Il tenente Adolfo Zamboni durante la sua carriera militare ebbe numerosi contatti con personaggi e personalità di una certa importanza per quanto riguarda il periodo della Grande Guerra, raccogliendo documenti e testimonianze di indubbio valore storico. Il materiale d'archivio del tenente Zamboni, che man mano viene alla luce è messo gentilmente a disposizione di cimeetrincee dall'omonimo nipote. Per accedere alla pagina e poter consultare i vari documenti cliccare sull'apposita icona a fondo pagina.

Adolfo Zamboni

LA TESTIMONIANZA DI UN CORAGGIOSO UFFICIALE DI FANTERIA DURANTE LA GRANDE GUERRA

di Galasso Massimiliano

Adolfo Zamboni nacque a Berra (Ferrara) il 2 marzo 1891; a metà degli anni '10, la sua numerosa famiglia si trasferì in località Terzo Bacino, verso la foce del Tagliamento, dove il padre Giovanni era stato assunto come gastaldo dalla Società di Bonifica. Il giovane Adolfo si divise così tra Padova, dove frequentava con profitto l'Università, e la sua " povera casetta, dove tante volte, ritornando dagli ardui studi, ho portato un raggio di luce", come egli scrisse. Nel 1912 ottenne il rinvio della chiamata alle armi per motivi di studio, ma l'8 giugno 1915, dopo l'entrata in guerra dell'Italia e la mobilitazione generale, Adolfo fu chiamato dal Distretto Militare di Padova. Il 10 giugno del '15 entrò alla Scuola Allievi Ufficiali di Complemento di Modena, da cui uscì sottotenente dell'Arma di Fanteria il 17 settembre dello stesso anno per venir temporaneamente rimandato a casa in attesa di essere assegnato per il servizio di prima nomina ad un reparto impegnato in Zona di Guerra. E proprio dentro l'ambiente familiare della casa di Terzo Bacino, al momento della partenza per il fronte, ha inizio il suo diario di guerra, in data 25- IX- 1915: "LA PATRIA CHIAMA. [...] devo partire. Ahimè ! Come evitare a mia madre un dolore così intenso? Come rassicurare il cuore d'una madre la quale vede partire il figlio per la guerra? [...] Povera gente: e dire che io rappresento tutte le loro speranze; ho studiato col frutto dei loro sacrifici; [...] Mio padre mi fa salire sul biroccino e rompe ogni indugio; egli non parla, ma nel suo rude cuore si deve combattere la più dolorosa del le lotte. Mando un addio alla mia povera casetta [...] Mando un addio a mia madre, destinata a seguire con angoscia le vicende del suo figliolo lontano. Se mi sarà concesso rivederla, troverò nel suo volto le tracce del diuturno dolore e vedrò i suoi capelli incanutiti anzi tempo." Sfornati dai corsi accelerati di Modena, quei giovani ufficiali vennero frettolosamente inviati a tappare gli spaventosi vuoti aperti nei quadri di comando dei reparti di fanteria duramente (ed inaspettatamente, secondo i calcoli del Comando Supremo Italiano) decimati l'estate precedente sul Carso. Adolfo fu aggregato al 141° Reggimento Fanteria, che - insieme al gemello 142° - formava la Brigata Catanzaro, un'unità che si era già coperta di gloria di fronte al monte San Michele e che per tutta la guerra venne mandata sempre nei punti più "caldi" del fronte per l'affidabilità ed il gran valore dimostrato. In mezzo al fuoco di pallottole e granate il 3 ottobre 1915, a Sdraussina, prestò giuramento di fedeltà nelle mani del colonnello comandante il Reggimento. Da allora mai mancò a quel giuramento, prodigandosi per fare sempre il suo dovere e per farlo fare al meglio ai suoi uomini, per la gran parte valorosi ma irrequieti contadini del Sud (" tirar fuori una parola chiara da questi benedetti Calabresi era una impresa disperata", scrisse), che trattava con severità, ma a cui cercava anche, rincuorandoli ed aiutandoli, di lenire i disagi interiori e a cui sapeva dare fiducia e infondere sicurezza. Infatti, come testimoniato anche dalle motivazioni delle decorazioni, egli sapeva come guadagnarsi l'affetto e la fedeltà dei suoi soldati e come farsi da loro obbedire. Nel '15 la speranza di vita di un ufficiale inferiore comandante di un reparto di linea impegnato in azioni offensive nella zona del monte San Michele del Carso non arrivava ad un mese. Fu così che il sottotenente Zamboni vide morire al suo fianco già durante le offensive dell'autunno-primavera molti tra i suoi compagni di scuola e di accademia: "sono con me due cari amici universitari: Appiani e Bergamasco, [...] studenti di medicina [...] avendo a sdegno l'offerta di entrare in Sanità, vollero combattere con le fanterie e con le fanterie morirono: il primo quindici giorni dopo, col 139° Reggimento a Bosco Lancia, il secondo sull'altipiano di Asiago, nella controffensiva del giugno 1916. [...] c'è accanto a me un giovane bruno, della mia età, [...] si chiama Scotti. Egli è mesto, onde io gliene domando amichevolmente la cagione. - Sento che morrò nella prima battaglia - mi risponde tristemente. Infatti, il 21 ottobre, appena uscito dalle trincee di Bosco Cappuccio, una pallottola di fucile austriaco lo colpì alla tempia e lo fece cader fulminato al suolo." Nel gennaio 1916 il Reggimento venne trasferito ad Oslavia, a nord di Gorizia, per contrastare una controffensiva austroungarica. Il terreno era talmente sconvolto che impressionò profondamente il giovane ufficiale : " soldati uccisi e quasi interamente coperti dal fango o calpestati dai compagni che nella notte eran mossi all'attacco; [...] miseri resti umani lacerati dai colpi dei grossi calibri; [...] e questo triste spettacolo si offriva allo sguardo dei nuovi accorrenti, i quali, salendo incontro al nemico, pensavano che di lì a poco potevano accrescere con le loro carni a brandelli l'orrore e lo strazio di quella misera scena. [...] quel suolo, ch'era stato fertile di vigne e di frutteti, ora emanava un nauseabondo odore di carne in sfacelo." Il 18 maggio 1916 la Brigata venne trasferita d'urgenza presso Asiago, per arginare la grande offensiva austroungarica. Durante un contrattacco alla baionetta in prossimità della cima del monte Mosciagh per riconquistare una batteria di cannoni italiani catturata dal nemico, Adolfo, alla testa dei suoi uomini, venne colpito da una fucilata che gli trapassò la coscia e fu ferito da un'altra fucilata anche ad un piede, ma non volle abbandonare il suo posto. Per questo episodio, citato dal Bollettino del Comando Supremo, che costituì il primo successo da parte italiana dopo le gravi sconfitte subite al'inizio della Strafexpedition, Adolfo Zamboni meritò la sua prima medaglia d'argento al valor militare . Trasferito dall'Ospedale di Vicenza a quello di Padova, riuscì a presentarsi all'Università, dove il 20 giugno si laureò in Lettere con una tesi sul Sommo Poeta. Rientrò al reparto il 26 luglio, dopo 20 giorni di convalescenza passati a casa, per partecipare alla sanguinosa offensiva di agosto del Regio Esercito italiano sul Carso (durante la quale persero la vita oltre 10.000 soldati e che portò alla conquista di Gorizia e del monte S. Michele): dopo la battaglia, del 141°, che conquistò e difese per giorni, sotto il tiro continuo delle artiglierie, Cima 1 del monte San Michele, non restò che un pugno di soldati feriti senza quasi più comandanti. Qui il sottotenente Zamboni, uno dei pochi ufficiali sopravvissuti, ricevette la seconda medaglia d'argento al V.M. Il 12 ottobre 1916 il 141° fu impegnato in altri combattimenti presso q.208 ed il coraggioso comportamento di Adolfo Zamboni in quell'azione, svoltasi sotto una pioggia di granate, venne segnalato al Comando Supremo e gli fece guadagnare la promozione a tenente per merito di guerra, motivata anche dal fatto che egli si era già trovato a comandare e guidare in azione centinaia di uomini i cui ufficiali erano stati uccisi. Nella primavera 1917, dopo un inverno passato tra le fangose trincee del basso Carso e sporadici periodi di riposo in Friuli, la Brigata Catanzaro partecipò alla 10a offensiva sull'Isonzo (" la più sanguinosa, se anche non sortì i migliori effetti. L'artiglieria nemica fece strage dei nostri reparti prima ancora che potessero raggiungere la linea di combattimento") lungo i settori Hudi Log - Lukatic e regione dell'Hermada, e dopo venti giorni di battaglia venne mandata a riposo. Il 16 luglio di quell'anno nei baraccamenti di Santa Maria la Longa alcuni soldati della Brigata si resero protagonisti di un ammutinamento per protesta contro lìingiusta riduzione dei turni di riposo dopo mesi e mesi di pesantissimi disagi e perdite sofferti in trincea e dopo gli innume revoli atti di valore in battaglia. In seguito a sentenza del Tribunale Straordinario di Guerra furono fucilati 28 uomini (tra cui 12 estratti a sorte tra i soldati della 6a Compagnia del 142° Reggimento, che si era ribellata in massa). In quel periodo il tenente Zamboni, già reduce da quasi due anni di fronte, ufficiale distintosi non solo per il valore ma anche per le ottime capacità di comando ed organizzative, venne scelto per ricoprire incarichi burocratici presso il Comando di Brigata. Benchè potesse così sfuggire ad altre fatiche, sofferenze e rischi mortali, egli non volle abbandonare i suoi uomini, conscio del fatto che per loro, semplici fanti, davanti c'erano solo altre battaglie ed altri mesi di trincea. Preferì rimanere in mezzo a loro e rifiutò. "Sarò sciocco. Pazienza; al mondo non siamo tutti furbi. E' forse bene che sia così" rispondeva ai colleghi che lo disapprovavano. Nell'estate 1917 il "Corriere Cittadino" di Padova, dopo la concessione allo Zamboni della seconda medaglia d'argento al V.M., pubblicò sulla sua storia un articolo intitolato: Un giovane romagnolo degno del suo "dolce paese", in cui vennero riportate le motivazioni alle decorazioni al V.M. e le circostanze in cui era stato ferito. Nelle prime righe si legge: "Non è inopportuno il riferire qui brevemente alcune cose, ignote a tutti, di un giovane romagnolo, schivo di ogni nomea e pubblicità, il quale da qualche anno vive nel Veneto, ed ha studiato e si è onorevolmente laureato in Lettere presso la nostra Università. Premettiamo l'augurio che non solo questo giornale non capiti in mano ad alcuno dei suoi cari ma non trapeli specialmente all'orecchio della madre di lui, la quale, dopo due interi anni da che egli si trova in mezzo ai più duri cimenti e ai più gravi pericoli, ancora non sa e non pensa ch'egli sia stato alla fronte e quindi ignora tutto quello che segue e che onora altamente suo figlio: il tenente dott. Adolfo Zamboni." Il 17 agosto 1917, durante una cerimonia solenne svoltasi alla Villa Reale, il Presidente francese Poincarè lo fregiò con la Croce di Guerra con le Palme (una delle più alte decorazioni francesi, di cui fu insignito anche l'asso dell'aviazione Francesco Baracca). Appena un mese dopo la tragica notte dell'ammutinamento e delle fucilazioni di Santa Maria la Longa i fanti della Catanzaro ritornarono ad essere ingaggiati nell'ultima delle grandi battaglie dell'Isonzo, l'11a, che combatterono nella zona della foce, di fronte a Trieste, presso la Quota 145 del monte Hermada e che fu per tutti, in varia maniera, l'ultimo supplizio carsico. Lo fu per il tenente Taliani, restato con l'amico Zamboni uno dei pochissimi ufficiali superstiti tra quelli arrivati al fronte nel '15, che fece " una irruzione violenta fin sulla vetta dove, appena giunto, cadde fulminato; nel suo corpo furono notati 12 fori di pallottola di mitragliatrice." Lo fu per il 141° Reggimento, che venne impegnato per vari giorni in attacchi e contrattacchi e "soltanto quando i reparti non contarono più nè ufficiali nè sufficiente numero di gregari, il 141° ritornò a riposo. Ma questa volta insieme col riposo venne anche il cambio di fronte tanto auspicato e tanto bramato: però, quelli che legittimamente avrebbero dovuto fruire del beneficio non esistevano più da un pezzo. E lo fu anche per il tenente Adolfo Zamboni, preso prigioniero dopo un'accanita lotta in mezzo ad una bufera di scoppi, di fuoco e di schegge delle rocce sbriciolate dalle granate durante il contrattacco austriaco su Q.145 il giorno 4 settembre 1917. Venne condotto in Austria, nel Kriegsgefangenenlager di Mauthausen, campo di prigionia per militari e ufficiali italiani, dove le condizioni di vita erano pessime per lo scarso cibo e le violente epidemie di tifo portate da prigionieri russi e serbi. In prigionia egli si ammalò gravemente, venne dichiarato invalido (apicitico di 2° grado) dalla Croce Rossa e rimpatriato via Svizzera il 12 ottobre 1918. Giunto in Patria fu ricoverato per lungo tempo in ospedale (prima a Cuneo poi a Bergamo) e rientrò al Deposito del 48° Reggimento a Catanzaro Marina solo nel marzo 1919. Non lo rimandarono al suo 141° Reggimento, nel quale comunque non avrebbe più ritrovato quasi nessun viso conosciuto: dal luglio 1915 al settembre '18 questa unità contò 85 ufficiali morti e 119 feriti e 2.575 soldati morti o dispersi e 6.223 feriti, e tenendo conto che un Reggimento a ranghi completi contava circa 3.000 soldati e 70 ufficiali, quelli tra loro che sopravvissero a tutti e tre gli anni di guerra furono davvero pochissimi. Il 18 dicembre 1918 gli venne concessa la Croce al Merito di Guerra e il 29 agosto '19 ricevette la terza medaglia d'argento al Valor Militare, per l'azione dell'agosto dell'anno precedente sul Carso. Rinunciò alla carriera nell'esercito come ufficiale in servizio permanente attivo; il 4 settembre '19 fu inviato in licenza temporanea e il 3 settembre 1923 venne posto in congedo illimitato, col grado di capitano di complemento. Gli venne conferita la Croce di Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia. Nel dopoguerra, ritornato per un breve periodo a Cesarolo dai genitori e poi trasferitosi definitivamente a Padova per conseguire una seconda laurea, in Storia della Filosofia, ed iniziare la sua quarantennale carriera d'insegnament o al Liceo Scientifico, scrisse il diario-testimonianza "Scene e figure della nostra Guerra"" (pubblicato nel 1922), il volumetto storico-diaristico "Il 141° Reggimento Fanteria nella Grande Guerra" (edito nel 1929 e 1933) e "Pellegrinaggio al Carso" (stampato nel 1934), in cui raccolse ricordi e riflessioni scaturiti da una sua visita ai campi di battaglia. In tutte queste opere non mancò mai di elogiare i suoi commilitoni e di mostrare profonda ammirazione e commossa gratitudine verso il sacrificio dei suoi uomini, quei "soldatini dalla parlata tanto diversa e così schivi di convenzioni", che "all'ingenuità e al candore quasi puerili univano il coraggio e la risolutezza dei forti", cercando di fissarne anche le intime vicende, di coraggio, povertà e umiltà. Era infatti convinto che "meminisse iuvat", che ricordare giovi, che testimoniare il sacrificio di quella generazione faccia bene. Sono in tal modo arrivate fino a noi alcune tra le storie delle migliaia di fanti analfabeti del "profondo Sud" mandati a morire in Friuli, storie tutte tristemente uguali, che non sono state sommerse dal vischioso fango rosso del Carso. Egli, schivo com'era, lasciò tuttavia nell'ombra i molti atti di valore, coraggio e altruismo compiuti da lui stesso, vicende altrettanto, e forse ancor di più, degne di un ricordo imperituro.


Motivazioni delle tre medaglie d'argento al valore

2559

ZAMBONI Adolfo

da Berra (frazione Cologna) (Ferrara)

sottotenente reggimento fanteria

Quale aiutante maggiore in seconda, fu sempre solerte ed ardito coadiutore del comandante del battaglione. In una brillante azione compiuta dal reggimento, si portava ripetutamente, sotto un violento fuoco avversario e con mirabile sprezzo d'ogni pericolo, nei punti più battuti e minacciati della linea occupata dal battaglione, incorando con la voce e con l'esempio i soldati, finchè cadde gravemente ferito.

Monte Mosciagh, 27-28 maggio 1916

 
4309
ZAMBONI Adolfo
da Berra (frazione Cologna) (Ferrara)
sottotenente reggimento fanteria
Con risoluto e calmo contegno e con mirabile fermezza, sotto l'intenso fuoco nemico, fermava, radunava e riconduceva al combattimento dei militari dispersi, incitandoli con la parola e con l'esempio alla lotta.
Monte San Michele, 6 agosto 1916
 
4793
ZAMBONI Adolfo
da Berra (frazione Cologna) (Ferrara)
tenente 141° reggimento fanteria (M.M.)
In una operazione eccezionalmente difficile, coadiuvava con molta efficacia e impareggiabile coraggio il proprio comandante di reggimento nel riordinare e nel condurre le truppe al possesso di ben munite posizioni, che brillantemente raggiungeva tra i primi. Sempre ed ovunque nobile esempio di elette virtù militari e profonda dedizione al dovere.
Regione dell'Hermada, 19-22 agosto 1917

Motivazione della Croix de Guerre francese con le palme

CITATION A L'ORDRE DE L'ARMEE
 
Le Lieutenant d'Infanterie ZAMBONI Adolfo,
Comme adjudant ,major in second, a toujours été un précieux collaborateur du commandant de bataillon. Pendant une brillante action de son régiment, s'est porté à plusieurs reprises sous le feu violent de l'adversaire avec un mépris admirable du danger, sur les points les plus battus et les plus menacés de la ligne occupé par le bataillon, en encourageant ses hommes par son exemple jusqu'à ce qu' il tombat grièvement blessé.
(Ordre N° 6513 <D> du 18 mars 1918)

Au Grand Quartier Général

Le Général Comm. en Chef

P.O. Le Major Général

Anthoine

Délivré par le Maréchal de France,
Commandant en Chef les Armées de l'Est
Pétain


 

ELENCO ONORIFICENZE E RICOMPENSE TENENTE ADOLFO ZAMBONI

141° Reggimento Fanteria - Brigata Catanzaro guerra 1915 - 18

NOTE

1) Con Regio Decreto 25 Maggio 1915 N° 753 Venne stabilito il numero massimo di 3 medaglie d'argento o d'oro conseguibili. Per le ulteriori azioni di valore era previsto l'avanzamento di grado. Questa limitazione venne abolita con R.D. 15 Giugno 1922 N° 975.

2) Iscrizione nel Registro dei grandi decorati al V. M. dell'Istituto del Nastro Azzurro (R.D. 31 Maggio 1928 N° 1308

3) Nel corso della guerra 1915-18 su 5.039.000 militari arruolati si contarono 357 decorati con 3 medaglie d'argento (statistiche Pubblicazione Nazionale - ed. Vallecchi, Firenze, 1922)


PROFILO DI ADOLFO ZAMBONI , combattente, patriota, filosofo, educatore (1891 – 1960)

di Adolfo Zamboni jr.

Adolfo Zamboni nacque a Cologna Ferrarese il 2 marzo 1891, figlio maggiore del castaldo Giovanni. Durante la giovinezza passata nelle bonifiche del ferrarese e del basso Tagliamento entrò a contatto con la misera classe bracciantile, che al principio del ‘900 andava prendendo coscienza sociale e politica. La povertà in cui era precipitata la sua numerosa famiglia a seguito della malattia del padre lo maturarono precocemente. Dure prove contribuirono a temprare il suo carattere: tra queste l’attraversamento su una piccola barca del vorticoso fiume Po spesso in piena ed immerso nelle nebbie, per recarsi al ginnasio di Adria.
Dopo tante fatiche e sacrifici sostenuti (1) da lui solo, privo di ogni mezzo, stava per laurearsi in Lettere all’Università di Padova quando la Patria lo chiamò a compiere il suo dovere ed egli rispose con entusiasmo. Sulla durezza della guerra che lo aspettava non si faceva illusioni: era consapevole che i pericoli erano molti e gravi (1) . Anch’egli tuttavia, come i migliori della sua generazione, come Emilio Lussu e come Adolfo Omodeo, si era accostato alla guerra con fresco animo risorgimentale (2) , con una mazziniana cristallina coscienza del dovere quotidiano da compiere. (2)
Risultato tra i primissimi del suo corso alla Scuola di Modena e nominato sottotenente di complemento, prestò sempre servizio nel 141° Reggimento Fanteria. Questo reggimento insieme al gemello – il 142° - formava la brigata Catanzaro, che venne impiegata per quasi due anni e mezzo come unità d’assalto sul Carso, prendendo parte a tutte le azioni, oltre ad essere inviata a frenare l’offensiva austriaca sull’Altopiano d’Asiago tra la fine di maggio e l’inizio di giugno del 1916. Lo Zamboni comandò dapprima il 4° plotone dell’8a compagnia del II Battaglione, per poi divenire aiutante maggiore del Battaglione e quindi del Reggimento.
In trincea l’amor patrio ed il radicato senso del dovere di quel giovane ufficiale, addolciti dal suo sorriso bonario ed aperto e dallo scherzo di sapore e tono bonariamente romagnolo (3), si accostarono alla profonda umanità di quei soldati poveri figli di una regione abbandonata (4). Ed a quei suoi soldati calabresi fieri e indomiti, cresciuti nella religione del dovere e del lavoro, che non conobbero la viltà (4), che soffrivano e morivano in quella tremenda guerra di trincea, quel tenente ventiquattrenne seppe offrire non solo una guida sicura, ma anche comprensione, solidarietà, giustizia. Egli si guadagnò così il rispetto e l’affetto di quegli uomini che apparivano selvaggi, ed erano pieni d’affetti nobilissimi; all’ingenuità ed al candore quasi puerili univano il coraggio e la risolutezza dei forti; sembravano diffidenti, ed aprivano tutto il loro animo a chi sapeva guadagnarsi il loro amore (4). E quei soldati che un piccolo servigio, una cortesia usata loro, rendeva fedeli, arrivarono ad affrontare per lui e con lui il pericolo con indifferenza.(4)
A lui perfettamente si attaglia la Dichiarazione di Pietro Jahier (5): Altri morirà per la storia d’Italia volentieri … ma io per far compagnia a questo popolo digiuno che non sa perché va a morire, popolo che muore in guerra perché “mi vuol bene”, “per me” nei suoi sessanta uomini comandati, siccome il giorno che tocca morire.
Partecipò a tutti i sanguinosissimi combattimenti che il suo Reggimento affrontò dalla 3a alla 11a Battaglia dell’Isonzo (Bosco Cappuccio, San Martino del Carso, Oslavia, Monte San Michele, Nad Bregom, Hudi Log, Nad Logem, Quota 208 Nova Vas, Hermada, Lukatic) e sull’Altipiano d’Asiago (Monte Mosciagh). Non potè invece prendere parte agli accaniti scontri che il 141° Fanteria sostenne a fianco dei Granatieri sul Monte Cengio, estremo baluardo a difesa della pianura veneta, perché era rimasto gravemente ferito durante l’attacco alla baionetta con cui la sua Compagnia, con audace azione nella notte tra il 27 ed il 28 maggio 1916 riprese una batteria di cannoni italiani catturata dal nemico. Per quel fatto d’armi (che ebbe grande risonanza nell’intera Nazione trepidante e fu immortalato anche in una copertina de La Domenica del Corriere) il Reggimento ottenne il raro onore di una medaglia d’oro e di una citazione sul bollettino del Comando Supremo e da quell’episodio trasse il proprio motto: su Monte Mosciagh la baionetta ricuperò il cannone.
Nel corso della guerra lo Zamboni fu decorato con tre Medaglie d’Argento al Valor Militare per le azioni sul Monte Mosciagh (27-28 maggio 1916) , sul Monte S. Michele (6 agosto 1916) e sull’Hermada (19-22 agosto 1917) e con la Croce al Merito di Guerra ed ottenne la promozione a tenente per merito eccezionale di guerra (12 ottobre 1916).
Fu tra i pochissimi soldati italiani (insieme a Francesco Baracca e Gabriele d’Annunzio) ad essere insignito della Croix de Guerre avec Palme , che gli fu consegnata durante una grande rivista militare dal Presidente della Repubblica Francese Poincaré, alla presenza del Re d’Italia e dei generali Cadorna, Porro e Capello, e fu citato a l’ordre de l’Armée dal Maresciallo Petain.
Ebbe l’alto onore, rarissimo per un tenente poco più che ventenne, di ricevere la Croce di Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia per benemerenze di guerra.
Il tenente Zamboni fu fatto prigioniero durante la controffensiva austriaca, che seguì all’offensiva italiana (11a Battaglia dell’Isonzo) durante la quale il 141° Fanteria aveva dato nuovamente il solito altissimo contributo di valore e di sangue.
Quando subì l’attacco del nemico (alle 4:30 del mattino del 4 settembre 1917, dopo un furioso cannoneggiamento), il Reggimento stava tenendo con soli 150 provatissimi superstiti ben ottocento metri di trincea presa agli Austriaci in uno dei punti più importanti e battuti del Carso, la quota 145 Nord dominata dalla cosiddetta fortezza dell’Hermada e con alle spalle le paludi del Lisert (vicino a Monfalcone). Quei pochi e stremati fanti resistettero all’attacco del nemico, ma altrettanto non riuscirono a fare il 65° e 66° Fanteria (brigata Valtellina), schierati alle ali del 141°, che vennero colti disorientati nel delicatissimo momento del cambio, che avevano dato proprio quella notte.
Il 141° Fanteria – ormai circondato dal nemico e privo di rinforzi e di rincalzi - dovette arrendersi, dopo una eroica ma inutile resistenza, dopo che era stato catturato il colonnello comandante e ferito gravemente e fatto prigioniero perfino il generale comandante la brigata Catanzaro. Anche il tenente Zamboni venne preso alle ore 7 di quel tragico, mattino dopo aver ordinato – come ultima disperata misura di difesa –all’artiglieria italiana di battere le proprie trincee, dopo aver distrutti i cifrari ed i documenti riservati del Comando e dopo aver invano tentato di farsi strada con la forza per sfuggire alla cattura.
Un nuovo sacrificio, la prigionia, attendeva quei giovani fanti, che tuttavia poterono affrontarla a testa alta.
Dopo una lunga e dura marcia a piedi e poi in treno fino a Lubiana, dove fu rinchiuso in una nuda cella con luridi giacigli (6), il tenente Zamboni venne condotto nel Kriegsgefangenenlager di Mauthausen (vicino a Linz), poi trasferito nei campi di prigionia di Spratzen (presso Pölten) e di Winterbach, in bassa Austria, vivendo tra gli stenti, la fame nera (6) e le malattie, causate anche dalle pessime condizioni igieniche.
Ammalatosi gravemente, fu ricoverato nell’ospedale del lager di Spratzen e poi in quello di Mauthausen. Il padre di un suo soldato (che egli - sfidando la morte - era andato a recuperare ferito nella terra di nessuno), per riconoscenza si interessò presso la Croce Rossa Svizzera affinché quell’ufficiale che gli aveva salvato il figlio venisse rimpatriato in quanto invalido. Il ten. Zamboni giunse così in Patria il 12 Ottobre 1918, quando la guerra volgeva ormai al termine, e fu lungamente ricoverato in vari ospedali.
Su invito dei suoi superiori passò al servizio attivo permanente, ma presto lasciò la carriera militare per abbracciare quella dell’insegnamento, verso la quale era spinto da una vera vocazione.
Della guerra e delle sue esperienze di combattente non amava parlare e quando – di rado - lo faceva era soltanto per ricordare i memori pellegrinaggi sul Carso da lui compiuti in solitudine. Lasciò però alcuni scritti. La redazione quotidiana del Diario Storico del Reggimento era stata tra i vari compiti a lui affidati in guerra. Egli potè quindi valersi delle minute manoscritte che aveva conservato, unitamente ad appunti ed impressioni annotate nei taccuini personali, per trarne delle memorie, prive della retorica tipica di quel tempo, tra cui spiccano alcune opere edite pochi anni dopo la fine della guerra: Scene e figure della nostra Guerra (pubblicato nel 1922 a Milano per i tipi della Casa Editrice R. Caddeo & C., con una bella prefazione del celebre commediografo Giannino Antona Traversi Grismondi, capitano dei Lancieri di Montebello, che aveva voluto combattere insieme ai fanti ed era stato camerata del tenente Zamboni sull’Hermada), Il 141° Reggimento Fanteria nella Grande Guerra (edito dapprima a Padova nel 1929 dalla Libreria Editrice A. Draghi di G.B. Randi & F. e poi nel 1933 in edizione ampliata da Guido Mauro Editore a Catanzaro), Pellegrinaggio al Carso ( (stampato nel 1934 anch’esso da Guido Mauro Editore a Catanzaro).
Si era laureato brillantemente in Lettere nel 1916, discutendo la tesi durante la convalescenza presso l’Ospedale Militare di Padova per la grave ferita riportata nel combattimento sul Monte Mosciagh. Finita la guerra si stabilì definitivamente a Padova, dove fu docente di Storia e Filosofia al Liceo Scientifico Ippolito Nievo, dalla fondazione dell’Istituto fino alla morte.
Era egli una gentile figura di studioso, che desiderava vivere tra i libri, tra gli studenti e nella famiglia, la vita tranquilla e pacifica che si conveniva al suo carattere. (7) Ma quando la coscienza gli impose di difendere interessi nazionali o dignità umana il mite studioso si trasformò nello splendido combattente dell’Altopiano di Asiago e del Carso, nel magnifico Resistente. (7) Così disse di lui, nella commemorazione tenuta in Consiglio Comunale Egidio Meneghetti (che era stato a capo del Comitato di Liberazione Veneto e Magnifico Rettore dell’Università di Padova), aggiungendo che Adolfo Zamboni era stato per lui amico, compagno di lotta e maestro (7).
Possedeva una profonda cultura, una mente aperta ed un profondo spirito critico, che gli fecero intuire fin dall’inizio a quale servitù dello spirito ed a quali calamità avrebbe condotto la dittatura fascista. Fermo oppositore del regime, dimostrando inflessibile coerenza fu l’unico tra i professori delle scuole padovane a rifiutare di iscriversi al partito fascista. Il suo profondo ideale di libertà e l’indomito senso di giustizia lo condussero ad aderire al movimento clandestino Giustizia e Libertà.
A dispetto degli assidua sorveglianza esercitata su di lui dalla polizia politica su direttive scritte impartite personalmente dal Capo della Polizia da Roma, tenne a lungo una rischiosa corrispondenza clandestina con altri intellettuali contrari al fascismo e confinati politici, procurandosi dall’estero e diffondendo giornali e libri proibiti.
Subito dopo l’occupazione militare nazista nel settembre del 1943 organizzò, come rappresentante del Partito d’Azione, il Comitato di Liberazione Nazionale Provinciale di Padova, di cui ospitò a casa propria le prime riunioni segrete. Fu responsabile dell’organizzazione militare ed animatore, tra le altre, della famosa Brigata Guastatori Silvio Trentin del Corpo Volontari della Libertà, che arrivò a contare oltre settecento partigiani combattenti.
Si attivò in particolare per sottrarre i soldati del disciolto Esercito Italiano all’internamento nei lager nazisti e per aiutare gli ebrei perseguitati ed i militari anglo-americani fuggiti dai campi di prigionia ad evitare la cattura da parte dei nazifascisti. Per questa sua instancabile opera, dopo la guerra il Maresciallo Alexander gli concesse il certificato as a token of gratitude for and appreciation of the help given to the Sailors, Soldiers and Airmen of the British Commonwealth of Nations, which enabled them to escape from, or evade capture by the enemy e gli Israeliti gli conferirono la medaglia con la dedica Gli Ebrei d’Italia riconoscenti.
Il 18 novembre 1944, tradito da uno dei collaboratori, venne portato a palazzo Giusti di Padova, il covo e carcere della famigerata banda Carità (un reparto speciale italiano al servizio delle SS germaniche comandato dal sanguinario Sturmbannfurer Mario Carità), dove sopportò senza piegarsi un calvario di interrogatori, sevizie e tormenti durato 161 giorni. In quelle tetre celle ritrovò alcuni dei suoi ex allievi.
Dopo la Liberazione fu per un paio d’anni Provveditore agli Studi di Padova, incarico che resse con trasparente integrità.
Nel dopoguerra si ritirò dalla politica, dopo il dissolvimento del Partito d’Azione, un partito in cui tra pochi spiriti generosamente democratici, di salda e purissima tempra, la borghesia capitalistica aveva gettato una massa di politicanti avventurieri (8).
Seguendo un certo percorso interiore, lo Zamboni filosofo e studioso pubblicò opere su Bacone (con la sua tragica visione dell’homo homini lupus in un mondo allo stato di natura dominato dal bellum omnium erga omnes), sul prediletto Platone (che ne La Repubblica sperava nell’avvento di un mondo migliore), su Leibniz (con la sua visione politica e sociale armonica ed ottimistica).
Con queste nozioni filosofiche, suffragate dall’esempio di un’esistenza integerrima (3), formò come uomini e come cittadini schiere di giovani, alla cui educazione aveva consacrato l’esistenza.
La morte lo colse d’improvviso il 7 gennaio 1960 mentre percorreva la via verso la scuola. Gran folla di cittadini partecipò ai suoi funerali. I componenti della Comunità Israelitica, che vi presero parte numerosi, sottolinearono che la loro presenza era espressione di fervida riconoscenza per tutto il bene che loro aveva fatto silenziosamente … nel momento del dolore e della persecuzione. (7)
Una via dedicatagli dalla città di Padova serba memoria delle sue doti di uomo, di educatore e di cittadino ed una lapide lo ricorda nel suo Liceo dove per quarant’anni aveva insegnato degnamente ed aveva illuminato schiere quasi innumerevoli di giovani. (7)..
 
NOTE
(1)Dal testamento di guerra, redatto il 28 settembre 1915, conservato al Museo del Risorgimento e di Storia Contemporanea di Milano.
(2) Adolfo Omodeo, Momenti della vita di guerra. Dai diari e dalle lettere dei caduti. 1915-1918, Giulio Einaudi editore, Torino, 1968
(3)Renato Bonivento, Ricordo di Adolfo Zamboni, da Memoria di Adolfo Zamboni, Tip. Messaggero, Padova, 1961
(4)Adolfo Zamboni, Il 141° Reggimento Fanteria nella Grande Guerra, Libreria Editrice A. Draghi di G.B. Randi & F., Padova, 1929
(5) Pietro Jahier, Con me e con gli alpini, ed. Vallecchi, Firenze, 1935
(6)Adolfo Zamboni, Relazione redatta al ritorno dalla prigionia, manoscritto conservato nell’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma
(7)Egidio Meneghetti, Commemorazione di Adolfo Zamboni, riprodotta da Chiara Saonara in Egidio Meneghetti – Scienziato e patriota combattente per la libertà, ed. C.L.E.U.P., Padova, 2003
(8)Concetto Marchesi, Scritti Politici, Editori Riuniti, Roma, 1958

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