugavamo per interi pomeriggi tra la paglia e il fieno in cerca di carrube, alimento che gli austriaci davano alle loro bestie e che invece per noi, allora, aveva un valore inestimabile.Nell'estate 1918, quando furono mandati a San Michele i cavalli di un reggimento di cavalleria proveniente dal fronte del Piave, col frugare in mezzo a quella paglia, in cui a volte c'erano larghe chiazze di sangue, presi, insieme a un gran numero di altri bambini, la scabbia: mi si riempì il corpo di pustole e per farmi curare la mia famiglia dovette portarmi a Valdobbiadene, dove c'era l'ospedale che aveva le vasche di acqua e zolfo apposta per la mia malattia; per fortuna là avevamo dei parenti che ci accolsero, sennò chissà dove saremmo andati a stare! Il viaggio fino a Valdobbiadene lo fecimo col carro, e per dormire venivano poggiate per terra verticalmente e coperte con lenzuola e tende le grandi tinozze che avevamo portato via per lavarci così noi bambini potevamo rintanarci dentro. Un giorno cadde una bomba d'aereo sull'argine che costeggiava la strada che stavamo percorrendo, a pochi metri dal carro: in silenzio, restammo tutti immobili a fissarla: era di metallo lucido, grande come una bottiglia, ruzzolò giù per l'erba con una fumata bianca e si fermò in mezzo al selciato. Non scoppiò, per fortuna non scoppiò. Ritornammo a San Michele giusto in tempo per assistere alla liberazione, nei giorni della ritirata nemica (nell'ottobre- novembre 1918, in seguito alla Battaglia di Vittorio Veneto, n.d.r.), mentre noi fummo sfollati dentro la villa De' Buoi (ormai abbandonata dai gendarmi, che furono i primi ad andarsene), passarono, diretti a Latisana, i resti dell'esercito austriaco, tutti soldati slavi e ungheresi pieni di fame, coperti di stracci, senza più armi nè volontà, che andavano a caccia di cibo con una voracità impressionante, tanto che uccisero e fecero a pezzi per mangiarli, anche in mezzo alla strada, persino i loro cavalli. Sul ponte di Latisana, buttato giù l'anno prima e ricostruito dagli austriaci a pelo d'acqua con barche e tavoloni, potevano passare solo pochi uomini per volta così là davanti si creò una gran confusione e un gigantesco ingorgo di soldati, carri, cavalli, cannoni: una notte passarono degli aerei italiani che bombardarono l'argine e fecero decine e decine di morti. Le prime avanguardie italiane che raggiunsero San Michele furono i bersaglieri e i cavalieri: mentre alcuni proseguirono veloci verso Latisana altri dettero la caccia e circondarono le centinaia di soldati austriaci sbandati, poi i nostri liberatori passarono in mezzo a tutte le donne che facevano festa, mandavano baci ed applaudivano dalle finestre e sulla strada, arrivarono anche gli aerei e un dirigibile che ci passò lento sopra le teste. Ritornati a casa la trovammo nuovamente sfasciata, coi mobili senza ante nè porte e in solaio mio padre scovò tre soldati austriaci feriti; li portammo giù e mia madre gli cucinò del riso col latte. Uno di loro, me lo ricordo come fosse ora, pallido, magro, coi capelli tagliati a zero, non riusciva a stare seduto sulla panca, disperatamente cercava di sussurrare debolmente qualcosa in tedesco, parole come:"doctor, mutter, mutter" - e mentre mamma lo imboccava quello morì, schiantando con un tonfo la testa sul piatto.Subito dopo passarono un autocarro della Croce Rossa e un carro coperto da un telone dipinto di nero: mentre il primo veniva fermato da gruppetti di persone che ci caricavano sopra i soldati austriaci feriti, che ormai giacevano ammucchiati l'uno sull'altro, il secondo passava di casa in casa, scendevano un paio di uomini, che avevano un fazzoletto legato sopra al naso e alla bocca, infilavano i morti sotto il telo e ripartivano, per fermarsi subito dopo. Dopo la vittoria del nostro esercito passarono per tanti giorni dei reparti di soldati, tutti allineati, con elmetti, piume ed armi scintillanti, accolti dalla popolazione festante con lanci di fiori e coriandoli, con bandiere italiane esposte sui balconi e striscioni appesi agli alberi e ai pali e in più vennero date a tutti delle piccole bandierine tricolori di carta, da sventolare al passaggio delle truppe. Tutti volevano dimenticare la brutta avventura della guerra, ma era impossibile, con l'inverno davanti e tutte le finestre rotte!!"

 

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