Antonio de Curtis in arte TOTO’ (1898-1967)

Di Galasso Massimiliano

Totò nacque a Napoli nel 1898; il padre, il marchese De Curtis, da subito non lo riconobbe come proprio figlio (lo farà solo nel dopoguerra) e crebbe con la madre Anna Maria Clemente, che lo rinchiuse in un collegio, da cui uscì prima del tempo perché attratto già da allora dai teatrini rionali che tempestavano Napoli, dove iniziò pure a lavoricchiare come imitatore e macchietta comica.

Nel 1914, al compimento dei 16 anni, Antonio Clemente si arruolò volontario nel Regio Esercito, non per una sua propensione alla vita militare (e lo dimostrerà in seguito) ma più verosimilmente per avere la certezza di avere almeno un pasto al giorno.

Dal Distretto Militare di Napoli Totò venne assegnato al 22° Reggimento di Fanteria “Cremona” di stanza a Pisa. Il rigore della vita militare lo opprimeva, non tollerava i soprusi dei suoi superiori ed era refrattario ad ogni comando e alla vita militare in genere. Raccontò Totò durante un’intervista:

-Le mie avventure di ginnasiale finirono assai presto, e ingloriosamente.

Né si può dire, per la verità, che le mie esperienze militari abbiano avuto un esito migliore. Ero poco piú che un ragazzo quando mi presentai, volontario, al Distretto. Fui assegnato al 22' fanteria, di stanza a Pisa, e quindi distaccato a Pescia. Il rancio era una schifezza: brodo che sembrava acqua e pasta che sembrava colla. Allora, un giorno, sapete cosa faccio? Gioco all'equivoco, sissignori, gioco. A Pescia, dico, chi mi conosce? Vado dal barbiere, mi faccio fare la tonsura come un sacerdote e corro in trattoria.

Là ci stava un amico mio al quale avevo già raccontato tutto. "Buonasera, reverendo", mi dice,"si accomodi, si accomodi. Vedrà che qui si trova bene. Ho già pensato io a raccomandarla al padrone". Mangiai, infatti, benissimo, e mi fecero anche uno sconto per riguardo al pastore d'anime. Andai avanti così per un pezzo, poi un giorno arrivò un cappellano militare (vero) e successe un quarantotto.-

Poi scoppiò la Grande Guerra, e dai centri di mobilitazione ed addestramento i militari vennero destinati ai vari fronti di guerra. Antonio De Curtis venne trasferito al 182° Battaglione di Milizia Territoriale, unità di stanza in Piemonte e destinata a partire per il fronte Francese. Prima della partenza il loro comandante di battaglione li avvertì che avrebbero dovuto dividere gli alloggiamenti in treno con un reparto di soldati marocchini dalle note, e temute, strane abitudini sessuali. Totò rimase terrorizzato e alla stazione di Alessandria improvvisò un attacco epilettico per essere ricoverato all'ospedale militare e non partire verso la Francia. I medici militari gli credettero, non fu processato per simulazione d’infermità ma tenuto in osservazione all’Ospedale militare per un breve periodo di tempo. Da lì passerà all'88° Reggimento Fanteria “Friuli” di stanza a Livorno. La leggenda vuole che proprio in questo periodo coniasse il motto destinato a diventare celebre: "siamo uomini o caporali?", stufo dei continui soprusi perpetrati nei suoi confronti da parte di un graduato ottuso, a cui probabilmente non andava tanto a genio quel soldatino napoletano che entrava ed usciva dagli ospedali militari con patologie cardiache e nevrotiche sempre abilmente simulate per restare in retrovia

-Durante le punizioni - racconta Totò nel suo libro di memorie “Siamo uomini o caporali” - che mi toccava scontare, rimuginavo in me un rancore senza fine nei confronti dei caporali, verso coloro cioè che, muniti di un'autorità immeritata e forti di una disciplina che impone ai sottoposti l'obbedienza senza discussione, esercitano tali loro meschini poteri con un atteggiamento da piccoli Ezzelini da Romano. Contrapponevo a essi gli uomini, le persone, cioè, che sanno adoperare la loro autorità senza abusare dei poteri loro concessi-.

Terminata la guerra, Totò per un periodo si stanzia a Roma, viene congedato dalla ferma ma i suoi legami con il Regio Esercito e soprattutto con quella disciplina e quel rigore che si divertiva a canzonare ad ogni occasione, non erano terminati, come raccontò Michele Izzo:

“Durante la prima guerra mondiale, Alfredo Buonandi era militare con mansioni di furiere. Dopo essere stato al fronte con un ospedale da campo, lo destinarono ad un ospedale militare della Capitale, in una fureria con il grado di sergente. La sera era solito andare al teatro con gli amici, colleghi sottufficiali, così ebbe occasione di conoscere un impresario, capo comico che aveva adottato un ragazzo di nome Antonio Clementi. Il giovane adolescente, per guadagnare la mancia si adoperava a riservare i posti a questi sottufficiali che erano presenti tutte le sere. Una sera il ragazzo gli chiese: "Sergè m'avisseva prestà na divisa da surdato per sabbato sera" (Sergente mi dovreste prestare una divisa da soldato per sabato sera), al chè loro gli chiesero il motivo, la risposta fu "Sabato io debutto in questo teatro e canto una macchietta da soldato" e loro: " veramente? E che canti? Sai cantà tu?, rispose "si canto Totonno se ne va, e poi saccio fa pere è mosse come il De Marco, me laggiò imparato, ogni volte che papà lo scritturava io da dietro le quinte lo seguivo attentamente, me laggiò imparato e faccio come fa lui", gli altri: "Veramente? Staremo a vederti", (i movimenti legnosi della marionetta a colpi di grancassa, prima di Totò sulla scena le faceva il comico eccentrico di varietà napoletano Gustavo De Marco, attivo negli anni fine 'ottocento ai primi del novecento). Fu così che gli prestarono la divisa, il giovanissimo Antonio diete prova del suo talento artistico su di un palcoscenico romano ed ebbe un grosso successo.”

 

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