Archivio Galasso Massimiliano
Io sono nato a Cesarolo, nella via della Manuzza, che quella volta era una delle zone più popolate del paese perchè c'era un grosso gruppo di case di contadini che lavoravano i campi e coltivavano le canne vicino alle rive del Tagliamento: i Pizzolitto, gli Urban, i Bianchin, i Galasso e i Colle, nel bosco. In famiglia eravamo io, mia mamma, mio padre, mia sorella grande Maria, che aveva già 10 anni, mio fratello Mario, che aveva un anno più di me, i nonni e tutti i miei zii e le zie, che si erano sposate con gli uomini delle famiglie che avevano le case lì vicino così ci ritrovavamo sempre tutti insieme.
Quando scoppiò la guerra io ero piccolo e non ho proprio ricordi nitidi; non mi ricordo il momento in cui mio papà Beniamino ci lasciò per andare soldato, nel 15, ma ricordo che si stava male perché si sentiva la sua mancanza da casa. Quando lo rividi avevo già otto anni e in un primo momento mi sembrò un estraneo. Per la guerra partirono anche i miei zii e a casa eravamo rimasti solo noi bambini e le donne, senza più uomini c'era tanto lavoro da fare, tanto che mia sorella e mia mamma non avevano un attimo di pace, tra la stalla, con le bestie da governare, la campagna e la casa. Noi bambini si andava a scuola un giorno sì e due no e scorazzavamo per gli argini, o davamo una mano nella stalla, o a preparare il mangiare, a raccogliere canne o fieno.
Del 1917 ho invece ricordi più precisi; di quando un giorno vennero a dirci che mio zio Vittorio era disperso e che c'era poco da sperare, perchè probabilmente era morto, e di quando, dopo pochi mesi, arrivò il prete in bicicletta a dirci che lo zio Antonio era morto sul Carso. Mio papà era soldato in fanteria, avevo tanta paura che gli succedesse qualcosa, non sapevamo quasi niente di dove era e di come stava, forse lui neanche sapeva che erano morti i suoi fratelli: quegli anni di guerra sembrarono lunghissimi.
Poi venne la fuga dalla Manuzza, perché stavano avanzando gli Austriaci, dopo la rotta di Caporetto dell'autunno 1917, e tutti quelli che stavano vicino al Tagliamento andarono via da casa: mia madre raccolse i pochi soldi che aveva dentro il fazzoletto, prese dei sacchi e li riempì coi nostri vestiti e partimmo sopra un carro con mio zio Abele, che non aveva ancora vent'anni, e mia zia con i suoi figli. Gli altri parenti scapparono a rifugiarsi a Baseleghe o a Lugugnana, mentre noi decidemmo di metterci in strada assieme alle famiglie del paese che volevano scappare. Ho ricordi confusi di quei giorni caotici, pioveva a dirotto e viaggiammo nel carro, sotto una coperta, per molti giorni, diretti anche noi verso il Piave. Per strada incontrammo lunghissime file di soldati infangati che marciavano, cannoni e carrette ferme, mucche e cavalli morti ed immondizie di tutti i tipi dentro i fossi.
Finalmente raggiungemmo una stazione, ma era piena zeppa di soldati: chi armato di tutto punto che marciava a piedi e a cavallo lungo i binari, chi senza armi né cappotto, c'erano quelli che si arrapicavano sopra i vagoni, che si cuocevano il brodo accendendo fuocherelli con le sedie e che russavano beati sui divani del treno.
In treno, dopo una decina di giorni di viaggio, durante i quali ci fermammo varie volte, tra cui una in Toscana, raggiungemmo il sud Italia, precisamente Castelvetro, in Basilicata, paese che accoglieva sfollati del Veneto, cioè la gente come noi che non aveva voluto restare a casa mentre c'era l'avanzata austriaca; durante il viaggio noi profughi ricevevamo da mangiare dalla Croce Rossa, che ci attendeva in ogni stazione.
A Castelvetro non si stava male, ritornai ad andare a scuola e mio zio Abele andò a fare il servitore a casa del sindaco, che subito si affezionò a lui: quando arrivò allo zio la cartolina per chiamata alle armi il sindaco se la fece consegnare e immediatamente avviò le pratiche opportune per esonerarlo dal servizio: - Tu resti qua con me, lascia che la guerra se la facciano gli stolti - gli disse quel grande uomo, e forse gli salvò la vita.
Poi anche mio padre, verso la fine della guerra, fu spedito a finire il servizio laggiù, vicino alla famiglia e lontano dal fronte: aveva già 41 anni e si era fatto tre anni di trincea. Così nacque mia sorella Antonietta, che si chiama come lo zio che morì sul Carso l'anno prima.
Finita la guerra, dopo l inverno del 1918, ritornammo a casa; non era rimasta completamente incustodita perché tre mie zie e i nonni erano restati là, ma la stalla e il porcile erano vuoti e la cantina era stata saccheggiata: era sparito il cibo, le bottiglie erano state rotte, la terra del pavimento era viola di vino incrostato e le botti, crivellate di colpi, erano sfasciate. Sapemmo anche che una mia zia, che non abitava con noi bensì in una casa isolata vicino al Cavrato, fu picchiata e derubata da dei soldati austriaci che cercarono anche di violentarla mentre lei stava andando a Cesarolo per comperare il pane. Intanto suo marito era in guerra, e non gli fu detto nulla per anni.
Il papà e gli zii Agostino e Giuseppe, ritornati a casa, parlarono poco della guerra, dicevano che si combatteva con la baionetta e che dentro le trincee sul Piave gli arrivava l'acqua fino alle giberne, che era dura e che bisognava farsi coraggio. Dopo la guerra sapemmo anche per certo che lo zio Toni era morto di ferite ed era stato seppellito laggiù e zio Vittorino era disperso durante una grande battaglia, tutti due sul Carso, un nome che faceva paura.
Da ragazzo andavo ogni volta con mio padre quando facevano la messa per i Caduti davanti al monumento, quel giorno fasciavano il cippo con una grande bandiera tricolore e sotto, dove sono incisi i nomi, venivano appoggiate dalle vedove e dagli orfani decine di fotografie incorniciate dei propri uomini morti in guerra, con medaglie e corone di fiori. Anche molti miei amici di scuola erano orfani di guerra, o avevano il padre lontano, mutilato o in sanatorio. Poi, dopo messa, mio papà andava vicino al cippo, si metteva davanti al lato dove sono incisi i nomi dei suoi due fratelli minori morti, e lo fissava a lungo, accartocciando e stringendo forte il cappello tra le mani, mentre io pregavo in silenzio.