I SACRIFICI PER LA VITTORIA

PAROLE DETTE NEL REGIO LICEO SCIENTIFICO “I. NIEVO”
IN OCCASIONE DELLO SCOPRIMENTO DI UNA LAPIDE COL BOLLETTINO DELLA VITTORIA

manoscritto, datato 7 novembre1932, di Adolfo Zamboni, tenente, aiutante maggiore del II° battaglione del 141° reggimento fanteria, brigata Catanzaro

Archivio Adolfo Zamboni

Alla presente generazione il dramma della grande guerra appare già nel quadro luminoso dell’epopea del nostro riscatto; ed è naturale che per il volger veloce degli anni, nei giovani rimanga soltanto una pallida eco di ricordi troppo vaghi.
Per questo, riprendendo il loro corso normale dopo l’immane flagello che sconvolse tutta l’umanità, le nuove generazioni guardano pensose all’avvenire rinunziando a meditare intensamente sul passato.
Non così per noi che il destino scelse a vivere in un’epoca tragica che lasciò nei nostri animi segni indelebili. In quel maggio del 1915 molti miei coetanei chiusero il periodo lieto, o triste, della giovinezza; partirono per il fronte e dopo quasi quattr’anni di sofferenze inaudite e infinite emozioni tornarono mutati, tanto mutati che non si riconobbero più. Ma quanti – ahimè – ritornarono?
Che meraviglia se noi che per anni e anni abbiamo accumulato nel cuore la tristezza degli scomparsi, che per anni e anni abbiamo ripensato all’ebbrezza del sacrificio, alla purità degli atti compiuti davanti alla morte, che abbiamo ancora vivo nell’animo il volto degli amici caduti, che meraviglia – dico – se noi non possiamo guardare alla Vittoria senza numerare i dolori immensi che è costata; se non possiamo tendere con ogni slancio all’avvenire senza volgerci al passato, per amare nel silenzio della pace quella nostra vita di guerra, in cui se conoscemmo gli orrori della lotta e della strage, imparammo altresì la bellezza dell’offerta, la sublimità dell’obbedienza e del dovere?
Voi, o giovani, potreste in un pellegrinaggio d’amore e di fede visitare i luoghi contesi dove si combattè il più grande conflitto che l’uomo ricordi; potreste portare i segni della vostra pietà in tutti i recinti, in tutti gli immensi ossari che racchiudono i sacri resti dei nostri più che seicento mila gloriosi Caduti; potreste compiere i più grandi sforzi con la vostra fantasia, mai arrivereste a formarvi un’idea della somma di sacrifici che ci è costata la vittoria. Né a me è possibile rendervi l’immagine di ciò che è vivo nel mio animo, scolpito nella mia mente, perché la guerra non si può raccontare; non si può che leggerla nel cuore di chi ha vissuto tutte le sue impressioni più profonde.
All’inizio delle ostilità il comando dell’esercito austro – ungarico proclamava alle truppe: “Abbiamo da conservare un terreno che è fortificato dalla natura. Davanti a noi un gran corso d’acqua; dal lato nostro una costiera di dove si può tirare come da una casa di dieci piani. Pensate ai monti che sono tutta la nostra forza”.
E aveva ragione; infatti contro quegli ostacoli vedemmo infrangersi per mesi e mesi i più disperati sforzi; i nostri bei battaglioni di fanti e di alpini vennero annientati davanti alle posizioni montane, e ogni conquista costò immensa copia di sangue.
Voi avreste mirato con animo trepidante le schiere uscire compatte dalle trincee per venir falciate dalla mitraglia contro i reticolati nemici; e gli attacchi si ripetevano ad aumentar la carneficina; e spesso la notte scendeva a confonder nelle sue tenebre l’urlo del ferito, il gemito del morente, la voce sommessa di chi saliva a prendere il posto dei caduti.
A prezzo di sacrifici immensi venne assicurato ogni lembo del sacro confine della Patria; ogni sasso coprì un eroismo; ogni zolla coprì una tomba; ogni pietra bruta ebbe il suo prezzo di sangue.
Dovrei io ricordarvi le ecatombi del S. Michele, di Oslavia, del Sabotino, di Plava, di Zagora, dell’Ortigara, del Col di Lana e di cent’altre località, di cui non dovrete mai dimenticarvi se non vorrete insultare alla memoria dei nostri Morti ?
Sentite cosa scrisse un corrispondente viennese intorno al Podgora: “Proprio vicino a Gorizia s’eleva il famoso Podgora che consta solo di un’altura bassa, allungata, sprovvista di ogni rilievo atto ai ripari: tra questa e la città scorre il fiume non meno famoso. Chi attraversa il ponte sull’Isonzo per salire al colle, sente passare per le vene un brivido freddo; nessuno va mai al di là senza trattenere il fiato; tutti lo confessano, anche gli Austriaci del Podgora (cioè le truppe scelte dall’avversario a presidio di quelle terribile posizione)”. E continua il corrispondente: “Un reggimento italiano era stato avvisato che non avrebbe ricevuto il cambio dalle trincee se prima non avesse preso il Podgora: quest’ordine venne reso noto a Cormons prima della partenza, ed ognuno lo apprese come una vera sentenza di morte: per tre settimane intere il reggimento cozzò contro il Podgora; caddero uomini su uomini tanto che alla fine i cadaveri coprivano quasi interamente le posizioni contese. Indosso ad un giovane tenente italiano, il cui cadavere rimase sulle nostre trincee, si trovò una lettera così indirizzata: All’amico o nemico. Nel testo raccomandava la vecchia madre al suo unico fratello: - Debbo andare contro una posizione inespugnabile, inattaccabile e so che cadrò. Guarda però che non tremo -.”
E Oslavia? Io non potrò dimenticare l’impressione funesta che mi destò quella lugubre collina quando nel gennaio del ’16 salii quel calvario dei combattenti.
Dal cosidetto Vallone della morte ai ruderi della triste località erano sparsi i segni più spaventosi della battaglia: soldati uccisi e quasi interamente coperti dal fango, o calpestati dai compagni che nella notte erano mossi all’attacco della posizione perduta; miseri resti umani lacerati dai colpi dei grossi calibri; fucili e mitragliatrici abbandonati o perché inservibili o perché chi se ne serviva era caduto sul campo; dovunque munizioni, oggetti di corredo, viveri, grovigli di ferro spinoso, bombe inesplose.
Non esistevano più trincee, sconvolte dalle granate e dallo scoppio degli esplosivi. I soldati, frammisti nei vari reparti, erano rannicchiati in piccole tane e giacevano affranti dalla lunga lotta.
Da parecchi mesi sull’altura di Oslavia durava la strage. Spesso i nostri zappatori tracciavano una trincea o un camminamento, ma nell’eseguire il lavoro erano costretti a deviare dal piano prestabilito perché le vanghe o i picconi incontravano miserandi resti umani; e quel suolo, ch’era già stato fertile di vigne e di frutteti, emanava un nauseabondo odore di carne in sfacelo. Oslavia era tutto un cimitero di ignoti; né la pietà dei compagni poteva manifestarsi verso i caduti là dove anche i feriti dovevano spesso giacere abbandonati in attesa della morte. Italiani e Austriaci dormivano insieme sotto le macerie, talora sepolti dalle granate mentre si contendevano per la centesima volta pochi palmi di terreno intriso di sangue.
Eppure non ostante il valore italico, vennero le giornate terribili dell’infausta Caporetto, e per un momento parve che tutto dovesse essere travolto sotto l’impeto della fiumana teutonica.
No: non vinti dal nemico, ma da oscuro destino ripiegammo.
Non è vero che il cuore facesse difetto a tutti i difensori della Val d’Isonzo: e in Conca di Plezzo il nemico passò, sì, ma “scavalcando i cadaveri di un battaglione dell’87° fanteria: tutti fulminati, dal colonnello all’ultimo piantone: un battaglione di morti in piedi.”
Quei morti di Caporetto, gli eroici difensori di Monte Nero, gli intrepidi cavalleggeri di Pozzuolo del Friuli furono placati.
Ma occorse un nuovo e più atroce martirio: “L’Italia crocefissa risorse più forte di prima sul Piave”; e quella mano ignota che su un muro diroccato, tra le rovine fumanti di un paesello, scrisse con rozzi caratteri: “Tutti eroi! O il Piave o tutti accoppati!” esprimeva il simbolo della stirpe, “palese su tutte le vie della gloria e su tutti i calvari del valore”.
L’Esercito si piantò sul greto del fiume e si radicò sui greppi del monte, preparando la riscossa.
Di là un lembo d’Italia straziata, calpestata.
Nelle ore livide di quel novembre sciagurato le donne e i vecchi di Fonzaso videro con la disperazione in cuore i nemici calare baldanzosi e tracotanti, ebbri di vittoria e di strage; anelavano alla pianura dove si ripromettevano vasta messe di bottino.
Ma li rividero qualche settimana appresso discendere dimessi e delusi. Allora quelle donne e quei vecchi alzarono gli occhi al Monte sul quale i fratelli di là segnavano i termini inviolabili d’Italia; e tese le braccia al cielo si prostrarono sul sacrato della chiesa e cantarono O Grappa, tu sei la mia Patria.
Era la prima voce gemente che veniva da di là del Piave e la portava un ufficiale nemico. Quella voce implorante dei fratelli schiavi echeggiò nell’animo dei combattenti come un giuramento d’armi.
E venne la Vittoria. Essa fu opera di tutto il nostro popolo, ma gli artefici primi – ricordatelo – furono quelli che per la vittoria morirono.
Dalle petraie del Carso desolato; dalle balze del Trentino inaccessibili; dalle sponde del Piave redentore; da ogni luogo sacrificato dal martirio dei prodi, l’infinita legione dei morti in grigio – verde ammonisce:
Noi cademmo offrendo il petto e tutte le ferite: ora viviamo più terribilmente dei vivi.
Per i dolori della straziante agonia, per l’olocausto delle giovani esistenze; per il pianto delle madri, delle spose, degli orfani, obbedite, o fratelli, al nostro comandamento:
“Sappiate vivere come noi morimmo; e se per giusta e santa causa la Patria chiama, dite come noi dicemmo: O Italia, a noi la tomba, a te la gloria!”

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