Il passaggio sul ponte del Tagliamento durante la ritirata di Caporetto nelle impressioni del barone britannico Huge Dalton, già ufficiale dartiglieria e Cancelliere nel secondo dopoguerra, edite in Gran Bretagna nel 1919 sotto forma del diario di guerra With British Guns in Italy A Tribute to Italian Achievement.
di Galasso Massimiliano
traduzioni della dott. Loperfido Magalì
Nella primavera 1917 giunsero a Venezia, provenienti dal porto Alleato di Folkestone (GB), 10 batterie di cannoni di medio calibro del Royal Garrison Regiment britannico destinate al fronte dellIsonzo. Durante la Disfatta di Caporetto furono protagoniste di una rocambolesca fuga, attraverso le strade e i ponti (quello di Latisana) che portano verso il Piave, assieme alle migliaia di soldati della II e III Armata travolti dagli austrotedeschi che dilagarono in pianura. Tra gli ufficiali comandanti di batteria cera anche il tenente dartiglieria Huge Dalton (1887-1962), che tenne un diario dove annotò gli avvenimenti accadutagli in quellanno di guerra. Dalton, che ricoprì poi importanti cariche politiche in Gran Bretagna (fu Cancelliere dello Scacchiere tra il 1945 e il 47 e Ministro dellEconomia), pubblicò il suo diario in Inghilterra nel febbraio 1919, ma lopera ebbe poca diffusione e non ci risulta ci siano edizioni in Italiano. Qui di seguito vengono riportati proprio i capitoli in cui parla del passaggio del Tagliamento tra Latisana e Portogruaro, nellottobre 17, in mezzo alla caotica ritirata del Regio Esercito e con il rischio di venir catturati dal nemico. I brani sono stati tradotti dalla versione originale inglese dalla dott.ssa Magalì Loperfido.
CAPITOLO XXII
DA SAN GIORGIO DI NOGARO AL TAGLIAMENTO
Nella notte del 30 ottobre, lasciai i nostri cannoni sotto la sorveglianza di Leary, deciso ad andare fino a Latisana, per vedere se avessi potuto trovare qualcuno e far fare qualcosa per smuovere le cose. Avevo fatto poca strada quando incontrai Bixio, un capitano dell'artiglieria di montagna, assegnato ai quartieri generali di Raven. Era tornato per veder quanto fossero rimasti indietro i nostri cannoni più arretrati. Lo vidi diverse volte durante la ritirata. Più di una volta fece un buon lavoro nel riportare ordine nella confusione. Aveva un aspetto magnifico, quasi Mefistofelico, con occhi scintillanti, arrabbiati, la sua aria decisa, i suoi gesti rapidi, il suo alto corpo avvolto in un ampio mantello e il suo cappello d'alpino, con l'unica, lunga penna. Mi disse che tutto il traffico lungo la strada verso Latisana era stato bloccato tre ore prima per lasciar scorrere il traffico da nord, poichè da quella direzione l'avanzata del nemico era più minacciosa.
Continuai a camminare e trovai un'ambulanza della Croce Rossa britannica bloccata nel traffico. Parlai per alcuni istanti col conducente, che mi diede un pezzo di torta e del vino. Quando raggiunsi Latisana, trovai il traffico che si riversava lungo la strada dal nord. Attraversai il ponte sul Tagliamento e guardai giù lampia, rapida corrente che brillava di sotto. A quella vista, la speranza balenò di nuovo dentro di me. Qui, alla fine, dissi a me stesso, c'è un bell'ostacolo naturale. Ci dirigeremo qui e staremo lontani, e l'invasore non andrà oltre.
Mi avevano detto che c'erano alcune baracche sul lato destr o, proprio sopra il ponte, dove c'erano i nostri uomini, dove 1' A.S.C. avrebbe consegnato le provvigioni e lo Stato Maggiore aveva fissato un raduno. Perciò, mi aspettavo di trovare il maggiore e la nostra pattuglia appiedata, o, per lo meno, qualcuno di un'altra batteria, o qualcuno dello Stato Maggiore di Raven o del Generale. Ma là non c'era niente, nessuna truppa britannica, nessuna razione e nessuno Stato Maggiore! Solo la pioggia incessante e una fiumana confusa di truppe italiane, principalmente artiglieria campale, che si affrettavano da una parte all'altra del ponte.
Non c'era nient'altro da fare che tornare indietro. Le sentinelle sul ponte cercarono di fermarmi, ma insistetti che dovevo vedere qualche ufficiale d'artiglieria in carica. Mi indirizzarono al Quartier Generale, dove trovai il colonnello Canale che controllava i movimenti delle batterie, guardando dritto davanti a sè, con occhi pesanti, che non comprendevano, come una persona schiacciata sotto il peso di un'amara umiliazione.
Chiese dove fossero i nostri cannoni. Gli dissi che si stavano avvicinando, ma erano bloccati nel traffico. Mi disse che al momento era vietato lasciar passare dei mezzi in quella strada, ma che avrebbe fatto il possibile. Gli chiesi se c'erano nuovi ordini. "No", disse, "solo andare avanti oltre il ponte e avanzare il più velocemente possibile verso Portogruaro". Lo lasciai, e trovai tre dei nostri, della pattuglia del Maggiore, che erano rimasti indietro, addormentati sul pavimento di una fucina. Dissi loro di attraversare il fiume e di aspettare me e i cannoni sulla strada per Portogruaro. Chiesi ad un caporale italiano se a Latisana ci fosse da qualche parte la possibilità di avere da bere. Pensava di no, ma mi diede una bottiglia piena di caffè freddo, brandy e zucchero in quantità all'incirca uguali. Era un'ottima bevanda, ma un po' troppo dolce.
Ritornai lungo la strada verso i cannoni. Alcune case nei dintorni della città stavano bruciando furiosamente. Il traffico stava cominciando a muoversi, molto lentamente e con frequenti fermate. Avevo con me due soprabiti quando partimmo da Pec. Entrambi erano già da tempo fradici, e in quel momento avevo sulle spalle una coperta prestatami da Medola. Anche questa era ora completamente zuppa. Nei campi da entrambi i lati della strada la Fanteria stava sotto la pioggia, addormentata, sognando, forse, di Roma, o la Sicilia, o la baia di Napoli. L'alba di un nuovo giorno stava nascendo, fredda, umida e infelice, simbolo di questa grande, lunga tragedia.
Non ero andato lontano quando incontrai quattro dei nostri uomini che portavano su una barella il corpo dell'artificiere sergente della batteria dello Stato Maggiore. Si era addormentato su uno dei cannoni, e quando questo si era mosso, era caduto in avanti, a testa in giù, sotto le ruote del cannone, che gli erano passate sopra, lungo tutto il corpo, schiacciandolo a morte. Dissero che morì prima che potessero tirarlo fuori. Era un brav'uomo, molto abile, pieno di coraggio e spirito. L'ultima cosa che aveva fatto per me fu preparare ogni cosa per rendere i cannoni inservibili nel caso avessimo dovuto abbandonarli. Non c'era alcuna possibilità di dargli una sepoltura decente lì, ma misi il suo corpo su un carro da trincea vuoto, che veniva trainato da autocarro di un'altra batteria, e misi due uomini a sorvegliarlo. Lo seppellirono l'indomani o il giorno dopo ancora in un cimitero vicino Portogruaro.
Verso le sette di mattina, mentre mi stavo ancora facendo strada attraverso il traffico in direzione dei nostri cannoni, venne riferito che pattuglie della cavalleria nemica erano state avvistate a nord, ed era stato aperto il fuoco. Per un momento ci fu della confusione e del panico, ma venne organizzato prontamente uno schema di difesa. Nessuno aveva immaginato che potessero essere così vicini. Trovai Bixio che radunava alcuni fanti, con parole eloquenti e grandi gesti, e un maggiore della fanteria italiana, calmo e sorridente, stava disponendo una truppa di copertura di mitraglieri e fucilieri da un capo all'altro della strada e lungo una barriera cinquecento iarde più a nord. Tutto era pronto per mettere i nostri cannoni fuori uso. Non c'era altro da fare, se il nemico fosse apparso, poichè non avevamo più munizioni, ed era impossibile proseguire finchè l'intero blocco del traffico di fronte a noi non fosse stato spostato avanti. Ma dissi a Bixio che non avrei fatto nulla ai cannoni a meno che non ci fosse stata qualche prova che il nemico si stesse realmente avvicinando con una superiorità di forze.
Il nemico, in ogni caso, non riapparve, e il miglior esempio di una rapida gestione del traffico che avessi finora testimoniato durante la ritirata ebbe luogo. La strada a nord fu alla fine liberata a Latisana, e le autorità ci diedero la loro attenzione. Apparve una squadra di soccorso e i trattori e gli autocarri vennero riforniti di benzina. I carri civili con ancora i conducenti venivano fatti procedere, quelli che erano stati abbandonati venivano rovesciati su un lato nei fossati, e i cavalli morti e le macerie dei bombardamenti, così come i brevi momenti di panico, vennero allo stesso modo tolti dalla strada. Nuove squadre di conducenti trasportavano tutti i mezzi che ancora funzionavano. Il resto finiva nei fossati sopra i cavalli morti e i carri abbandonati. I carichi più pesanti venivano divisi tra due o più trattori. In un tempo sorprendentemente breve, l'intera folla cominciò a muoversi.
Qui mi separai da Medola, che era stato per noi un buon amico. I nostri cannoni ebbero una nuova trattrice ed io mi sistemai accanto al conducente. E così alla fine entrammo a Latisana. Il nostro nuovo autista era immensamente entusiasta, ma molto eccitato. Mi disse che due suoi fratelli erano stati uccisi in guerra Ed aveva chiesto, quando la ritirata cominciò, di venir trasferito dal Trasporto Meccanico alla Fanteria,. Quelluomo mi disse, aveva sentito il generale Petitti, che era il comandante dei reparti del nostro esercito, dare l'ordine che tutte le batterie britanniche venissero trasportate per prime oltre il fiume e in seguito le italiane. Dissi che non capivo il motivo di questa preferenza, ma che, in ogni caso, lui stava conducendo gli ultimi tre cannoni britannici. Questo gli fece un piacere enorme. In quel momento ero avvolto in una nuova ed asciutta coperta italiana, che avevo preso da un carro abbandonato sul ciglio della strada.
Il nostro trattore, meno entustiasta del suo conducente, si rompeva continuamente. Si sparse la voce che il ponte era già stato fatto saltare in aria, e ci furono delle urla disperate da un gruppo di donne, che si affrettavano dietro di noi. Alla fine girammo l'ultimo angolo e arrivammo in vista del Tagliamento. Il ponte era ancora intatto. I generali italiani si affrettavano avanti e indietro, gesticolando e dando ordini. Il generale Petitti mandò un attendente per chiedermi se i miei erano gli ultimi cannoni. Gli dissi di sì. La nostra trattrice si ruppe tre volte proprio sul ponte. Ma alla fine eravamo dall'altra parte. Uno della nostra pattuglia aveva una bandiera italiana e la sventolava gridando "Viva l'Italia!", Poco tempo dopo il ponte venne fatto saltare, con un'esplosione che venne udita per miglia.
CAPITOLO XXIII
DAL TAGLIAMENTO A TREVISO
Seppi più tardi che il maggiore e la sua pattuglia avevano raggiunto Latisana il giorno prima. Winterton si era unito a loro vicino Muzzana. Avevano marciato per quarantotto ore praticamente senza cibo, riposandosi solo per tre ore e in soste casuali. Erano stati grandiosi, ma erano completamente sfiniti, e il maggiore, che era il più stremato di tutti, mi disse in seguito che lo aveva commosso vederli avanzare a fatica- alcuni di loro troppo anziani o troppo deboli per far parte della fanteria - e sentirli cantare:
- " A che serve preoccuparsi?
- Non ne è mai valsa la pena.
- Quindi fai fagotto dei tuoi dispiaceri nel tuo vecchio sacco,
- E sorridi, sorridi, sorridi."
Lo spirito degli uomini nella ritirata da Mons non fu migliore dello spirito di questi nostri uomini. A Latisana salirono su un treno per Treviso.
Era all'incirca l'ultimo treno in servizio. La mia pattuglia, sebbene fosse da più tempo sulla strada, ebbe per lo meno la possibilità di percorrere gran parte sui trattori e sui cannoni.
Una volta attraversato il Tagliamento, i nostri trattori non solo continuarono a rompersi ogni poche centinaia di iarde, ma svilupparono anche la sgradevole abitudine di prendere fuoco. Due volte spegnemmo il fuoco con gli estintori e prodotti chimici, e una terza volta con del fango. Decisi di non rischiare una quarta volta, e così ci trascinammo a lato della strada e ci fermammo. Mandai avanti il sergente maggiore della batteria su un autocarro diretto a Portogruaro con una nota per il maggiore chiedendo che un altro trattore venissi mandato indietro, e mandai anche Avoglia al quartier generale italiano più vicino per vedere se lì fosse stato possibile procurarci un trattore.. Eravamo fermi in cima ad una collina sulla strada che correva lungo l'argine ovest del fiume. Eravamo letteralmente al di là del fiume, ma avremmo potuto essere uno splendido bersaglio per l'artiglieria nemica che avanzava sul lato più lontano. Un buon sistema di trincee correva lungo il lato della strada, ed era ora presidiato dalla fanteria italiana. L'artiglieria campale era in posizione dietro di loro. I nostri uomini approfittarono della sosta forzata per recuperare carburante, accendere dei fuochi e fare del tè. Eravamo ancora fermi al tramonto. Poco dopo che il buio era calato alcuni italiani salirono e ci dissero che stavamo bloccando la strada, il che non era vero, poiché eravamo ben a lato. Ma poichè né Avvolga ne il sergente maggiore erano ancora tornati con un nuovo trattore, e poichè gli italiani dissero che ci avrebbero rimorchiato, acconsentii cordialmente al tentativo. Attaccarono un trattore con un pesante autocarro come rimorchio al nostro trattore incendiario e ai nostri tre cannoni. Chiesero di fare un tentativo per accendere anche il nostro trattore, ma riuscii a persuaderli che era inopportuno. Quindi misero in moto solamente il loro trattore. Con mia grande sorpresa, cominciammo a muoverci. Era una macchina magnifica, e avanzava splendidamente in avanti, contraria a tutte le leggi che limitavano la sua capacità, rumoreggiando e facendo ritorno di fiamma, sotto lo sforzo inusuale, per miglia attraverso il buio. Poi la luna cominciò a sorgere, e, per la prima volta dall'inizio della ritirata, era piacevole e limpida. Potevamo solo andare piano e restammo in panne di tanto in tanto, ma tutto andò bene, finche non facemmo bruscamente dondolare il lungo treno attorno ad un angolo e gli ultimi due cannoni caddero in un fossato.
Mentre stavamo cercando di tirarli fuori, un maggiore inglese, che chiamerò Star, apparve. Veniva da Portogruaro con la notizia che cinque nuovi trattori stavano arrivando, e che altri cannoni britannici erano caduti in un fossato più avanti. Perciò ringraziai l'ufficiale addetto al trattore e all'autocarro italiani per tutto quello che aveva fatto per noi e gli consigliai di andare avanti e lasciarci lì, poiché la nostra posizione era, sì, spiacevole ma non più critica. E così fece.
Star aveva dipinto un vivido quadro di Portogruaro. Tutti i cannoni britannici, disse, erano parcheggiati assieme nella piazza e c'era un ampio granaio vicino, pieno di uomini felici con abbondanza di razioni e paglia. Così, sembra, gli aveva riferito una persona con grande immaginazione. Raggiungemmo Portogruaro nella notte del 31 Ottobre. La luna era tramontata ed era molto buio. Alcuni di noi fecero una ricerca scrupolosa in piazza. Ma non c'erano cannoni britannici, nessun granaio, ne paglia, ne razioni. Fermai i cannoni appena fuori l'entrata della città e dissi agli uomini di mettersi a dormire. Poco dopo l'alba ci svegliammo tutti molto affamati. Distribuii praticamente tutto quello che rimaneva delle nostre razioni, un po' di manzo lesso in scatola, qualche biscotto e ancora meno tè. Poiché desideravo lavarmi e, ancora più urgentemente, radermi, andai in una casa e chiesi in prestito del sapone e un asciugamano. Un gruppo di anziane donne terrorizzate sui riunì attorno a me, indecise se fuggire o rimanere. Dissi loro di restare, perché allora prendevo come certo il fatto che la linea del Tagliamento avrebbe resistito. Spinsero verso di me caffè e pane, e le sentii ripetere più e più volte, una all'altra, la mia rassicurazione che il nemico fosse ancora lontano e che non sarebbe arrivato a Portogruaro. Fu difficile non piangere.
Star arrivò durante la mattina e assunse il comando. Non c'era bisogno, disse, di affrettarsi. Avremmo fatto meglio a riposarci per un giorno. Fece in modo di farci ritirare le razioni dal Comando Italiano di Tappa. Treviso doveva essere il luogo della nostra prossima sosta. Fummo un po' disturbati durante la mattinata da aerei nemici che gettavano bombe sulla città, ma nessuna cadde molto vicino a noi. Nel pomeriggio ci muovemmo e parcheggiammo i nostri cannoni vicino alla stazione con quelli delle altre batterie britanniche, che erano arrivati prima di noi. I bombardamenti continuavano, e quel pomeriggio furono più seri che nella mattina. Una bomba cadde in una casa, piena di uomini di altre batterie, e causò delle vittime. Fu solo fortuna che i miei uomini non si trovarono in quella casa in quel momento. Fortunatamente avevo litigato, come fanno due uomini stanchi, con uno degli ufficiali dell'altra batteria, riguardo l'uso comune della cucina, e i miei uomini, quando glielo chiesi, avevano deciso che preferivano, come sempre, "mantenere il controllo della situazione" e non "ingozzarsi con altre batterie". A quel sentimento d'indipendenza alcuni di loro dovevano probabilmente la vita.
Nel pomeriggio arrivò all'improvviso Raven e ci disse che aveva predisposto di mandarci a Treviso in treno. Caricammo i nostri cannoni sui carri e attendemmo diverse ore nel cortile della stazione il treno promesso. Faceva freddo ed era umido e ancora più bombardieri volavano sopra di noi. Sentii che avevano bombardato la stazione per le ultime tre notti, ma non fu colpita mentre noi ci trovavamo lì. Il treno partì alle 9.30 di sera. Leary, un altro ufficiale ed io cercammo di dividere una coperta umida. Eravamo troppo fradici e infreddoliti per dormire. Io camminavo su e giù la carrozza tentando di scaldarmi. Bombardarono i binari diverse volte durante il nostro viaggio, e una volta, quando una bomba cadde vicina al nostro treno, si sparse la voce che il macchinista se n'era andato e ci aveva lasciato lì fermi. Ma non era vero. Avanzammo lentamente, con molte fermate.
Sembrò un viaggio interminabile. Ma alle otto del mattino dopo, il 1 di Novembre, arrivammo a Treviso.
- Fotografie
- 1.Il tenente Huge Dalton
- 2. Novembre 1917, truppe italiane di fanteria in attesa davanti al ponte ferroviario di Latisana (UD) durante la ritirata di Caporetto
- 3. Novembre 1917, cannone da 149 mm abbandonato presso Muzzana del Turgnano (UD) durante la ritirata della II e III Armata italiana dopo la battaglia di Caporetto
- 4. Fine Ottobre 1917, un reparto del Genio Pontieri italiano in fuga verso il Piave mentre transita lungo le vie di Fossalta di Portogruaro