L'anima del Fante

Manoscritto, datato 1928, del tenente Adolfo Zamboni,
aiutante maggiore del II battaglione del 141° reggimento fanteria, brigata Catanzaro

In tutte le città e in tutti i borghi d’Italia il fante ha un monumento – sia pure modesto – che ne perpetua la gloria e il sacrificio. La Nazione intese così di compiere doverosa opera di riconoscenza verso gli artefici principali della grande vittoria, di cui ricorre il X anniversario.

Ora, io mi sono più volte domandato: gli italiani che – non è dubbio – hanno magnificato, ed a ragione, l’eroismo dei nostri soldati, ne hanno proprio conosciuto l’animo infinitamente buono e generoso?

Mi sia permesso affermare che i palpiti più nobili dell’animo dei soldati sono rimasti disgraziatamente ignorati dai più: dico disgraziatamente, perché sono convinto che sarebbe stato molto educativo per i giovani (e per i grandi) conoscere oltre alle gesta dei fanti, l’animo dei fanti.

Ma chi mai avrebbe potuto offrire ai posteri un tanto tesoro di notizie? Chi avrebbe potuto essere così fortunato da raccogliere e tramandare – sia pure con inadeguata parola – l’inesauribile ricchezza di affetti che sgorgarono, in momenti tragici e solenni, dai cuori degli umili combattenti? Credetemi: le pagine più gloriose della nostra guerra sarebbero state proprio quelle; ma – ahimè – mancarono gli autori in tanta abbondanza di materia. Eppure, molti cronisti, molti fecondi cosiddetti corrispondenti dal fronte riempirono le colonne dei maggiori giornali e decantarono gli eroismi dei soldati. Si, ma senza conoscere, o conoscendo molto poco i soldati, perché quei signori – in genere – non avvicinavano i fanti nei periodi in cui questi erano esposti … ai calori del cannone e della mitraglia.

Ebbene, io non ho certo la pretesa di aver colti gli infiniti atteggiamenti dell’animo dei fanti: ma essendo vissuto coi fanti, nei diuturni tormenti della trincea per due anni interi, ho avuto la singolar ventura di patire e di gioire con essi, di essere il loro confidente ed amico. Non vi dovete meravigliare se vi dico che il mio animo provò i sentimenti pù nobili proprio durante quella vita comune di sacrificio e di gloria, perché io non ho mai provato come allora quanto sia bello e grande offrire e ricevere protezione, con una gara nobilissima il cui premio molto spesso consisteva nella morte del più generoso.

Io non ho mai sentito come allora quanto sia sublime il gesto di un umile soldato che offre il suo petto come scudo per salvarvi dalla morte sicura; non ho mai provato come allora quanto sia bello, nel supremo cimento, vedersi a fianco un povero reietto, cui si ha il merito di aver fatto provare un sentimento di dolce fraternità, di vederlo – dico – a fianco come un fedele custode che vigila per voi, e che è pronto a far gettito della vita, senza che voi gliela domandiate, appena il bisogno lo richiede.

Fante sublime, fratello infinitamente buono, quante volte io ti rammento, quando le piccole miserie mi opprimono; quante volte, prima di chiudere una faticosa amara giornata, rivolgo a te il pensiero contristato e attingo dal tuo ricordo forza e speranza alla vita!

Seguitemi, sul tramonto, nella trincea triste: è un’ora di pace e di raccoglimento: è l’ora in cui nella Patria, che pare così lontana, le mille campane suonano l’Ave Maria. Il combattente si raccoglie in se stesso e prega. Pensa ai cari lontani, e nel suo cuore si ridestano affetti soavi: dimentica le tribolazioni, il lungo calvario, e si lascia trasportare da vaghe speranze. Ecco: a piccoli gruppi i soldati, chini, in quest’ora di dolce ristoro, recitano il rosario. Ognuno ha in mano un sacro ricordo: chi percorre con le dita rosse di fango la lunga fila della corona; chi contempla un’immagine santa ricevuta con un bacio dalla madre prima della partenza; chi mira, con gli occhi bagnati di lagrime, il ritratto di qualche persona cara. E tutti insieme recitano l’Ave Maria: i più lontani raccolgono la voce o ripetono le ultime parole della preghiera. Così, in quei rozzi petti abituati alla lotta contro l’uomo, trova luogo la pietà; in quegli occhi, assuefatti a veder scorrere quasi con indifferenza il sangue, brillano le lagrime appena il pensiero della famiglia si ridesta più intenso nella pace della sera, appena il sentimento della religione li trasporta lungi dal campo della lotta, in un mondo dove dominano l’amore e la fratellanza.

Di notte, tra il via-vai nervoso di chi sale in trincea per dare il cambio ai compagni, o per portare loro il rancio ristoratore (quando il portar il rancio non costi la vita), tra il balenio improvviso degli shrapnel e l’urlo delle granate, vedete avanzarsi, lentamente, piamente i portaferiti reggendo – a fatica – la barella col corpo sanguinante, dolorante di un valoroso: ed i soldati che muovono verso la linea di fuoco si fermano e l’uno ripete all’altro con parola dolce e insieme imperiosa: “Fa largo: passa un ferito”; e se il gemente, reduce dalla fiera lotta, chiede al fratello che va a sostituirlo, lassù nell’infernale trincea dove egli ha lasciato un brandello di carne: “Per carità, un sorso d’acqua”; il fante si ferma, s’accosta alla barella e, con l’atto amoroso d’una madre che solleva il capo al figliolo infermo, porge alle labbra aride del ferito le ultime gocce d’acqua serbate nella borraccia. E la mano trema, il cuore sussulta.

Ecco procedere per l’aspro camminamento due fanti che reggono un pesante fardello: avvolta in un telo da tenda, irrigidita, giace una salma: i due pietosi portatori vanno alla ricerca, nella notte, di una dolina nel cui fondo poter scavare una povera fossa. Oh non giacerà senza una prece: il fante, nei brevi momenti di sosta, si curerà delle tombe dei compagni caduti. E’ commovente mirare un povero soldatino tutto intento a costruire un muretto intorno ai limiti della fossa, riempirlo di terriccio laboriosamente sminuzzato e poi, con diligente cura formare con sassolini una croce, oppure raccogliere elmi forati ed armi arrugginite per costruire trofei; talvolta sulla rustica croce viene affissa una immagine sacra davanti alla quale si inginocchia il soldato a pregar pace all’ignoto ivi sepolto e ad invocare dal Cielo che se mai la sorte lo destini al sacrificio, le sue ossa possano almeno essere raccolte in più indicato luogo, dove la madre o la sposa o gli orfanelli si rechino a deporre un fiore e a spargere una lagrima.

Se, mentre attraversa il campo nel quale per mesi e mesi arse la battaglia, il fante s’imbatte in un mucchio di povere ossa esposte all’insulto degli elementi, con mano delicata e quasi materna, le raccoglie, le sotterra, e le indica alla pietà dei commilitoni con un segno della nostra religione. Generosa pietà, pari a quella di una madre feltrina la quale, venuta a conoscere che la salma del suo figliolo doveva essere trasportata da un tumulo provvisorio ad un cimitero di guerra, si recò sul posto come in devoto pellegrinaggio, e quando furono disseppellite le ossa del suo diletto, le raccolse ad una ad una, se le mise in grembo e le andò a deporre nella nuova fossa, avvolgendole, con dolcezza, nel bianco lenzuolo che certamente essa aveva cucito con le sue mani e bagnato del suo pianto. Madre, tuttavia, fortunata al paragone di un’altra dolente che, recatasi sul luogo dove si presumeva fosse caduto, con molti altri, il suo figliolo, dopo aver invano esaminati amorevolmente ad uno ad uno parecchi crani, con atto di indicibile disperazione esclamò: “Sento orrore di queste mie mani, che forse hanno sfiorato la testa del figlio mio, e non l’hanno riconosciuto.”

Sotto la giubba lacera, sozza di fango e di sangue, il fantaccino ha un cuore delicato e generoso: tutte le cose gentili lo commuovono. Quando venne conquistata, nei primi mesi di guerra, la sponda sinistra dell’Isonzo, si trovarono parecchie case con la suppellettile ancora intatta, poiché le famiglie - in parte italiane – non avevano fatto in tempo a metter le loro robe in salvo. A Sagrado, ridente paesello della regione pedecarsica, un mio soldato entrò in una casetta con lo scopo di vedere se avesse potuto disporla a provvisorio alloggio; e poi che non lo vedevo ritornare, entrai anch’io, e lo scorsi davanti ad un cassettone, con gli occhi gonfi e la gola chiusa da una grande commozione. “Che t’è successo?” gli chiesi. Egli per tutta risposta mi indicò un cartellino incollato sul cassettone: eravi scritto a caratteri infantili: “Signori Italiani, rispettate questa casetta; anche il mio papà è alla guerra.”

Buono col compagno, il soldato nostro è buono anche col nemico. Lo ha vinto? basta; quando l’avversario non è più in grado di nuocere, diviene un uomo come tutti gli altri; e il fante lo sa bene.

Un giorno, durante l’assalto a un trincerone, vidi un soldatino lanciarsi furibondo contro un ufficiale nemico, che si ostinava a resistere: quando il piccolo calabrese stava per finirlo con un colpo di baionetta, si sentì l’avversario urlare in cattivo italiano: “Prego, ho figli”. “Mamma mia” esclamò l’assalitore “mo’ stavo facenno nu delittu”. E rivoltosi a me aggiunse: “E’ padre anche lui, come me, signor tenente”.

Non era animato da diversi sentimenti un altro fante, scelto tiratore, che prima di lasciar partire il colpo infallibile soleva dire sommessamente: “Madonna, salva me e anche lui.” Ma come? gli fu osservato un giorno: se sei così buon tiratore, perché vuoi invocare dalla Madonna che salvi l’avversario, che tu certamente colpisci? “Ma! – rispose – io devo fare il mio dovere; la Madonna lo può salvare.”

Il superiore che non si accosta al fante e non ne interroga il cuore, nei momenti in cui egli appare triste e malinconico può ben dirsi indegno di dividere con lui la gloria della conquista e del sacrificio.

Un giorno del tardo autunno 1915, mentre si stava a riposo, ma non tanto lontano dalla linea, così che si poteva vedere distintamente ciò che avveniva sul monte che denominavamo allora “il meledettissimo San Michele” e che doveva restare poi uno dei monumenti più sacri della nostra guerra, i soldati del mio plotone si divertivano a giocare a quello che i ragazzi chiamano il “gioco della bandiera”. In disparte, solo, sedeva e guardava distrattamente uno dei più anziani; si capiva che il suo pensiero era altrove. Mi accostai a lui, e gli chiesi: “Perché non giochi anche tu?” Non mi rispose, ma i suoi occhi si fecero lustri lustri. “Hai qualche dispiacere?” ribattei. “Signor tenente, balbettò, a quest’ora forse, laggiù nella mia casetta, i miei figlioletti giocano così.” “Ebbene – dissi – parlami di loro.” Il fante si illuminò in volto, sorrise, incominciò a parlare e, fatto certo che io prendevo interesse alle cose sue, sfogò tutto l’animo. Lo lasciai sereno, oserei dire contento.

Ma c’era qualcuno che poteva essere proprio contento lassù? Chi rispondesse affermativamente a questa domanda, c’è da giurare che non abbia mai visto gli orrori della guerra.

Ora, il fante è un grande filosofo, anzi il vero filosofo, e nessuno meglio di lui ha praticato la massima: à la guerre comme à la guerre. Si deve farla? E facciamola: tanto, chi ha paura e si preoccupa un po’ troppo, finisce per farsi ammazzare prima degli altri. Dunque, procuriamo di stare tranquilli; e se qualche idea nera passa per la mente, cacciamola subito. Come? Un goliardo ad una mensa scrisse un tempo : “Bevi che passa.” Il fante corresse: “Canta che passa.” E col canto passa la malinconia, passa il cruccio. La materia non può mancare; e del resto il fante è fecondo inventore. La vita del fronte insegna tante cose: per esempio, insegna che si può – così per ridere – mettere in caricatura e prendersi gioco di qualche altra arma o di qualche corpo che, o non fanno la guerra, o la fanno ma senza sostenere la parte più dura nella dolorosa immobilità della trincea, nel sanguinoso travolgimento dell’assalto. Non se n’abbiano a male i compagni più fortunati: il fante è giusto, e se nelle sue stornellate non risparmia nessuno, non risparmia neppure se stesso. Quando ha guardato ai difetti altrui, guarda anche ai propri, e non li tace.

Se l’alpino canta con iattanza:

La fanteria è troppo debole,
i bersaglieri son mafiosi,
noi baldi alpini siam coraggiosi,
e l’Austria intera farem tremar;
se l’artiglieria – l’arma dotta – canta con prosopopea
Quando s’avanza l’artiglieria
coi suoi cannoni spazza la via …

oppure

Fatti da parte fantocceria
che adesso passa l’artiglieria;

il fante sornione ascolta, medita e poi bolla nel suo canto tutte le armi, e intona sull’aria dell’inno a Oberdan:

Al Rombon han vinto gli alpini,
a Monfalcone i granatieri,
al Monte Nero l’artiglieria,
dallo Stelvio al mare la fanteria …
ed a Milano i cavalleggeri.

Ma l’artiglieria in modo speciale è bersagliata dal terribile fante, perché – povero diavolo – molto spesso con quei maledetti tiri, così detti di aggiustamento, veniva colpito alle spalle. Disgrazia, si sa; ma tutte le disgrazie capitano a lui! Almeno gli sia dato riderci sopra. Infatti, sentite come canta:

Quando spara l’artiglieria,
Dio ti salvi da morte ria:
in guardia alpino e bersagliere,
spara d’Italia il cannoniere.

Per non far torto a nessuno, te li piglia tutti e, in una sequela di stornellate romanesche – che hanno infinite varianti – sull’aria del “Sor Capanna” snocciola gli elogi di ciascun’arma. Così concia i bersaglieri (tra parentesi, quando passavano i bersaglieri con le penne al vento, il fante lanciava il suo rituale “chicchirichì”, e quei buoni ragazzi se la pigliavano non vi so dire quanto):

Si sa che ci ha le penne er bersajere
pe’ fare sur nemico assai impressione
è stato sempre er primo tra le schiere
pe’ conquistà qualunque posizione.
Sulle vette del Cadore
arriva dopo tre o quattr’ore:
dov’è che vada,
te pija sempre per un’antra strada.

Ma più accanito è contro l’artiglieria la quale – secondo il fante – aveva la colpa di non aprire bene i varchi nei reticolati nemici e di non accompagnarlo come si doveva durante l’avanzata:

Cadorna dice che per avanzare
ce vo’ l’azione dell’artijeria
che col suo fuoco deve preparare
l’azione che fa poi la fanteria.
Ma ar momento dell’azione
te puliscono er cannone
e cor sestante
te stanno a cercà er punto sur quadrante.

Quanto all’alpino, si riconosce che è veramente coraggioso, che non ha mai paura di pigliar le busse; infatti

… te sale er monte più pericoloso
cusì come se quasi gnente fusse.
Te conquista er Cavallino
poi lo pianta ar suo destino;
e poi se scusa
dicendo che er cavallo là non s’usa.

La Sussistenza? È indubbiamente il corpo preferito da quanti vollero la guerra: fornisce il pane e il vino inacidito e fa dormire il fante per terra, senza paglia. Però essa scialacqua alla mensa, mentre gli altri bevono acqua, e poi

sta brava gente
te chiede er cambio perché combattente.

La Sanità è una perla, in quanto presta le cure agli ammalati,

così che quei scampati dar macello
possibilmente venghino salvati.
 
Ma è un lavoro molto faticoso,
 
nun te dan manco er riposo;
e troppe vorte
invece de guarì te dà la morte.

Nei riguardi della cavalleria, il fante è addirittura spietato:

Quell’arma ch’è a cavallo e cià li sproni
cavalleria fin qui venne chiamata;
se fino ad ora se nettò i bottoni,
speriamo che al più presto sia appiedata.
Questa cosa farà bella
l’arma de la caramella.
Ma tu ce credi?
Vedrai che je faranno male i piedi.

Però c’è della brava gente che fa la guerra senza petulanza: costoro sono gli automobilisti, i quali

… pe’ tirasse fuor dai casi tristi
lontano dar cannon tengono stanza.
Ma se arrivano per sorte
verso dove c’è la morte,
non ce pensate,
saran le gomme subito sgonfiate.

Il Genio, l’arma ingegnosa:

… te combina l’invenzione
de fa sartà li fili e li paletti.
Consuma gelatina a profusione
e poi te li ritrovi lì perfetti.
Mette er tubo co la miccia,
poi a gambe se la spiccia.
Mondo stoppino,
chi poi riman … sonato è er fantaccino.

Niente paura: se si sbaglia, c’è chi rimedia a tutto: c’è lo Stato Maggiore che

… vede le cose giuste e le sbaijate,
e pe’ mette riparo ad ogni errore
più grosse te combina le frittate.
Pija in mano co li guanti
“riservato personale”;
pe’ fassi avanti
te buggera er colonnello o er generale.

Ed ora, o fante maldicente, guardati bene in faccia ed abbi il coraggio di dire cosa sei tu, che giudichi tanto severamente gli altri. V’ho detto che egli fa giustizia, ed ecco come:

Ma se tu voi sape’ chi è er più mijore
de tutti li sordati, è er vecchio fante;
ner Carso, ner Trentino e ner Cadore
n’ha fatte dell’azioni chi sa quante.
Te s’affaccia ar davanzale
de le vette trincerate,
e quando è in cima …
con un sol passo torna dov’era prima.

Voi potete bene immaginare che un simile tremendissimo parodiatore non poteva risparmiare gl’infiniti gradi della gerarchia militare, sia pure partendo dal più semplice, rappresentato dallo stesso fante, il quale così la ricostruisce:

‘O surdate, ‘o surdate come ‘o facimmo?
Tu piglia ‘o più scalcinato,
eccoti fatto nu surdate.
‘O surdate mo ce l’avimmo,
ma ‘o capurale come ‘o facimmo?
Nu surdate che scrive male
Eccoti fatto ‘o capurale.
‘O capurale mo ce l’avimmo,
‘o sergente come ‘o facimmo?
Tu piglia nu fetiente,
eccoti fatto lu sergente.
‘O sergente mo’ ce l’avimmo,
l’aspirante come ‘o facimmo?
Tu piglia n’ignorante,
eccoti fatto l’aspirante.

E su di questo passo fino al colonnello, al generale, a Cadorna.

E Cadorna mo’ ce l’avimmo,
e lo Stato Maggiore come o’ facimmo?
Piglia tutti i figli ‘e mammà,
lo Stato Maggiore eccolo qua.

Ma il fante è veramente grande quando irride la morte, quando guarda in faccia il pericolo: lungi dallo sbigottirsi, sembra dire: non vi temo, ormai; ci sono tanto abituato! Dal resto, quale può mai essere la sorte di un povero soldatino una volta che venga mandato al fronte?

E m’hanno fatto abile
di prima categoria,
e subito mi mandano
alla macelleria.

Da principio una buona dose di fifa, poi un po’ meno, e finalmente una certa indifferenza. La “sparatoria” diventa quella cosa che si fa tanto per fare,

che ti serve ad ammazzare
sia l’austriaco che il tempo.

La mitragliatrice nemica diviene una “petulante cicala” che bisogna lasciar cantare; le bombe vengono battezzate “barilotti” che è da augurarsi non si squarcino appena giunti alla méta, perché altrimenti spaccano il cranio senza speranza di riparazione; i proiettili da 280 sono tradotte le quali, a differenza di quelle che trasportano il soldato in licenza, arrivano sempre troppo presto. E lo shrapnel

… è quella cosa,
quando arriva si fa festa,
se t’arriva sulla testa …
splende il sol dell’avvenir.

Così cantava e moriva, senza rimpianti, il piccolo fante d’Italia, che ora s’erge davanti a noi ed alla storia come un gigante.

Adolfo Zamboni


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